Fiume

 

 
 
  

III. 2. Movimenti di lotta a Fiume  1943 – 1945.

 

III. 2. 1.  Forze di liberazione antifasciste – CNL – partigiani.

 

 
 

 

 

L’antifascismo italiano, che durante il ventennio del regime fascista aveva relativamente trovato via via sempre più numerosi consensi, ebbe numerose adesioni anche a Fiume.

L’attività antifascista fiumana faceva capo alla concentrazione antifascista e a “Giustizia e Libertà” di cui abbiamo notizia per mezzo della pubblicistica antifascista dell’epoca (79).

Il colpo di Stato del 25 luglio 1943 fu salutato dagli antifascisti anche a Fiume con soddisfazione e speranze.

Il 28 luglio si costituì a Fiume un Comitato politico cittadino nelle persone di Antonio Luksich Jamini, Prospero, M. Terdich, Giraldi, Miclavio, E. Stefanich, Crismann, Prodam, Lucchesi, Bellema, Adam, A. Superina, Lenaz, Salerno (80).    

Questi ebbero il compito di coordinare le diverse correnti esistenti in un organismo più ampio, al fine di affrontare concordemente i problemi del momento, nell’interesse della cittadinanza fiumana.

Dopo il 1926, anno in cui furono soppressi per legge tutti i partiti, in primo luogo quelli antifascisti, alcuni movimenti politici avversi alla dittatura continuarono nondimeno ad esistere. Sebbene fosse stato riconfermato il divieto di ricostituire i partiti, per tutta la durata della guerra, all’indomani della destituzione di Mussolini nel luglio del 1943 si riorganizzarono numerosi gruppi politici.

Primo fra tutti fu il Comitato cittadino della democrazia cristiana, cui seguirono ben presto il movimento comunista e quello d’azione. Alcuni esponenti del passato partito autonomista si riunirono e l’ingegnere Leo Peteani ottenne anche udienza dal Prefetto (81).

Questo partito, tuttavia, era poco attivo politicamente a causa della astensione dalla lotta politica fiumana della maggior parte dei suoi componenti, ad eccezione di 4 o 5 esponenti (Peteani, Stercich, Mario Blasich, Giuseppe Sincich e forse altri) che si erano distinti per qualche mossa politica posteriore ai fatti del 25 luglio.

Riunioni di simpatizzanti si tenevano presso lo Stercich (a Sussak) e presso il dottor Mario Blasich (a Fiume): Zanella, che aveva dato vita al movimento autonomista fiumano, era esule in Francia. Questi eredi del movimento zanelliano riproposero, richiamandosi al Trattato di Rapallo, l’attuazione, per Fiume, di uno Statuto autonomo. Uno dei principali animatori della rinascita del movimento autonomista a Fiume dopo l’8 settembre 1943, fu Giovanni Stercich, segretario di Zanella, che, durante il fascismo era stato costretto all’esilio (82).

Gli autonomisti zanelliani non cercarono un’alleanza politica né con i comunisti, considerati troppo filosofavi, né con i nazifascisti, ma si riservarono di ritornare sulla scena politica fiumana, tramite l’azione di Riccardo Zanella, alla conclusione della guerra.

Furono soprattutto gli esponenti del Movimento Popolare di Liberazione (MLP), che controllava e guidava i movimenti partigiani in tutto il territorio, a rivolgere la propria attenzione al Movimento Autonomista Fiumano di Zanella, in cui videro un notevole ostacolo alle proprie azioni. Ciò che inoltre rendeva invisa al MPL l’azione degli autonomisti era che questi godevano, presso la massa popolare fiumana, di un ampio consenso, grazie all’azione svolta da questi negli anni precedenti per la difesa dell’autonomia e dell’italianità fiumana.

Al momento della occupazione della città i tedeschi chiesero agli autonomisti, secondo le dichiarazioni di Mario Blasich e dello Stercich, di assumere l’amministrazione della città poiché, vista la loro azione passata, sembravano essere i più capaci e legittimati (83).

L’offerta venne rifiutata adducendo come motivo lo scarso numero dei viventi del governo zanelliano e le condizioni di salute dei membri più influenti. Secondo quanto affermato da Mladen Plovanic, uno dei pochi storici croati dedicatosi allo studio del fenomeno autonomista fiumano di quel periodo, nel suo studio apparso sulla rivista “Dometi”, fece parte del movimento anche il dottor Nevio Skull.

