LUCIO TOTH

 

 

Le ragioni della vendetta etnica

 

 

 

L'Istituto Italiano di Cultura della Capitale tedesca ha ospitato, l'8 febbraio dell'anno corrente, una tavola rotonda per commemorare il Giorno del Ricordo. Tema: "La tragedia delle Foibe, fra Storia e Ricordo", con la partecipazione di Lucio Toth, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di Gianni Oliva, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, di Dario Locchi, presidente dell'Associazione Giuliani nel Mondo, di Trieste, e di Maurizio Gasparri, ex ministro delle Comunicazioni.

In margine alla serata si è inaugurata la mostra delle opere di Giuseppe Mannino, dedicata alle foibe e presentata dal critico d'arte Gabriele Simongini.

Seguono alcuni passi dell'intervento del presidente A.N.V.D.G.

 

 

 

Il tema delle "Foibe" ha sollevato negli ultimi anni polemiche e interesse. Polemiche sul piano politico, interesse sul piano storico e scientifico. Anzi, spesso i due piani si sono intrecciati acuendo contrasti e pregiudizi.

E' certamente un bene se l'approfondimento storico degli avvenimenti e delle possibili cause aiuta ad illuminare il dibattito politico sul passato. E' un male se le argomentazioni vengono usate come clave nella lotta politica confondendo le interpretazioni controverse sul passato con le problematiche attuali.

E' sintomatico, sotto questo aspetto, che proprio il tema delle foibe in Istria e nel Carso e nell'esodo della popolazione italiana dalla ex Venezia Giulia, cioé dalle sue province orientali, sia tornato di attualità dopo le pulizie etniche che si sono riprodotte nella ex Jugoslavia al momento della dissoluzione della Federazione delle Repubbliche Socialiste degli Stati del Sud.

 

Al momento del crollo del III Reich, Tito non esitò a concentrare il suo sforzo militare sulla Venezia Giulia, malgrado il suo impegno contrario assunto con il generale Alexander nell'incontro di Bolsena. Lasciò Lubiana e Zagabria in mano tedesche, mentre le sue truppe si precipitarono oltre il confine italiano, penetrando fino alla Bassa Friulana.

Trieste, Gorizia, Fiume e tutta l'Istria furono quindi "liberate" in questo modo.

I comandi iugoslavi si comportarono come se le città appartenessero già allo Stato iugoslavo, ordinando il coprifuoco.

I membri del CLN e dei partiti democratici italiani furono obbligati a rientrare in clandestinità o a lasciare le città. Altri furono prelevati e scomparvero, come due esponenti socialisti del CLN di Gorizia, o furono subito uccisi come i dirigenti autonomisti di Fiume.

 

Durante i primi quaranta giorni della occupazione iugoslava di Trieste, Fiume e Pola furono arrestati migliaia di civili. Di gran parte di essi non si ebbero più notizie. Il criterio di scelta degli arrestati era lo stesso delle prime fasi degli eccidi: persone che in un modo o nell'altro avrebbero potuto costituire un punto di riferimento per la popolazione italiana delle città e dei comuni minori. Senza distinzione di appartenenza politica.

 

Diverse sono state e sono tuttora le interpretazioni degli eventi che abbiamo riassunto.

La prima di queste è la tesi giustificazionista, o se si vuole riduzionista. Secondo questa interpretazione l'ondata di violenze che si abbatté sugli italiani della Venezia Giulia fu una reazione alle prevaricazioni e alle violenze del regime fascista durante il ventennio, contro le popolazioni slavofone della regione e, ancor più, ai crimini di guerra commessi nelle zone di occupazione in Iugoslavia dalle truppe italiane tra l'aprile 1941 e il settembre 1943.

In primo luogo questo tipo di giustificazione contrasta l'opinione comunemente condivisa di un progresso della coscienza civile e giuridica. In tal modo, infatti, qualsiasi crimine di oggi o di domani troverebbe giustificazione davanti al tribunale della storia.

La prima accusa è la tentata snazionalizzazione delle minoranze slovene e croate della Venezia Giulia, con l'abolizione delle scuole pubbliche statali e il divieto di usare ufficialmente lingue diverse dalla lingua nazionale.

La realtà è che in quelle regioni, ben prima che nascessero il comunismo e il fascismo, si era prodotto un conflitto etnico tra italiani e slavi che si protraeva dalla metà dell'800. con tafferugli in occasione delle elezioni, pestaggi, brogli elettorali, navi austriache che bloccavano le rade per sorvegliare le città, incendi di circoli cittadini e di teatri, come a Zara nel 1870, considerati focolai di propaganda italiana, o il massacro di Sebenico del 1869, dove furono uccisi 14 marinai della nave "Monzambano", ospiti dell'allora comune italiano.

Gli italiani della regione difendevano la loro identità culturale con i mezzi a loro disposizione: i giornali, l'editoria, l'egemonia economica in Dalmazia, la difesa della lingua nelle scuole e nei pubblici uffici, con appelli a Vienna, e rivolte popolari come quella di Pirano negli anni 1880; i contatti con ambienti liberali e repubblicani italiani.

 

Le nascenti borghesie croata e slovena cercavano di sensibilizzare le masse contadine per sottrarle all'influenza italiana. L'amministrazione austriaca e il clero cattolico croato e sloveno aiutavano questa crescita culturale e politica.

I serbi della Dalmazia la osteggiavano allineandosi spesso con gli italiani.

L'amministrazione ungherese a Fiume seguiva una linea di apparente equidistanza, ma cercava di contenere la spinta croata verso la città, garantendone l'indipendenza da Zagabria e il carattere italiano.

