Ciò che permise di preservare Fiume
dalla penetrazione delle armate jugoslave fu l’occupazione tedesca dell’ottobre
1943. In questi anni la Venezia Giulia conobbe un nuovo invasore che avrebbe
continuato ad esercitare il proprio controllo sino alla fine della
guerra.
Il 15 ottobre 1943 un ordine di Hitler
costituiva il “Litorale Adriatico” che staccava di fatto le province giuliane
dal nesso amministrativo italiano. Già il 10 settembre a Berlino era stata
approvata, dalla cancelleria del Reich, la costituzione della Zona di operazioni
del Litorale Adriatico e la nomina a commissario supremo del dott. Friedrich
Rainer, che dipendeva direttamente dal Führer. La Venezia Tridentina ed il
territorio di Feltre furono costituiti in “Territorio delle Alpi”
(103).
Il governo di Berlino precisò che tali
provvedimenti erano tuttavia provvisori per la durata della guerra, ed erano
motivati principalmente da esigenze di carattere bellico. Tale dichiarazione
appare tuttavia poco credibile in quanto è evidente che il possesso della
Venezia Giulia rientrava nell’antico progetto tedesco di ampliare i propri
confini fino all’Adriatico, considerato parte del loro spazio vitale, o
LEBENSRAUM. La creazione dell’Adriatisches Kunstenland rispondeva dunque ad
esigenze che affondavano le proprie radici nella storia del popolo
tedesco.
Ne è una prova quanto affermato da
Goebbels nel suo “Diario intimo” del 23 settembre 1943 (Mondadori, Milano, 1947,
p. 632) e da Rainer nel memoriale redatto nel novembre 1945 nel carcere di
Norimberga (104).
Che tali propositi rientrassero nella
politica hitleriana prima della stipula dell’armistizio da parte dell’Italia, è
inoltre provato dalle lettere scambiate, verso la fine del 1941, fra il capo del
Reich e l’ammiraglio Horthy, reggente d’Ungheria, che fanno parte di un
carteggio segreto di Horthy pubblicato dal ministro ungherese della giustizia
nel “Notiziario del Tribunale pubblico di Budapest” nel dicembre 1945. In queste
lettere si riferisce principalmente delle aspirazioni annessionistiche su Fiume,
vista come sbocco naturale nell’Adriatico dell’Ungheria, ed in merito alle quali
Hitler garantiva il proprio interessamento (105).
Sulle effettive intenzioni di rendere
nuovamente tedesco il paese da parte dei nazisti, non vi sono dubbi. La
provvisorietà di questi provvedimenti fu ribadita anche dalla stampa croata di
Zagabria e di Sussak, che si riferiva soprattutto a Fiume come parte ormai
definitiva della Croazia, cui ugualmente erano annesse l’Istria e la Dalmazia
(106).
In effetti non erano state date
chiarificazioni circa il mantenimento o la revoca dell’accordo del 9 settembre
1943, stipulato con Pavelic, in base al quale formalmente Fiume, l’Istria e la
Dalmazia erano entrate a far parte della Croazia. Probabilmente Hitler intese
soprassedere all’applicazione integrale di questo accordo, per favorire l’azione
fascista seguita alla liberazione di Mussolini, avvenuta per mezzo dei tedeschi,
ed alla creazione della Repubblica Sociale Italiana.
Ufficialmente, inoltre, il Litorale
Adriatico comprendeva territori cha appartenevano ancora all’alleata RSI. La
creazione di questa fu quasi imposta da Hitler a Mussolini, il quale si trovò,
all’indomani della sua liberazione, a dipendere dalla volontà di Hitler e a
dover accondiscendere ai suoi progetti (107).
Di fatto, comunque, con il comunicato
datato “Klagenfurt, 1 ottobre 1943” e pubblicato il giorno 16 dello stesso mese
sul quotidiano di Trieste “Il Piccolo” cessava la sovranità italiana nelle
province di Trieste, Lubiana, Gorizia, Friuli, Istria, Quarnero, Sussak,
Buccari, Concanera, Castua e Veglia.
In poche settimane l’amministrazione
tedesca si sostituì radicalmente a quella fino ad allora vigente. Vennero
nominati prefetti e podestà assegnando ad ogni amministrazione locale un
consigliere tedesco che divenne, in realtà, l’unico vero
responsabile.
Anche l’amministrazione della giustizia
fu resa autonoma ed i tribunali non dovettero più osservare la legislazione
italiana. Le corti d’appello di Fiume e Pola vennero soppresse e quella di
Trieste divenne l’organo di suprema istanza.
