Dal libro di Marcello Mastrosanti: "Ricordi degli italiani" - Gli scampati -

FIUMANI - ISTRIANI - DALMATI nella provincia di Ancona.

 

 

Presento, dal libro di Marcello Mastrosanti sopra indicato, pubblicato a cura dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale  di Ancona, la restimonianza della Signora Noemi Montenovi, scelta per la sua particolare umanità.

In generale, nel testo, abbiamo trovato molto rispetto del senso storico, cosa non sempre facile a trovarsi quando si tratta di testimonianze, e condividiamo il risentimento di alcuni  verso coloro che, sessant'anni dopo la fine della guerra civile "ancora distinguono fra parte giusta e parte sbagliata" (v. testimonianza di Sergio Macciò, da Pola).

Gli Stati Uniti mai misero  in discussione la scelta etica dei combattenti sudisti nella guerra di secessione, anche se, dal punto di vista storico, tale conflitto può essere definito un vero scontro di civiltà, una emergente, e un'altra troppo legata a  schemi sociologici antichi e irrecuperabili, e ciò perchè capirono subito che le scelte etiche vanno imputate a coloro che firmano le carte costituzionali, ai governi, ai presidenti, ai monarchi.

Il popolo che, in caso di conflitto, prende sopra di sè tutti gli oneri ed offre la propria vita, è confuso dal  sentimento dell'amor di patria, che nulla ha a che vedere con le opinioni dei teorici della politica, che poi sono quelli che, specialmente nel secondo conflitto mondiale, hanno provocato tutti i disastri materiali e morali che si conoscono. Persino i motivi economici devono essere considerati secondari, proprio perchè anch'essi derivano da quelli politici. (Es. le differenze economiche fra Stati fascisti e U.R.S.S. succedono, non precedono, le realizzazioni politiche).

Ernest Hemingway scrisse che, quando scoppia un conflitto, suona, verso ognuno di noi, una campana. Tale campana squilla per ambo le  parti ed alla fine dev'essere lasciata libera, di modo che per forza di gravità, dopo un po' di rintocchi la smetta.

Non smette però quando qualcuno tiene la corda in mano, e non c'è ragione in colui che dice: "adesso la fune la comando un po' io". Se non si tolgono le mani da essa e  si lascia che la campana oscilli secondo come il Signore comanda, allora significa che proprio la pacificazione non la si vuole. Nessuno rinuncia a quel po' di vantaggio che proviene dal tenere la corda in mano.

Il danno non lo si riconosce, ma c'è, e alla fine coinvolge tutti.

 

Panorama di Moschiena. Attuale.

  

 

Testimonianza di Noemi Montenovi da Valsantamarina.

 

 

Quando nacqui, nel 1930, il mio paese si chiamava Valsantamarina, Draga in dialetto. [Moschiena].  Oggi è Moscenicka Draga.

Chiamatela come volete, per me rimane sempre la mia bella Draga. ha una baia stupenda dalle acque cristalline, non per niente denominata la Perla del Quarnero, oggi i croati la definiscono la "Portofino della Croazia". Alle sue spalle di erge il massiccio del Monte Maggiore con i suoi 1400 metri di altezza, ed ai piedi di questo monte si trova Draga, a circa 30 chilometri da Fiume.

In questo magnifico posto sono rimasta sino all'età di 16 anni, quelli più belli della mia fanciullezza, poi quelli della mia prima  gioventù.

Paese di pescatori che, oltre alle bellezze naturali, non offriva altro a quei tempi, al di fuori del turismo estivo. Ma noi ragazzine, gli svaghi e i divertimenti li inventavamo. Ogni stagione ci offriva qualcosa.

In primavera andavamo per boschi a raccogliere gli asparagi; le prime violette e i ciclamini erano nostri. Quando era la stagione degli scombretti mi sedevo in fondo al molo e aspettavo che qualche barca uscisse per andare a pescare, e pregavo i pescatori di prendermi con loro. Mi piaceva molto. 

Era bello vivere all'aperto con quell'aria fine che rigenerava il corpo. Tutto il merito andava, e va tuttora, alla vegetazione fitta che scende dal monte Maggiore sino agli scogli in riva al mare, e il mare stesso è la seconda componente di questa miscela d'aria salubre.

