Sconfitta l'Austria, Napoleone ottenne
la Carniola, parte della Corinzia, Croazia e Dalmazia, che egli annesse al
proprio impero con il nome di Province Illiriche affidandole al governo del
maresciallo Marmont, che risiedeva a Lubiana.
Dal 14 novembre 1809, dunque, Fiume
passò a far parte dell’impero napoleonico continuando però, come stabilito
dall’articolo VII del trattato di pace, ad essere lo sbocco marittimo degli
stati asburgici.
Il commercio, tuttavia, languì, e la
cittadinanza di Fiume dovette sopportare una fase di arresto del proprio
sviluppo industriale, che durò fino al 26 agosto 1813, anno in cui il generale
Nugent rioccupò la città.
I politici di Vienna, temendo una
rivoluzione in Ungheria, vollero sottrarle Fiume e la Croazia, privandola così
del suo porto più importante e violando gli antichi diritti di cui godeva, quale
regno indipendente.
Fu solo nel 1822 che l’Imperatore
Francesco I decise di rispettare gli antichi diritti ungheresi restituendole il
porto di Fiume e tutte le zone d’oltre Sava (7).
Dal 1822 fino al 1848 Fiume godette di
un periodo di pace in cui prosperarono le attività commerciali e fu favorita
l’istituzione di opere di pubblica utilità e previdenza.
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FIUME.
Panorama della "riva" nel 1860
Sez.
Culturale Lega Fiumana di
Bologna |
Tutta l’Europa fu scossa, nel 1848, da
una forte ondata rivoluzionaria cui neppure l’impero austro-ungarico rimase
indifferente.
La rivoluzione che da Parigi dilagò in
Europa ebbe forti ripercussioni in Ungheria dove, solo con l’aiuto delle armi russe, potè
essere ristabilita la pace. Nel marzo 1848 l’imperatore Ferdinando nominò bano
(viceré) di Croazia il generale barone Giuseppe Jelacich fedele agli Asburgo ed
ostile ad italiani ed ungheresi.
Appellandosi al diploma teresiano del
1776 (annullato da quello del 1779), il 3 giugno 1848 la dieta croata dichiarò
Fiume ed il litorale parte integrante del Regno di Croazia, Slavonia e Dalmazia
ed occupò di sorpresa la città spezzando i vincoli che la legavano all’Ungheria
(8).
Venne confermata al consiglio comunale
la propria carica ed il compito di provvedere alla sicurezza pubblica a garanzia
del rispetto che sarebbe stato assicurato alla popolazione, ai loro averi e
all’uso della lingua italiana che, come venne fatto notare al viceré, era la
lingua universalmente usata tra la popolazione, nell’amministrazione e
nell’educazione pubblica.
Queste assicurazioni, contenute nel
proclama del 31 agosto, non trovarono conferma nelle repressioni, violenze e
persecuzioni, che ebbero come scopo quello di negare il carattere italiano di
Fiume, per meglio fonderla nel Regno di Croazia (9).
Quando, nel 1860, l’imperatore
Francesco Giuseppe restituì all’Ungheria la costituzione violata nel 1848, le
agitazioni a Fiume, che chiedeva di essere annessa a questa, si fecero sempre
più frequenti.
L’Austria pensava, al contrario, di
costituire una nuova contea comprendente Fiume e la regione adiacente, di cui la
città liburnica sarebbe stato il capoluogo. Nelle scuole, al fine di accelerare
il processo di slavizzazione, fu bandita la lingua italiana e sostituita con
quella croata.
Poiché all’invito di eleggere quattro
deputati da inviare alla dieta di Zagabria, il nuovo consiglio municipale
rispose astenendosi da ogni deliberazione, il nuovo capitano civile, Bartolomeo
Smaich, si vide obbligato ad indire le elezioni per fare eleggere i deputati
direttamente dalla cittadinanza.
Alle elezioni del 22 aprile 1861, su
870 votanti, 840 scrissero la parola “nessuno” dimostrando così che la loro
opposizione alla Croazia non era diminuita. Il consiglio comunale fece sapere
che qualora dei deputati fossero stati eletti ed inviati a Zagabria, ogni loro
atto, fatto e detto riguardo a Fiume, sarebbe stato ritenuto illegale e
nullo.
L’atteggiamento fiumano divenne più
conciliante verso il 1865, anno in cui Francesco Giuseppe riconvocò le diete
tentando anche un riavvicinamento con il parlamento ungherese da lui sciolto
pochi mesi prima e poi subito riconvocato.