Accanto alla lira fu messo in
circolazione il marco di occupazione, sebbene venne ben presto abbandonato,
risultando più agevole ed economico stampare banconote italiane per finanziare
le attività tedesche in questo territorio (108).
Le leggi ed ordinanze dovevano poi
essere pubblicate sul “Bollettino supremo del Litorale Adriatico” che venne così
a sostituire la “Gazzetta Ufficiale”.
A Fiume divenne podestà il prof. Gino
Sirola e più tardi, in novembre, il dottor Alessandro Spalatin fu chiamato a
reggere la prefettura al posto del sen. Gigante, il quale era già stato nominato
il 20 settembre dai tedeschi, ma che per le sue idee nazionaliste era poco
gradito ai croati.
Per compiacere gli slavi, i nazisti
nominarono viceprefetto l’avv. Francio Spehar di Sussak: questo fu uno dei tanti
atti apertamente favorevoli agli slavi, con cui si cercò, in un certo senso, di
compensare il governo della libera Croazia per la risoluzione nazista di
costituire la “zona di operazioni del Litorale Adriatico”
(109).
Le assicurazioni che Hitler aveva dato
a Mussolini nel 1938, al momento dell’annessione dell’Austria alla Germania, non
vennero quindi rispettate. Le rimostranze dei fascisti, tuttavia, relative anche
a quanto stava accadendo in Trentino-Alto Adige, non furono
accolte.
La presenza fascista fu effettivamente
tollerata dai nazisti, ma si cercò di relegare la loro azione ad atti poco più
che formali. Significativo della volontà dell’amministrazione tedesca di
relegare il gruppo nazionale italiano in una posizione subalterna (sebbene fosse
la popolazione maggioritaria) fu l’adozione di provvedimenti restrittivi di
vario tipo. Secondo quanto stabilito da un’ordinanza del marzo 1944, ad esempio,
i cittadini italiani provenienti dalla Repubblica di Salò furono obbligati a
munirsi, per soggiorni superiori ai sette giorni, di un’apposita autorizzazione
(110).
Nell’agosto 1944 a Fiume fu ammainato
per sempre il vessillo italiano, e questo fu solo uno dei numerosi atti con cui
i tedeschi cercarono di cancellare i legami della Venezia Giulia con
l’Italia.
Le stesse forze armate della RSI furono
osteggiate dalla Wermacht, che assunse così il pieno controllo del territorio e
destinò le truppe italiane principalmente a presidio per la difesa contro le
bande partigiane slave. Quando qualche unità si dimostrò intollerante agli
ordini nazisti, venne semplicemente allontanata dal litorale. Così accadde alla
X MAS comandata dal principe Junio Valerio Borghese che, alla fine del 1944 fu
costretto, dopo numerose azioni, a lasciare la Venezia Giulia
(111).
L’arruolamento nelle fila repubblicane
fu consentito solo su domanda, poiché tutte le forze disponibili dovevano essere
impiegate nelle organizzazioni militari naziste.
La questione delle nazionalità presenti
nella regione fu quindi risolta da Rainer a vantaggio del gruppo nazionale
slavo, nella volontà di fare apparire il nazismo diverso dal fascismo, che si
era presentato antislavo e snazionalizzatore, ed ottenendo in cambio, da parte
di questi, la più ampia collaborazione.
In questa regione, tuttavia, ad
interessi contrapposti ed inconciliabili già esistenti, si sommarono i progetti
espansionistici nazisti. Nel 1943, infatti, il ministro degli affari esteri del
Regno della Jugoslavia in esilio a Londra, il cui prestigio era minato dal
crescente seguito che Tito ed i suoi partigiani andavano ottenendo, si vide
costretto a presentare un programma jugoslavo di politica estera chiedendo con
maggior fermezza il rispetto delle loro rivendicazioni sui territori in
questione.
Il 23 luglio 1943 un nuovo governo
presieduto dal serbo Milo Trifunovic consegnò al capo del Foreign Office Sir
Robert Antony Eden una nota ufficiale in cui si presentavano, per la prima
volta, le rivendicazioni jugoslave sulla Dalmazia, l’Istria, Fiume e la Venezia
Giulia. Nello stesso giorno analoghe note diplomatiche venivano consegnate ai
governi degli USA ed URSS (112).
Anche gli organi comunisti slavi, con
atti unilaterali, come abbiamo visto, proclamarono l’annessione di terre che
ufficialmente erano ancora sotto la giurisdizione italiana.
