A P P R O F O N D I M E N T I

 

 

Gigante al fronte in divisa da tenente

dell'esercito italiano.

 

 

 

Presentiamo uno stralcio del sesto capitolo del libro di Amleto Ballarini: "Quell'uomo dal fegato secco" [definizione dannunziana contenuta ne "La Nuova Riscossa" del 2 maggio 1921] (Riccardo Gigante Senatore fiumano). Società di Studi Fiumani, Roma 2003. p. 206. Richiedibile e consultabile in sede.

Lo scopo di questo approfondimento è relativo alla sorprendente tematica della nostra directory (Gigante criminale di guerra) e riguarda episodi storici accaduti fra il 1943 e il 1945, non adoperati  dall'Autore a giustificazione del proprio personaggio, poiché, immaginiamo, egli mai si sarebbe studiato di giustificarlo.

L'approccio è, pertanto, casuale e certamente imprevisto.

La copiatura delle pagine, dalla metà della 121 alla fine della 128, rispetta completamente il testo, con esclusione, però, delle note. L'elenco completo dei capitoli comprende:

1. Un Gigante chiamato Riccardo; 2. La nascita dell'irredentismo; 3. La Giovine Fiume; 4. Dalla grande guerra all'impresa dannunziana; 5. Tra d'Annunzio e Mussolini; 6. Podestà del Re e della Repubblica; 7. Il primo della lista; 8. Il Senatore scomparso; 9. I Segreti di Castua; 10. L'epilogo che non c'è.

Le tre foto e didascalie contenute in questo file,  sono presenti nel libro, insieme ad altre numerose.

Ringrazio Gianclaudio de Angelini per la segnalazione.

Informazioni sulla Società di Studi fiumani sono cliccabili  nella basepage dello "Speciale Fiume".

 

 

 

 

Amleto Ballarini: Opera citata.

 

Capo VI, p. 121.

...

 

Alle discriminazioni razziali fiumane, di carattere massonico, che facevano a pugni con la lunga storia dell'identità culturale cittadina, fecero purtroppo seguito quelle nazionali di carattere nazista.

Queste ultime, con la firma del Duce e del Re, entrarono in vigore con il RDL n. 1728 del 17 novembre 1938. L'anno dopo con due successivi decreti prefettizi (del 24/1 e del 6/2) venne revocata la cittadinanza italiana a 300 ebrei fiumani.

Perfino Riccardo Gigante fu costretto a dimostrare che la moglie Edith, pur essendo ebrea, era meritevole di non subire alcuna discriminazione. Riuscì a tirarsi fuori dai guai con qualche fatica. A fronte dei suoi meriti patriottici, indegna.

Fu la sua, insieme a quelle di Icilio Bacci e di Lionello Lenaz, una delle poche voci autorevoli che si alzarono per far presente come la "purezza della razza", per di più applicata a termini di legge, fosse del tutto estranea alla città di Fiume.

Lenaz, medico e scienziato, con garbo e pacatezza, con tanto di firma e con esemplare coraggio, fece sapere ai puristi del sangue ariano come la pensava. Invitato dalla Federazione locale ad illustrare ufficialmente la politica fascista della razza, come da disposizioni impartite dal solito Achille Starace (quindi, com'era d'uso, cretinamente tassative), prese carta e penna e scrisse al federale di turno, tale Gerini, che nell'ora della sconfitta passerà al servizio di Tito, come segue:

122.

"Vi prego di desistere da questa designazione, perché tutte le mie conoscenze scientifiche del cosiddetto "problema razziale"  che io posseggo, mi conducono ad una convinzione diametralmente opposta alla tesi che dovrei illustrare...

non posso accogliere il Vostro invito, che mi onora, e di cui Vi ringrazio: per la disciplina di partito posso non esprimere le mie idee - il che faccio - ma non posso costringermi a pensare differentemente, come non posso non manifestare pubblicamente la mia pietà per tanti poveri ebrei  padri di famiglia in angoscia, ma non posso costringermi a non sentirla..."

