Uno dei ritratti più documentati della
personalità di Benito Mussolini è delineato da Renzo de Felice nella sua
biografia del duce in cui si evidenzia quanto, sia la figura, sia il mito
mussoliniano, fossero basati su una profonda ambivalenza che raramente ha
permesso di consegnare alla storia un quadro unico, uniforme ed intessuto della
benchè minima coerenza (27).
I trascorsi politici di Mussolini lo
vedono militante nelle file socialiste, neutralista ed interventista a seconda
dell’opportunità politica, ed infine, dopo la guerra, sempre più ostile ai
socialisti e vicino ai nazionalisti. Sposò ideologie e credo politici
contrastanti e li concepì solo quali strumenti funzionali alla propria presenza
sulla scena politica italiana (28).
L’Italia, all’indomani della guerra, si
presentava economicamente e finanziariamente in condizioni disastrose. Tutto ciò
ebbe forti ripercussioni sociali: i numerosi scioperi che caratterizzarono
quegli anni sono una dimostrazione del malessere generale e di una nuova
coscienza della rilevanza politica che le classi lavoratrici avevano acquistato
nel corso degli anni della guerra.
Le richieste avanzate erano ben più
consistenti di quanto la borghesia (media e grande) fosse disposta a concedere,
ma ciò che soprattutto spaventava e spezzava la sicurezza e gli equilibri della
vecchia classe liberale al potere era la consapevolezza della forza (politica ed
economica) con cui le masse avanzavano le loro richieste.
Elemento ancora più grave fu che la
guerra creò una classe di spostati che fornì al fascismo la sua base popolare
(29).
Questa base popolare mancò, invece, al
nazionalismo, che fu sì un movimento della piccola e media borghesia, ma mai un
movimento propriamente popolare. Il fascismo, al contrario, secondo la
definizione di Paolo Alatri, fu, dal punto di vista sociale “la massa di manovra
di cui l’ideologia nazionalista si servì per i suoi fini”, fattore questo che
fece sì che i due movimenti s’incontrassero e si fondessero.
Funzionali allo sviluppo del fascismo
furono la collaborazione del capitalismo agrario e dell’industria pesante. Tre
furono quindi i fattori e le forze che sostennero il fascismo: la piccola
borghesia urbana, gli agrari e la grande industria la cui influenza fu decisiva
per la fisionomia stessa che il regime fascista assunse negli anni della sua più
piena affermazione (30).
Il boom economico causato dalla guerra
non diminuì, come temevano gli industriali, alla fine del conflitto, ma continuò
fino alla metà del 1920.
La domanda di beni fu mantenuta alta da
quanti, dopo gli stenti della guerra, si precipitarono all’acquisto di beni di
consumo reputati indispensabili: tutto ciò provocò un processo inflazionistico
cui fecero eco le proteste e gli scioperi delle classi lavoratrici che
chiedevano, per fronteggiare e compensare il diminuito potere d’acquisto,
aumenti salariali. Le loro richieste furono soddisfatte poiché gli industriali
potevano ancora assicurarsi notevoli guadagni.
Il movimento fascista, fondato a Milano
il 23 marzo 1919, era ancora, in questo periodo, un movimento di scarso peso
politico e di scarso interesse che prestava più attenzione ai temi di politica
estera e ad idee di matrice nazionalista. Fu con la grave crisi economica del
1920, causata da un’improvvisa contrazione della domanda, che gli industriali,
incapaci di soddisfare le richieste dei lavoratori, dovettero fronteggiare una
lotta sociale di ampie dimensioni che culminò con la serrata e l’occupazione
delle fabbriche. Molti ex operai formarono un esercito di sottoproletariato
disposto, contrariamente a quanto stabilito dalla Federterra, ad offrire il
proprio lavoro agli agrari per paghe inferiori ai minimi
concordati.
Mussolini cominciò a vedere, nella
difesa degli interessi degli agrari, un vantaggio per sé e per il proprio
movimento, cui ben presto si rivolsero anche gli industriali.
Terminata la crisi economica verso
marzo – aprile del 1922, riprese la produzione ed il processo inflazionistico:
gli imprenditori videro allora nei fascisti i garanti della pace sociale, in
grado di assicurarli dagli scioperi e dalle agitazioni degli anni precedenti
(31).