L'estate la faceva da padrona. Un mio divertimento consisteva nella pesca; mi mettevo seduta sul molo e pescavo, ahimè, solo qualche pesciolino da consegnare al mio gatto. D'estate, i pescatori andavano a pescare con le "lampare", ossia delle lampade accese dove la "trattarizza", cioè la prima barca, era in testa alle altre, e tutte legate fra loro da una grande rete.

La "tratta", ovvero la rete, veniva poi tirata sino alla spiaggia. Era un grande spettacolo vedere tutto quel pesce brulicare, che cercava in qualche modo di liberarsi. Quando la pesca diventava proficua era abitudine del luogo che i pescatori lanciassero con la "sessola", ovvero una pala col manico corto, il pesce verso la gente che era là a godersi lo spettacolo. Ricordo che mia madre prendeva quel pesce appena pescato, lo preparava, e tutti si andava a casa a mangiare la buona frittura.

D'estate Draga si vantava di due bellissime spiagge di ghiaia, come richiamo per i turisti, con ville di austriaci e fiumani. Infatti era collegata a Fiume giornalmente via mare, e con la corriera, questa partiva da Pola, diretta a Fiume, passando per Draga. Il mezzo più usato in estate, però, era il vaporetto, esso partiva tutte le sere da Fiume, illuminato e con l'orchestra a bordo, dove i passeggeri ballavano per tutto il tragitto [Il "Fresco al Mare" N.d.R.]. Arrivati a Draga scendevano tutti a terra, compresa l'orchestra, e andavano in una piattaforma rotonda in riva al mare, davanti all'Hotel Armanda ove continuavano a suonare e ballare sino a tarda notte, e questo per tutte le sere dell'estate.

Allora io ero una ragazzina, e alla fine della guerra, in quella pista tonda si ballava ancora tutte le sere, finché il tempo lo permise, con un vecchio grammofono a manovella e con qualche disco che eravamo riusciti ad avere da Trieste, con le canzoni "Pino solitario", "Vieni, c'è una strada nel bosco", "Il primo amore non si scorda mai" e altre.

I titini non ci davano il permesso di ballare se prima non recitavamo, in lingua croata, una "priredba", come la chiamavano loro, con canti di vittoria che inneggiavano alla persona di Tito, e via di seguito.

Così cantai "Zivila Sloboda, Zivio druse Tito". Sopportavamo questi ricatti pur di divertirci, ma avevamo anche il diritto di cercare in qualsiasi modo di dimenticare quello che la guerra ci aveva fatto passare.

L'autunno ci portava a raccogliere le castagne.

D'inverno, quando cominciava a soffiare la bora, con un cielo terso di un azzurro intenso, l'aria secca, con le babbucce fatte in casa, una bella sciarpa al collo, un cappuccio di lana in testa, con altre ragazzine andavamo fuori a giocare. Tornavamo a casa con le guance tutte rosse, piene di salute, ed alla sera a base dei fagioli con orzo, con "capùzi garbi " e "luganighe", cioè la famosa "jota", e via a dormire.

Anche se era freddo, avevamo voglia di ballare, almeno la domenica sera. Draga vantava  due sale da ballo con i pavimenti in parquet, una al ristorante Marina, ed una al ristorante Sneider.

Qui si chiude il periodo della mia giovinezza e dei miei ricordi.

 

Ritornando indietro, la guerra era già iniziata, ma la sentivamo lontana, ancora non ci toccava da vicino, contavamo gli aerei inglesi quando andavano a bombardare in Germania; ne contavamo da 100 sino a 200, popi cominciarono a colpire più vicino, finché non toccò a Fiume, e da allora in poi cominciammo a sentire più vicina la guerra.

Nel campo sportivo di Draga vennero sistemate delle baracche di legno per accogliere i profughi fiumani che fuggivano da Fiume, poi rientrati in città.