Il movimento, inoltre, sin dall’inizio non volle costituirsi in partito, ma operò quale movimento d’opinione svolgendo  una capillare opera di propaganda dell’idea del fiumanesimo, dell’antifascismo e della democrazia che il regime fascista aveva tentato di soffocare (84).

Questo permise loro di ottenere un consenso sempre più vasto, tanto da allarmare i componenti del P.C. croato.

In una relazione del Comitato regionale del P.C.C. del 23 luglio 1944 si affermava che intenzione degli autonomisti era quella di ottenere l’autonomia della città senza combattere, contando cioè sulla eventualità di uno sbarco alleato. Costoro cercarono di ottenere che qualche esponente autonomista passasse nelle fila partigiane, così da poter provare che il Movimento autonomista collaborava strettamente con il MPL croato e strumentalizzare questo rapporto al fine di ottenere un maggior seguito presso le masse fiumane.

L’atteggiamento nei confronti del movimento assunse i toni della minaccia e dell’aperta e radicale ostilità verso l’estate – autunno del 1944, anno in cui il capo dell’AGIT-PROP per l’Istria, Ante Drnic, troncò i rapporti con gli autonomisti zanelliani. Questo cambiamento fu dovuto probabilmente al fatto che in quegli anni, ritenendo possibile e vicino uno sbarco alleato, si fecero avanti sia il progetto del Conte Sforza, che voleva fare di Fiume la futura sede delle Nazioni Unite sotto protezione internazionale, sia quello del ministro degli esteri jugoslavo dott. Smodlaka, per cui si sarebbe riconosciuta a Fiume l’autonomia municipale nell’ambito della Repubblica Croata federata alla nuova Jugoslavia. Questo progetto era nettamente avversato dagli autonomisti, che furono quindi identificati come i più pericolosi nemici del MPL (85).

Alla fine della guerra, infatti, gli autonomisti pericolosi per l’instaurazione del potere popolare, furono tra le prime e più numerose vittime del nuovo regime. In base a questi elementi è di difficile spiegazione la lettera, custodita tra le carte di Riccardo Zanella all’archivio del figlio a Vienna, firmata da B. Velic – Rovic in data 22 novembre 1949, riportata in “Fiume – L’autonomia fiumana in alcuni storici croati del secondo dopoguerra” del dott. M. Micich, apparsa in “Atti del Convegno – L’autonomia fiumana (1896 – 1947) e la figura di Riccardo Zanella: Trieste, 3 novembre 1996” (86).

In questa lettera Velic, capo di gabinetto del Presidente Tito, si rivolgeva a Zanella chiamandolo Signor Presidente ed assicurando il proprio interessamento in favore di Giovanni Stercich di cui, peraltro, si stimava che la morte fosse avvenuta il 3 maggio 1945 insieme a Mario Blasich, Giuseppe Sincich e Nevio Skull (87).

Come è dunque interpretabile questa lettera alla luce dei fatti che travolsero e portarono alla morte gli autonomisti fiumani per volere di Tito, pochi anni prima, e che Zanella stesso non mancò di denunciare in sede internazionale?

Da quanto risulta inoltre dagli scritti di Milan Marijanovic, Ivo Sincic e Vinko Antic, pubblicati nel 1953 sul volume “Rijeka – Zbornik” e di Petar Strcic, egualmente analizzati dal dott. Micich all’interno dell’opera citata, la storiografia croata fu concorde nel definire il movimento zanelliano anticroato ed antirivoluzionario, composto di slavi italianizzati interessati principalmente ai propri profitti economici e commerciali.

Gli autonomisti appaiono quindi, nelle loro opere, come creazioni di potenze straniere, contrari agli interessi del popolo fiumano, generalisticamente identificati con il termine “fascisti” (quando invece un’ampia storiografia comprova il carattere dichiaratamente antifascista degli autonomisti) e riducendo di conseguenza le loro azioni e le loro idee al semplicistico e riduttivo binomio autonomismo = fascismo.