L’Italia non era nuova all’uso della
violenza come strumento di risoluzione dei conflitti sociali: gli eccidi di
braccianti ed operai avevano minato le basi dello Stato unitario sin dalla sua
costituzione. Il fascismo ereditò questo strumento e ne fece un sistema
esclusivo e permanente di governo (32/33).
Il fascismo squadrista divenne così lo
strumento attraverso il quale attuare una controrivoluzione preventiva di una
rivoluzione, quella socialista, che tuttavia lo stesso Mussolini sapeva essere
improbabile.
Il mito del fascismo salvatore
dell’Italia dal bolscevismo fu, secondo lo scrittore inglese Bolton King, un
mito che a Mussolini convenne coltivare e che gli donò prestigio agli occhi
dell’opinione pubblica interna e fu uno dei motivi di maggiore ammirazione da
parte di Hitler.
Alle responsabilità del partito
socialista per la sua inerzia ed assenza, si accompagnarono le responsabilità di
due altri poli di riferimento importanti nella realtà italiana di quegli anni:
il Vaticano e la Monarchia. Questi, anziché fungere da argine all’avanzata
fascista, si unirono a quanti speravano di utilizzare il fascismo per i propri
scopi, per poi liberarsene al momento opportuno.
I rapporti tra il fascismo e il
Vaticano furono basati tanto sullo spettro di un ricatto, quanto sulla certezza
che un nuovo connubio tra Stato e Chiesa avrebbe recato ad entrambi grandi
vantaggi.
Mussolini, in più di uno dei suoi
articoli e discorsi, minacciò il Vaticano di scatenare una rappresaglia se
questo non gli avesse dato la sua collaborazione (34/35).
Un primo passo verso la conciliazione,
in un momento importante come quello per la votazione della legge Acerbo, fu la
sostituzione del segretario del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, con Alcide
de Gasperi, uomo di sentimenti meno apertamente antifascisti.
Il tono dei discorsi di Mussolini nei
confronti del Vaticano cambiò non appena questi gli concesse la propria
“sanzione ufficiale”. Nondimeno, la Conciliazione ed il Concordato del 1929
furono la contropartita ottenuta dal Vaticano (36).
Il relazione alla peculiare situazione
della Venezia Giulia e dell’Istria, in cui forti e preponderanti erano gli
interessi economici e politici aggravati dalla posizione di confine,
l’atteggiamento del clero merita di essere analizzato quale esempio di
concordanza di interessi e di collaborazione tra il Vaticano ed il regime
fascista.
Fondamentale, per la politica di
italianizzazione di queste zone, fu l’atteggiamento del clero. I vescovi che non
accettarono di allineare la propria azione alle posizioni nazionaliste italiane
furono allontanati dalle proprie diocesi. Uno di questi fu, ad esempio, il
vescovo di Trieste, mons. Fogar, il quale tentò di giustificare il proprio
atteggiamento mediatore degli interessi slavi e croati, sostenendo che questo
fosse il mezzo migliore per ottenere, da buon patriota, la snazionalizzazione di
questi allogeni ed una maggiore collaborazione da parte del clero
slavo.
L’allontanamento di coloro i quali non
intesero compromettersi con il regime, fu tuttavia attuato con il consenso del
Vaticano. Ne è un esempio l’attività del vescovo Antonio Santin il quale, nella
complessa realtà della diocesi di Fiume, si adoperò affinchè venisse sospeso
l’uso, durante la liturgia, del croato, dello sloveno e persino di uno slavo
antico (lo “schiavetto”) il cui utilizzo era stato permesso dalla S.
Congregazione nel 1934.
In seguito fu proibito anche l’uso di
questa lingua ed il latino fu imposto in tutte le funzioni religiose. Occorre
tuttavia aggiungere che, al tempo, anche la lingua italiana era esclusa dalla
liturgia della messa.
Non meno vittima dei ricatti di
Mussolini fu la monarchia di cui egli, in un discorso del settembre 1921 ad
Udine, sottolineò il compito di rappresentare la continuità storica della
Nazione. Un compito che poteva essere realizzato solo da una monarchia forte,
non invisa ai fascisti, ma anzi da questi sostenuta. Mussolini, nel cercare il
consenso della monarchia, cercava principalmente il consenso del suo esercito e
degli ufficiali (37).