Un poco alla volta si cominciò a parlare di "ustascia", cioè i fascisti croati contro i "cetnici"  quei partigiani a favore di Tito, e costoro furono la nostra rovina. [I cetnici in realtà, contadini monarchici, combatterono da, o contro, entrambe le parti. N.d.R.].

Non potevamo mai pensare che un paese tranquillo di pescatori potesse vedere o passare tutto quello che successe.

Circondata da una fitta vegetazione, fu una tana magnifica per i partigiani di Tito, i quali agivano di notte incominciando a scendere in paese ad imbrattare i muri delle case con scritte o slogan inneggianti alla Jugoslavia e a Tito "Zivio Tito, smrt fascismu, sloboda narodu..."  Mentre un gruppo scriveva sui muri altri sparavano contro l'albergo Armanda, dove si trovava il presidio militare. Questa storia durò per mesi e mesi. Il giorno seguente ad ogni scorribanda tutta la gente di Draga doveva ricoprire con la calcina le scritte della notte.

A sette chilometri da Draga c'era il distaccamento dei tedeschi, che quasi giornalmente effettuava rastrellamenti, e trovare scritte di quel genere significava case da bruciare. Malgrado la presenza di militari fascisti, in numero di 11 nel presidio, di notte nei vicoli del centro storico non mancava mai l'andirivieni dei partigiani, intenti a controllare e a spiare.

Mio padre era commesso comunale al municipio di Draga e mio fratello era impiegato all'ufficio anagrafe.

Il 22 luglio del 1944, giorno della patrona di Draga, santa Marina, i partigiani attaccarono con violenza l'albergo Armanda, prima sparando dalla parte alta per molte ore. Si venne a sapere che i partigiani che presero parte a questa impresa erano circa 3000, però divisi. Una parte andò a minare la strada tra Laurana e Draga, per fermare i tedeschi che sarebbero accorsi. I fatti andarono veramente così.

La prima autoblinda che si presentò nel punto strategico saltò in aria, pertanto Draga rimase isolata e i partigiani poterono agire con tranquillità. A loro volta, dopo tante ore di sparatoria contro l'hotel Armanda, non vedendo nessun fascista, decisero di dargli fuoco. Salirono sul tetto, lo cosparsero di benzina  poi, sempre dall'alto, cominciarono a sparare contro il tetto, il quale s'incendiò. Vesro mezzogiorno sentimmo il rombo di un aereo che sorvolava il paese. I piloti videro senz'altro il fuoco. Ai tedeschi non rimase che la via del mare. Mandarono un cacciatorpediniere che, arrivato a poca distanza da Draga, cominciò a sparare un colpo solo di cannone, poi si seppe che s'inceppò. Chissà se sarà stata Santa Marina che ci volle mettere le mani?

I morti furono i padroni dell'albergo, zio e nipote i quali, fuggendo, furono scambiati per due militari fascisti; la terza vittima fu la moglie di un fascista che il giorno prima era andata a trovare il marito.

Verso le 21, dopo essere riusciti a passare lungo la strada, arrivarono i tedeschi, andarono verso l'hotel e fecero uscire i militari fascisti nascosti nel sotterraneo. A quei tempi non esistevano i frigoriferi, per cui ogni albergo aveva i suoi sotterranei per mantenere al fresco gli alimenti.

Da quel giorno cominciò il nostro vero calvario. Draga fu completamente in balia dei partigiani titini. Per prima cosa ci tolsero le carte annonarie che ci servivano per comprare i generi alimentari di prima necessità. Rimanemmo senza di esse per nove mesi.

Alla nostra famiglia mancarono i viveri; i partigiani ogni giorno si presentavano e ti dicevano che per l'ora di pranzo dovevamo preparare due o tre minestre per loro. E tutto questo doveva essere fatto di nascosto, perchè c'era sempre la paura di qualche spiata.

I rastrellamenti da parte dei tedeschi si erano intensificati. Sapendoci soli, senza un presidio militare, e sapendo bene che i partigiani dettavano legge, Roma decise che il Comune venisse trasferito a Laurana. Prima del trasferimento, una notte, i partigiani titini entrarono dentro al Municipio, portarono fuori tutte le carte che poterono e ne fecero un falò. Comunque il personale del Comune si trasferì, mio padre con mio fratello si dovettero spostare nella nuova sede, un piccolo albergo di Laurana dove tutti i dipendenti poterono rimanervi sino alla speranza di tempi migliori.