Nello studio già citato del Plovanic, che tuttavia è del 1984 (il solo più recente e di 4 anni posteriore alla morte di Tito), questa confusione viene chiarita ritenendo tuttavia necessarie ulteriori ricerche al fine di chiarire alcuni quesiti che, come quello citato precedentemente, non riescono a trovare una esauriente spiegazione.

Il Plovanic distingue da questi un altro gruppo di autonomisti che operarono tra il 1943 – 1945: i “liburnisti”, giudicati ex-fascisti e massoni, che aderirono al “Movimento Federalista Liburnico” guidato dall’ingegnere Giovanni Rubini. Questi progettarono la trasformazione della provincia fiumana in uno Stato federativo comprendente il litorale dalmata fino a Carlopago, le isole di Veglia, Lussino e Pago, una piccola parte della Slovenia e della Croazia, e la parte orientale dell’Istria in cui lingua ufficiale sarebbe stata l’Italiano. Questo movimento, che ebbe scarso seguito, fu il solo a schierarsi dalla parte dei nazifascisti, di cui divennero tuttavia ben presto strumento (88).

All’inizio del 1944 alcuni autonomisti zanelliani confluirono nel movimento autonomista fondato da Don Luigi Polano. La sigla del movimento FAI riassumeva il loro programma: Fiume Autonoma Italiana. Spesso, nella pubblicistica jugoslava clandestina si fece confusione attribuendo la loro attività al partito autonomo. Questi furono i più attivi tra gli autonomisti e proposero per Fiume uno status simile a quello goduto in seno al Regno di Ungheria, ossia autonomia nel quadro delle autonomia regionali.

Lottarono contro i nazifascismi e collaborarono con gli slavi soprattutto al fine di tutelare il patrimonio industriale della città, che minacciava di essere distrutto, o trasferito, dai tedeschi. Esso costituì un ulteriore elemento del fronte politico fiumano che, pur apportando un grande contributo alla causa della Resistenza, non intese condividere ed accettare quanto proclamato da parte croata, ossia l’annessione di Fiume alla Croazia, e per questo fu anch’essa uno dei maggiori nemici del MPL (89).

Va inoltre registrata la presenza dei repubblicani organizzati da Vincenzo Giusti, Angelo Adam e Hlaca che, dopo il 25 luglio, assunse il nome di Partito d’Azione, aperto alla gioventù intellettuale ed operaia seguace delle idealità del Risorgimento. Dopo questa, anche i cattolici popolari, che avevano cominciato ad organizzarsi l’anno precedente, si presentarono come partito della Democrazia Cristiana i cui rappresentanti principali furono Alessandro Superina, Pietro Matuchina ed il rag. Tavolato. Egualmente importanti furono le azioni del movimento “Giustizia e Libertà” guidato da Antonio Luksich-Jamini ed il partito socialista, che agiva in un ambiente più ristretto ed aveva in Kemper, Percovich, Toich e Lenaz i suoi più qualificati esponenti.

Questi raggruppamenti politici svolsero una continua opera di propaganda e di proselitismo, portarono aiuto alle famiglie dei perseguitati del regime fascista e contribuirono alla diffusione della stampa di opposizione (90). Una menzione a parte e più accurata spetta al ruolo svolto dai comunisti nell’ambito della resistenza fiumana. In seguito all’aggressione della Germania e dell’Italia contro la Jugoslavia, il 6 aprile 1941, fu costituito dai rappresentanti dei partiti politici organizzati e riconosciuti della Slovenia, un Consiglio Nazionale che rimase, durante le fasi della guerra, la suprema autorità della Slovenia.

Occorre considerare che, nel 1941, fu la particolare situazione contingente della città (guerre latenti o in corso con la Jugoslavia e l’URSS) a giustificare il risveglio del nazionalismo slavo, e quindi l’inizio di una vera e propria forma di resistenza cospirativa. Ad esso dovrebbero avere aderito i comunisti, sempre come gruppi di estrema minoranza. Non penso si possa seriamente parlare, per quel momento, riguardo ai “partiti antifascisti fiumani” di un “fronte nazionale italiano” cui avrebbero dovuto aderire anche i comunisti.

