Il 1943 rappresentò per l’Italia un
anno cruciale in cui, alle illusioni che avevano accompagnato la sua entrata in
guerra ed alle speranze di una soluzione positiva del conflitto a favore delle
potenze dell’Asse, si sostituì la consapevolezza dell’inadeguatezza dell’Italia
a sostenere gli oneri umani e materiali che la guerra
comportava.
Il regime e l’apparato erano ovunque in
crisi: un generale senso di sfiducia allontanava sempre di più la gente dal
fascismo, il quale, come definito dall’ambasciatore tedesco a Roma, Hans Georg
von Mackensen (58) non era più come prima “la forza propulsiva, ma un motore che
gira a vuoto.” Il malcontento della popolazione era reso più acuto dalle
disastrose condizioni economiche in cui l’Italia versava.
Un grave problema, fortemente sentito
anche nelle province giuliane, fu costituito dai rifornimenti alimentari di cui
si lamentava sia la lentezza nelle consegne dei contingenti alimentari già
assegnati, sia l’inadeguatezza di questi
rispetto alle reali necessità della popolazione.
Alla fine di marzo il prefetto inviò
una lettera a tutti i podestà ed ai commissari prefettizi dei comuni della
provincia dell’Istria invitandoli a riferire mensilmente circa la situazione
esistente nei comuni, con particolare riguardo allo spirito pubblico e
all’alimentazione (59).
A questi problemi si aggiungeva, nella
Venezia Giulia, la questione della difficile convivenza delle popolazioni
italiane e slave. Nella primavera e nell’estate del 1943, nella Venezia Giulia,
in Slovenia, nella Croazia nord-occidentale e nella Dalmazia settentrionale
erano schierate la II e l’VIII Armata, alle dipendenze dello Stato Maggiore
dell’esercito.
Una descrizione accurata dello
stanziamento delle forze armate italiane nella zona della Venezia Giulia e
dell’Istria è utile alla comprensione della situazione in cui l’esercito
italiano si trovò a dover agire all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre
1943. La seconda Armata, comandata dal generale Mario Robotti e dal generale
Umberto Fabbri come capo di S.M., aveva il suo quartier generale a Fiume –
Sussak, ed era strutturata su tre corpi: l’XI, il V ed il
XVIII.
L’VIII Armata, il cui quartier generale
era a Padova, era dislocata in Veneto, nel Trentino – Alto Adige, nella Venezia
Giulia ed in gran parte della Lombardia. La sua vasta giurisdizione operativa si
estendeva dal passo dello Stelvio fino alla costa orientale dell’Istria, Fiume
esclusa, limitata a Nord dalla Germania e Jugoslavia e a Sud dal corso del Po.
Era comandata dal generale Italo Gariboldi (capo di Stato Maggiore era il
generale Lorenzo Richieri) e ad essa appartenevano il XXIII, il XXIV ed il XXXV
Corpo d’Armata.
L’Armata, di cui facevano parte
numerosi reduci della campagna di Russia, era competente circa il ripristino e
la messa in efficienza delle sistemazioni difensive lungo il confine orientale,
della lotta contro le formazioni partigiane slovene e croate, della sicurezza
delle vie di comunicazione e degli impianti e della difesa del territorio (60).
Entrambe erano caratterizzate da armamenti ed equipaggiamenti deficitari, con
scarse capacità di mobilità dovute anche alla mancanza di mezzi di
trasporto.
Il morale delle truppe era depresso
soprattutto per i reduci della campagna di Russia e per circa dodicimila
militari siciliani che, sebbene avessero ottenuto precedentemente licenza per
essere inviati a combattere in Sicilia, rimasero sempre in attesa dell’ordine di
partenza.
Ad accrescere lo stato di confusione in
cui l’esercito italiano si trovava alla vigilia dell’ 8 settembre, contribuì
anche la riorganizzazione militare della difesa, il cui fine era quello di
affidare all’esercito l’intera responsabilità della difesa del territorio
nazionale ed alla Marina compiti specificatamente navali e contraerei
(61).