Un giorno mio fratello volle ritornare a Draga, dal sabato alla domenica, ma venne portato via dai partigiani, e da casa portato in prima linea a combattere contro i tedeschi verso la Zona di Villa  Nevoso, in Slovenia

Mio fratello, se vedeva il sangue, sveniva. Quando era piccolo si recava a scuola; ogni volta che parlavano del corpo umano lui si sentiva male. Così, in prima linea non fece nulla, non sparò un colpo, e stette male. Se ne accorsero, lo portarono via e gli dissero: "ti ni  za borbu" (tu non sei per la guerra) e lo rimandarono a casa. Ma da oggi, gli dissero, collaborerai con noi dalla tua casa.

Gli rilasciarono un documento dove era scritto che lui non poteva andare in guerra, ma gli permisero di collaborare da casa. Questo documento doveva essere esibito ogni qualvolta altri partigiani avessero tentato di portarlo con loro, e doveva essere ben custodito perchè era pieno di timbri con le stelle rosse e di firme compromettenti se fosse andato a finire nelle mani dei tedeschi. Nello stesso momento doveva essere portato a mano per poterlo esibire in caso di necessità.

Non avevamo la più pallida idea di ciò che voleva dire collaborare con i partigiani titini. Temevamo ci avrebbero chiesto di fare la spia, ma in realtà non fu così,  Siccome mio fratello era impiegato nel Comune, volevano che lui rifornisse i partigiani del materiale di cancelleria, olio per lubrificare i fucili e materiale sanitario. Tutto questo quando era richiesto e doveva essere consegnato in montagna nel posto da loro indicato.

Purtroppo questo compito toccò a me. In famiglia decisero che io ero la più adatta perchè, essendo una ragazzina, non davo nell'occhio. Così mi prepararono un piccolo zaino e partivo ogni volta che arrivavano delle richieste. In un certo modo mi sentivo utile alla famiglia, mio fratello non poteva lasciare il lavoro e per lui, ragazzo di 24 anni, se si fosse imbattuto in un rastrellamento tedesco, sarebbero stati guai seri. Non ricordo se andai a questi appuntamenti più di tre volte. In montagna, ma non lontano da Draga, nei paesi che attraversavo conoscevo tutti e questo mi dava coraggio, la gente mi voleva bene. La maggior parte era cliente del negozio di mia madre, dove teneva generi alimentari. Comunque, la paura e l'ansia fu tanta.

Mi capitò una volta di arrivare a destinazione e trovarmi in mezzo a una carneficina. I partigiani erano appena rientrati da un combattimento. Vedere tutti quei feriti sdraiati per terra, fasciati alla meglio, sangue da ogni parte... ricordo che appena consegnai lo zaino fugii a gambe levate, spaventata da quell'orrore. Fu un periodo molto brutto e delicato.

 

Sempre senza carte annonarie e scarsi di viveri, con una mia sorella sposata andammo al lago di Cepici, sempre in Istria, una zona paludosa bonificata da Mussolini, era l'unico posto dove cresceva il grano.

Partimmo con lo zaino pieno di biancheria da corredo, riuscivo a portare sulle spalle sino a 14 chili. Per arrivare a Cepici dovemmo attraversare il monte Sisol. Arrivate, passammo di casa in casa cercando di cambiare qualche pezzo di biancheria in cambio del grano. Quanta stanchezza, ma ero contenta di fare qualcosa di utile per la mia famiglia.

Per passare il monte Sisol  ci voleva il permesso dei partigiani e anche questo con i timbri e le stelle rosse.

Ci capitò un giorno di trovare in cima al monte una pattuglia di tedeschi. Loro sapevano che ci voleva il permesso e se ce lo avessero trovato sarebbero stati guai seri. Avrebbero voluto sapere chi era colui che l'aveva consegnato a noi. Non rimaneva che farlo sparire immediatamente. Ma come? Lo mettemmo in mezzo al pane e mangiammo il tutto. Questo fu uno dei tanti episodi rivelatori di come si viveva in quel periodo.

