CAPITOLO  TERZO

 

Fiume  nel  1943 - 1944

 

III.1.  Le sorti dell’esercito italiano alla vigilia dell’8 settembre 1943.

 

 
 

Pietro Badoglio

 
 
 
 
 

 

 

Il 1943 rappresentò per l’Italia un anno cruciale in cui, alle illusioni che avevano accompagnato la sua entrata in guerra ed alle speranze di una soluzione positiva del conflitto a favore delle potenze dell’Asse, si sostituì la consapevolezza dell’inadeguatezza dell’Italia a sostenere gli oneri umani e materiali che la guerra comportava.

Il regime e l’apparato erano ovunque in crisi: un generale senso di sfiducia allontanava sempre di più la gente dal fascismo, il quale, come definito dall’ambasciatore tedesco a Roma, Hans Georg von Mackensen (58) non era più come prima “la forza propulsiva, ma un motore che gira a vuoto.” Il malcontento della popolazione era reso più acuto dalle disastrose condizioni economiche in cui l’Italia versava.

Un grave problema, fortemente sentito anche nelle province giuliane, fu costituito dai rifornimenti alimentari di cui si lamentava sia la lentezza nelle consegne dei contingenti alimentari già assegnati, sia l’inadeguatezza  di questi rispetto alle reali necessità della popolazione.

Alla fine di marzo il prefetto inviò una lettera a tutti i podestà ed ai commissari prefettizi dei comuni della provincia dell’Istria invitandoli a riferire mensilmente circa la situazione esistente nei comuni, con particolare riguardo allo spirito pubblico e all’alimentazione (59).

A questi problemi si aggiungeva, nella Venezia Giulia, la questione della difficile convivenza delle popolazioni italiane e slave. Nella primavera e nell’estate del 1943, nella Venezia Giulia, in Slovenia, nella Croazia nord-occidentale e nella Dalmazia settentrionale erano schierate la II e l’VIII Armata, alle dipendenze dello Stato Maggiore dell’esercito.

Una descrizione accurata dello stanziamento delle forze armate italiane nella zona della Venezia Giulia e dell’Istria è utile alla comprensione della situazione in cui l’esercito italiano si trovò a dover agire all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. La seconda Armata, comandata dal generale Mario Robotti e dal generale Umberto Fabbri come capo di S.M., aveva il suo quartier generale a Fiume – Sussak, ed era strutturata su tre corpi: l’XI, il V ed il XVIII.

L’VIII Armata, il cui quartier generale era a Padova, era dislocata in Veneto, nel Trentino – Alto Adige, nella Venezia Giulia ed in gran parte della Lombardia. La sua vasta giurisdizione operativa si estendeva dal passo dello Stelvio fino alla costa orientale dell’Istria, Fiume esclusa, limitata a Nord dalla Germania e Jugoslavia e a Sud dal corso del Po. Era comandata dal generale Italo Gariboldi (capo di Stato Maggiore era il generale Lorenzo Richieri) e ad essa appartenevano il XXIII, il XXIV ed il XXXV Corpo d’Armata.

L’Armata, di cui facevano parte numerosi reduci della campagna di Russia, era competente circa il ripristino e la messa in efficienza delle sistemazioni difensive lungo il confine orientale, della lotta contro le formazioni partigiane slovene e croate, della sicurezza delle vie di comunicazione e degli impianti e della difesa del territorio (60). Entrambe erano caratterizzate da armamenti ed equipaggiamenti deficitari, con scarse capacità di mobilità dovute anche alla mancanza di mezzi di trasporto.

Il morale delle truppe era depresso soprattutto per i reduci della campagna di Russia e per circa dodicimila militari siciliani che, sebbene avessero ottenuto precedentemente licenza per essere inviati a combattere in Sicilia, rimasero sempre in attesa dell’ordine di partenza.

