Gente di mare

 

Australia


 

Ero Commissario di Bordo sulle navi in servizio di linea dall’Europa per Australia e Nuova Zelanda. A bordo, gli emigranti, il cui passaggio era pagato dagli Enti Pro-Profughi, venivano sistemati in cameroni di 50 – 60 letti.

Nei viaggi di ritorno, i letti a castello venivano smontati ed i locali stivati con balle di lana, che l’Australia, con le sue centinaia di migliaia di pecore, esportava in Europa. A bordo, il morale degli emigranti, logicamente, non era alto, soltanto gli spagnoli, la sera, sul ponte di coperta, suonavano le loro chitarre e cantavano canzoni, il cui ritornello diceva sempre: “A me mi toccherà tagliare la canna da zucchero”. In verità, dopo lo sbarco in Australia, molti di loro, privi di qualifica di un mestiere, venivano mandati a Nord, nel Queensland equatoriale a tagliare la canna da zucchero. Lavoro molto pesante sotto il sole tropicale che penso, oggi, viene fatto con macchine. Venivano sistemati in baracche con i tetti di lamiera ondulata, lontano dal mondo e, tanti di loro, gente semplice, non resistevano a quella vita e, dopo qualche mese, cominciavano a mostrare segni di squilibrio mentale. Il Governo Australiano, sempre molto attento a notare i minimi segnali di inquinamento genetico nella popolazione bianca (anglosassone) del Paese, li rimandava in Europa. Io ne ho portati parecchi, nel viaggio di ritorno, ognuno di essi accompagnato da un robusto infermiere australiano, munito di una mazza da baseball.

 

In un viaggio di andata, durante la traversata, un emigrante, profugo, reduce da chissà quali tragiche esperienze si buttò in mare e non ci fu possibile salvarlo. Eravamo partiti dall’Europa con 1200 passeggeri, ed ora ne avevamo a bordo soltanto 1199. Una settimana prima di arrivare nel primo porto australiano, Fremantle, una donna, pure profuga, mise al mondo una bella bambina alla quale venne dato il nome della nave, Neptunia. Fu così che arrivammo in Australia con lo stesso numero di passeggeri della partenza.

Il poeta persiano Omar Khayyam nel suo Rubaiyat scriveva “tutto è una scacchiera di notti e giorni, dove il Destino gioca con gli uomini per pezzi, li sposta qua e là, li accoppia e li elimina poi, uno per uno li rimette nel cassetto.

 

Giulio Scala.

 

 

 

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