Un tale tipo di antifascismo, al tempo, non avrebbe mai potuto aspirare a una sua dignità presso la popolazione. La città forniva, allora, alla guerra, soprattutto il personale marittimo, sia delle navi da guerra che mercantili, ed in quell’anno la marina italiana stava subendo forti perdite, per cui quotidianamente arrivavano, alle mamme, alle spose, alle famiglie, lettere luttuose dal Comando Marina. Ora, sapere che, in Fiume, c’erano persone (italiane) che si riunivano e prodigavano per desiderio di sconfitta e, praticamente, per la morte degli uomini che sostenevano la Nazione, non avrebbe prodotto un grande effetto. Qui il fascismo non c’entra.

Soltanto dopo il 25 luglio 1943, anzi, dopo l’8 settembre, il movimento antifascista armato acquista una sua giustificazione storica. Prima di tali date l’antifascismo si giustifica soltanto come movimento intellettuale, o anche di classe, ma di pochissimi. Penso sia solo dall’inverno 1942-1943, ovvero dopo le sconfitte di Stalingrado e di El Alamein, che la perdita della guerra da parte dell’Asse diventa prevedibile, almeno alla popolazione comune, e che si forma nel popolo il desiderio di un cambiamento politico.

L’antifascismo delle minoranze, nel 1941, non godeva affatto l’alto prestigio del quale si vanta oggi, ritengo, né in Fiume né in Italia.

Il 10 aprile fu proclamata l’indipendenza della Croazia: la Jugoslavia sparì dalla carta geografica dell’Europa. Il nuovo Stato indipendente, croato, comprendente anche la Bosnia e l’Erzegovina, fu posto sotto il governo dei conservatori seguaci di Ante Pavelic.

Il re ed il governo partirono per la Grecia dopo la stipula dell’armistizio avvenuta il 17 aprile 1941. Il governo jugoslavo in esilio a Londra dichiarò, il 19 aprile, che avrebbe combattuto a fianco della Gran Bretagna contro le potenze dell’Asse. Furono presto fondati due importanti movimenti di resistenza: i Cetnici ed i Partigiani (91).

I Cetnici riconobbero come loro capo l’ex colonnello Draza Mihajlovich che fissò il quartier generale in Serbia, a Ravna Gora. Essi volevano la restaurazione dell’ordinamento politico e sociale esistente prima della guerra. Il movimento partigiano entrò in azione il 22 giugno 1941 con il nome ufficiale di Movimento Popolare di Liberazione. Questo movimento era appoggiato dai comunisti e combatteva per instaurare una repubblica federale jugoslava con un nuovo ordinamento comunista. Loro capo era Josip Broz, detto Tito, segretario generale del partito comunista jugoslavo.

I partigiani organizzarono comitati popolari di liberazione (CPL), per la Slovenia (settembre 1941), la Serbia (novembre 1941), il Montenegro (febbraio 1942), la Croazia (marzo-giugno 1943), la Bosnia Erzegovina (novembre 1943) e la Macedonia (agosto 1944),

Nel novembre 1942 i delegati partigiani elessero un “Antifasisticko Vijece Narodno Oslobodenja Jugoslavije” (AVNOJ) – Consiglio antifascista per la liberazione popolare della Jugoslavia, che divenne la suprema autorità di tutta la Jugoslavia.

Quando questo non era riunito governava un Comitato esecutivo (Presidium) che a sua volta elesse il Comitato jugoslavo di liberazione, di cui era presidente e commissario della guerra Josip Broz-Tito. Il territorio dell’Istria, che comprendeva Fiume e le isole vicine era considerato dai comunisti jugoslavi territorio croato e spettava quindi al Partito Comunista Croato organizzarvi il movimento clandestino. Il movimento di liberazione croato fu organizzato su vasta scala a partire dal giugno 1943, quando fu costituito un consiglio territoriale antifascista di liberazione popolare della Croazia (Zemaljsko Antifasistickovijece Narodnog Oslobodenjahrvatske) citato con la sigla ZAVNOH (92).

Il PCJ (Partito Comunista Jugoslavo) seppe mantenere, pur in un panorama  così composito, un ruolo di guida, di polo in grado di unificare elementi diversi dello slavismo imponendosi sulla scena militare e su quella politica. L’annessione di tutte “le terre irredente” fu l’obiettivo che questo si pose ed in base al quale coordinò l’azione del MPL e la penetrazione in Venezia Giulia di organizzazioni in grado di costituire le prime cellule e sezioni di partito.