Era un gioco a volte pesante, ma sempre all'interno di una civiltà, come quella asburgica: paternalistica e reazionaria, ma sempre civiltà in confronto al dopo.

L'ideologia fascista degli anni 1921 - 1943 non certo era la più adatta a gettare acqua sul fuoco, con la sua propaganda nazionalista. Malgrado ciò, nel venti anni tra il 1920 e il 1941 furono eseguite, nel distretto della Corte d'Appello di Trieste, che comprendeva il territorio in questione, dieci condanne a morte per atti di terrorismo (uccisione di civili durante una festa paesana e in un attentato ad un giornale di Trieste) commessi da nazionalisti croati o sloveni, non comunisti. Nelle statistiche del tempo questa regione italiana non si presentava diversa dalle altre.

Che cosa avvenne poi nella Iugoslavia occupata dall'esercito italiano tra il 1941 e il 43?

Di fronte ad alcuni episodi particolarmente efferati  di agguati a reparti dell'esercito o della marina si verificarono reazioni violente con rappresaglie nel corso delle quali furono certamente superati i limiti dettati dai codici militari di guerra e dalle convenzioni internazionali, colpendo anche civili inermi.

Molte inchieste al riguardo furono promosse quasi subito dalle stesse autorità militari, di fronte alle rimostranze delle autorità religiose e civili, come dimostrano gli archivi italiani.

Anche se nessun processo ha accertato giudiziariamente tali comportamenti, contrari all'onore militare, non esiste ovviamente per essi alcuna giustificazione.

Si impone infine una considerazione di stretto valore giuridico.

Le rappresaglie italiane, certamente da condannare, si svolsero nel contesto di operazioni anti-guerriglia che avevano lo scopo di intimidire i partigiani e incutere rispetto per controllare le zone occupate, dove le prime vittime della guerriglia (o "resistenza") erano spesso le stesse popolazioni croate e serbe, esposte a incursioni, rapine, arruolamenti forzati da parte delle opposte formazioni politiche e militari.

Resta da vedere se tali azioni fossero efficaci o controproducenti. Molti, comunque, degli internamenti di civili iugoslavi in Italia erano volontari, , richiesti dalle stesse popolazioni, che seguivano la ritirata dei reparti italiani, per sfuggire a vendette e rappresaglie. Tali richieste sono documentate.

Questo non toglie che in molti campi di concentramento italiani i prigionieri civili iugoslavi (es. Gonars e Arbe) siano stati sottoposti, in alcuni periodi, a trattamenti assai duri, e quindi incivili, con alti tassi di mortalità.

 

Viceversa, l'ondata di violenza in Dalmazia e nella Venezia Giulia, sia nel 1943 che nel 1944-45, non rispondeva a nessuna esigenza militare. Le popolazioni italiane dell'Istria non alimentavano nessuna guerriglia o controguerriglia, ne' erano minimamente in grado di farlo, sia nel settembre 1943, nel vuoto totale di ogni struttura militare italiana, sia nel 1945, dopo due anni di occupazione tedesca, spesso sofferta allo stesso modo dalle popolazioni slave (arresti degli italiani appartenenti alla Resistenza, deportazioni in Germania, fucilazioni, bombardamenti aerei alleati).

 

Un'altra tesi è quella ideologico-politica. Le stragi sarebbero avvenute nel quadro di un generale rendimento di conti, a livello europeo, tra ideologie contrapposte. Da un lato lo scontro tra il sistema totalitario comunista e quello nazi-fascista. Dall'altro quello tra il sistema delle dittature del proletariato e il sistema democratico - liberale occidentale, definito anche "imperialismo capitalista".

La propaganda anti-capitalista e anti-borghese era un pilastro dei valori di tutte le formazioni partigiane europee controllate dai "commissari" comunisti.

Le "Foibe" non sarebbero altro che l'applicazione di questi princìpi generali di lotta di liberazione universale alla piccola realtà della Venezia Giulia.

Questi eccidi andrebbero quindi inquadrati nel quadro di analoghe operazioni di epurazione degli avversari, accadute o tentate nel resto d'Italia e nel resto d'Europa, ove era arrivata, o poteva arrivare la ventata liberatrice delle armate rosse.

E si pensa quindi alle stragi di fascisti e di altri oppositori nell'Italia settentrionale nelle settimane successive al 25 aprile 1945.

 

A questo punto entra in scena la mentalità del comunista staliniano, quale Tito autenticamente era, che sposa un'aspirazione nazionale ad un disegno di egemonia ideologica e politica, ad una concezione dello Stato totalitario, per assicurarsi un vasto consenso nelle masse.

La "violenza di Stato", con persecuzioni mirate, costituiva una spinta decisiva a far sì che gli italiani abbandonassero la loro secolare pretesa di essere padroni della penisola istriana e delle città della costa dalmata.

Milovan Gilas ha riconosciuto apertamente che tale era il disegno che tale era il disegno di Tito sulla Venezia Giulia: indurre il maggior numero di italiani ad andarsene e assoggettare gli altri, così da renderli innocui.

Il piano di persecuzioni e di eccidi di persone scelte preventivamente con liste di proscrizione era il metodo tipico di tutte le dittature rivoluzionarie comuniste.

C'è stata quindi una combinazione di nazionalismo espansionistico e di metodologia comunista nell'intera strategia che presiedette alla occupazione iugoslava della Venezia Giulia. Il fine della pulizia etnica si fondeva con l'eliminazione dei nemici del popolo, interni ed esterni, anche se erano contadini, operai, pescatori dell'etnia soccombente.

 

Lucio Toth.

 

Da: "La Voce di Fiume" 28 febbraio 2006.

 

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