L’antifascismo italiano, che durante il
ventennio del regime fascista aveva relativamente trovato via via sempre più
numerosi consensi, ebbe numerose adesioni anche a Fiume.
L’attività antifascista fiumana faceva
capo alla concentrazione antifascista e a “Giustizia e Libertà” di cui abbiamo
notizia per mezzo della pubblicistica antifascista dell’epoca
(79).
Il colpo di Stato del 25 luglio 1943 fu
salutato dagli antifascisti anche a Fiume con soddisfazione e
speranze.
Il 28 luglio si costituì a Fiume un
Comitato politico cittadino nelle persone di Antonio Luksich Jamini, Prospero,
M. Terdich, Giraldi, Miclavio, E. Stefanich, Crismann, Prodam, Lucchesi,
Bellema, Adam, A. Superina, Lenaz, Salerno (80).
Questi ebbero il compito di coordinare
le diverse correnti esistenti in un organismo più ampio, al fine di affrontare
concordemente i problemi del momento, nell’interesse della cittadinanza
fiumana.
Dopo il 1926, anno in cui furono
soppressi per legge tutti i partiti, in primo luogo quelli antifascisti, alcuni
movimenti politici avversi alla dittatura continuarono nondimeno ad esistere.
Sebbene fosse stato riconfermato il divieto di ricostituire i partiti, per tutta
la durata della guerra, all’indomani della destituzione di Mussolini nel luglio
del 1943 si riorganizzarono numerosi gruppi politici.
Primo fra tutti fu il Comitato
cittadino della democrazia cristiana, cui seguirono ben presto il movimento
comunista e quello d’azione. Alcuni esponenti del passato partito autonomista si
riunirono e l’ingegnere Leo Peteani ottenne anche udienza dal Prefetto
(81).
Questo partito, tuttavia, era poco
attivo politicamente a causa della astensione dalla lotta politica fiumana della
maggior parte dei suoi componenti, ad eccezione di 4 o 5 esponenti (Peteani,
Stercich, Mario Blasich, Giuseppe Sincich e forse altri) che si erano distinti
per qualche mossa politica posteriore ai fatti del 25 luglio.
Riunioni di simpatizzanti si tenevano
presso lo Stercich (a Sussak) e presso il dottor Mario Blasich (a Fiume):
Zanella, che aveva dato vita al movimento autonomista fiumano, era esule in
Francia. Questi eredi del movimento zanelliano riproposero, richiamandosi al
Trattato di Rapallo, l’attuazione, per Fiume, di uno Statuto autonomo. Uno dei
principali animatori della rinascita del movimento autonomista a Fiume dopo l’8
settembre 1943, fu Giovanni Stercich, segretario di Zanella, che, durante il
fascismo era stato costretto all’esilio (82).
Gli autonomisti zanelliani non
cercarono un’alleanza politica né con i comunisti, considerati troppo
filosofavi, né con i nazifascisti, ma si riservarono di ritornare sulla scena
politica fiumana, tramite l’azione di Riccardo Zanella, alla conclusione della
guerra.
Furono soprattutto gli esponenti del
Movimento Popolare di Liberazione (MLP), che controllava e guidava i movimenti
partigiani in tutto il territorio, a rivolgere la propria attenzione al
Movimento Autonomista Fiumano di Zanella, in cui videro un notevole ostacolo
alle proprie azioni. Ciò che inoltre rendeva invisa al MPL l’azione degli
autonomisti era che questi godevano, presso la massa popolare fiumana, di un
ampio consenso, grazie all’azione svolta da questi negli anni precedenti per la
difesa dell’autonomia e dell’italianità fiumana.
Al momento della occupazione della
città i tedeschi chiesero agli autonomisti, secondo le dichiarazioni di Mario
Blasich e dello Stercich, di assumere l’amministrazione della città poiché,
vista la loro azione passata, sembravano essere i più capaci e legittimati
(83).
L’offerta venne rifiutata adducendo
come motivo lo scarso numero dei viventi del governo zanelliano e le condizioni
di salute dei membri più influenti. Secondo quanto affermato da Mladen Plovanic,
uno dei pochi storici croati dedicatosi allo studio del fenomeno autonomista
fiumano di quel periodo, nel suo studio apparso sulla rivista “Dometi”, fece
parte del movimento anche il dottor Nevio Skull.