Ad accrescere lo stato di confusione in cui l’esercito italiano si trovava alla vigilia dell’ 8 settembre, contribuì anche la riorganizzazione militare della difesa, il cui fine era quello di affidare all’esercito l’intera responsabilità della difesa del territorio nazionale ed alla Marina compiti specificatamente navali e contraerei (61).

Grande importanza aveva, soprattutto per la sua sicurezza, la base navale di Pola che, dal giugno 1943, era affidata al comando dell’ammiraglio di divisione Gustavo Strazzeri. Essa era, per importanza, il terzo porto militare italiano: qui avevano sede l’arsenale, i cantieri navali di Scoglio Olivi, le Scuole per cannonieri, per telemetristi e per i motoristi del CREM (Corpo Reale Equipaggi marittimi). A Scoglio Olivi si trovava inoltre un centro sommergibili ed una scuola di addestramento su sommergibili e Mas. Escludendo il personale imbarcato sulle navi, le forze appartenenti alla Reale Marina presenti nella base istriana ammontavano a più di ventimila unità. Per quanto riguarda la provincia fiumana, questa, in quanto punto estremo del confine orientale italiano, rivestiva un’enorme importanza strategica, al punto che in questa zona erano state dislocate già da tempo unità delle varie forze armate.

Fiume era un importante porto commerciale in cui erano presenti attrezzati cantieri navali, raffinerie di petrolio ed uno dei pochi silurufici esistenti in Italia. I siluri prodotti a Fiume rappresentavano la metà di tutta la produzione italiana: l’industria pesante era concentrata nei “cantieri navali del Carnaro”, quella piccola nella raffineria della società ROMSA e notevole importanza rivestiva anche una grande manifattura di tabacchi. Il generale Antonio Scuero, comandante del quinto corpo d’Armata con sede a Cirquenizza, era preposto al comando del territorio di Fiume.

Capo di S.M. era il comandante Giuseppe Zappin, mentre la difesa del porto e della città era affidata al generale Michele Ralla, comandante del V Raggruppamento Guardie di Frontiera (GAF) il cui posto di comando si trovava a Fiume – Sussak (62).

Da Marina Fiume dipendevano 16 comandi o uffici portuali delle coste orientali dell’Istria, della Dalmazia ed isole del Quarnero. Il comando Marina di Fiume - Sussak, affidato al Capo di Vascello Antonio Crespi, dipendeva nominalmente dal Comando Marittimo di Pola, ma era sottoposto all’Autorità del V Corpo della II Armata per la difesa del ponte di terra.

Tale era il dispiegamento delle forze militari italiane nella Venezia Giulia ed in Istria nel momento in cui, in seguito all’ordine del giorno Grandi, Mussolini venne destituito dalle sue funzioni di primo ministro segretario di Stato ed i poteri vennero affidati al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. L’annuncio venne dato il 25 luglio alle ore 22,45.

La dissoluzione del partito fascista fu, si può dire, quasi immediata: non si hanno notizie, soprattutto sulla stampa locale, di reazioni violente o di manifestazioni. In un rapporto del podestà di Lanischie, del 25 agosto 1943, si da notizia dell’assoluta calma con cui venne appresa la notizia (63).

Il controllo dell’ordine pubblico venne assunto dal Comando del XXIII Corpo d’Armata comandata dal generale Alberto Ferrero, ed aveva sede a Trieste. Con un’ordinanza del Comando del Corpo d’Armata, del 26 luglio, venne istituito dalle ore 22 alle ore 5 il coprifuoco e furono poste sotto sorveglianza nodi ferroviari e stradali, edifici e centri che potevano costituire degli obiettivi strategici.

Reazioni ben più complesse e preoccupate seguirono all’annuncio del re e di Badoglio, con cui si comunicava alla popolazione la continuazione della guerra a fianco delle potenze dell’Asse.

Il 27 agosto la Direzione Generale della Stampa Italiana del Ministero della Cultura Popolare trasmise, tramite le prefetture, un lungo promemoria in cui si raccomandava ai funzionari addetti al servizio di censura di moderare i toni della critica del passato regime e di usare, nei confronti dell’alleato tedesco, la “massima cautela” (65).