 

Non era uno degli ultimi arrivati. Gigante lo ricorderà nel trigesimo  della morte, il 2 novembre 1939, come colui che "considerando Italia ogni terra il cui popolo parlava italiano", finita in tragedia l'impresa dannunziana, aveva aderito fra i primi alla riscossa nazionale diventando "uno dei più fervidi divulgatori della fede fascista".

Sotto il duro regime della occupazione tedesca, nel 1944, Riccardo Gigante avrà un coraggio civile ancora più rischioso di quello che Lenaz ebbe sotto il regime fascista, quando denuncerà, sulle pagine del quotidiano locale [La Vedetta d'Italia del 14 nov. '44], la nefanda politica del Prefetto Temistocle Testa ed i soprusi a danno degli ebrei in Croazia.

Dimostrare il proprio dissenso sulle persecuzioni razziali, proprio mentre a Fiume stava imperversando, ad opera dell'occupante tedesco, quella contro gli ebrei "italiani", era pur sempre un modo di rischiare la pelle per qualcosa che ne valesse la pena. Ciò che purtroppo non poteva sapere, come tanti altri fedeli a Mussolini, era la sorte che attendeva quegli ebrei  una volta deportati in Germania.

 

Il 1° settembre 1939, con l'invasione tedesca della Polonia, iniziava il secondo conflitto mondiale e il 10 giugno 1940 fece seguito la partecipazione italiana.

Fiume, pur essendosi trovata momentaneamente in prima linea, nell'aprile del 1941, quando l'Asse decise di invadere la Jugoslavia, sembrava ancora lontana dalla guerra  che sconvolgeva mezzo mondo, e dalla guerriglia che cominciò ben presto a tormentare i Balcani impegnando forze italo-tedesche sempre più consistenti per tenerla a freno.

Quando arrivò l'8 settembre 1943, la città si accorse che quella guerriglia le stava infuriando intorno e che, pur senza produrre gravi danni, le si stava muovendo dentro.

Quel che avvenne allora della fede politica che aveva mobilitato il Paese per ben vent'anni, dell'orgoglio militare esibito a ogni pié sospinto, del mito del "Re soldato" e della fede fascista giurata dalla nascita alla morte milioni di volte, lo si può dedurre da quanto accadde nei pressi di Fiume nelle file dell'esercito italiano, scorrendo la relazione che il generale Giardina, comandante della Divisione Macerata, tratte-

123.                                                                                                         nuto prigioniero dai tedeschi all'albergo Bonavia, fece pervenire a Gigante tra il 10 e il 14 settembre del 1943, pregandolo di intervenire per liberarlo:

 

"La notizia dell'avvenuto armistizio ... venne saputa a Delnice dai militari del Presidio alle ore 19,30 del giorno 8... Tra il giorno 9 ed il giorno 10, in ore diverse della giornata, S.E. Squero in persona,,, diede questi ordini:

1) Patteggiare con i partigiani, che dovevamo considerare, da quell'ora, nostri alleati, cedere, se richieste, delle armi, per non ostacolarci la marcia verso Fiume.

2) Ostacolare l'avanzata tedesca con qualsiasi mezzo (n.d.a.: Forse con le pietre, dato che le armi le dovevamo dare ai partigiani).

3)  Ostacolare l'avanzata tedesca senza fare uso dei mezzi estremi (n.d.a. : Quindi non andavano bene nemmeno le pietre)...

verso le ore 16 del giorno stesso...un ferroviere croato della Stazione di Delnice ... mi propose se potevo ricevere... il capo partigiano della zona di Delnice che voleva avere un abboccamento con me... risposi di sì, e in quella dolorosissima circostanza... mi sono impegnato... di consegnargli... l'indomani , prima della partenza, le armi che avevamo nei magazzini di compagnia... che non avevamo la possibilità di portarci dietro... e qualche arma automatica di preda bellica,

La...Delnice - Fiume è stata compiuta in due tappe. La 1^... Delnice - Elein (n.d.a. dovrebbe essere Elenje) fu svolta (sic) tranquilla... La 2^ tappa (Elein - Fiume) ebbe la conseguenza dolorosa per la quale io sono chiamato a rispondere, e cioé d'aver consegnato le armi ai partigiani."

