Fiume

 

 
 
  

 

I.3.    Fiume dal 1919 alla seconda guerra mondiale.

 
 

 

 

 Il 12 settembre 1919 ebbe inizio la marcia di Ronchi: il generale Pittalunga, al comando del contingente italiano a Fiume, non ebbe il coraggio di fermarli, ed anzi fu lui stesso a scortarli in città dove vennero accolti tra applausi e grida di gioia (18).

Il generale Pittalunga trasmise i poteri a D’Annunzio, simboleggiando con questo atto il ritorno del comando di Fiume agli italiani. Inglesi e francesi lasciarono la città senza creare disordini, accettando il fatto compiuto, e ciò fece sembrare inutili le scuse che il governo Nitti presentò alla conferenza di Parigi.

Il 26 ottobre si ebbero le nuove elezioni per il Consiglio comunale, che divenne Consiglio nazionale.

L’avventura dei legionari di Ronchi ripropose la questione adriatica all’opinione pubblica e costrinse il governo a presentare alla Conferenza di Parigi numerosi progetti, al fine di definirla definitivamente. Il presidente americano Wilson, avverso alle mire imperialistiche italiane, presentò un progetto in cui si privava l’Italia della Dalmazia continentale ed insulare, facendo di Zara una città libera e di Fiume uno stato cuscinetto amministrato dalla lega delle nazioni.

In questo modo non si teneva conto del diritto all’autodecisione e all’autonomia, garanzie dell’italianità della città, che, in seguito alle rinunce annessionistiche italiane, era da tutti ritenuto un diritto fondamentale per Fiume (19).

Nel novembre del 1919 il generale Badoglio, in rappresentanza del governo italiano, offrì a Fiume un modus vivendi, un documento che, riconoscendo quanto fino ad allora chiesto dai fiumani, tentava di risolvere questa annosa questione.

Le proposte governative, più volte emendate, contenevano una clausola sottile che, per allontanare D’Annunzio da Fiume, prevedeva l’invio di truppe regolari per legittimare l’annessione all’Italia solo dopo e a patto che i legionari di D’Annunzio avessero lasciato la città.

D’Annunzio, in seguito alla deliberazione negativa del plebiscito, respinse il patto. Dimessosi Nitti nel giugno 1920, gli succedette Giovanni Giolitti che riconfermò ministro degli esteri il conte Sforza. La soluzione della questione fiumana apparve sempre più difficile e lontana.

 
 

 
 

L’8 settembre 1920 D’Annunzio proclamò la Reggenza italiana del Carnaro dando vita, nel rispetto dell’italianità della città, ad uno Stato libero che, al momento opportuno, sarebbe stato annesso all’Italia. Poco meno di un mese prima, il 12 agosto, nasceva, nella sala della Giovine Fiume, il Fascio fiumano, che ebbe tra i propri iscritti lo stesso D’Annunzio.

Questo piccolo stato corporativo indipendente ebbe tuttavia vita breve poiché il governo Giolitti, intenzionato a risolvere nel più breve tempo possibile la questione adriatica, riprese le trattative con la Jugoslavia.

Le trattative si svolsero a Rapallo: furono invitati i delegati jugoslavi (Vesnic, Trumbic, Sojanovic), ma nessun fiumano fu chiamato a partecipare. Il trattato concluso a Rapallo il 12 novembre 1920 assegnava all’Italia tutta l’Istria fino a Preluca, Postumia, Idria e il Monte Nevoso, ma le toglieva tutta la costa orientale adriatica (prevista dal Patto di Londra) ad eccezione di Zara.

Fiume veniva costituita in stato libero ed indipendente, con l’impegno reciproco dei firmatari di rispettarne in perpetuo la libertà ed indipendenza.

Il trattato nascondeva delle clausole segrete, negoziate dal ministro Sforza, che cedevano Porto Baross ed il delta dell’Eneo (Fiumara) alla Jugoslavia. Il bacino era parte integrante del porto, congiunto direttamente con la linea ferroviaria di Zagabria e la sua cessione significava la rovina economica della città, la cui principale risorsa era, appunto, il commercio marittimo.

Nonostante le proteste della città, il trattato fu ratificato per la Jugoslavia dal reggente Alessandro il 22 novembre; il 27 dalla Camera italiana ed il 17 dicembre anche dal Senato. Il 28 novembre il generale Caviglia ordinò al Comando di Fiume di sgombrare immediatamente le isole di Veglia e di Arbe.

D’Annunzio protestò contro il trattato, di cui non riconobbe la legalità, e chiese maggiori spiegazioni circa la sorte di Porto Baross.