FIUME.
Teatro Adamich e corso nel 1840
Sez.
Culturale Lega Fiumana di
Bologna |
I deputati fiumani eletti ebbero come
unico mandato quello di protestare contro l’annessione alla Croazia
(10).
Il 9 maggio, a Zagabria, il De Verneda,
uno dei deputati eletti, a nome anche dei suoi colleghi, prese la parola in
lingua italiana (il cui uso era stato loro garantito), ma fu accolto da fischi
ed insulti che arrestarono la volontà dei deputati fiumani di partecipare a
quella e ad altre sedute.
Solo il 17 novembre del 1868 si giunse,
con un compromesso codificato in legge, ad una sistemazione definitiva della
città di Fiume.
L’imperatore Francesco Giuseppe stabilì
che fosse una commissione ungaro-croata a risolvere le questioni pendenti tra i
due Regni.
L’articolo 66, rifacendosi al diploma
teresiano del 1779, stabiliva che la città ed il porto di Fiume costituivano un
“corpo separato” annesso alla Sacra Corona del Regno d’Ungheria e che una
commissione di 12 membri (4 ungheresi, 4 croati e 4 fiumani) si sarebbe occupata
della particolare situazione legislativa della città. Il risultato fu un accordo
provvisorio attivato con Regio Decreto del 28 luglio 1870, con il quale Fiume
tornò definitivamente all’Ungheria e che regolò la vita della città fino al
1918.
L’italianità del municipio fiumano
potè, così, rifiorire insieme ai traffici ed all’attività
commerciale.
La benevolenza ungherese sembrò venire
meno nel 1896 con l’introduzione a Fiume, voluta dal parlamento ungherese, di
due leggi che istituivano, una un tribunale amministrativo, e l’altra che
regolamentava la procedura penale.
Le leggi vennero introdotte
arbitrariamente, senza previa consultazione del consiglio municipale, come
previsto dal provvisorio del 1878. Il partito autonomista nacque proprio nel
1896 ed interpretò lo spirito irredentista delle nuove generazioni che mal
tolleravano l’ingerenza dell’Ungheria nella vita di Fiume e che videro, in
questo atto arbitrario, un sopruso nei confronti dei loro diritti
municipali.
Nato all’interno del partito liberale
(il solo esistente a Fiume) se ne staccò per creare un nuovo partito che si
chiamò, appunto autonomista.
Nelle elezioni amministrative del 24
gennaio 1901, una minoranza del partito, guidata da Luigi Ossoinack, candidò al
parlamento ungherese un fiumano, Riccardo Zanella, contro il candidato ufficiale
del partito, Batthjany, che uscì vittorioso dalle elezioni.
Riccardo Zanella, che avrebbe ottenuto
la vittoria nelle elezioni del 29 gennaio 1905, divenne il maggiore sostenitore
dell’autonomia di Fiume e continuò a sostenere le sue idee anche negli anni
difficili delle due guerre mondiali.
Il motto del partito autonomista era
“Fiume ai fiumani”; essi non erano ostili all’Ungheria, ma volevano che fosse
rispettata l’italianità di Fiume, secondo quanto previsto dal provvisorio. Voce
di quest’ala intransigente fu “La Voce del Popolo” che divenne ben presto il
quotidiano più importante della città, soprattutto da quando Zanella cominciò ad
esprimere, sulle sue pagine, il proprio dissenso.
La vittoria di Zanella del 1905
precedette di poco la nascita ufficiale della “Giovine Fiume”, simbolo
dell’irredentismo fiumano.
La Giovine Fiume, la cui fondazione,
secondo alcune fonti, fu voluta dallo stesso Zanella, si presentò al governo
come una società sportiva, camuffando così la propria anima irredentista
(11).
La società venne sciolta dal governo
ungherese nel 1911, in seguito ad una inchiesta penale riguardante il
comportamento tenuto durante una gita a Ravenna, dove gli organizzatori
rappresentarono Fiume accanto ad altre terre irredente.
Nel periodo che seguì, Fiume conobbe un
sempre più intenso processo di magiarizzazione nelle scuole e negli uffici, e fu
in questo clima che si apprese, il 28 giugno 1914, dell’attentato di Sarajevo e
dello scoppio della prima guerra mondiale.