Non sfuggiva, tuttavia, il pericolo cui erano esposte l’Alto Adige e la Venezia Giulia che, data la loro vicinanza con il confine tedesco e la loro importanza dal punto di vista strategico, si preventivava sarebbero state oggetto di un’occupazione da parte dei tedeschi. La ferrovia e la rotabile del Brennero erano di vitale importanza per il fronte Sud e attraverso la regione Giulia passava una delle arterie principali delle comunicazioni tra il Reich e i Balcani.

Consapevoli della necessità di adottare misure specifiche che tutelassero e garantissero la protezione ed il controllo delle forze militari italiane nella zona, vennero inviate disposizioni ai comandi delle armate (in particolare la II ed VIII, dislocate ai confini orientali, in Croazia e Slovenia) al fine di potenziare il controllo italiano su importanti punti strategici. Queste disposizioni furono ovunque accompagnate dalla raccomandazione di mantenere una certa cautela nei rapporti con le armate tedesche, di evitare interferenze nei movimenti delle loro truppe (cui sarebbe seguita un’aggressione tedesca) al fine di non rendere l’Italia artefice dell’inizio di eventuali ostilità contro la Germania.

La prudenza che si raccomandava di utilizzare (che tuttavia rese difficile il compito di sorveglianza cui i reparti italiani erano preposti) aveva come scopo quello di evitare che l’Italia apparisse come aggressore e che di conseguenza l’eventuale responsabilità di un attacco armato fosse totalmente imputabile alla Germania (66).

I tedeschi giustificarono i movimenti delle loro truppe come una mossa preventiva in previsione degli imminenti sbarchi alleati in Italia. Il 6 agosto a Tarvisio, ed il 15 agosto a Casalecchio di Reno presso Bologna, il ministro degli esteri italiano incontrò il ministro tedesco, accompagnati dai rispettivi capi di stato maggiore, nella speranza di ottenere, da parte tedesca, delle chiarificazioni circa i movimenti delle loro divisioni che, dal 25 luglio, entrarono sempre più numerose in Italia, assumendo così la loro azione il carattere velato di una vera e propria aggressione. Questi incontri si conclusero tuttavia con un nulla di fatto.

La notte del 2 settembre 1943 Superesercito emanò la “Memoria n. 44 op” (cui seguì la 45 op del 6 settembre) elaborata già dal 18 agosto, ma che ottenne solo in quella data il consenso alla diramazione da parte del Comando Supremo. Il documento, ricevuto e bruciato dopo averne apprese le disposizioni, integrava il precedente ordine 111/CT del 10 agosto, e sarebbe dovuto entrare in vigore in seguito alla ricezione di un fonogramma convenzionale o, qualora la situazione fosse stata particolarmente grave, su iniziativa dei comandi del posto (67).

La memoria 44 stabiliva, quali obiettivi particolari, la distruzione, da parte della II armata, della 71 Divisione tedesca (per isolare i tedeschi interrompendo le comunicazioni da Tarvisio al mare), impedire, con l’VIII Armata, le comunicazioni verso il Sud e, per quanto riguarda i compiti affidati alla sola VIII Armata, di interrompere le comunicazioni tra la Germania e l’Italia ed arrestare il passo alle truppe tedesche in Trentino ed in Alto Adige.

Non si faceva assolutamente riferimento alla possibilità della stipula di un armistizio, eventualità questa cui invece fecero accenno il Promemoria n. 1 e n. 2 indirizzati, il 6 settembre, da parte del Comando Supremo, ai rispettivi comandi dipendenti. Il promemoria n. 2 in particolare (ad esempio al punto IV) faceva esplicito riferimento alla possibilità della dichiarazione di un armistizio. Questo promemoria, pare a causa di contrattempi nella diramazione, giunse in ritardo ai vari comandi.