La tensione crebbe, inasprita dai numerosi rifiuti di D’Annunzio alle intimidazioni del generale Caviglia. La Reggenza proclamò, la notte del 21 dicembre 1920, lo stato di guerra.

La sera della vigilia di Natale le truppe regolari attaccarono i legionari: in questo scontro, durato cinque giorni, che sarebbe stato ricordato come il Natale di sangue, numerosi furono i morti, anche tra i civili.

D’Annunzio, per evitare ulteriori bombardamenti, rassegnò le dimissioni mantenendo solo il comando della legione di Ronchi, ed al Consiglio non rimase che accettare le condizioni del trattato di Rapallo.

 

 

 

 

 

La creazione dello Stato libero di Fiume sembrò la realizzazione del disegno di Riccardo Zanella che, tornato in città, si presentò come il garante delle clausole del trattato di Rapallo.

Le elezioni per la nomina dei membri della nuova Assemblea Costituente si tennero il 24 aprile 1921. In previsione della vittoria zanelliana, i fascisti di Fiume, guidati da Nino Host-Venturi e dal sindaco Riccardo Gigante da poco dimissionario, entrarono nell’aula del tribunale dove si procedeva allo spoglio delle schede, per impossessarsi delle urne ed incendiarle, così da invalidare le elezioni.

I verbali furono messi in salvo e sulla loro base Zanella, prevalendo sul blocco nazionale, risultò il vincitore delle elezioni.

Il 25 giugno il ministro Sforza confessò alla Camera dei deputati l’esistenza di quelle clausole segrete tanto temute dai fiumani poiché li privava di Porto Baross.

Questa notizia fu accolta con dolore dai fiumani, che organizzarono un corteo di protesta conclusosi con un tragico scontro a fuoco tra gli alpini di guardia e i numerosi manifestanti, e con diversi morti da entrambe le parti (20).

Al governo Giolitti seguì il nuovo governo presieduto da Bonomi, che decise di sospendere le trattative con la Jugoslavia e, sostenendo Zanella, tentò una pacificazione tra i cittadini di Fiume.

La libertà della città fu tuttavia una creatura esile, poiché essa si trovò a dipendere economicamente dall’Italia e, costretta tra due stati, dovette subire anche le ingerenze croate.

Per risollevare l’economia della città Zanella decise di vendere agli stranieri sia le strutture portuali, sia le ferrovie, misure, queste, che gli alienarono numerosi consensi in un momento in cui gli scontri tra autonomisti zanelliana e fascisti si facevano sempre più frequenti (21).

Il 3 marzo 1922 il fascio fiumano mosse, forte di duecento uomini, all’assalto del governo zanelliano.

Dinanzi alle cannonate fasciste contro il palazzo del municipio, le forze garanti dell’ordine pubblico rimasero indifferenti (22).

Zanella, costretto a firmare due lettere di dimissioni, si rifugiò a Portorè con altri membri della costituente, e non volle avere alcun contatto con i rivoluzionari, sostenendo che il solo organo costituzionale legale era l’assemblea votata il 24 aprile.

A Fiume il consiglio militare affidò i poteri al professore Attilio Depoli, che venne riconosciuto anche dal governo di Roma quale capo provvisorio dello Stato di Fiume. Depoli, dichiaratamente antifascista, accettò il mandato nel solo ed unico interesse della città.

Zanella, dal suo esilio a Portorè, continuò a lottare per l’indipendenza dello Stato di Fiume, ma gli aiuti sia italiani che jugoslavi di cui potè godere furono sempre esigui.

Nella conferenza di Genova, che si concluse con le convenzioni di Santa Margherita, si procedette a definire i particolari relativi all’applicazione del trattato di Rapallo.

I protocolli vennero firmati alla vigilia della marcia su Roma: Mussolini dovette accettare il trattato di Rapallo, poiché questo ormai era legge dello Stato. Tuttavia, forte degli aiuti economici che elargiva alla città, sentì di avere motivo di riprendere le trattative con Belgrado, per giungere all’annessione di Fiume all’Italia.

Con il trattato di Roma del 27 gennaio 1924 si riconosceva alla Jugoslavia la sovranità sul delta e il porto Baross, all’Italia la sovranità su Fiume, di cui l’estremo territorio settentrionale doveva essere ceduto alla Jugoslavia, e si rimetteva la delineazione dei confini precisi al lavoro di una commissione mista.