 

La relazione prosegue descrivendo come solo una colonna di testa, di non più di 700 militari, passò in armi per raggiungere Fiume. Tutti gli altri vennero disarmati. Giardina saprà dai tedeschi a Fiume, che anche quei suoi 700, invece, s'erano persi le armi per la strada.

"Nella truppa e negli ufficiali non c'era più alcuna voglia di combattere" dovrà ammettere sconsolato, ma senza spiegare cosa avesse mai fatto di eroico e di serio per evitare che ciò accadesse.

Fu invece un generale che s'era guadagnato i gradi nella guerra di Spagna e che aderirà poi alla Repubblica di Mussolini, non appena costituita, a salvare Fiume in quei giorni, dall'occupazione jugoslava che nelle foibe istriane stava già dando prova di sé, fin che la Wermacht non intervenne per impedirglielo. Si chiamava Gastone Gambara. Alla fine della guerra si salverà nella Spagna di Franco che non s'era dimenticata di lui, e descriverà così quanto avvenne a Fiume mentre in Italia si attendeva impazienti, sotto le bombe delle "fortezze volanti", le cioccolate liberatrici delle truppe anglo americane.

124.

"Una volta rimasto solo a Fiume, senza ordini di sorta - con la città in preda al caos - con le orde di Tito che fortemente premevano alla periferia... - con una delegazione inviata dal Corpo d'Armata tedesco che già aveva occupato Trieste e Pola - che pretendeva la consegna della città... provvidi:

1) A ristabilire con ferma mano l'ordine più assoluto in città.

2) A rintuzzare le velleità titine di occupare Fiume con tanto di piombo.

3) A raccogliere - riordinare - e sistemare in appositi campi di concentramento in Mattuglie, le molte migliaia di sbandati che erano affollati a Fiume.

4) A far imbarcare ed inviare in Italia, sull'ultimo peschereccio rimasto in porto, la riserva aurea della Banca d'Italia.

5) A contrapporre e far accettare dal Comando tedesco, non potendo oppormi a questi con le armi:

5a) Che fosse lasciata libera scelta ai nostri di rimanere e continuare la guerra con loro o di tornare alle proprie case. Quelli che fossero rimasti con loro avrebbero dovuto essere posti sotto il comando di ufficiali italiani - agli altri (dopo essere stati disarmati da ufficiali nostri) doveva essere garantito e facilitato il ritorno in patria.

5b) Che a tutti gli ufficiali indistintamente fosse lasciata la propria arma.

5c) Che a Fiume continuasse a sventolare la bandiera italiana.

Per contro io m'impegnavo e garantivo di difendere Fiume da qualsiasi attacco  di Tito - fino all'arrivo delle truppe tedesche.

Forze corazzate tedesche giunsero in Fiume cinque o sei giorni dopo.  Quanto era stato concordato venne, sia da una parte che dall'altra, puntualmente eseguito. In Fiume rimasero un (sic) tremila nostri soldati sotto il comando del generale Grana.

Il 18 o 19 settembre (non ricordo con precisione la data), avendo esaurito il mio compito in Fiume - lasciai la città e via mare raggiunsi Trieste.

 

Certo è che se a Gambara riuscì quel che non era riuscito a Giardina, lo si deve anche al fatto che l'ordine interno nella città di Fiume resse meglio che nelle altre città italiane.

Tranne un rozzo tentativo, da parte dei "resistenti" locali collegati a Tito, di provocare una sommossa popolare davanti alle carceri, presto sedata dai carabinieri rimasti al loro posto, e dall'assenza di popolo, null'altro degno di nota accadde, se non il fatto che la gente uscita di casa si preoccupava più di sfamare i nostri soldati in fuga che di cercare, fra l'incudine tedesca e il martello jugoslavo, che qualcuno la "liberasse".