La disposizione “Memoria 44 op” fu recapitata la sera del 2 settembre al comando della seconda Armata. Anche qui, con un ritardo inspiegabile, il generale Robotti emanò le opportune disposizioni ai Corpi d’Armata dipendenti, così da frenare l’avanzata della 71 divisione tedesca che in quei giorni era dislocata nella zona di Postumia e Lubiana, e stanziando le divisioni a protezione di Fiume, Trieste e Gorizia e riunendole per concorrere alla difesa della patria (68).

In questi giorni di poco precedenti la firma dell’armistizio, caratterizzati da un clima denso di incertezze e dubbi circa lo sviluppo del conflitto e delle sorti italiane, venne concepita l’azione che, dal nome del suo protagonista, è ricordata come “Missione Gambara” (69).

Il mattino del 5 settembre 1943 il generale Gastone Gambara, comandante dell’XI corpo dell’Armata, giunse in auto a Roma, convocato dallo stato Maggiore Generale. Fu quindi designato ad assumere il comando  di un raggruppamento mobile al confine orientale, di circa 10 – 12 divisioni, costituito da unità appartenenti alla II ed all’VIII Armata, con lo scopo di creare un organismo a sé stante, capace di assolvere speciali compiti operativi nell’eventualità prevista di una invasione tedesca alla Venezia Giulia.

Compito principale, senza destare sospetti nei reparti tedeschi, era quello di garantire il possesso della Slovenia, di Lubiana, Gorizia ed Udine e precludere ai tedeschi l’occupazione di Trieste e Fiume, porti di fondamentale importanza nell’Alto Adriatico nell’eventualità di uno sbarco angloamericano.

Egli dovette attendere fino alle ore 19 dell’8 settembre l’ordine scritto con la firma del generale Ambrosio, e quando partì era convinto, come gli era stato confermato dallo Stato Maggiore Generale, di poter disporre di almeno 10 giorni di tempo per organizzare le divisioni (70).

Bisogna tenere presente che l’incarico venne conferito al generale quando il Comando Supremo già sapeva della firma dell’armistizio ed era dunque cosciente che in ogni caso il generale Gambara non avrebbe avuto il tempo necessario (neppure se la notifica fosse stata diramata, come supposto, il 12 settembre) ad espletare l’incarico affidatogli.

Tutto ciò a conferma della scarsa volontà da parte del governo italiano, che era ben informato circa i movimenti delle truppe tedesche, di difendere i confini orientali, che erano i più esposti, per la difesa dei quali si sarebbe dovuto predisporre un piano adeguato sin dalla fine di luglio.

Il generale Gambara trovò inoltre difficoltà ad ottenere, da parte dei comandanti delle due armate, il comando di parte delle truppe necessarie a formare le divisioni previste.

Il generale apprese a Foligno, alle ore 23 ad un posto di blocco, della proclamazione dell’armistizio: chiese istruzioni circa la sua missione e gli fu detto di proseguire. Nel frattempo il generale Radotti diramò l’ordine di applicazione della “Memoria n. 44 op” spostando alcune unità a Nord di Fiume ed interrompendo le comunicazioni e la linea ferroviaria Fiume – Trieste.

Il 10 settembre Gambara assunse ufficialmente il comando delle sue divisioni e confermò gli ordini impartiti, pur raccomandando di astenersi dal ricorrere a mezzi estremi o spargimenti di sangue.

Il giorno seguente informò il generale Radotti riguardo alla sua decisione di consentire ai tedeschi l’entrata nella città di Fiume, sulla impossibilità di proseguire la lotta, sul morale delle truppe e sulla pressione dei partigiani.

Diverse unità furono spostate a Sussak e dovettero sopportare, oltre all’avanzata tedesca, la pressione dei partigiani, cui furono costretti a cedere i propri armamenti. In tutta la regione la situazione si fece, appresa la notizia dell’armistizio, sempre più caotica, causa la presenza sul territorio di forze italiane e degli armamenti partigiani, i cui caratteri meritano di essere approfonditi e delineati più precisamente.