In questo fu importante l’azione svolta dal clero slavo il quale, pur essendo  cattolico, non esitò a schierarsi  in difesa degli interessi nazionalistici jugoslavi contro italiani civili e persino sacerdoti, talvolta fino a punti estremi. Contrariamente a quanto l’abito religioso imponeva loro (93).

Dalle testimonianze riportate in “Parlano i protagonisti” (pg. 42-50) di L. Martini, Ljubo Drnic “Le armi e la libertà dell’Istria” edit. Fiume 1981 (p. 102), Giacomo Scotti “Il PCC a Fiume sulle radici del PC. Dal primo attivo politico alla prima compagnia partigiana (sett. 1941-1942)” In: “Quaderni” vol. III CRS di Rovino, UIIF 1973 (p. 227-268) una penetrazione politica da parte del PCC a Fiume si ebbe a partire dall’estate 1941. Questo avvenne principalmente ad opera di giovani quali ad esempio Ljubo Drnic e Guerrino Bratos i quali, in base alla decisione presa dal Comitato circondariale del PC per il litorale croato (OKRUZNI KOMITET), con sede a Sussak, ebbero il compito di costituire a Fiume il Comitato Cittadino del PCC (MJESNI KOMITET).

Il fine che il PCC si prefiggeva era quello (uguale al PC sloveno) di combattere il nazifascismo, e con questo pretesto entrare nelle organizzazioni antifasciste italiane, in particolare quella del partito comunista, assumerne il controllo ed imporre, insieme alla lotta di liberazione, la soluzione del problema nazionale di questi territori a vantaggio della Jugoslavia.

L’azione degli Agit-Prop (attivisti e propagandisti del partito) era finalizzata al conseguimento di tale risultato. Questa azione si intensificò negli ultimi mesi del ’43, per riorganizzare il movimento travolto da quanto era avvenuto in seguito alla dichiarazione dell’armistizio. Uno di questi inviati fu Oscar Piskulic “Zuti”, macellaio di professione, originario di Sussak, che fu a capo della polizia politica segreta jugoslava OZNA (ODSIK ZA ZASTITU NARODA – Dipartimento Per la difesa popolare) e le cui azioni nel periodo dell’occupazione croata della città nel maggio 1945 saranno particolarmente efferate nei confronti degli italiani (94).

Un promemoria stilato dal dirigente croato Kosic nel dopoguerra fa ammontare a 4.000 i militanti che, nella primavera del 1943, si erano organizzati a Fiume, che constava di una popolazione operaia di circa 18.000 persone (95).

Confrontando questa testimonianza con quella documentata anche con fonti jugoslave di Antonio Luksich Jamini, si notano delle differenze notevoli. Nello studio da questi condotto ed apparso in più numeri della rivista “Fiume” (vedi n. 3-4, anno IV, luglio-dicembre 1956, p. 149-155; n. 1-2 anno V, dicembre 1957, p. 109-146) (96) risulta che il Partito Comunista Italiano di Fiume non aderì al Movimento di Liberazione Croato, ma si schierò al contrario a fianco dei partiti del CLN.

Il Comitato che si costituì nel 1941 fu ad opera di quattro membri, tre jugoslavi, uno dei quali cittadino di Sussak, ed un italiano, e non rientrò tuttavia nel movimento politico clandestino fiumano. L’azione di questo comitato, inoltre, viene, contrariamente a quanto compare nelle fonti precedenti, circoscritta alla colonia di cittadini jugoslavi residenti a Fiume (3588 componenti) all’interno della quale si manifestarono tendenze diverse.

In una relazione del 14 maggio 1942, di Anka Berus istruttrice  politica e membro del Comitato Centrale del Partito C.C., in merito alle forze di cui il PCC disponeva a Fiume, ella afferma l’impossibilità di stilare un numero certo degli appartenenti perché “si sta facendo l’epurazione, l’organizzazione del partito esiste nel cantiere navale, nella raffineria di petrolio e tra i lavoratori del porto, e si calcola che resteranno nel partito, dopo l’epurazione, circa 30 aderenti”. Questo conferma, unitamente all’affermazione per cui per il movimento popolare e per i partigiani si raccolgono solo 2500 lire al mese, quanto affermato dal Luksich Jamini (97).

