PADRE  FLAMINIO  ROCCHI

 
 

 

L' accordo di Osimo

sulla "zona B"

 

A cura dell'Associazione Nazionale

Venezia Giulia - Dalmazia.

Roma, Piazza della Pigna, 6.

 
  
 

Origine della zona B.

 

Il trattato di pace del 10 febbraio 1947 ha sancito la cessione alla Jugoslavia delle province di Pola, Fiume e Zara: 8.257,68 chilometri quadrati con 586.338 abitanti.

Il 15 settembre dello stesso anno il Trattato è entrato in vigore e le tre province sono passate definitivamente alla Jugoslavia, ma 350.000 abitanti si sono trasferiti in Italia e nel resto del mondo.

L'Art. 21 dello stesso Trattato ha stabilito la costituzione di un nuovo Stato chiamato "Territorio Libero di Trieste", con capitale Trieste e comprendente tutta la sua provincia: 739,5 chilometri quadrati con 334.330 abitanti, di cui 266.311 italiano, 49.500 slavi e 18.319 di altre nazionalità (censimento del 1921).

L'Art. 19 dice che "La sovranità dell'Italia sulla zona costituente il Territorio Libero di Trieste avrà termine a partire dal momento dell'entrata in vigore del presente Trattato".

Ma l'art. 21 non è entrato in vigore il 15 settembre 1947, e cioè non è stato costituito il Territorio Libero di Trieste perchè la Jugoslavia non ha accettato nessuno dei governatori proposti dall'ONU.

Pertanto, il predetto territorio è rimasto sotto la sovranità italiana. Infatti, l'art. 21 dice ancora:

"Il Territorio libero di Trieste non sarà considerato come territorio ceduto (alla Jugoslavia) ai sensi dell'art. 19.

Così si è espressa la Suprema Corte di Cassazione, sez. I , Sentenza 9.10.1953, n. 8.288. (in "Giustizia Civile" 1953, 3094):

"Nella dinamica del Trattato la formazione del nuovo soggetto (Stato) internazionale doveva funzionare come necessario presupposto - "conditio juris" - della cessazione della sovranità italiana su Trieste.

Diversamente opinando, dovrebbe considerarsi la zona in contestazione come "res nullius" (cosa di nessuno) per tutto il tempo interceduto tra l'entrata in vigore del Trattato e l'eventuale formazione della nuova comunità (Stato) autonoma, laddove nessun disposto del Trattato stesso induce a desumere una preventiva accettazione di simile eventualità, assolutamente singolare e anomala secondo lo "Jus gentium" (diritto delle genti).

Il TLT non si è mai costituito. La "conditio juris" (condizione del diritto) cui era subordinata la cessazione della sovranità italiana sulla zona di Trieste, non si è verificata, nè all'entrata in vigore del Trattato, nè successivamente, e però continuano quelle terre ad appartenere allo Stato italiano".

Questo concetto della Cassazione ha trovato conferma in una quindicina di sentenze della Magistratura italiana.

 

1948:  Dichiarazione tripartita.

 

La Jugoslavia ha continuato a respingere i governatori proposti dall' ONU che, secondo l'allegato VIII del Trattato, non dovevano essere nè italiani, nè jugoslavi, nè dello Stato Libero.

Nel luglio 1946 Molotov aveva ottenuto che il Territorio venisse affidato a 5000 soldati americani, a 5000 inglesi e a 5000 jugoslavi (esclusi gli italiani). Gli slavi hanno preso possesso dell'attuale Zona B ed hanno iniziato una profonda opera di slavizzazione, tanto che il 20 marzo 1948 i governi inglese, francese e americano hanno firmato a Torino  la famosa "Dichiarazione Tripartita".

In essa, accertato "che la scelta del governatore è impossibile" e che la zona affidata alla Jugoslavia "è stata completamente trasformata ed incorporata alla Jugoslavia" al punto che non si potrà più "dare al territorio lo status indipendente e democratico" si chiede la restituzione di tutto il Territorio Libero all'Italia. 

Il governo jugoslavo ha respinto la dichiarazione affermando che essa serviva "soltanto a fomentare l'odio sciovinistico verso il popolo jugoslavo" e che "l'amministrazione anglo-americana di Trieste aveva privato la popolazione della città di tutti i fondamentali diritti democratici e di tutte le libertà".

 

1953. La Jugoslavia rifiuta il plebiscito.

 

Fra il 13 e il 30 settembre 1953 avviene uno scambio di note fra Pella, Presidente del Consiglio dei Ministri, e Tito.

Pella propone il plebiscito. Tito pone tre condizioni: realizzare una completa uguaglianza tra italiani e sloveni; riparare la snazionalizzazione fatta dall'Italia dopo il 1918; riparare le conseguenze della passata oppressione economica.