A Fiume, dove la notizia era stata accolta con gioia e dimostrazioni di giubilo, la popolazione offrì ricovero ed aiuto a coloro che, fra i soldati locali, già cominciavano a sbandarsi (71).

Già il 9 settembre il generale von Horstenau, rappresentante personale di Hitler a Zagabria, concluse con il Poglavnik Pavelic un accordo in virtù del quale la Dalmazia, l’Istria, Fiume e la parte della Croazia annessa all’Italia nel 1941 venivano attribuite allo Stato croato.

Alle ore 12 del 10 settembre, da Radio Zagabria furono annunciati i termini dell’accordo: le forze armate croate di Pavelic, tuttavia, non arrivarono mai a Fiume. Tale accordo fu tuttavia smentito in seguito ad una riunione di ufficiali convocata dal Gigante al teatro “Fenice” di Fiume, cui partecipò anche il colonnello Volker.

Le condizioni in cui avvennero i primi contatti tra Gambara ed i tedeschi restano tuttora poco chiare: tuttavia venne più volte sottolineata dal generale la necessità di giungere ad una resa (sebbene Fiume fosse circondata da numerose unità che avrebbero avuto un lasso di tempo sufficiente per organizzarsi, poiché i tedeschi entrarono in città solo il 14 settembre) viste le condizioni in cui versavano le truppe e la risolutezza con cui i tedeschi minacciarono di distruggere la città. Venne stabilita la conservazione delle armi agli ufficiali, i disarmo ed il concentramento delle truppe italiane sotto il controllo italiano, la presenza di un presidio italiano a Fiume sotto controllo tedesco, la proibizione ai reparti ustascia di entrare nel circondario e nel centro di Fiume.

Il generale Gambara accettò le condizioni l’11 settembre: il 13 inviò alla cittadinanza di Fiume un proclama in cui si avvertiva la popolazione  circa il divieto di costituire gruppi e partiti politici, nell’interesse della concordia, dell’onore e dell’ordine (72).

I tedeschi inviarono il 14 settembre un ultimatum agli jugoslavi di Sussak, intimando la resa entro le ore 8 del giorno successivo. Gli jugoslavi cominciarono invece, dalle ore 7 del 15 settembre, a minare i ponti sull’Eneo, che saltarono tutti in aria, tranne quello sul delta, attraverso il quale i tedeschi entrarono a Sussak.

Ciò che spinse probabilmente il generale Gambara a cedere dinanzi ai tedeschi fu il pericolo rappresentato dai partigiani e dalla presenza minacciosa degli ustascia di Pavelic. I tedeschi vennero considerati una garanzia rispetto agli sloveni ed ai croati che, se fossero potuti entrare a Fiume, non avrebbero certo risparmiato le decine di migliaia di italiani residenti (73).

Ai soldati italiani che si trovavano a Fiume consegnati nelle caserme, fu offerto di collaborare con i tedeschi. Molti rifiutarono e furono quindi inviati ai campi di internamento.

Il 17 settembre Gambara sciolse l’unico reparto ancora ai suoi ordini, le guardie di frontiera quinto raggruppamento, ed il giorno seguente, scortato da truppe tedesche, lasciò Fiume, prima diretto a Trieste e poi a Lubiana. La lotta armata intorno a Fiume si estinse in pochi giorni: per dar prova del successo delle operazioni compiute in Venezia Giulia, il 30 settembre i tedeschi fecero sfilare per le vie principali i prigionieri partigiani presi durante le operazioni dei giorni precedenti.

L’annuncio improvviso dell’armistizio, che lasciò impreparati i reparti in tutta Italia, fece cadere nel caos e sbandamento completo le forze stanziate nella Venezia Giulia ed in Istria. Le popolazioni delle città costiere, e di Fiume soprattutto, compresero quale situazione fossero chiamati ad affrontare, e compresero subito che, anziché la conclusione della guerra, al confine orientale dell’Italia si stesse per aprire un capitolo nuovo, ben più amaro e difficile.