Il Comitato popolare di liberazione, detto “fiumano”, aveva quindi, in realtà, sede a Sussak, e la sola commistione di elementi italiani avvenne nel caso della “Agenzia Gerini” ad opera del prof. Giuseppe Gerini, ultimo vice segretario della federazione fiumana dal P.N.F., presidente del Consiglio di disciplina della stessa federazione e condirettore del quotidiano fascista repubblicano collaborazionista “La Vedetta d’Italia”.

Insieme a Giuseppe Marras, Ezio Franchi, Carlo Manià, Osvaldo Ramons e Dino Faragona ebbero incontri con gli agenti del centro di Sussak del MPL e costituirono in città il centro dell’azione jugoslava. Esso rappresentò la fusione di forze fasciste ed jugoslave e permise a queste ultime di ottenere finalmente a Fiume una base operante.

Questa operazione “fusionista”  fu in seguito ampliata rivolgendosi all’ing. Rubini quando, vistosi rifiutare dai tedeschi il suo progetto “liburnista”, sembrò agli occhi jugoslavi un personaggio influente di cui poteva essere utile avere la collaborazione (“Fiume” anno V, n. 3-4, luglio-dicembre 1957).

Per quanto riguarda inoltre il rapporto intercorso tra il PC croato ed il PC italiano, esso fu fonte molto spesso di tensioni e malintesi. Sebbene il PCI si ispirasse agli stessi principi marxisti ed avesse aderito alle tesi della terza Internazionale che sancì il principio “uno Stato, un partito”, ciò che li divideva era la questione dell’appartenenza nazionale di quelle terre. L’azione del PCI inoltre, fu poco incisiva sin dall’inizio e, dopo il 1943, fu quasi completamente soggiogata dal PCC.

Molte sezioni furono infatti costrette dagli attivisti slavi a conformarsi alle direttive centrali jugoslave. Ermanno Solieri (Marino), che era stato inviato a Fiume nel giugno del 1943 in rappresentanza della federazione giuliana del PCI, appunta nel suo diario che all’indomani dell’8 settembre lasciò Fiume e raggiunse una zona della Croazia controllata dai partigiani. Circa venti giorni dopo riuscì a contattare un dirigente croato che gli comunicò che sarebbe passato alle dipendenze del PCC e, pur mantenendo le funzioni di delegato del PCI per Fiume, avrebbe accettato le direttive di questo per il gruppo etnico italiano (Fiume sarebbe stata parte integrante dello Stato jugoslavo), sottoponendole alla precedente approvazione del PCC per l’applicazione.

Così dunque, contrariamente a quanto affermato dalla terza internazionale, due partiti comunisti si trovarono ad agire nello stesso territorio nel quale quindi, sebbene questo appartenesse all’Italia, fu un PC straniero, cioè quello croato, a dettare gli ordini (98).

Inoltre, contrariamente a quanto affermato a fini propagandistici su alcune fonti jugoslave, la guerriglia organizzata a Fiume cominciò dopo il settembre 1943: fino ad allora vi furono isolati scontri a fuoco, troppo rari per asserire che fosse stata la stessa popolazione dell’Istria, con la propria azione rivoluzionaria, a chiedere di collaborare con i partigiani jugoslavi sposandone quindi le tesi internazionaliste. Questi toni sono riscontrabili anche nel proclama “Al popolo croato” del 14 ottobre 1943, in cui si ribadiva l’appartenenza dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia. Nella dichiarazione del 20 settembre 1943 dello ZAVNOH all’atto dell’annessione dell’Istria e di Fiume e delle isole del Carnaro e Zara alla Croazia, si evidenziava come la liberazione dell’Istria fosse avvenuta ad opera del popolo istriano stesso, che aveva combattuto a fianco dell’armata, contro il servaggio italiano.