Grande importanza aveva, soprattutto
per la sua sicurezza, la base navale di Pola che, dal giugno 1943, era affidata
al comando dell’ammiraglio di divisione Gustavo Strazzeri. Essa era, per
importanza, il terzo porto militare italiano: qui avevano sede l’arsenale, i
cantieri navali di Scoglio Olivi, le Scuole per cannonieri, per telemetristi e
per i motoristi del CREM (Corpo Reale Equipaggi marittimi). A Scoglio Olivi si
trovava inoltre un centro sommergibili ed una scuola di addestramento su
sommergibili e Mas. Escludendo il personale imbarcato sulle navi, le forze
appartenenti alla Reale Marina presenti nella base istriana ammontavano a più di
ventimila unità. Per quanto riguarda la provincia fiumana, questa, in quanto
punto estremo del confine orientale italiano, rivestiva un’enorme importanza
strategica, al punto che in questa zona erano state dislocate già da tempo unità
delle varie forze armate.
Fiume era un importante porto
commerciale in cui erano presenti attrezzati cantieri navali, raffinerie di
petrolio ed uno dei pochi silurufici esistenti in Italia. I siluri prodotti a
Fiume rappresentavano la metà di tutta la produzione italiana: l’industria
pesante era concentrata nei “cantieri navali del Carnaro”, quella piccola nella
raffineria della società ROMSA e notevole importanza rivestiva anche una grande
manifattura di tabacchi. Il generale Antonio Scuero, comandante del quinto corpo
d’Armata con sede a Cirquenizza, era preposto al comando del territorio di
Fiume.
Capo di S.M. era il comandante Giuseppe
Zappin, mentre la difesa del porto e della città era affidata al generale
Michele Ralla, comandante del V Raggruppamento Guardie di Frontiera (GAF) il cui
posto di comando si trovava a Fiume – Sussak (62).
Da Marina Fiume dipendevano 16 comandi
o uffici portuali delle coste orientali dell’Istria, della Dalmazia ed isole del
Quarnero. Il comando Marina di Fiume - Sussak, affidato al Capo di Vascello
Antonio Crespi, dipendeva nominalmente dal Comando Marittimo di Pola, ma era
sottoposto all’Autorità del V Corpo della II Armata per la difesa del ponte di
terra.
Tale era il dispiegamento delle forze
militari italiane nella Venezia Giulia ed in Istria nel momento in cui, in
seguito all’ordine del giorno Grandi, Mussolini venne destituito dalle sue
funzioni di primo ministro segretario di Stato ed i poteri vennero affidati al
Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. L’annuncio venne dato il 25 luglio alle
ore 22,45.
La dissoluzione del partito fascista
fu, si può dire, quasi immediata: non si hanno notizie, soprattutto sulla stampa
locale, di reazioni violente o di manifestazioni. In un rapporto del podestà di
Lanischie, del 25 agosto 1943, si da notizia dell’assoluta calma con cui venne
appresa la notizia (63).
Il controllo dell’ordine pubblico venne
assunto dal Comando del XXIII Corpo d’Armata comandata dal generale Alberto
Ferrero, ed aveva sede a Trieste. Con un’ordinanza del Comando del Corpo
d’Armata, del 26 luglio, venne istituito dalle ore 22 alle ore 5 il coprifuoco e
furono poste sotto sorveglianza nodi ferroviari e stradali, edifici e centri che
potevano costituire degli obiettivi strategici.
Reazioni ben più complesse e
preoccupate seguirono all’annuncio del re e di Badoglio, con cui si comunicava
alla popolazione la continuazione della guerra a fianco delle potenze
dell’Asse.