Fu Gigante a non tirarsi indietro, com'era suo costume, quando gli chiesero di prendere in mano le redini dell'amministrazione civile almeno nei ristretti e sorvegliatissimi limiti che l'occupazione tedesca gli avrebbe lasciato. Con un articolo di fondo in prima pagina sulla "Vedetta d'Italia" aveva già fatto sapere da che parte aveva scelto di stare:

 

"...incitiamo anzitutto quei giovani che per pigrizia di prendere una decisione, per suggestione altrui, per riguardo verso qualche familiare

125.                                                                                                         di  tramontate idealità politiche o per timore di eventuali spiacevoli conseguenze stanno alla finestra fiutando il vento... al di sopra del Partito c'è l'Italia e per la via che conduce alla salvezza della Patria ci si può avviare anche senza il distintivo fascista all'occhiello, ma con un buon moschetto ad armacollo, un pugnale nella cintola, qualche bomba nel tascapane... le nefandezze commesse dai banditi comunisti in Istria ammoniscono di ciò che ci spetterebbe se la vittoria dovesse essere degli anglosassoni e dei russi... Né le due croci sovrapposte della bandiera inglese, né le molte stelle della bandiera americana salverebbero gli indifferenti dalla falce e dal martello" [su "La Vedetta d'Italia. 9 settembre 1943].

 

Purtroppo gli "indifferenti" furono maggioranza assoluta. Sia nell'Italia divisa in due, dove la guerra civile stava per infuriare, sia a Fiume, dove mancando liberatori alle porte, oltre ai comunisti di Tito intorno e ai tedeschi in casa, ci si poteva anche rassegnare al peggio.

I più lo fecero senza combattere. Gli altri, come Gigante, attesero con una bandiera in mano, di farsi ammazzare, o per la Patria vecchia che era stata tradita, o per una nuova che gli stranieri avrebbero dato, se non imposto.

Gigante, comunque, era indigesto ai croati, non solo ai comunisti, ma anche agli ustascia di Pavelic' che, grazie a Hitler, avevano rialzato la testa oltre il ponte, a Sussak. Furono questi ultimi ad esigere che il vecchio irredentista venisse messo da parte.

Dopo la fuga del Re, il tradimento di Badoglio e l'umiliante disarmo, salvo poche eccezioni delle nostre divisioni in Jugoslavia a opera dei partigiani e nello stesso territorio nazionale ad opera dei tedeschi, ovunque dirsi italiani valeva come il due di picche, perché erano davvero tanti, forse troppi, fra le due parti in conflitto, quelli di altre nazionalità, più o meno grandi, disposti a lottare e a morire per la propria bandiera fino alla fine.

Lo scambio di telegrammi fra Riccardo Gigante e il Ministero dell'Interno della R.S.I., tra il 10 ottobre e il 2 novembre del 1943 ci dà la misura di quale fosse il peso del nuovo governo di Mussolini ai confini orientali d'Italia e anche di che tempra fosse il nostro "uomo di fegato secco".

 

Gigante a Buffarini Guidi Ministro dell'Interno della R.S.I.:

"Seguito invito locale Autorità Militare germanica comunico avere assunto, con decorrenza 21 dicembre direzione questa Prefettura in qualità di Commissario Straordinario con sostituzione del Prefetto Pietro Chiarotti esonerato dalle funzioni dalle stesse autorità tedesche".

Il riscontro di Buffarini Guidi:

"Si informa che con decreto in corso Riccardo gigante è stato destinato a esercitare sue funzioni codesta provincia a decorrere dal 25 ottobre 1943".

Gigante:

"Ringrazio V.E. mia nomina Capo Provincia Carnaro dando assicurazione che, con fede incrollabile nell'avvenire della Patria, dedicherò tutte le energie del mio spirito,gravecompito affidatomi".

 

Gigante, appena nominato Senatore, presenzia, nel 1934, alla cerimonia

per la consegna della bandiera di combattimento dell'incrociatore "Fiume".

 

 

Quando sembrava che tutto fosse a posto, Gigante, in data 30 ottobre 1943, dovette scrivere:

 

"Comunico che Commissario Supremo Germanico ha chiesto mie dimissioni Commissario Straordinario, motivate mia effettiva infermità, per insediare Prefettura Fiume Consigliere Appello Alessandro Spalatin et Vice Prefetto politico Avvocato Francesco Spehar di Sussa che fungerà Commissario Territori Annessi punto.

Aderendo desiderio ho presentato dimissioni et insediamento successore est imminente punto.