 

Dopo nove mesi senza viveri, finalmente i tedeschi decisero di ridarci le carte annonarie,  ad un patto: che i negozi di Draga si spostassero a Laurana, perchè, essi dicevano, eravamo tutti banditi. Mia madre fu la prima a decidere di trasferire il negozio, e subito ai suoi clienti vennero restituite le carte annonarie. Così potemmo prendere il minimo necessario per mangiare.

La mia famiglia risultava divisa, con mio padre, mio fratello a Laurana, i primi due nel comune, la terza nel negozio, poi la mamma faceva la spola tra Laurana e Draga, naturalmente a piedi. Dopo l'esempio di mia madre, altri neegozianti si trasferirono, così anch'essi poterono ricevere le tessere per mangiare.

Si viveva sempre nel terrore, i rastrellamenti erano quotidiani, si cominciavano a sentire voci sulle foibe, di notte ogni rumore era sospetto, sapevamo che i partigiani controllavano tutto, sia di giorno che di notte.

A Laurana mio padre si ammalò e fu costretto a ritornare a Draga,  soffriva di ernia inguinale e di ulcera allo stomaco. Dopo pochi giorni dal suo rientro, una notte  sentimmo bussare alla porta. Spaventati, per un poco rimanemmo in silenzio e all'oscuro, poi, dato il persistere del battere alla porta d'ingresso, fummo costretti a chiedere chi fossero. Ci risposero che erano amici e che dovevamo farli entrare. Immaginammo subito quello che stava per succedere quando li vedemmo entrare armati fino ai denti, con il mitra sulle spalle, e subito chiesero dove era mio padre.

Inutili furono le preghiere di mia madre che disse loro che mio padre stava male. Lo portarono via con le mani legate dietro la schiena con del filo di ferro spinato, classico sistema per chi era destinato alle foibe.

Mio padre era anconetano, quindi per loro era un italiano servitore dello Stato fascista. Questo bastava perchè venisse eliminato.

Come accennai prima, lui era messo comunale, ed avendo un posto parastatale era costretto, nelle manifestazioni,  a indossare la camicia nera. Secondo i partigiani di Tito aveva tutti i requisiti per essere infoibato.

Ma mai come in questo frangente il detto - fare i conti senza l'oste - fu vero. Lo portarono  sulle montagne sopra Draga a dormire per dieci giorni con i partigiani dentro le stalle. Qui successe quello che i partigiani non s'aspettavano.

I contadini, quando videro mio padre prigioniero dei partigiani, si rivoltarono contro di essi dicendo  che non avrebbero fornito loro più da mangiare, e assistenza fino a che non avessero rilasciato mio padre.

Dimostrarono che era l'unico uomo che li aveva sempre aiutati  e che durante i censimenti dei beni era stato sempre dalla parte dei più deboli. Eravamo in guerra e lo Stato pretrendeva parte del prodotto ricavato dalla terra e dagli animali. Se un contadino denunciava di avere 30 pecore, lo Stato portava via il costo per la metà del valore, se denunciava di avere raccolto cinque quintali di patate, la metà del valore andava sempre allo Stato.

Allora mio padre non faceva mai denunciare il vero, se possedevano 30 pecore, lui ne segnava 15, invece di 5 quintali di patate ne conteggiava 2,5, così a quella gente rimaneva qualcosa per poter vivere un poco meglio.

Molte famiglie erano poverissime, perchè fare i contadini sulle montagne, dove si coltivava in piccoli fazzoletti di terra, significava produrre pochissimo. Se poi le famiglie erano numerose, e molte di esse lo erano, avevano bisogno di un aiuto assistenziale. Gente che, vivendo in montagna non aveva radio, ne' leggeva i giornali. Infatti, molte persone erano analfabete.

Con l'aiuto di mio padre facevano domande per un sussidio oppure, quando nasceva un figlio, mio padre compilava loro un questionario per ricevere il premio d'incremento delle famiglie per ogni nuovo nato. il governo di Mussolini aveva stabilito ciò poichè voleva giovani da mandare in guerra. Questo fece mio padre per quella povera gente, e chissà quante cose ancora che io neppure potevo sapere.