Il 27 agosto la Direzione Generale
della Stampa Italiana del Ministero della Cultura Popolare trasmise, tramite le
prefetture, un lungo promemoria in cui si raccomandava ai funzionari addetti al
servizio di censura di moderare i toni della critica del passato regime e di
usare, nei confronti dell’alleato tedesco, la “massima cautela”
(65).
Non sfuggiva, tuttavia, il pericolo cui
erano esposte l’Alto Adige e la Venezia Giulia che, data la loro vicinanza con
il confine tedesco e la loro importanza dal punto di vista strategico, si
preventivava sarebbero state oggetto di un’occupazione da parte dei tedeschi. La
ferrovia e la rotabile del Brennero erano di vitale importanza per il fronte Sud
e attraverso la regione Giulia passava una delle arterie principali delle
comunicazioni tra il Reich e i Balcani.
Consapevoli della necessità di adottare
misure specifiche che tutelassero e garantissero la protezione ed il controllo
delle forze militari italiane nella zona, vennero inviate disposizioni ai
comandi delle armate (in particolare la II ed VIII, dislocate ai confini
orientali, in Croazia e Slovenia) al fine di potenziare il controllo italiano su
importanti punti strategici. Queste disposizioni furono ovunque accompagnate
dalla raccomandazione di mantenere una certa cautela nei rapporti con le armate
tedesche, di evitare interferenze nei movimenti delle loro truppe (cui sarebbe
seguita un’aggressione tedesca) al fine di non rendere l’Italia artefice
dell’inizio di eventuali ostilità contro la Germania.
La prudenza che si raccomandava di
utilizzare (che tuttavia rese difficile il compito di sorveglianza cui i reparti
italiani erano preposti) aveva come scopo quello di evitare che l’Italia
apparisse come aggressore e che di conseguenza l’eventuale responsabilità di un
attacco armato fosse totalmente imputabile alla Germania (66).
I tedeschi giustificarono i movimenti
delle loro truppe come una mossa preventiva in previsione degli imminenti
sbarchi alleati in Italia. Il 6 agosto a Tarvisio, ed il 15 agosto a Casalecchio
di Reno presso Bologna, il ministro degli esteri italiano incontrò il ministro
tedesco, accompagnati dai rispettivi capi di stato maggiore, nella speranza di
ottenere, da parte tedesca, delle chiarificazioni circa i movimenti delle loro
divisioni che, dal 25 luglio, entrarono sempre più numerose in Italia, assumendo
così la loro azione il carattere velato di una vera e propria aggressione.
Questi incontri si conclusero tuttavia con un nulla di fatto.
La notte del 2 settembre 1943
Superesercito emanò la “Memoria n. 44 op” (cui seguì la 45 op del 6 settembre)
elaborata già dal 18 agosto, ma che ottenne solo in quella data il consenso alla
diramazione da parte del Comando Supremo. Il documento, ricevuto e bruciato dopo
averne apprese le disposizioni, integrava il precedente ordine 111/CT del 10
agosto, e sarebbe dovuto entrare in vigore in seguito alla ricezione di un
fonogramma convenzionale o, qualora la situazione fosse stata particolarmente
grave, su iniziativa dei comandi del posto (67).
La memoria 44 stabiliva, quali
obiettivi particolari, la distruzione, da parte della II armata, della 71
Divisione tedesca (per isolare i tedeschi interrompendo le comunicazioni da
Tarvisio al mare), impedire, con l’VIII Armata, le comunicazioni verso il Sud e,
per quanto riguarda i compiti affidati alla sola VIII Armata, di interrompere le
comunicazioni tra la Germania e l’Italia ed arrestare il passo alle truppe
tedesche in Trentino ed in Alto Adige.
Non si faceva assolutamente riferimento
alla possibilità della stipula di un armistizio, eventualità questa cui invece
fecero accenno il Promemoria n. 1 e n. 2 indirizzati, il 6 settembre, da parte
del Comando Supremo, ai rispettivi comandi dipendenti. Il promemoria n. 2 in
particolare (ad esempio al punto IV) faceva esplicito riferimento alla
possibilità della dichiarazione di un armistizio. Questo promemoria, pare a
causa di contrattempi nella diramazione, giunse in ritardo ai vari
comandi.