Il governatore Giardino, senatore del Regno, inviato dal Consiglio dei ministri per provvedere ai bisogni della città, proclamò il 16 marzo l’annessione di Fiume all’Italia (23).

Il governo italiano, rendendosi conto dei danni commerciali subiti da Fiume in seguito alle vicende degli ultimi anni, prese una serie di provvedimenti al fine di risollevarne l’economia. Venne creata, con R.D. 22 febbraio 1924, numero 213 ed in seguito con R.D. del 4 ottobre 1928, numero 2370, la Provincia del Carnaro, così da poter convogliare su Fiume i traffici del suo retroterra. Furono elargiti cospicui finanziamenti alle società armatrici fiumane; l’Adria ad esempio, che svolgeva un importante servizio anche per altri scali dell’Adriatico, del Mediterraneo e dell’Africa settentrionale, potè potenziare le proprie linee grazie alle sovvenzioni ricevute (24).

La concorrenza che tuttavia subì dal bacino di Sussak spinse il governo ad istituire la zona franca del Carnaro che, istituita inizialmente fino al 1931, fu poi prorogata sine die dal successivo R.D.L 8 ottobre n. 1246.

Tra il 1934 ed il 1936 si cominciarono a vedere i primi segni di ripresa nel settore industriale, grazie anche ai contributi elargiti dall’IRI.

Dei 3000 autonomisti che avevano seguito Zanella nel suo esilio a Portorè, non rimase ben presto più traccia.

Il partito comunista di Fiume, nato nel 1924, trovò pochi sostenitori e questi pochi furono schedati dalla Questura nel 1926.

Se la difesa dell’italianità di Fiume rimase un valore irrinunciabile, la maggioranza dei componenti dell’Assemblea Costituente, dotati di grande opportunismo politico, divenne favorevole al fascismo. Il solo vero antifascista rimase Zanella: unici suoi sostenitori, ed antifascisti dichiarati anche a Fiume, furono Antonio Luksich Jamini ed Angelo Adam (25).

Questi alimentarono la propaganda antifascista trovando nei mezzi di cui Zanella disponeva un valido sostegno. La provenienza, d’altronde, delle ingenti somme di denaro di cui egli sempre dispose, resta un mistero.

Zanella lasciò Belgrado nel 1934 per recarsi a Parigi, dove restò fino al 1939-1940.

L’Italia fascista, intanto, era entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Asse. In seguito al colpo di Stato del generale dell’esercito slavo Simovic, Hitler ordinò, con la sua direttiva numero 25, la conquista e l’annientamento della Jugoslavia, che nel 1941 aveva aderito al Patto tripartito con Germania ed Italia.

Alla campagna partecipò anche l’Ungheria che, nell’aprile del 1941, annesse la zona della Backa. La Germania occupò la maggior parte della Jugoslavia, eccetto alcuni territori sloveni, di Sussak e della Dalmazia, che passarono sotto il dominio italiano.

Il tentativo di creare un regno di Croazia fu impedito dall’azione di Ante Pavelic,  fondatore del movimento degli Ustascia di ispirazione fascista, che costituì una repubblica indipendente croata sotto la sua presidenza.

I territori al di là dell’Eneo, che non erano stati mai rivendicati da Fiume e neppure dai precedenti trattati, furono dichiarati “del Fiumano” ed a questo annessi creando così il precedente delle sanguinose vicende che avrebbero avuto luogo al termine del conflitto mondiale (26).

 

APPENDICE:  FIUME:  La Carta del Carnaro.

 

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                  Introduzione

 

CAPO PRIMO:        Storia della città di Fiume.

                                   Cenni storici.

                                   Da Napoleone all’inizio del ‘900.

                                   Fiume dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.

                                   Note capo primo.

 

CAPO SECONDO: Il fascismo a Fiume.

                                   Il fascismo nella realtà italiana.

                                   I rapporti Mussolini – D’Annunzio.

                                   Note capo secondo.

 

CAPO TERZO:       Fiume nel 1943 – 1944.

                                  L’esercito italiano alla vigilia dell’armistizio.

                 Movimenti di lotta a Fiume:

                                  Forze antifasciste – CLN – Partigiani.

                                  RSI ed amministrazione tedesca.

                                  Note capo terzo.

 

CAPO QUARTO:   Il trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.

                                  Entrata dell’armata jugoslava.

                                  La situazione a Fiume.

                                  Le conseguenze: eccidi ed esodo.

                                  Note capo quarto.

 

                                  Conclusioni.

                                  Bibliografia.

                                  Assassinati e scomparsi.

 

 

 

 

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