Non è un mistero, tuttavia, che il governo italiano intese mantenere riserbo circa la firma dell’armistizio, credendo che questo sarebbe stato reso noto dagli alleati non prima del 12 settembre.

L’armistizio fu firmato a Cassibile  il 3 settembre 1943 (armistizio breve – short military armistice) dal generale Bedell Smith e dal generale Castellano. Le clausole di questo documento, cui era allegato un promemoria, il documento di Quebec, dovevano restare in vigore fino alla conclusione del trattato di pace. Se dunque i soldati italiani si trovarono soli e disorientati dinanzi alla nuova situazione che si era creata all’indomani dell’8 settembre, i reparti tedeschi al contrario non furono colti di sorpresa da questa notizia.

La sera stessa dell’8 settembre 1943 partì dal quartier generale di Hitler, a Ratsenburg (nella Prussia orientale) la parola d’ordine cifrata “Asse”, con la quale ebbe inizio l’operazione Alarico, progettata fin dal 27 luglio, per disarmare l’esercito italiano ed occupare militarmente l’Italia (74).

L’occupazione del territorio italiano fu condotta da due gruppi di armate: il gruppo armate B (Heeresgruppe B) al comando del Feldmaresciallo Rommel che occupò l’Italia settentrionale, ed il gruppo armate A (Heeresgruppe A) comandato dal feldmaresciallo Albert Kesserling preposto all’occupazione delle regioni centrali e meridionali.

L’Italia venne divisa in tre zone di operazione: la prima, sotto il comando di Kesserling, abbracciava le regioni meridionali e centrali. Le altre, subordinate a Rommel, includevano le province di Bolzano, Belluno e Trento e un’altra la Venezia Giulia e la provincia di Lubiana. Quest’ultima fu denominata “Operationiszone Adriatisches Kustenland” (zone di operazione del Litorale Adriatico). 32 divisioni italiane dislocate in Slovenia, Croazia, Dalmazia e Montenegro furono quasi subito disarmate.

Il 15 settembre le città capoluogo di provincia, le vie di comunicazione, i porti e gli aeroporti che costituivano importanti obiettivi strategici, furono posti sotto il controllo tedesco, consolidato pochi giorni dopo dall’arrivo dei rinforzi corazzati.

Le unità tedesche utilizzate in questa prima fase non superarono i 5000 uomini ed incontrarono solo sporadicamente resistenze da parte di piccoli gruppi di antifascisti. Per mantenere sicure le principali vie di comunicazione con i Balcani e con il fronte meridionale italiano, i tedeschi predisposero un’azione rapida ed incisiva di rastrellamento, per frenare l’azione delle forze slave in tutta la Venezia Giulia ed in Istria.

L’operazione, dal nome in codice “Wolkenbruck” (nubifragio) impegnò le esigue forze fasciste repubblicane da poco costituitesi, le unità della 162 divisione turkmena, della 24 e della 44 div. Fanteria corazzata, delle divisioni corazzate S.S. Prinz Eugen e Leibestandtarte Adolf Hitler.

L’azione tedesca fece molte vittime anche tra i civili che, in varie zone dell’Istria già avevano patito l’occupazione slava. I partigiani furono costretti a ritirarsi procedendo verso Nord – Est, oltre i monti di Vena e Ciceria, così da poter raggiungere zone ritenute più sicure quali il Monte Nevoso (Sneznik – 1796 m) in Slovenia o l’impervia zona del Gorski Kotar in Croazia.

La stampa controllata dai fascisti dell’epoca, soprattutto a Trieste e Pola, resero note le cifre delle vittime dei rastrellamenti tedeschi (circa 130.000), che tuttavia apparvero esagerate, per evidenti fini propagandistici, rispetto ai dati reali.