Il movimento, inoltre, sin dall’inizio
non volle costituirsi in partito, ma operò quale movimento d’opinione
svolgendo una capillare opera di
propaganda dell’idea del fiumanesimo, dell’antifascismo e della democrazia che
il regime fascista aveva tentato di soffocare (84).
Questo permise loro di ottenere un
consenso sempre più vasto, tanto da allarmare i componenti del P.C.
croato.
In una relazione del Comitato regionale
del P.C.C. del 23 luglio 1944 si affermava che intenzione degli autonomisti era
quella di ottenere l’autonomia della città senza combattere, contando cioè sulla
eventualità di uno sbarco alleato. Costoro cercarono di ottenere che qualche
esponente autonomista passasse nelle fila partigiane, così da poter provare che
il Movimento autonomista collaborava strettamente con il MPL croato e
strumentalizzare questo rapporto al fine di ottenere un maggior seguito presso
le masse fiumane.
L’atteggiamento nei confronti del
movimento assunse i toni della minaccia e dell’aperta e radicale ostilità verso
l’estate – autunno del 1944, anno in cui il capo dell’AGIT-PROP per l’Istria,
Ante Drnic, troncò i rapporti con gli autonomisti zanelliani. Questo cambiamento
fu dovuto probabilmente al fatto che in quegli anni, ritenendo possibile e
vicino uno sbarco alleato, si fecero avanti sia il progetto del Conte Sforza,
che voleva fare di Fiume la futura sede delle Nazioni Unite sotto protezione
internazionale, sia quello del ministro degli esteri jugoslavo dott. Smodlaka,
per cui si sarebbe riconosciuta a Fiume l’autonomia municipale nell’ambito della
Repubblica Croata federata alla nuova Jugoslavia. Questo progetto era nettamente
avversato dagli autonomisti, che furono quindi identificati come i più
pericolosi nemici del MPL (85).
Alla fine della guerra, infatti, gli
autonomisti pericolosi per l’instaurazione del potere popolare, furono tra le
prime e più numerose vittime del nuovo regime. In base a questi elementi è di
difficile spiegazione la lettera, custodita tra le carte di Riccardo Zanella
all’archivio del figlio a Vienna, firmata da B. Velic – Rovic in data 22
novembre 1949, riportata in “Fiume – L’autonomia fiumana in alcuni storici
croati del secondo dopoguerra” del dott. M. Micich, apparsa in “Atti del
Convegno – L’autonomia fiumana (1896 – 1947) e la figura di Riccardo Zanella:
Trieste, 3 novembre 1996” (86).
In questa lettera Velic, capo di
gabinetto del Presidente Tito, si rivolgeva a Zanella chiamandolo Signor
Presidente ed assicurando il proprio interessamento in favore di Giovanni
Stercich di cui, peraltro, si stimava che la morte fosse avvenuta il 3 maggio
1945 insieme a Mario Blasich, Giuseppe Sincich e Nevio Skull
(87).
Come è dunque interpretabile questa
lettera alla luce dei fatti che travolsero e portarono alla morte gli
autonomisti fiumani per volere di Tito, pochi anni prima, e che Zanella stesso
non mancò di denunciare in sede internazionale?
Da quanto risulta inoltre dagli scritti
di Milan Marijanovic, Ivo Sincic e Vinko Antic, pubblicati nel 1953 sul volume
“Rijeka – Zbornik” e di Petar Strcic, egualmente analizzati dal dott. Micich
all’interno dell’opera citata, la storiografia croata fu concorde nel definire
il movimento zanelliano anticroato ed antirivoluzionario, composto di slavi
italianizzati interessati principalmente ai propri profitti economici e
commerciali.
Gli autonomisti appaiono quindi, nelle
loro opere, come creazioni di potenze straniere, contrari agli interessi del
popolo fiumano, generalisticamente identificati con il termine “fascisti”
(quando invece un’ampia storiografia comprova il carattere dichiaratamente
antifascista degli autonomisti) e riducendo di conseguenza le loro azioni e le
loro idee al semplicistico e riduttivo binomio autonomismo =
fascismo.
