Fiume

 

 
 
 

CAPITOLO  SECONDO

 Il  fascismo  a  Fiume

 

 II.1.  Il fascismo nella realtà italiana.

 

 
 

 

  

Uno dei ritratti più documentati della personalità di Benito Mussolini è delineato da Renzo de Felice nella sua biografia del duce in cui si evidenzia quanto, sia la figura, sia il mito mussoliniano, fossero basati su una profonda ambivalenza che raramente ha permesso di consegnare alla storia un quadro unico, uniforme ed intessuto della benchè minima coerenza (27).

I trascorsi politici di Mussolini lo vedono militante nelle file socialiste, neutralista ed interventista a seconda dell’opportunità politica, ed infine, dopo la guerra, sempre più ostile ai socialisti e vicino ai nazionalisti. Sposò ideologie e credo politici contrastanti e li concepì solo quali strumenti funzionali alla propria presenza sulla scena politica italiana (28).

L’Italia, all’indomani della guerra, si presentava economicamente e finanziariamente in condizioni disastrose. Tutto ciò ebbe forti ripercussioni sociali: i numerosi scioperi che caratterizzarono quegli anni sono una dimostrazione del malessere generale e di una nuova coscienza della rilevanza politica che le classi lavoratrici avevano acquistato nel corso degli anni della guerra.

Le richieste avanzate erano ben più consistenti di quanto la borghesia (media e grande) fosse disposta a concedere, ma ciò che soprattutto spaventava e spezzava la sicurezza e gli equilibri della vecchia classe liberale al potere era la consapevolezza della forza (politica ed economica) con cui le masse avanzavano le loro richieste.

Elemento ancora più grave fu che la guerra creò una classe di spostati che fornì al fascismo la sua base popolare (29).

Questa base popolare mancò, invece, al nazionalismo, che fu sì un movimento della piccola e media borghesia, ma mai un movimento propriamente popolare. Il fascismo, al contrario, secondo la definizione di Paolo Alatri, fu, dal punto di vista sociale “la massa di manovra di cui l’ideologia nazionalista si servì per i suoi fini”, fattore questo che fece sì che i due movimenti s’incontrassero e si fondessero.

Funzionali allo sviluppo del fascismo furono la collaborazione del capitalismo agrario e dell’industria pesante. Tre furono quindi i fattori e le forze che sostennero il fascismo: la piccola borghesia urbana, gli agrari e la grande industria la cui influenza fu decisiva per la fisionomia stessa che il regime fascista assunse negli anni della sua più piena affermazione (30).

Il boom economico causato dalla guerra non diminuì, come temevano gli industriali, alla fine del conflitto, ma continuò fino alla metà del 1920.

La domanda di beni fu mantenuta alta da quanti, dopo gli stenti della guerra, si precipitarono all’acquisto di beni di consumo reputati indispensabili: tutto ciò provocò un processo inflazionistico cui fecero eco le proteste e gli scioperi delle classi lavoratrici che chiedevano, per fronteggiare e compensare il diminuito potere d’acquisto, aumenti salariali. Le loro richieste furono soddisfatte poiché gli industriali potevano ancora assicurarsi notevoli guadagni.

Il movimento fascista, fondato a Milano il 23 marzo 1919, era ancora, in questo periodo, un movimento di scarso peso politico e di scarso interesse che prestava più attenzione ai temi di politica estera e ad idee di matrice nazionalista. Fu con la grave crisi economica del 1920, causata da un’improvvisa contrazione della domanda, che gli industriali, incapaci di soddisfare le richieste dei lavoratori, dovettero fronteggiare una lotta sociale di ampie dimensioni che culminò con la serrata e l’occupazione delle fabbriche. Molti ex operai formarono un esercito di sottoproletariato disposto, contrariamente a quanto stabilito dalla Federterra, ad offrire il proprio lavoro agli agrari per paghe inferiori ai minimi concordati.

Mussolini cominciò a vedere, nella difesa degli interessi degli agrari, un vantaggio per sé e per il proprio movimento, cui ben presto si rivolsero anche gli industriali.