Comunque fece molte opere buone per essere aiutato da quei contadini che gli salvarono la vita.

Il "komandir", ossia il comandante dei partigiani rimase sbalordito davanti a quella ribellione di contadini coraggiosi. Questo fatto lo fece riflettere. Nel frattempo i tedeschi si ritirarono e tutta la costa fu nelle mani di Tito.

Mio padre venne portato ad Abbazia e qui il comandante partigiano volle andare a fondo su questo caso. Venne istruito una specie di tribunale ove andarono a testimoniare tutti i contadini. Alla fine questo comandante disse a mio padre: - Se mi pulirai bene gli stivali ti manderò a casa.

Così finì l'odissea per il mio genitore, tornò infatti a casa, pieno di pidocchi e altri insetti, ma importante era di sentirsi vivo.

Lo vedemmo arrivare magro, sporco, dopo 4o giorni in cui non avevamo saputo nulla di preciso su cosa gli era successo; solo qualche voce incerta che si trovava sulle montagne, e nulla di più. Posso dire che forse fu l'unico italiano che portò a casa la pelle in  una tragedia come quella delle foibe.

I nostri guai non finirono qui. Ormai Tito comandava ed applicava le sue leggi contro gli italiani. Negli uffici gli impiegati erano jugoslavi, dunque mio padre e mio fratello persero il lavoro. Nacquero le prime cooperative, e siccome gli alimenti erano ancora tesserati, cioè razionati, chi faceva spesa nelle cooperative aveva diritto alla tessera, chi faceva spesa nei negozi privati non ne aveva diritto. La gente aveva bisogno di mangiare e non aveva altra scelta che andare a far spesa nelle cooperative. In questo modo i negozi privati dovettero chiudere.

Questa fu la nostra fine: senza lavoro significava soccombere e non ci rimase che andarcene.

Partimmo su un camion con tutto il mobilio, meno l'attrezzatura del negozio e due fisarmoniche  che passarono sotto il controllo dei "milizioneri", cioè la polizia titina.

Arrivati a Trieste mettemmo le cose in un magazzino, da ove le prelevò l'azienda Gontrand, che pensò a spedirle sino ad Ancona. Qui incontrammo uno di Draga, il quale parlò al suo proprietario di una villa vicino alla raffineria API di Falconara, il quale accettò la richiesta d'affitto di un "quartier", cioè di un appartamento reso libero sotto quello del signore di Draga.

Fummo veramente fortunati, i mobili arrivarono sotto casa addirittura con la linea ferroviaria dell' API; poi, anche per il lavoro alla Provincia d'Ancona, e per non essere passati nei campi d'accoglienza.

 

Dopo 50 anni ritornai a Sant'Antonio, un villaggio verso il Monte Maggiore, non più attraverso la mulattiera, ma in macchina, su una stradina ricoperta ai lati da molti alberi. Arrivati sul posto, si fece avanti una signora che aveva sentito il rumore di un'automobile, assai raro da quelle parti. Domandai se conosceva la portatrice di latte che scendeva, quella volta, sino a Draga, di nome Maria. Lei mi rispose che era sua suocera e ci invitò nella sua casa a bere la grappa.

Riandai con il pensiero a quando salii, in questo villaggio, sino alla chiesa di Sant' Antonio, e siccome era caldo, io ed altre ragazzine ci fermammo sotto il portico delle chiesetta. Da una parte vedemmo un gruppo di fascisti, e dalla parte opposta, di partigiani. Non facemmo altro che prendere di corsa la mulattiera , mentre dietro di noi succedeva un inferno di fuoco.

Con quest'ultimo episodio chiudo questo racconto nell'essere ritornata al passato, nella speranza che il seguito non accadano più guerre e odio tra i popoli. Ho detto "in seguito" perchè purtroppo ancora abbiamo visto popoli della ex Jugoslavia in lotta tra loro, portare odio anche verso i vicini.

 

Testo citato, pp. 71-78.

Osimo, 26 luglio 2009.

 

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