Tali furono gli atti del Fronte di
Liberazione Sloveno (Osvobodilna Front – OF) e del Consiglio regionale
antifascista di liberazione popolare della Croazia (ZAVNOH) che, riunitisi ad
Otoc, nei pressi del lago Plitvice, il 13 e 14 giugno 1943, rese ufficiali le
rivendicazioni croate su Zara, le isole adriatiche, la Dalmazia, Fiume e
l’Istria.
Il 13 settembre 1943, il gruppo di
comunisti che si riunì a Pisino, richiamandosi a tale documento, proclamò, a
nome di tutti gli istriani, l’annessione dell’Istria e di Fiume alla Croazia.
Questa deliberazione, nota coma le “Dichiarazione di Pisino” è stata sempre
legittimata dalla storiografia jugoslava in base ad un presunto diritto politico
ed etnico. Essa fu il primo atto ufficiale con cui si dimostrò e legittimò la
fine della sovranità dello Stato italiano sull’Istria e su Fiume, e fu quindi la
premessa della proclamazione ufficiale di annessione fatta dall’AVNOI il 29
settembre e al riconoscimento internazionale che questa ebbe alla fine del
conflitto in sede del trattato di pace (113).
I democratici che si opposero, in
Venezia Giulia, al fascismo e alla opposizione tedesca, furono quindi gli
antifascisti italiani che, come nelle altre regioni d’Italia, costituirono un
Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) (114).
La loro posizione fu, in questi
territori, particolarmente difficile, in quanto furono esposti alla minaccia
della polizia segreta della repubblica fascista, alle persecuzioni tedesche e,
se avessero tentato di rifugiarsi nell’entroterra, avrebbero dovuto affrontare i
partigiani di Tito.
Cercare un’intesa con questi avrebbe
significato abbandonare le rivendicazioni nella Venezia Giulia, la cui difesa
tuttavia rischiava di farli avvicinare, nell’opinione pubblica, al gruppo
collaborazionista di Coceani.
L’azione del CLN fu quindi improntata a
cercare un compromesso tra queste posizioni. Tramite i CLN l’Italia continuò ad
essere presente di fatto e di diritto nella regione, da Udine a Fiume,
nonostante che Hitler, con il complice silenzio della RSI, avesse fatto e stesse
facendo di tutto per espellerla. Non un giornale fascista riportò le proteste
circa la separazione di Trieste, Fiume, Gorizia, Bolzano e le altre terre
italiane.
L’unico appello alle proprie
responsabilità fu rivolto agli italiani dalla Resistenza. Ne è un esempio il
proclama rivolto ai cittadini di Fiume dal CLN fiumano nel dicembre 1943 (che
comunque non avrebbe potuto avere possibilità di pubblicazione diffusa N.d.R.),
in cui si pose, come obiettivo primario, l’unità nazionale e la garanzia
all’Italia di un futuro civile e democratico.
Contro questo proclama intervennero i
partigiani jugoslavi, cui i tedeschi pensavano fosse asservita l’azione della
resistenza italiana, che, in un volantino apparso nel gennaio 1944, vollero
attribuire l’azione del CLN ad agenti di Badoglio e Sforza (con ovvio
riferimento al trattato di Rapallo).
La resistenza a Fiume dopo questo
episodio apparve ancora più degna di credito in quanto, negli ultimi tragici
giorni di scontri dell’esercito italiano, essa rappresentò a Fiume l’unico
baluardo nazionale e democratico (115).
Considerando però le coscienze dei
singoli, occorre concludere che, anche loro malgrado, antifascisti e fascisti si
trovarono accomunati nella difesa, purtroppo vana, della totalità della
popolazione di lingua italiana delle città quarnerole e istriane
(N.d.R.).
APPENDICE: da "La Vedetta
d'Italia" 8 settembre 1943
____________
Introduzione
CAPO PRIMO: Storia della città di
Fiume.
Cenni storici.
Da Napoleone all’inizio del ‘900.
Fiume dal 1919 alla 2^ guerra
mondiale.
Note capo primo.
CAPO SECONDO: Il fascismo a Fiume.
Il fascismo nella realtà italiana.
I rapporti Mussolini – D’Annunzio.
Note capo secondo.
CAPO TERZO: Fiume nel 1943 – 1944.
L’esercito italiano alla vigilia
dell’armistizio.
Movimenti di lotta a Fiume:
Forze antifasciste – CLN –
Partigiani.
RSI ed amministrazione tedesca.
Note capo terzo.
CAPO QUARTO: Il trattato di pace del 1947 e sue
conseguenze.
Entrata dell’armata jugoslava.
La situazione a Fiume.
Le conseguenze: eccidi ed esodo.
Note capo quarto.
Conclusioni.
Bibliografia.
Assassinati e scomparsi.