Nello studio già citato del Plovanic,
che tuttavia è del 1984 (il solo più recente e di 4 anni posteriore alla morte
di Tito), questa confusione viene chiarita ritenendo tuttavia necessarie
ulteriori ricerche al fine di chiarire alcuni quesiti che, come quello citato
precedentemente, non riescono a trovare una esauriente
spiegazione.
Il Plovanic distingue da questi un
altro gruppo di autonomisti che operarono tra il 1943 – 1945: i “liburnisti”,
giudicati ex-fascisti e massoni, che aderirono al “Movimento Federalista
Liburnico” guidato dall’ingegnere Giovanni Rubini. Questi progettarono la
trasformazione della provincia fiumana in uno Stato federativo comprendente il
litorale dalmata fino a Carlopago, le isole di Veglia, Lussino e Pago, una
piccola parte della Slovenia e della Croazia, e la parte orientale dell’Istria
in cui lingua ufficiale sarebbe stata l’Italiano. Questo movimento, che ebbe
scarso seguito, fu il solo a schierarsi dalla parte dei nazifascisti, di cui
divennero tuttavia ben presto strumento (88).
All’inizio del 1944 alcuni autonomisti
zanelliani confluirono nel movimento autonomista fondato da Don Luigi Polano. La
sigla del movimento FAI riassumeva il loro programma: Fiume Autonoma Italiana.
Spesso, nella pubblicistica jugoslava clandestina si fece confusione attribuendo
la loro attività al partito autonomo. Questi furono i più attivi tra gli
autonomisti e proposero per Fiume uno status simile a quello goduto in seno al
Regno di Ungheria, ossia autonomia nel quadro delle autonomia
regionali.
Lottarono contro i nazifascismi e
collaborarono con gli slavi soprattutto al fine di tutelare il patrimonio
industriale della città, che minacciava di essere distrutto, o trasferito, dai
tedeschi. Esso costituì un ulteriore elemento del fronte politico fiumano che,
pur apportando un grande contributo alla causa della Resistenza, non intese
condividere ed accettare quanto proclamato da parte croata, ossia l’annessione
di Fiume alla Croazia, e per questo fu anch’essa uno dei maggiori nemici del MPL
(89).
Va inoltre registrata la presenza dei
repubblicani organizzati da Vincenzo Giusti, Angelo Adam e Hlaca che, dopo il 25
luglio, assunse il nome di Partito d’Azione, aperto alla gioventù intellettuale
ed operaia seguace delle idealità del Risorgimento. Dopo questa, anche i
cattolici popolari, che avevano cominciato ad organizzarsi l’anno precedente, si
presentarono come partito della Democrazia Cristiana i cui rappresentanti
principali furono Alessandro Superina, Pietro Matuchina ed il rag. Tavolato.
Egualmente importanti furono le azioni del movimento “Giustizia e Libertà”
guidato da Antonio Luksich-Jamini ed il partito socialista, che agiva in un
ambiente più ristretto ed aveva in Kemper, Percovich, Toich e Lenaz i suoi più
qualificati esponenti.
Questi raggruppamenti politici svolsero
una continua opera di propaganda e di proselitismo, portarono aiuto alle
famiglie dei perseguitati del regime fascista e contribuirono alla diffusione
della stampa di opposizione (90). Una menzione a parte e più accurata spetta al
ruolo svolto dai comunisti nell’ambito della resistenza fiumana. In seguito
all’aggressione della Germania e dell’Italia contro la Jugoslavia, il 6 aprile
1941, fu costituito dai rappresentanti dei partiti politici organizzati e
riconosciuti della Slovenia, un Consiglio Nazionale che rimase, durante le fasi
della guerra, la suprema autorità della Slovenia.
Occorre considerare che, nel 1941, fu
la particolare situazione contingente della città (guerre latenti o in corso con
la Jugoslavia e l’URSS) a giustificare il risveglio del nazionalismo slavo, e
quindi l’inizio di una vera e propria forma di resistenza cospirativa. Ad esso
dovrebbero avere aderito i comunisti, sempre come gruppi di estrema minoranza.
Non penso si possa seriamente parlare, per quel momento, riguardo ai “partiti
antifascisti fiumani” di un “fronte nazionale italiano” cui avrebbero dovuto
aderire anche i comunisti.