La disposizione “Memoria 44 op” fu
recapitata la sera del 2 settembre al comando della seconda Armata. Anche qui,
con un ritardo inspiegabile, il generale Robotti emanò le opportune disposizioni
ai Corpi d’Armata dipendenti, così da frenare l’avanzata della 71 divisione
tedesca che in quei giorni era dislocata nella zona di Postumia e Lubiana, e
stanziando le divisioni a protezione di Fiume, Trieste e Gorizia e riunendole
per concorrere alla difesa della patria (68).
In questi giorni di poco precedenti la
firma dell’armistizio, caratterizzati da un clima denso di incertezze e dubbi
circa lo sviluppo del conflitto e delle sorti italiane, venne concepita l’azione
che, dal nome del suo protagonista, è ricordata come “Missione Gambara”
(69).
Il mattino del 5 settembre 1943 il
generale Gastone Gambara, comandante dell’XI corpo dell’Armata, giunse in auto a
Roma, convocato dallo stato Maggiore Generale. Fu quindi designato ad assumere
il comando di un raggruppamento mobile
al confine orientale, di circa 10 – 12 divisioni, costituito da unità
appartenenti alla II ed all’VIII Armata, con lo scopo di creare un organismo a
sé stante, capace di assolvere speciali compiti operativi nell’eventualità
prevista di una invasione tedesca alla Venezia Giulia.
Compito principale, senza destare
sospetti nei reparti tedeschi, era quello di garantire il possesso della
Slovenia, di Lubiana, Gorizia ed Udine e precludere ai tedeschi l’occupazione di
Trieste e Fiume, porti di fondamentale importanza nell’Alto Adriatico
nell’eventualità di uno sbarco angloamericano.
Egli dovette attendere fino alle ore 19
dell’8 settembre l’ordine scritto con la firma del generale Ambrosio, e quando
partì era convinto, come gli era stato confermato dallo Stato Maggiore Generale,
di poter disporre di almeno 10 giorni di tempo per organizzare le divisioni
(70).
Bisogna tenere presente che l’incarico
venne conferito al generale quando il Comando Supremo già sapeva della firma
dell’armistizio ed era dunque cosciente che in ogni caso il generale Gambara non
avrebbe avuto il tempo necessario (neppure se la notifica fosse stata diramata,
come supposto, il 12 settembre) ad espletare l’incarico
affidatogli.
Tutto ciò a conferma della scarsa
volontà da parte del governo italiano, che era ben informato circa i movimenti
delle truppe tedesche, di difendere i confini orientali, che erano i più
esposti, per la difesa dei quali si sarebbe dovuto predisporre un piano adeguato
sin dalla fine di luglio.
Il generale Gambara trovò inoltre
difficoltà ad ottenere, da parte dei comandanti delle due armate, il comando di
parte delle truppe necessarie a formare le divisioni previste.
Il generale apprese a Foligno, alle ore
23 ad un posto di blocco, della proclamazione dell’armistizio: chiese istruzioni
circa la sua missione e gli fu detto di proseguire. Nel frattempo il generale
Radotti diramò l’ordine di applicazione della “Memoria n. 44 op” spostando
alcune unità a Nord di Fiume ed interrompendo le comunicazioni e la linea
ferroviaria Fiume – Trieste.
Il 10 settembre Gambara assunse
ufficialmente il comando delle sue divisioni e confermò gli ordini impartiti,
pur raccomandando di astenersi dal ricorrere a mezzi estremi o spargimenti di
sangue.
Il giorno seguente informò il generale
Radotti riguardo alla sua decisione di consentire ai tedeschi l’entrata nella
città di Fiume, sulla impossibilità di proseguire la lotta, sul morale delle
truppe e sulla pressione dei partigiani.