Terminata la crisi economica verso marzo – aprile del 1922, riprese la produzione ed il processo inflazionistico: gli imprenditori videro allora nei fascisti i garanti della pace sociale, in grado di assicurarli dagli scioperi e dalle agitazioni degli anni precedenti (31).

L’Italia non era nuova all’uso della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti sociali: gli eccidi di braccianti ed operai avevano minato le basi dello Stato unitario sin dalla sua costituzione. Il fascismo ereditò questo strumento e ne fece un sistema esclusivo e permanente di governo (32/33).

Il fascismo squadrista divenne così lo strumento attraverso il quale attuare una controrivoluzione preventiva di una rivoluzione, quella socialista, che tuttavia lo stesso Mussolini sapeva essere improbabile.

Il mito del fascismo salvatore dell’Italia dal bolscevismo fu, secondo lo scrittore inglese Bolton King, un mito che a Mussolini convenne coltivare e che gli donò prestigio agli occhi dell’opinione pubblica interna e fu uno dei motivi di maggiore ammirazione da parte di Hitler.

Alle responsabilità del partito socialista per la sua inerzia ed assenza, si accompagnarono le responsabilità di due altri poli di riferimento importanti nella realtà italiana di quegli anni: il Vaticano e la Monarchia. Questi, anziché fungere da argine all’avanzata fascista, si unirono a quanti speravano di utilizzare il fascismo per i propri scopi, per poi liberarsene al momento opportuno.

I rapporti tra il fascismo e il Vaticano furono basati tanto sullo spettro di un ricatto, quanto sulla certezza che un nuovo connubio tra Stato e Chiesa avrebbe recato ad entrambi grandi vantaggi.

Mussolini, in più di uno dei suoi articoli e discorsi, minacciò il Vaticano di scatenare una rappresaglia se questo non gli avesse dato la sua collaborazione (34/35).

Un primo passo verso la conciliazione, in un momento importante come quello per la votazione della legge Acerbo, fu la sostituzione del segretario del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, con Alcide de Gasperi, uomo di sentimenti meno apertamente antifascisti.

Il tono dei discorsi di Mussolini nei confronti del Vaticano cambiò non appena questi gli concesse la propria “sanzione ufficiale”. Nondimeno, la Conciliazione ed il Concordato del 1929 furono la contropartita ottenuta dal Vaticano (36).

Il relazione alla peculiare situazione della Venezia Giulia e dell’Istria, in cui forti e preponderanti erano gli interessi economici e politici aggravati dalla posizione di confine, l’atteggiamento del clero merita di essere analizzato quale esempio di concordanza di interessi e di collaborazione tra il Vaticano ed il regime fascista.

Fondamentale, per la politica di italianizzazione di queste zone, fu l’atteggiamento del clero. I vescovi che non accettarono di allineare la propria azione alle posizioni nazionaliste italiane furono allontanati dalle proprie diocesi. Uno di questi fu, ad esempio, il vescovo di Trieste, mons. Fogar, il quale tentò di giustificare il proprio atteggiamento mediatore degli interessi slavi e croati, sostenendo che questo fosse il mezzo migliore per ottenere, da buon patriota, la snazionalizzazione di questi allogeni ed una maggiore collaborazione da parte del clero slavo.

L’allontanamento di coloro i quali non intesero compromettersi con il regime, fu tuttavia attuato con il consenso del Vaticano. Ne è un esempio l’attività del vescovo Antonio Santin il quale, nella complessa realtà della diocesi di Fiume, si adoperò affinchè venisse sospeso l’uso, durante la liturgia, del croato, dello sloveno e persino di uno slavo antico (lo “schiavetto”) il cui utilizzo era stato permesso dalla S. Congregazione nel 1934.

In seguito fu proibito anche l’uso di questa lingua ed il latino fu imposto in tutte le funzioni religiose. Occorre tuttavia aggiungere che, al tempo, anche la lingua italiana era esclusa dalla liturgia della messa.

Non meno vittima dei ricatti di Mussolini fu la monarchia di cui egli, in un discorso del settembre 1921 ad Udine, sottolineò il compito di rappresentare la continuità storica della Nazione. Un compito che poteva essere realizzato solo da una monarchia forte, non invisa ai fascisti, ma anzi da questi sostenuta. Mussolini, nel cercare il consenso della monarchia, cercava principalmente il consenso del suo esercito e degli ufficiali (37).