L’arrivo dei tedeschi, che segnò ulteriormente la già provata penisola istriana, fu tuttavia sentito come la fine di un incubo fatto di violenze, sopraffazioni ed esecuzioni sommarie, in cui molti istriani caddero all’indomani dell’armistizio, e con la presa di potere degli slavi in un periodo circoscritto tra il settembre e il dicembre 1943 (75).

All’indomani dell’armistizio, infatti, la regione giulia divenne in poche settimane terra di nessuno. Bisogna aggiungere infatti che, oltre all’occupazione nazista dei maggiori centri della regione, interessarono gran parte dell’Istria anche le invasioni dei partigiani slavi.

In una situazione generale di vuoto di potere in cui gran parte dei presidi e comandi armati a copertura dell’intera Istria si dissolsero, all’indomani dell’8 settembre si produsse l’azione condotta da agenti ed attivisti sloveni e croati i quali, come primo atto, si impadronirono del materiale bellico abbandonato dai militari.

Forze armate partigiane attraversarono il vecchio confine italo-jugoslavo ed occuparono numerose città della penisola istriana. Pisino fu occupata tra l’11 ed il 12 settembre e divenne il centro organizzativo e direttivo di tutte le operazioni militari (76).

Restarono escluse dall’occupazione Fasana, Dignano, Pola, Muggia, Pirano, Trieste e Fiume. Così figura anche in una dettagliata relazione, datata 25 settembre 1943, del comando operativo per l’Istria dell’EPL e dei distaccamenti partigiani della Croazia, riguardante i combattimenti contro i tedeschi in cui si affermava appunto che tutta l’Istria interna era stata occupata (77).

Difficilmente attendibile è la tesi sostenuta da Mario Pacor in “Confine Orientale” (p. 193 sgg.) e di quanti sostengono che l’azione fu condotta da un solo battaglione e, soprattutto per quanto concerne le fonti slave, che l’occupazione partigiana fu un momento di una ben più vasta insurrezione cui la popolazione istriana partecipò numerosa e volontariamente.

Una tale interpretazione è funzionale ad una versione tesa a giustificare, con evidenti fini propagandistici e politici, la presa di potere e la legittimazione degli organismi del Potere Popolare croati che assunsero il governo civile e militare (con un’azione che fu invece fondamentalmente unilaterale) e proclamarono pochi giorni dopo l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia federativa.

La popolazione italiana rimase essenzialmente estranea a questo processo avvenuto in una totale mancanza di potere civile, militare e politico alternativo, che potesse fungere da opposizione. L’Istria fu sommersa in quei giorni dai tricolori jugoslavi, del tricolore italiano fu ammessa solo l’esposizione del lembo rosso, ed in seguito neppure di quello (78).

Una descrizione il più possibilmente accurata e dettagliata di questi fatti, unitamente a quelli che travolsero l’Istria fin dopo la fine del conflitto mondiale, anni in cui numerose continuarono ad essere le violenze perpetrate a danno della popolazione locale, sarà oggetto del capitolo successivo.

 

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                                    Introduzione

 

CAPO PRIMO:        Storia della città di Fiume.

                                   Cenni storici.

                                   Fiume Da Napoleone all’inizio del ‘900.

                                   Dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.

                                   Note capo primo.o.

 

CAPO SECONDO: Il fascismo a Fiume.

                                   Il fascismo nella realtà italiana.

                                   I rapporti Mussolini – D’Annunzio.

                                   Note capo secondo.

 

CAPO TERZO:       Fiume nel 1943 – 1944.

                                  L’esercito italiano alla vigilia dell’armistizio.

                      Movimenti di lotta a Fiume:

                                  Forze antifasciste – CLN – Partigiani.

                                  RSI ed amministrazione tedesca.

                                  Note capo terzo.

 

CAPO QUARTO:   Il trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.

                                  Entrata dell’armata jugoslava.

                                  La situazione a Fiume.

                                  Le conseguenze: eccidi ed esodo.

                                  Note capo quarto.

 

                                  Conclusioni.

                                  Bibliografia.

                                  Assassinati e scomparsi.

 

 

 

 

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