La corona, dinanzi alla minaccia di un
assetto costituzionale diverso, preferì rimanere indifferente dinanzi alla
richiesta, peraltro poco convinta, di Facta, di firmare il decreto di stato
d’assedio, nelle occasioni della marcia su Roma del 1922 e del delitto Matteotti
del giugno 1924. La complicità di queste forze e la sostanziale necessità di
avere un atteggiamento conciliante da quanti potevano effettivamente opporsi al
fascismo, trova conferma in una lettera che Nitti inviò ad Amendola il 23 aprile
1923.
In essa Nitti sostiene che quello
fascista è un esperimento necessario che doveva compiersi indisturbato, senza
adesioni formali, né opposizioni che potessero comportare il rischio di esporsi
e prendere posizione.
Un esperimento, un alleato provvisorio
in grado di liberare l’Italia dal pericolo socialista che, come erroneamente si
credette, ciascuno sarebbe stato in grado di licenziare a lavoro ultimato
(38).
In Venezia Giulia i fascisti
riutilizzarono lo spettro della minaccia socialista indicando alla borghesia,
come fonte di pericolo per i propri interessi, il partito socialista sloveno e
croato che, nel 1919, si era unito al partito socialista
italiano.
La collaborazione tra i due partiti era
cominciata quasi dieci anni prima e trovava le proprie radici
nell’industrializzazione e nell’espansione delle attività portuali triestine
che, dalla seconda metà del XIX secolo, avevano favorito lo sviluppo di una
classe operaia multietnica di cui i gruppi italiano e sloveno erano quelli più
numerosi. Entrambe i gruppi furono accusati, dai rispettivi nazionalismi, di
tradire i loro interessi.
All’interno dei due partiti era
prevalente la corrente revisionista che auspicava la realizzazione del
socialismo attraverso la via parlamentare e democratica. Lo scontro, sempre più
violento, tra fascisti e socialisti, portò ad una scissione all’interno di
questi. Si distinsero quindi un’ala più moderata ed una radicale per la quale
era necessario intraprendere un’azione rivoluzionaria che, vinta la borghesia,
avrebbe portato alla instaurazione di una repubblica socialista in cui i diritti
delle minoranze sarebbero stati garantiti.
I socialisti sloveni si unirono alla
sinistra radicale rivendicando il
rispetto della loro nazionalità e la costituzione dello Stato libero di
Trieste.
Il gennaio del 1921, al Congresso del
Partito Socialista di Livorno, la maggioranza radicale dei socialisti della
Venezia Giulia si unì ai socialisti dissenzienti di altre parti dell’Italia per
formare il Partito Comunista Italiano.
I socialisti sloveni e croati entrarono
in blocco nel nuovo Partito Comunista:
in Venezia Giulia, quindi, due erano i partiti all’opposizione più
importanti, quello socialista e quello comunista, e la cooperazione italo-slava
all’interno di questi avrebbe avuto importanti conseguenze dopo la Seconda
Guerra Mondiale.
La prima guerra mondiale, le difficoltà
economiche che investirono la regione e la nuova e più forte ondata di
nazionalismo minarono le basi di questa pacifica convivenza
(39).
All’indomani della guerra l’Italia
dovette confrontarsi, ai propri confini, con un nuovo regno, quello croato,
sloveno e serbo (la loro unificazione era stata proclamata il 1° dicembre 1918)
con cui si trovò necessariamente a dover trattare.
Il trattato di Rapallo lasciò
insoddisfatti sia i nazionalisti italiani sia quelli sloveni e croati:
l’annessione di Fiume era stata ottenuta rinunciando a parte dei territori
richiesti e a porto Baross, mentre quasi mezzo milione di croati e sloveni erano
passati sotto l’amministrazione italiana, senza alcuna garanzia per i loro
diritti.
Le azioni di questi gruppi di
nazionalisti estremisti italiani cominciarono già nel 1918. Le particolari
condizioni politiche ed i diversi interessi economici di questa zona portarono
alla formazione di squadre fasciste quando ancora il PNF era una forza di scarso
interesse politico all’interno del panorama politico italiano.