La corona, dinanzi alla minaccia di un assetto costituzionale diverso, preferì rimanere indifferente dinanzi alla richiesta, peraltro poco convinta, di Facta, di firmare il decreto di stato d’assedio, nelle occasioni della marcia su Roma del 1922 e del delitto Matteotti del giugno 1924. La complicità di queste forze e la sostanziale necessità di avere un atteggiamento conciliante da quanti potevano effettivamente opporsi al fascismo, trova conferma in una lettera che Nitti inviò ad Amendola il 23 aprile 1923.

In essa Nitti sostiene che quello fascista è un esperimento necessario che doveva compiersi indisturbato, senza adesioni formali, né opposizioni che potessero comportare il rischio di esporsi e prendere posizione.

Un esperimento, un alleato provvisorio in grado di liberare l’Italia dal pericolo socialista che, come erroneamente si credette, ciascuno sarebbe stato in grado di licenziare a lavoro ultimato (38).

In Venezia Giulia i fascisti riutilizzarono lo spettro della minaccia socialista indicando alla borghesia, come fonte di pericolo per i propri interessi, il partito socialista sloveno e croato che, nel 1919, si era unito al partito socialista italiano.

La collaborazione tra i due partiti era cominciata quasi dieci anni prima e trovava le proprie radici nell’industrializzazione e nell’espansione delle attività portuali triestine che, dalla seconda metà del XIX secolo, avevano favorito lo sviluppo di una classe operaia multietnica di cui i gruppi italiano e sloveno erano quelli più numerosi. Entrambe i gruppi furono accusati, dai rispettivi nazionalismi, di tradire i loro interessi.

All’interno dei due partiti era prevalente la corrente revisionista che auspicava la realizzazione del socialismo attraverso la via parlamentare e democratica. Lo scontro, sempre più violento, tra fascisti e socialisti, portò ad una scissione all’interno di questi. Si distinsero quindi un’ala più moderata ed una radicale per la quale era necessario intraprendere un’azione rivoluzionaria che, vinta la borghesia, avrebbe portato alla instaurazione di una repubblica socialista in cui i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti.

I socialisti sloveni si unirono alla sinistra radicale rivendicando  il rispetto della loro nazionalità e la costituzione dello Stato libero di Trieste.

Il gennaio del 1921, al Congresso del Partito Socialista di Livorno, la maggioranza radicale dei socialisti della Venezia Giulia si unì ai socialisti dissenzienti di altre parti dell’Italia per formare il Partito Comunista Italiano.

I socialisti sloveni e croati entrarono in blocco nel nuovo Partito Comunista:  in Venezia Giulia, quindi, due erano i partiti all’opposizione più importanti, quello socialista e quello comunista, e la cooperazione italo-slava all’interno di questi avrebbe avuto importanti conseguenze dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La prima guerra mondiale, le difficoltà economiche che investirono la regione e la nuova e più forte ondata di nazionalismo minarono le basi di questa pacifica convivenza (39).

All’indomani della guerra l’Italia dovette confrontarsi, ai propri confini, con un nuovo regno, quello croato, sloveno e serbo (la loro unificazione era stata proclamata il 1° dicembre 1918) con cui si trovò necessariamente a dover trattare.

Il trattato di Rapallo lasciò insoddisfatti sia i nazionalisti italiani sia quelli sloveni e croati: l’annessione di Fiume era stata ottenuta rinunciando a parte dei territori richiesti e a porto Baross, mentre quasi mezzo milione di croati e sloveni erano passati sotto l’amministrazione italiana, senza alcuna garanzia per i loro diritti.

Le azioni di questi gruppi di nazionalisti estremisti italiani cominciarono già nel 1918. Le particolari condizioni politiche ed i diversi interessi economici di questa zona portarono alla formazione di squadre fasciste quando ancora il PNF era una forza di scarso interesse politico all’interno del panorama politico italiano.