Un tale tipo di antifascismo, al tempo,
non avrebbe mai potuto aspirare a una sua dignità presso la popolazione. La
città forniva, allora, alla guerra, soprattutto il personale marittimo, sia
delle navi da guerra che mercantili, ed in quell’anno la marina italiana stava
subendo forti perdite, per cui quotidianamente arrivavano, alle mamme, alle
spose, alle famiglie, lettere luttuose dal Comando Marina. Ora, sapere che, in
Fiume, c’erano persone (italiane) che si riunivano e prodigavano per desiderio
di sconfitta e, praticamente, per la morte degli uomini che sostenevano la
Nazione, non avrebbe prodotto un grande effetto. Qui il fascismo non
c’entra.
Soltanto dopo il 25 luglio 1943, anzi,
dopo l’8 settembre, il movimento antifascista armato acquista una sua
giustificazione storica. Prima di tali date l’antifascismo si giustifica
soltanto come movimento intellettuale, o anche di classe, ma di pochissimi.
Penso sia solo dall’inverno 1942-1943, ovvero dopo le sconfitte di Stalingrado e
di El Alamein, che la perdita della guerra da parte dell’Asse diventa
prevedibile, almeno alla popolazione comune, e che si forma nel popolo il
desiderio di un cambiamento politico.
L’antifascismo delle minoranze, nel
1941, non godeva affatto l’alto prestigio del quale si vanta oggi, ritengo, né
in Fiume né in Italia.
Il 10 aprile fu proclamata
l’indipendenza della Croazia: la Jugoslavia sparì dalla carta geografica
dell’Europa. Il nuovo Stato indipendente, croato, comprendente anche la Bosnia e
l’Erzegovina, fu posto sotto il governo dei conservatori seguaci di Ante
Pavelic.
Il re ed il governo partirono per la
Grecia dopo la stipula dell’armistizio avvenuta il 17 aprile 1941. Il governo
jugoslavo in esilio a Londra dichiarò, il 19 aprile, che avrebbe combattuto a
fianco della Gran Bretagna contro le potenze dell’Asse. Furono presto fondati
due importanti movimenti di resistenza: i Cetnici ed i Partigiani
(91).
I Cetnici riconobbero come loro capo
l’ex colonnello Draza Mihajlovich che fissò il quartier generale in Serbia, a
Ravna Gora. Essi volevano la restaurazione dell’ordinamento politico e sociale
esistente prima della guerra. Il movimento partigiano entrò in azione il 22
giugno 1941 con il nome ufficiale di Movimento Popolare di Liberazione. Questo
movimento era appoggiato dai comunisti e combatteva per instaurare una
repubblica federale jugoslava con un nuovo ordinamento comunista. Loro capo era
Josip Broz, detto Tito, segretario generale del partito comunista
jugoslavo.
I partigiani organizzarono comitati
popolari di liberazione (CPL), per la Slovenia (settembre 1941), la Serbia
(novembre 1941), il Montenegro (febbraio 1942), la Croazia (marzo-giugno 1943),
la Bosnia Erzegovina (novembre 1943) e la Macedonia (agosto
1944),
Nel novembre 1942 i delegati partigiani
elessero un “Antifasisticko Vijece Narodno Oslobodenja Jugoslavije” (AVNOJ) –
Consiglio antifascista per la liberazione popolare della Jugoslavia, che divenne
la suprema autorità di tutta la Jugoslavia.
Quando questo non era riunito governava
un Comitato esecutivo (Presidium) che a sua volta elesse il Comitato jugoslavo
di liberazione, di cui era presidente e commissario della guerra Josip
Broz-Tito. Il territorio dell’Istria, che comprendeva Fiume e le isole vicine
era considerato dai comunisti jugoslavi territorio croato e spettava quindi al
Partito Comunista Croato organizzarvi il movimento clandestino. Il movimento di
liberazione croato fu organizzato su vasta scala a partire dal giugno 1943,
quando fu costituito un consiglio territoriale antifascista di liberazione
popolare della Croazia (Zemaljsko Antifasistickovijece Narodnog
Oslobodenjahrvatske) citato con la sigla ZAVNOH (92).
Il PCJ (Partito Comunista Jugoslavo)
seppe mantenere, pur in un panorama così
composito, un ruolo di guida, di polo in grado di unificare elementi diversi
dello slavismo imponendosi sulla scena militare e su quella politica.