L’articolo “Fiamme nere a raccolta”
pubblicato dal tenente Piero Jacchia ne “La Nazione” del 3 aprile 1919 è uno dei
primi segni dell’esistenza del movimento fascista a Trieste. All’assemblea
costitutiva del fascio triestino di combattimento del 20 maggio, secondo quanto
riportato dalla “Nazione”, parteciparono all’incirca duecento
persone.
Furono soprattutto gli irredentisti che
avevano combattuto nella prima guerra mondiale, al fine di vedere la Venezia
Giulia annessa all’Italia, a formare, sotto la guida di Francesco Giunta, delle
squadre d’azione. Giunta e gli altri organizzatori seppero sfruttare la
particolare situazione sociale giuliana a proprio vantaggio.
Il 12 maggio 1920 si costituirono a
Trieste le “squadre volontarie di difesa cittadina”, squadre fasciste comandate
dal capitano di marina Ettore Benvenuti, e pochi giorni dopo, il 15 giugno,
nacque, con la partecipazione di circa 50 membri, l’Avanguardia studentesca
triestina. In Venezia Giulia il fascismo si sviluppò rapidamente: dal primo
dicembre 1920 “Il popolo di Trieste” fu il giornale quotidiano dei fascisti
giuliani.
Secondo quanto pubblicato nel numero
del 6 febbraio 1921, a Trieste esistevano, in quella data, 31 fasci
(40).
In un articolo del 7 febbraio e del 6
giugno 1921 Mussolini affidava ai fasci giuliani un ruolo di primissima
importanza, al fine di fare di Trieste il centro della futura economia italiana
e, insieme all’Istria e a Zara, essere la sentinella avanzata verso i Balcani.
Un compito particolare, quindi, che faceva del fascismo giuliano un “fascismo di
confine” in cui si fusero esigenze politiche e nazionaliste non di rado
alimentate da un forte pregiudizio etnico.
Queste squadre trovarono un valido
appoggio sia da parte delle banche, dei commercianti ed industriali triestini,
sia delle autorità militari, al punto che esse sembrarono avere spesso una
missione quasi ufficiale (41).
Il ricorso all’uso della violenza,
caratteristico dell’azione squadrista, fu uno dei tratti distintivi del fascismo
giuliano, che indirizzò le proprie azioni soprattutto contro le organizzazioni
slovene e croate. Qualunque pretesto fu utile per creare incidenti tra i
cittadini italiani e quelli jugoslavi.
L’uccisione di due ufficiali italiani a
Spalato, in seguito ad uno scontro con dei gendarmi jugoslavi, fu il pretesto di
cui Giunta ed altri si servirono per attaccare ed incendiare l’Hotel Balkan di
Trieste in cui avevano sede le principali organizzazioni slave della città
(42).
L’azione fu inoltre fatta passare per
necessaria in quanto, pretestualmente, si disse che all’interno dell’hotel
Balkan erano state nascoste armi necessarie ai movimenti antifascisti croati e
sloveni.
La Venezia Giulia, anziché punto
d’incontro tra genti diverse all’indomani della dissoluzione dell’impero
austroungarico, divenne il teatro di violenti scontri in cui l’idea fascista del
primato dell’Italia nel mediterraneo ed in Europa assorbì, sfruttò ed esasperò i
sentimenti patriottici e nazionalisti che si erano accentuati all’indomani della
prima guerra mondiale.
____________
Introduzione
CAPO
PRIMO: Storia
della città di Fiume.
Cenni storici.
Da Napoleone all’inizio del ‘900.
Fiume dal 1919 alla 2^ guerra
mondiale.iale.
Note capo primo.
CAPO
SECONDO: Il
fascismo a Fiume.
Il fascismo nella realtà italiana.
I rapporti Mussolini – D’Annunzio.
Note capo secondo.
CAPO
TERZO: Fiume
nel 1943 – 1944.
L’esercito
italiano alla vigilia dell’armistizio.
Movimenti di lotta a Fiume:
Forze antifasciste – CLN –
Partigiani.
RSI ed amministrazione tedesca.
Note capo terzo.
CAPO
QUARTO: Il
trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.
Entrata dell’armata jugoslava.
La situazione a Fiume.
Le conseguenze: eccidi ed esodo.
Note capo quarto.
Conclusione.
Bibliografia.
Assassinati e
scomparsi.