Tutto ciò appellandosi al diritto di autodecisione che la politica slava, sia quella attuata dal partito comunista sloveno, sia da quello croato, dimostrava di non rispettare pur essendo un principio cardine dei partiti comunisti. In base a questo principio, infatti, il PCI rimandava la questione dell’appartenenza di queste terre a dopo la conclusione del conflitto, reputando al momento più importante combattere uniti contro il nazifascismo. Infatti la risposta che il PCI diede alla richiesta di approvazione delle annessioni fatte dallo ZAVNOH, procedura inoltre, questa, che non aveva precedenti, giunse nel gennaio del 1944 e deplorava le annessioni proclamate e le pratiche del PCC.

Al fine di realizzare la resistenza a Fiume, fu costituito da parte del Comitato politico cittadino, il 28 novembre 1944, il Primo Battaglione Fiumano, costituito da 170 uomini che, nel settembre-ottobre 1943 erano stati costretti dall’offensiva tedesca a ritirarsi sui monti Cerchio e Sassoso, ossia in territorio jugoslavo.  Fu questo il primo nucleo del battaglione “Pino Budicin”, distrutto al tempo e in seguito ricomposto (vedi oltre), il quale continuò poi a combattere sino alla fine della guerra.

Le iniziative e la responsabilità di queste forze armate permise un avvicinamento del CLN (che era alla testa della resistenza fiumana) (99) con le forze jugoslave. Le iniziative e le responsabilità di guerra spettavano al CLN che chiese dunque legittimamente di poter esercitare il controllo su questo battaglione. Il comando militare jugoslavo volle a sua volta che fosse posto ai propri comandi e lo pretese dal momento in cui il territorio dove il I battaglione fiumano era stanziato, era passato sotto il controllo jugoslavo.

Il CLN, non potendo contestare l’effettiva sovranità jugoslava sul territorio del monte Sassoso, accettò che il I battaglione passasse sotto il controllo operativo jugoslavo.

Quando poi si accorse che si intraprendeva una vera incorporazione del I battaglione nelle forze jugoslave, il CLN sollevò proteste formali che tuttavia rimasero inascoltate. Poco dopo il comando croato dichiarò disciolto il I battaglione Fiumano, che cessò così di esistere (100).

Verso la fine di agosto del 1944 i nazisti trassero in arresto, probabilmente per delazione slava, numerosi membri del CLN triestino tra cui il comunista Luigi Frausin e l’azionista Umberto Felluga. Questo fatto viene riportato da Luksich Jamini (“Fiume” anno V, n. 1-2, gennaio-giugno 1957, p. 8) il quale attribuisce il cambio della politica del PCI triestino all’intervento degli elementi slavi nella direzione del partito, avvenuta in seguito agli arresti tedeschi.

Questo fatto determinò l’uscita del comunisti dal CLN di Trieste e la perdita per il partito della funzione di guida del movimento comunista giuliano. E’ evidente dunque che l’azione, sia del PCI che del CLN fu improntata ad una scarsa efficienza e ad una certa ambiguità. L’azione del CLN fiumano era inoltre più difficile dalla propaganda avversa fatta da parte jugoslava (101).

Il CLN continuò a costituire a Fiume il baluardo della resistenza ed a rappresentare legalmente la nazione e lo Stato d’Italia. I poteri, infatti, erano stati loro delegati dal Governo Regio dopo la liberazione di Roma avvenuta il 5 giugno 1944 (102).

 

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                                    Introduzione

 

CAPO PRIMO:        Storia della città di Fiume.

                                   Cenni storici.

                                   Da Napoleone all’inizio del ‘900.

                                   Fiume dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.

                                   Note capo primo.

 

CAPO SECONDO: Il fascismo a Fiume.

                                   Il fascismo nella realtà italiana.

                                   I rapporti Mussolini – D’Annunzio.

                                   Note capo secondo.

 

CAPO TERZO:       Fiume nel 1943 – 1944.

                                  L’esercito italiano alla vigilia dell’armistizio.

                                  Movimenti di lotta a Fiume:

                                  Forze antifasciste - CLN - Partigiani

                                  RSI ed amministrazione tedesca.

                                  Note capo terzo.

 

CAPO QUARTO:   Il trattato di pace del 1947 e sue    conseguenze.

                                  Entrata dell’armata jugoslava.

                                  La situazione a Fiume


                                  Le conseguenze: eccidi ed esodo.

                                  Note capo quarto.

 

                                  Conclusioni.

                                  Bibliografia.

                                  Assassinati e scomparsi.

 

 

 

 

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