Diverse unità furono spostate a Sussak
e dovettero sopportare, oltre all’avanzata tedesca, la pressione dei partigiani,
cui furono costretti a cedere i propri armamenti. In tutta la regione la
situazione si fece, appresa la notizia dell’armistizio, sempre più caotica,
causa la presenza sul territorio di forze italiane e degli armamenti partigiani,
i cui caratteri meritano di essere approfonditi e delineati più
precisamente.
A Fiume, dove la notizia era stata
accolta con gioia e dimostrazioni di giubilo, la popolazione offrì ricovero ed
aiuto a coloro che, fra i soldati locali, già cominciavano a sbandarsi
(71).
Già il 9 settembre il generale von
Horstenau, rappresentante personale di Hitler a Zagabria, concluse con il
Poglavnik Pavelic un accordo in virtù del quale la Dalmazia, l’Istria, Fiume e
la parte della Croazia annessa all’Italia nel 1941 venivano attribuite allo
Stato croato.
Alle ore 12 del 10 settembre, da Radio
Zagabria furono annunciati i termini dell’accordo: le forze armate croate di
Pavelic, tuttavia, non arrivarono mai a Fiume. Tale accordo fu tuttavia smentito
in seguito ad una riunione di ufficiali convocata dal Gigante al teatro “Fenice”
di Fiume, cui partecipò anche il colonnello Volker.
Le condizioni in cui avvennero i primi
contatti tra Gambara ed i tedeschi restano tuttora poco chiare: tuttavia venne
più volte sottolineata dal generale la necessità di giungere ad una resa
(sebbene Fiume fosse circondata da numerose unità che avrebbero avuto un lasso
di tempo sufficiente per organizzarsi, poiché i tedeschi entrarono in città solo
il 14 settembre) viste le condizioni in cui versavano le truppe e la risolutezza
con cui i tedeschi minacciarono di distruggere la città. Venne stabilita la
conservazione delle armi agli ufficiali, i disarmo ed il concentramento delle
truppe italiane sotto il controllo italiano, la presenza di un presidio italiano
a Fiume sotto controllo tedesco, la proibizione ai reparti ustascia di entrare
nel circondario e nel centro di Fiume.
Il generale Gambara accettò le
condizioni l’11 settembre: il 13 inviò alla cittadinanza di Fiume un proclama in
cui si avvertiva la popolazione circa il
divieto di costituire gruppi e partiti politici, nell’interesse della concordia,
dell’onore e dell’ordine (72).
I tedeschi inviarono il 14 settembre un
ultimatum agli jugoslavi di Sussak, intimando la resa entro le ore 8 del giorno
successivo. Gli jugoslavi cominciarono invece, dalle ore 7 del 15 settembre, a
minare i ponti sull’Eneo, che saltarono tutti in aria, tranne quello sul delta,
attraverso il quale i tedeschi entrarono a Sussak.
Ciò che spinse probabilmente il
generale Gambara a cedere dinanzi ai tedeschi fu il pericolo rappresentato dai
partigiani e dalla presenza minacciosa degli ustascia di Pavelic. I tedeschi
vennero considerati una garanzia rispetto agli sloveni ed ai croati che, se
fossero potuti entrare a Fiume, non avrebbero certo risparmiato le decine di
migliaia di italiani residenti (73).
Ai soldati italiani che si trovavano a
Fiume consegnati nelle caserme, fu offerto di collaborare con i tedeschi. Molti
rifiutarono e furono quindi inviati ai campi di internamento.
Il 17 settembre Gambara sciolse l’unico
reparto ancora ai suoi ordini, le guardie di frontiera quinto raggruppamento, ed
il giorno seguente, scortato da truppe tedesche, lasciò Fiume, prima diretto a
Trieste e poi a Lubiana. La lotta armata intorno a Fiume si estinse in pochi
giorni: per dar prova del successo delle operazioni compiute in Venezia Giulia,
il 30 settembre i tedeschi fecero sfilare per le vie principali i prigionieri
partigiani presi durante le operazioni dei giorni precedenti.