L’annessione di tutte “le terre irredente” fu l’obiettivo che questo si pose ed
in base al quale coordinò l’azione del MPL e la penetrazione in Venezia Giulia
di organizzazioni in grado di costituire le prime cellule e sezioni di
partito.
In questo fu importante l’azione svolta
dal clero slavo il quale, pur essendo
cattolico, non esitò a schierarsi
in difesa degli interessi nazionalistici jugoslavi contro italiani civili
e persino sacerdoti, talvolta fino a punti estremi. Contrariamente a quanto
l’abito religioso imponeva loro (93).
Dalle testimonianze riportate in
“Parlano i protagonisti” (pg. 42-50) di L. Martini, Ljubo Drnic “Le armi e la
libertà dell’Istria” edit. Fiume 1981 (p. 102), Giacomo Scotti “Il PCC a Fiume
sulle radici del PC. Dal primo attivo politico alla prima compagnia partigiana
(sett. 1941-1942)” In: “Quaderni” vol. III CRS di Rovino, UIIF 1973 (p. 227-268)
una penetrazione politica da parte del PCC a Fiume si ebbe a partire dall’estate
1941. Questo avvenne principalmente ad opera di giovani quali ad esempio Ljubo
Drnic e Guerrino Bratos i quali, in base alla decisione presa dal Comitato
circondariale del PC per il litorale croato (OKRUZNI KOMITET), con sede a
Sussak, ebbero il compito di costituire a Fiume il Comitato Cittadino del PCC
(MJESNI KOMITET).
Il fine che il PCC si prefiggeva era
quello (uguale al PC sloveno) di combattere il nazifascismo, e con questo
pretesto entrare nelle organizzazioni antifasciste italiane, in particolare
quella del partito comunista, assumerne il controllo ed imporre, insieme alla
lotta di liberazione, la soluzione del problema nazionale di questi territori a
vantaggio della Jugoslavia.
L’azione degli Agit-Prop (attivisti e
propagandisti del partito) era finalizzata al conseguimento di tale risultato.
Questa azione si intensificò negli ultimi mesi del ’43, per riorganizzare il
movimento travolto da quanto era avvenuto in seguito alla dichiarazione
dell’armistizio. Uno di questi inviati fu Oscar Piskulic “Zuti”, macellaio di
professione, originario di Sussak, che fu a capo della polizia politica segreta
jugoslava OZNA (ODSIK ZA ZASTITU NARODA – Dipartimento Per la difesa popolare) e
le cui azioni nel periodo dell’occupazione croata della città nel maggio 1945
saranno particolarmente efferate nei confronti degli italiani
(94).
Un promemoria stilato dal dirigente
croato Kosic nel dopoguerra fa ammontare a 4.000 i militanti che, nella
primavera del 1943, si erano organizzati a Fiume, che constava di una
popolazione operaia di circa 18.000 persone (95).
Confrontando questa testimonianza con
quella documentata anche con fonti jugoslave di Antonio Luksich Jamini, si
notano delle differenze notevoli. Nello studio da questi condotto ed apparso in
più numeri della rivista “Fiume” (vedi n. 3-4, anno IV, luglio-dicembre 1956, p.
149-155; n. 1-2 anno V, dicembre 1957, p. 109-146) (96) risulta che il Partito
Comunista Italiano di Fiume non aderì al Movimento di Liberazione Croato, ma si
schierò al contrario a fianco dei partiti del CLN.
Il Comitato che si costituì nel 1941 fu
ad opera di quattro membri, tre jugoslavi, uno dei quali cittadino di Sussak, ed
un italiano, e non rientrò tuttavia nel movimento politico clandestino fiumano.
L’azione di questo comitato, inoltre, viene, contrariamente a quanto compare
nelle fonti precedenti, circoscritta alla colonia di cittadini jugoslavi
residenti a Fiume (3588 componenti) all’interno della quale si manifestarono
tendenze diverse.
In una relazione del 14 maggio 1942, di
Anka Berus istruttrice politica e membro
del Comitato Centrale del Partito C.C., in merito alle forze di cui il PCC
disponeva a Fiume, ella afferma l’impossibilità di stilare un numero certo degli
appartenenti perché “si sta facendo l’epurazione, l’organizzazione del partito
esiste nel cantiere navale, nella raffineria di petrolio e tra i lavoratori del
porto, e si calcola che resteranno nel partito, dopo l’epurazione, circa 30
aderenti”. Questo conferma, unitamente all’affermazione per cui per il movimento
popolare e per i partigiani si raccolgono solo 2500 lire al mese, quanto
affermato dal Luksich Jamini (97).