Prego V.E. fissarmi udienza per riferire".

 

Tutti tacquero. Nessuno si degnò di dirgli qualcosa, o quantomeno di dargli pronta udienza per starlo a sentire. Per molto meno altri gettavano tessera e camicia alle ortiche. Lui no. La sua fede continuava a superare la pochezza degli uomini. La stessa che gli aveva consentito di ignorare Starace, gli consentì di ignorare anche Buffarini Guidi, l'unico ministro che eviterà Dongo per cercare di salvarsi da solo in Svizzera.

Lo trascineranno alla fucilazione, stordito dal veleno che aveva ingoiato, a Milano, il 30 maggio del 1945.

 

L'ultimo telegramma di Gigante da Fiume valeva un insulto:

"Rimasto senza istruzioni ritengo governo italiano consenziente con insediamento nuovo Prefetto, perciò desisto far valere mio diritto derivante nomina Capo Provincia cedendo il campo punto.

Cittadinanza profondamente angosciata considerasi abbandonata suo destino punto".

 

Non potendo usare le armi, causa la vecchia infermità che lo tormentava, alle mani e alle gambe, usò come poteva e più che poteva, la penna, per salvare il salvabile delle tradizioni fiumane.

Non passava giorno che "La Vedetta" non riportasse un suo articolo sugli usi, le credenze, i costumi e il dialetto fiumano.  Sulle vie, le case, le piazze e i monumenti. Tutto ciò che parlava di cultura italiana, pur se integrata da altre culture, quella croata compresa.

Tutto quanto c'era di sostanzialmente italiano in quel "triangolo rozzo" che solo un Poeta aveva potuto salvare per pochi anni alla Patria smarrita oltre il Maggiore. In quei giorni essa stava agonizzando nell'Europa ridotta a un cumulo di macerie.

Leggendolo, i pavidi lo compativano, molti lo invidiavano, altri si stampavano le sue parole nell'anima prevedendo di perdere tutto.

Sfidò a viso aperto gli anonimi che lo insultavano:

 

"... io con gli scemi e coi vigliacchi non perdo tempo e di loro e delle loro lettere faccio quel conto che Socrate teneva di quella tale vacca e dei suoi escrementi... raccolgo soltanto le offese che qualcuno scaglia contro il patrimonio più caro ai cittadini fiumani: la loro italianità, e le rintuzzo...

127.                                                                                                       [qualcuno] ... vorrebbe rammollirmi il cervello con le percosse delle offese, per rendermi capace di comprendere che l'unico modo di garantire l'italianità di Fiume sarebbe mettere la città sotto la generosa tutela della ... grande Jugoslavia. Come chi dicesse che per conservare viva una fiaccola bisogna tuffarla in una vasca d'acqua".

["La Vedetta d'Italia" 28 ottobre 1944].

 

Gli faranno pagare la sua fede con la vita non appena potranno mettergli le mani addosso.

 

Tra il 24 ottobre e il 14 novembre 1944 comparvero sulla "Vedetta" tre suoi articoli: Il primo intitolato "A un Broskvar di Kozala", il secondo "Offelliere fa il tuo mestiere" e l'ultimo "Doveroso chiarimento".

Con in termine broskvar, chi parlava in dialetto intendeva dire villano, o contadino (mia madre lo usava per darmi del volgare, o dell'ignorante quando ero poco educato con lei o con gli altri).

Kozala, in italiano Cosala, era allora un quartiere periferico di Fiume.

Offelliere, infine, in italiano desueto, significa pasticciere, nel caso specifico qualcuno che pasticcia con la storia e con la verità.

 

Questa piccola trilogia contiene, in pratica, una sintesi della polemica a distanza fra quanti volevano, a quei tempi, mantenere Fiume italiana e quanti avrebbero voluto darla alla nuova Jugoslavia socialista di Tito.

Dietro lo pseudonimo "Broskvar di Kozala" con cui l'anonimo firmava le sue lettere, si nascondeva, probabilmente, qualche croato dell'entroterra di Fiume che partecipava alla resistenza comunista o che parteggiava per essa. Gigante, nel rispondergli, non faceva ovviamente mistero delle proprie convinzioni diametralmente opposte alle sue.