L’annuncio improvviso dell’armistizio,
che lasciò impreparati i reparti in tutta Italia, fece cadere nel caos e
sbandamento completo le forze stanziate nella Venezia Giulia ed in Istria. Le
popolazioni delle città costiere, e di Fiume soprattutto, compresero quale
situazione fossero chiamati ad affrontare, e compresero subito che, anziché la
conclusione della guerra, al confine orientale dell’Italia si stesse per aprire
un capitolo nuovo, ben più amaro e difficile.
Non è un mistero, tuttavia, che il
governo italiano intese mantenere riserbo circa la firma dell’armistizio,
credendo che questo sarebbe stato reso noto dagli alleati non prima del 12
settembre.
L’armistizio fu firmato a
Cassibile il 3 settembre 1943
(armistizio breve – short military armistice) dal generale Bedell Smith e dal
generale Castellano. Le clausole di questo documento, cui era allegato un
promemoria, il documento di Quebec, dovevano restare in vigore fino alla
conclusione del trattato di pace. Se dunque i soldati italiani si trovarono soli
e disorientati dinanzi alla nuova situazione che si era creata all’indomani
dell’8 settembre, i reparti tedeschi al contrario non furono colti di sorpresa
da questa notizia.
La sera stessa dell’8 settembre 1943
partì dal quartier generale di Hitler, a Ratsenburg (nella Prussia orientale) la
parola d’ordine cifrata “Asse”, con la quale ebbe inizio l’operazione Alarico,
progettata fin dal 27 luglio, per disarmare l’esercito italiano ed occupare
militarmente l’Italia (74).
L’occupazione del territorio italiano
fu condotta da due gruppi di armate: il gruppo armate B (Heeresgruppe B) al
comando del Feldmaresciallo Rommel che occupò l’Italia settentrionale, ed il
gruppo armate A (Heeresgruppe A) comandato dal feldmaresciallo Albert Kesserling
preposto all’occupazione delle regioni centrali e meridionali.
L’Italia venne divisa in tre zone di
operazione: la prima, sotto il comando di Kesserling, abbracciava le regioni
meridionali e centrali. Le altre, subordinate a Rommel, includevano le province
di Bolzano, Belluno e Trento e un’altra la Venezia Giulia e la provincia di
Lubiana. Quest’ultima fu denominata “Operationiszone Adriatisches Kustenland”
(zone di operazione del Litorale Adriatico). 32 divisioni italiane dislocate in
Slovenia, Croazia, Dalmazia e Montenegro furono quasi subito
disarmate.
Il 15 settembre le città capoluogo di
provincia, le vie di comunicazione, i porti e gli aeroporti che costituivano
importanti obiettivi strategici, furono posti sotto il controllo tedesco,
consolidato pochi giorni dopo dall’arrivo dei rinforzi
corazzati.
Le unità tedesche utilizzate in questa
prima fase non superarono i 5000 uomini ed incontrarono solo sporadicamente
resistenze da parte di piccoli gruppi di antifascisti. Per mantenere sicure le
principali vie di comunicazione con i Balcani e con il fronte meridionale
italiano, i tedeschi predisposero un’azione rapida ed incisiva di
rastrellamento, per frenare l’azione delle forze slave in tutta la Venezia
Giulia ed in Istria.
L’operazione, dal nome in codice
“Wolkenbruck” (nubifragio) impegnò le esigue forze fasciste repubblicane da poco
costituitesi, le unità della 162 divisione turkmena, della 24 e della 44 div.
Fanteria corazzata, delle divisioni corazzate S.S. Prinz Eugen e Leibestandtarte
Adolf Hitler.