Il Comitato popolare di liberazione,
detto “fiumano”, aveva quindi, in realtà, sede a Sussak, e la sola commistione
di elementi italiani avvenne nel caso della “Agenzia Gerini” ad opera del prof.
Giuseppe Gerini, ultimo vice segretario della federazione fiumana dal P.N.F.,
presidente del Consiglio di disciplina della stessa federazione e condirettore
del quotidiano fascista repubblicano collaborazionista “La Vedetta
d’Italia”.
Insieme a Giuseppe Marras, Ezio
Franchi, Carlo Manià, Osvaldo Ramons e Dino Faragona ebbero incontri con gli
agenti del centro di Sussak del MPL e costituirono in città il centro
dell’azione jugoslava. Esso rappresentò la fusione di forze fasciste ed
jugoslave e permise a queste ultime di ottenere finalmente a Fiume una base
operante.
Questa operazione “fusionista” fu in seguito ampliata rivolgendosi all’ing.
Rubini quando, vistosi rifiutare dai tedeschi il suo progetto “liburnista”,
sembrò agli occhi jugoslavi un personaggio influente di cui poteva essere utile
avere la collaborazione (“Fiume” anno V, n. 3-4, luglio-dicembre
1957).
Per quanto riguarda inoltre il rapporto
intercorso tra il PC croato ed il PC italiano, esso fu fonte molto spesso di
tensioni e malintesi. Sebbene il PCI si ispirasse agli stessi principi marxisti
ed avesse aderito alle tesi della terza Internazionale che sancì il principio
“uno Stato, un partito”, ciò che li divideva era la questione dell’appartenenza
nazionale di quelle terre. L’azione del PCI inoltre, fu poco incisiva sin
dall’inizio e, dopo il 1943, fu quasi completamente soggiogata dal
PCC.
Molte sezioni furono infatti costrette
dagli attivisti slavi a conformarsi alle direttive centrali jugoslave. Ermanno
Solieri (Marino), che era stato inviato a Fiume nel giugno del 1943 in
rappresentanza della federazione giuliana del PCI, appunta nel suo diario che
all’indomani dell’8 settembre lasciò Fiume e raggiunse una zona della Croazia
controllata dai partigiani. Circa venti giorni dopo riuscì a contattare un
dirigente croato che gli comunicò che sarebbe passato alle dipendenze del PCC e,
pur mantenendo le funzioni di delegato del PCI per Fiume, avrebbe accettato le
direttive di questo per il gruppo etnico italiano (Fiume sarebbe stata parte
integrante dello Stato jugoslavo), sottoponendole alla precedente approvazione
del PCC per l’applicazione.
Così dunque, contrariamente a quanto
affermato dalla terza internazionale, due partiti comunisti si trovarono ad
agire nello stesso territorio nel quale quindi, sebbene questo appartenesse
all’Italia, fu un PC straniero, cioè quello croato, a dettare gli ordini
(98).
Inoltre, contrariamente a quanto
affermato a fini propagandistici su alcune fonti jugoslave, la guerriglia
organizzata a Fiume cominciò dopo il settembre 1943: fino ad allora vi furono
isolati scontri a fuoco, troppo rari per asserire che fosse stata la stessa
popolazione dell’Istria, con la propria azione rivoluzionaria, a chiedere di
collaborare con i partigiani jugoslavi sposandone quindi le tesi
internazionaliste. Questi toni sono riscontrabili anche nel proclama “Al popolo
croato” del 14 ottobre 1943, in cui si ribadiva l’appartenenza dell’Istria e
della Dalmazia alla Jugoslavia. Nella dichiarazione del 20 settembre 1943 dello
ZAVNOH all’atto dell’annessione dell’Istria e di Fiume e delle isole del Carnaro
e Zara alla Croazia, si evidenziava come la liberazione dell’Istria fosse
avvenuta ad opera del popolo istriano stesso, che aveva combattuto a fianco
dell’armata, contro il servaggio italiano.