Pella risponde che l'uguaglianza a Trieste, sotto gli alleati, esiste, che possiamo prendere a base del plebiscito la popolazione del 1918 e che le oppressioni economiche non esistono, anzi, gli oppressi sono gli italiani sotto l'amministrazione slava, tanto che devono riparare in Italia.

Tito rifiuta il plebiscito. Pella conclude: "il rifiuto riconferma il principio che vale per tutte le dittature: la paura di una schietta consultazione popolare".

 

1954. Memorandum di Londra.

 

L'8 ottobre 1953 gli anglo-americani annunziano di ritirarsi da Trieste per consegnarla all'Italia. Il 5 ottobre 1954 l'Inghilterra, la Francia, l'Italia e la Jugoslavia firmano a Londra il Memorandum che dice: "In vista del fatto che è stata constatata l'impossibilità di tradurre in atto la clausole del Trattato di Pace con l'Italia relative al Territorio Libero di Trieste..." gli anglo-americani si ritirano. "I governo italiano e jugoslavo estenderanno immediatamente la loro amministrazione civile sulla zona per la quale avranno la responsabilità". 

Così all'Italia, che già deteneva la sovranità, viene restituita anche l'amministrazione della medesima. La Jugoslavia, che esercitava sino ad ora l'amministrazione militare, eserciterà ora quella civile. 

Si parla di amministrazione jugoslava e non di sovranità. E per indicare la separazione tra il territorio amministrato dalla Jugoslavia si parla di "linea di demarcazione" e non di "confine si Stato". 

La Zona A (Trieste), affidata all'Italia, comprende 210 chilometri quadrati, con 262 mila 381 abitanti, di cui 240.000 italiani e 22.000 sloveni.

La Zona B, affidata alla Jugoslavia, comprende 529 chilometri quadrati con 65 mila 917 abitanti, di cui 53.317 italiani e 12 mila 600 sloveni (Atlante De Agostini, 1976).

Il 4 novembre 1954 Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, celebra a Trieste il ritorno della città all'Italia e ne decora il gonfalone con una medaglia d'oro.

 

Cinquantamila profughi.

 

La Jugoslavia trasforma la semplice amministrazione civile in un regime di piena sovranità. Estende alla Zona B tutta la legislazione. Investe ingenti capitali in opere portuali (a Capodistria), turistiche ed edilizie su un territorio che non le appartiene. Con una politica persecutoria obbliga all'esodo 50.000 italiani, anche se lo Statuto allegato al Memorandum fa esplicito riferimento ai "diritti dell'uomo e alle libertà fondamentali, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua e di religione", assicura una piena parità "nell'esercizio di pubblici servizi, funzioni, professioni ed onori" ed "una equa rappresentanza nelle cariche amministrative e specialmente nell'ispettorato delle scuole" e proibisce "l'incitamento all'odio nazionale e razziale". 

I beni degli italiani vengono nazionalizzati anche se l'articolo 6 dice: "I governi italiano e jugoslavo convengono di non intraprendere alcuna azione giudiziaria o amministrativa diretta a sottoporre a procedimenti e a discriminazioni le persone o i beni di qualsiasi residente nelle zone che vengono sottoposte alla loro amministrazione civile". 

L'Italia non reagisce, non protesta. Accoglie come mendicanti nelle baracche di legno del Carso i profughi che fuggono. Non difende né le loro case, né i loro campi. Anzi, per non dare loro neanche il sussidio dei poveri, li invita a donare a prezzi sottofallimentari  le loro proprietà al Ministero del Tesoro, il quale poi le abbandona al totale arbitrio jugoslavo. 

Gli istriani protestano, ma tanto dignitosamente che i governi li trascurano e il pubblico, che ignora la loro tragedia, li rimprovera di non aver protestato. 

S'accorge, invece, l'abile Tito il quale (discorso dicembre 1972 in Montenegro) grida: "In Italia agiscono cinque o sei grosse organizzazioni irredentiste. Oltre 300 mila istriani che hanno lasciato l'Istria sono membri di queste organizzazioni che si ramificano in Canada e negli Stati Uniti. Essi insistono perchè la Zona B sia reintegrata all'Italia. Naturalmente la Zona B è nostra e per noi è indifferente che cosa essi vadano cianciando". 

Così, per vent'anni, tra le speranze e le delusioni dei giuliani, tra l'indifferenza dell'ONU e delle 20 nazioni firmatarie del Trattato del 1947, tra la politica vivace e aggressiva di Tito e tra le reticenze e il sonno della Farnesina e di Palazzo Chigi, il vecchio trattato si deforma in un aborto che in Parlamento sarà definito "situazione di fatto irreversibile" e a Osimo riceverà il sigillo giuridico di accordo internazionale.

 

Firma del Trattato di Osimo

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