L’articolo “Fiamme nere a raccolta” pubblicato dal tenente Piero Jacchia ne “La Nazione” del 3 aprile 1919 è uno dei primi segni dell’esistenza del movimento fascista a Trieste. All’assemblea costitutiva del fascio triestino di combattimento del 20 maggio, secondo quanto riportato dalla “Nazione”, parteciparono all’incirca duecento persone.

Furono soprattutto gli irredentisti che avevano combattuto nella prima guerra mondiale, al fine di vedere la Venezia Giulia annessa all’Italia, a formare, sotto la guida di Francesco Giunta, delle squadre d’azione. Giunta e gli altri organizzatori seppero sfruttare la particolare situazione sociale giuliana a proprio vantaggio.

Il 12 maggio 1920 si costituirono a Trieste le “squadre volontarie di difesa cittadina”, squadre fasciste comandate dal capitano di marina Ettore Benvenuti, e pochi giorni dopo, il 15 giugno, nacque, con la partecipazione di circa 50 membri, l’Avanguardia studentesca triestina. In Venezia Giulia il fascismo si sviluppò rapidamente: dal primo dicembre 1920 “Il popolo di Trieste” fu il giornale quotidiano dei fascisti giuliani.

Secondo quanto pubblicato nel numero del 6 febbraio 1921, a Trieste esistevano, in quella data, 31 fasci (40).

In un articolo del 7 febbraio e del 6 giugno 1921 Mussolini affidava ai fasci giuliani un ruolo di primissima importanza, al fine di fare di Trieste il centro della futura economia italiana e, insieme all’Istria e a Zara, essere la sentinella avanzata verso i Balcani. Un compito particolare, quindi, che faceva del fascismo giuliano un “fascismo di confine” in cui si fusero esigenze politiche e nazionaliste non di rado alimentate da un forte pregiudizio etnico.

Queste squadre trovarono un valido appoggio sia da parte delle banche, dei commercianti ed industriali triestini, sia delle autorità militari, al punto che esse sembrarono avere spesso una missione quasi ufficiale (41).

Il ricorso all’uso della violenza, caratteristico dell’azione squadrista, fu uno dei tratti distintivi del fascismo giuliano, che indirizzò le proprie azioni soprattutto contro le organizzazioni slovene e croate. Qualunque pretesto fu utile per creare incidenti tra i cittadini italiani e quelli jugoslavi.

L’uccisione di due ufficiali italiani a Spalato, in seguito ad uno scontro con dei gendarmi jugoslavi, fu il pretesto di cui Giunta ed altri si servirono per attaccare ed incendiare l’Hotel Balkan di Trieste in cui avevano sede le principali organizzazioni slave della città (42).

L’azione fu inoltre fatta passare per necessaria in quanto, pretestualmente, si disse che all’interno dell’hotel Balkan erano state nascoste armi necessarie ai movimenti antifascisti croati e sloveni.

La Venezia Giulia, anziché punto d’incontro tra genti diverse all’indomani della dissoluzione dell’impero austroungarico, divenne il teatro di violenti scontri in cui l’idea fascista del primato dell’Italia nel mediterraneo ed in Europa assorbì, sfruttò ed esasperò i sentimenti patriottici e nazionalisti che si erano accentuati all’indomani della prima guerra mondiale.

 

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                   Introduzione

 

CAPO PRIMO:        Storia della città di Fiume.

                                   Cenni storici.

                                   Da Napoleone all’inizio del ‘900.

                                   Fiume dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.iale.

                                   Note capo primo.

 

CAPO SECONDO: Il fascismo a Fiume.

                                   Il fascismo nella realtà italiana.

                                   I rapporti Mussolini – D’Annunzio.

                                   Note capo secondo.

 

CAPO TERZO:       Fiume nel 1943 – 1944.

                                  L’esercito italiano alla vigilia dell’armistizio.

                                  Movimenti di lotta a Fiume:

                                  Forze antifasciste – CLN – Partigiani.

                                  RSI ed amministrazione tedesca.

                                  Note capo terzo.

 

CAPO QUARTO:   Il trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.

                                  Entrata dell’armata jugoslava.

                                  La situazione a Fiume.

                                  Le conseguenze: eccidi ed esodo.

                                  Note capo quarto.

 

                                  Conclusione. 

                                  Bibliografia.

                                  Assassinati e scomparsi.

 

 

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