Tutto ciò appellandosi al diritto di
autodecisione che la politica slava, sia quella attuata dal partito comunista
sloveno, sia da quello croato, dimostrava di non rispettare pur essendo un
principio cardine dei partiti comunisti. In base a questo principio, infatti, il
PCI rimandava la questione dell’appartenenza di queste terre a dopo la
conclusione del conflitto, reputando al momento più importante combattere uniti
contro il nazifascismo. Infatti la risposta che il PCI diede alla richiesta di
approvazione delle annessioni fatte dallo ZAVNOH, procedura inoltre, questa, che
non aveva precedenti, giunse nel gennaio del 1944 e deplorava le annessioni
proclamate e le pratiche del PCC.
Al fine di realizzare la resistenza a
Fiume, fu costituito da parte del Comitato politico cittadino, il 28 novembre
1944, il Primo Battaglione Fiumano, costituito da 170 uomini che, nel
settembre-ottobre 1943 erano stati costretti dall’offensiva tedesca a ritirarsi
sui monti Cerchio e Sassoso, ossia in territorio jugoslavo. Fu questo il primo nucleo del battaglione
“Pino Budicin”, distrutto al tempo e in seguito ricomposto (vedi oltre), il
quale continuò poi a combattere sino alla fine della guerra.
Le iniziative e la responsabilità di
queste forze armate permise un avvicinamento del CLN (che era alla testa della
resistenza fiumana) (99) con le forze jugoslave. Le iniziative e le
responsabilità di guerra spettavano al CLN che chiese dunque legittimamente di
poter esercitare il controllo su questo battaglione. Il comando militare
jugoslavo volle a sua volta che fosse posto ai propri comandi e lo pretese dal
momento in cui il territorio dove il I battaglione fiumano era stanziato, era
passato sotto il controllo jugoslavo.
Il CLN, non potendo contestare
l’effettiva sovranità jugoslava sul territorio del monte Sassoso, accettò che il
I battaglione passasse sotto il controllo operativo jugoslavo.
Quando poi si accorse che si
intraprendeva una vera incorporazione del I battaglione nelle forze jugoslave,
il CLN sollevò proteste formali che tuttavia rimasero inascoltate. Poco dopo il
comando croato dichiarò disciolto il I battaglione Fiumano, che cessò così di
esistere (100).
Verso la fine di agosto del 1944 i
nazisti trassero in arresto, probabilmente per delazione slava, numerosi membri
del CLN triestino tra cui il comunista Luigi Frausin e l’azionista Umberto
Felluga. Questo fatto viene riportato da Luksich Jamini (“Fiume” anno V, n. 1-2,
gennaio-giugno 1957, p. 8) il quale attribuisce il cambio della politica del PCI
triestino all’intervento degli elementi slavi nella direzione del partito,
avvenuta in seguito agli arresti tedeschi.
Questo fatto determinò l’uscita del
comunisti dal CLN di Trieste e la perdita per il partito della funzione di guida
del movimento comunista giuliano. E’ evidente dunque che l’azione, sia del PCI
che del CLN fu improntata ad una scarsa efficienza e ad una certa ambiguità.
L’azione del CLN fiumano era inoltre più difficile dalla propaganda avversa
fatta da parte jugoslava (101).
Il CLN continuò a costituire a Fiume il
baluardo della resistenza ed a rappresentare legalmente la nazione e lo Stato
d’Italia. I poteri, infatti, erano stati loro delegati dal Governo Regio dopo la
liberazione di Roma avvenuta il 5 giugno 1944 (102).
____________
Introduzione
CAPO
PRIMO: Storia
della città di Fiume.
Cenni storici.
Da Napoleone all’inizio del ‘900.
Fiume dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.
Note capo primo.
CAPO
SECONDO: Il
fascismo a Fiume.
Il fascismo nella realtà italiana.
I rapporti Mussolini – D’Annunzio.
Note capo secondo.
CAPO
TERZO: Fiume
nel 1943 – 1944.
L’esercito
italiano alla vigilia dell’armistizio.
Movimenti di lotta a Fiume:
Forze antifasciste - CLN -
Partigiani
RSI ed amministrazione tedesca.
Note capo terzo.
CAPO
QUARTO: Il
trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.
Entrata dell’armata jugoslava.
La situazione a Fiume