L’azione tedesca fece molte vittime
anche tra i civili che, in varie zone dell’Istria già avevano patito
l’occupazione slava. I partigiani furono costretti a ritirarsi procedendo verso
Nord – Est, oltre i monti di Vena e Ciceria, così da poter raggiungere zone
ritenute più sicure quali il Monte Nevoso (Sneznik – 1796 m) in Slovenia o
l’impervia zona del Gorski Kotar in Croazia.
La stampa controllata dai fascisti
dell’epoca, soprattutto a Trieste e Pola, resero note le cifre delle vittime dei
rastrellamenti tedeschi (circa 130.000), che tuttavia apparvero esagerate, per
evidenti fini propagandistici, rispetto ai dati reali.
L’arrivo dei tedeschi, che segnò
ulteriormente la già provata penisola istriana, fu tuttavia sentito come la fine
di un incubo fatto di violenze, sopraffazioni ed esecuzioni sommarie, in cui
molti istriani caddero all’indomani dell’armistizio, e con la presa di potere
degli slavi in un periodo circoscritto tra il settembre e il dicembre 1943
(75).
All’indomani dell’armistizio, infatti,
la regione giulia divenne in poche settimane terra di nessuno. Bisogna
aggiungere infatti che, oltre all’occupazione nazista dei maggiori centri della
regione, interessarono gran parte dell’Istria anche le invasioni dei partigiani
slavi.
In una situazione generale di vuoto di
potere in cui gran parte dei presidi e comandi armati a copertura dell’intera
Istria si dissolsero, all’indomani dell’8 settembre si produsse l’azione
condotta da agenti ed attivisti sloveni e croati i quali, come primo atto, si
impadronirono del materiale bellico abbandonato dai militari.
Forze armate partigiane attraversarono
il vecchio confine italo-jugoslavo ed occuparono numerose città della penisola
istriana. Pisino fu occupata tra l’11 ed il 12 settembre e divenne il centro
organizzativo e direttivo di tutte le operazioni militari
(76).
Restarono escluse dall’occupazione
Fasana, Dignano, Pola, Muggia, Pirano, Trieste e Fiume. Così figura anche in una
dettagliata relazione, datata 25 settembre 1943, del comando operativo per
l’Istria dell’EPL e dei distaccamenti partigiani della Croazia, riguardante i
combattimenti contro i tedeschi in cui si affermava appunto che tutta l’Istria
interna era stata occupata (77).
Difficilmente attendibile è la tesi
sostenuta da Mario Pacor in “Confine Orientale” (p. 193 sgg.) e di quanti
sostengono che l’azione fu condotta da un solo battaglione e, soprattutto per
quanto concerne le fonti slave, che l’occupazione partigiana fu un momento di
una ben più vasta insurrezione cui la popolazione istriana partecipò numerosa e
volontariamente.
Una tale interpretazione è funzionale
ad una versione tesa a giustificare, con evidenti fini propagandistici e
politici, la presa di potere e la legittimazione degli organismi del Potere
Popolare croati che assunsero il governo civile e militare (con un’azione che fu
invece fondamentalmente unilaterale) e proclamarono pochi giorni dopo
l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia federativa.
La popolazione italiana rimase
essenzialmente estranea a questo processo avvenuto in una totale mancanza di
potere civile, militare e politico alternativo, che potesse fungere da
opposizione. L’Istria fu sommersa in quei giorni dai tricolori jugoslavi, del
tricolore italiano fu ammessa solo l’esposizione del lembo rosso, ed in seguito
neppure di quello (78).
Una descrizione il più possibilmente
accurata e dettagliata di questi fatti, unitamente a quelli che travolsero
l’Istria fin dopo la fine del conflitto mondiale, anni in cui numerose
continuarono ad essere le violenze perpetrate a danno della popolazione locale,
sarà oggetto del capitolo successivo.
____________
Introduzione
CAPO
PRIMO: Storia
della città di Fiume.
Cenni storici.
Fiume Da Napoleone all’inizio del ‘900.