Si poteva ricavare, da quelle lettere anonime che gli pervenivano, una breve sintesi dei consueti argomenti che la resistenza jugoslava esibiva nella sua propaganda clandestina, quasi quotidiana, per rivendicare Fiume e ribattezzarla Rijeka.

Molto importante appare oggi l'ultimo articolo della lunga polemica, perché rivelava quale fosse stata la pressante azione dei senatori fiumani presso le più alte gerarchie di partito, presso lo stesso Mussolini, e persino presso il principe Aimone destinato a diventare Re di Croazia (ma non fece nemmeno un giorno di regno) dopo l'occupazione italiana di territori croati e sloveni, al fine di ammonire sulle gravi conseguenze che sarebbero derivate  da quell'inutile e dannoso "infierire rudemente sulle nuove popolazioni in ciò che avevano di più caro, e ad infierire contro di loro con le più stolide persecuzioni invano riprovate dai comandi militari".

Due passi lasciavano quasi presagire quanto accadrà dopo la "liberazione jugoslava" del 3 maggio 1945 e il luogo dove Gigante sarà chiamato a rendere brutalmente la vita per la sua fede italiana.

In "Offelliere fa il tuo mestiere!" Gigante ci fa sapere che il suo anonimo interlocutore gli aveva scritto in accurato stampatello, come al solito, di

128.                                                                                                     sperare "... che la guerra finisca come desidera egli, affinché si possano scacciare da Fiume i "limoneri" italiani. E la città diverrebbe di punto in bianco croata." "Come se a Fiume" commentò Gigante - "di italiano non ci fosse che qualche fruttivendolo pugliese...".

 

Dalle cifre dell'esodo fiumano si rivelerà che quasi il 50% dei cittadini, tra il 1945 e il 1954, avrebbero preferito farsi chiamare limoneri, pur di andare via, piuttosto che croati e restare.

Dal primo articolo, invece, si apprese che la madre dell'anonimo era originaria di Castua.

Gigante lo stuzzicò. "Che la mamma del "Broskvar" sia castuana, lo credo. Ma dal modo con cui egli ragiona si direbbe che nelle sue vene non scorre il sangue di tanti bravi e intelligenti castuani che conosco... ma quello di coloro che vollero allargare la loro chiesa  spingendone dall'interno le mura".

Disse ciò rispolverando vecchie storielle, ben quattordici, sorte da antica ruggine tra fiumani e castuani, da lui, quale amante del folclore, accuratamente raccolte. Una era, infatti, quella che attribuiva ai villici croati d'aver spinto con le spalle le mura della loro chiesa, appena costruita su terreno non idoneo a reggerne la mole, per spostarla in un sito più sicuro, e tra le altre basti citare quella in cui risulta che s'erano costruiti un cannone di legno destinato a scoppiare alla prima carica, uccidendo i castuani stessi e non i loro nemici.

Tutto ciò per dimostrare che i castuani, per tradizione, non erano giudicati molto svegli.

Ancora oggi, le rovine imponenti di quelle antiche mura della chiesa incompiuta, sono chiaramente visibili nel cuore di Castua.

In uno spiazzo ameno chiamato Crkvina.

Proprio in un angolo, tra quelle stesse mura, come vedremo, Gigante troverà la morte.

Non c'era anche il Broskvar tra i suoi assassini? Conoscendo i croati, è più facile ferirli nel portafoglio che nell'orgoglio della propria patria e del proprio sangue, quello materno in primo luogo.

Dopo il 3 maggio 1945, quella mattanza che si scatenò per tutto l'anno, prima che Tito non la facesse smettere, molti italiani, a Fiume, sparirono nel nulla per molto meno d'una sarcastica battuta sull'intelligenza dei nuovi padroni. Bastava essere odiato dal vicino di casa.

Accadde spesso anche nelle "civilissime" regioni dell'Italia Centrale e Settentrionale.

 

 

L'ultima foto di Gigante, fatta il 2 aprile 1945.

Alla sua destra la moglie Edith, alla sua sinistra la sorella Luigia.

 

 

 

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