La guerra mondiale sconvolse il mondo e
mutò la fisionomia geografica e politica dell’Europa. Il ridimensionamento
dell’impero austro-ungarico, di cui nessuno aveva previsto il crollo, ebbe
importanti riflessi nell’area balcanica ed anche per la città di
Fiume.
Nei quattro anni di guerra che
sconvolsero l’Europa ed il mondo, molti cittadini di Fiume, considerati sospetti
dalla polizia ungherese in quanto italiani e difensori della loro autonomia,
conobbero i campi di deportazione di Tapiosuly e Kiskunhalas.
Il 24 maggio 1915 cominciarono le
deportazioni dei “regnicoli”, così erano chiamati gli italiani che per lavori
risiedevano a Fiume (12), nel lager di Tapiosuly, un capitolo questo nella
storia di Fiume e dell’Italia rimasto, per molti aspetti,
nell’ombra.
Ancora oggi non disponiamo di dati
certi che ci permettano di stimare il numero esatto degli internati e dei morti:
secondo le liste comunicate dalla Croce Rossa austriaca, furono più di 11.916 i
regnicoli internati provenienti dalla Venezia Giulia e dal Trentino. Di questi,
più di ottocento erano fiumani, italiani per i quali, neppure dopo l’annessione
all’Italia del 1924, si chiese giustizia all’Ungheria. Quando ormai la guerra
stava per volgere al termine, si diffuse la notizia che Fiume non era compresa,
nel Patto di Londra, tra le rivendicazioni italiane, e veniva così assegnata
alla Croazia, che andava a costituire, con l’Istria e la Dalmazia, eccetto la
città di Zara e l’isola di Lagosta, il nuovo regno degli slavi
meridionali.
Il Patto di Londra fu firmato il 26
aprile 1915 e l’Italia vi aderì senza valutare l’importanza e la gravità di
quanto andava a sottoscrivere. Il testo, che doveva rimanere segreto, fu reso
pubblico prima del tempo, in seguito alla capitolazione della Russia e
all’apertura dei suoi archivi segreti (13).
Ci si chiese quali fossero state le
ragioni di questo inspiegabile abbandono e dell’ancor più incomprensibile ed
inaccettabile assegnazione di Fiume ai croati. Una giustificazione fu cercata
nelle pressioni esercitate dalla Russia che, tutrice degli interessi slavi,
voleva che la città ed il suo porto fossero assegnate alla Serbia, per
garantirle uno sbocco sull’Adriatico.
La Russia, in effetti, offrì all’Italia
delle controproposte per favorire la Serbia senza esercitare, però, alcuna
pressione, come scrisse esplicitamente l’onorevole Calandra, per il quale la
responsabilità dell’abbandono di Fiume fu da attribuire solamente a lui e
all’onorevole Sonnino.
Inizialmente, come si evince da quanto
il ministro Di San Giuliano scrisse a Calandra, uditi i pareri di Parlotti e
Tittoni (ambasciatore a Parigi), le rivendicazioni che l’Italia poneva per la
propria partecipazione alla guerra, comprendevano i territori dalle Alpi al
Quarnero e la città di Fiume, poiché questi venivano considerati i confini
geografici naturali dell’Italia.
In seguito, però, la politica di
Sonnino fu quella di tentare una pace separata con l’Ungheria cui si promise,
come compenso per il distacco dall’Austria, la città di Fiume. Si otteneva così
un duplice obiettivo: ridimensionare l’Austria, possibile nemico futuro, ed
isolare la Serbia impedendo dunque ai confini italiani la formazione di un
pericoloso blocco serbo-croato.
Tutto ciò si resse sulla previsione,
errata, che l’Austria-Ungheria non sarebbe uscita ridimensionata dalla guerra e
che la Croazia avrebbe accettato di rimanere unita all’Ungheria indipendente. Il
“Corriere della Sera” del 6 agosto 1953 riporta, infatti, che alla domanda di
Ugo Ojetti a Ferdinando Martini (ministro delle colonie del gabinetto Calandra):
- “Perché avete lasciato Fiume alla Croazia?”, questi rispose: - “Perché nessuno
pensava alla rovina dell’Austria” (14).
All’alba del 29 ottobre 1918 gli
ungheresi abbandonarono in tutta fretta la “fedelissima città di Fiume”, che
tornava così ad essere oggetto di contesa tra l’Italia e la Croazia. Interpreti
dei due nazionalismi contrapposti furono i Consigli nazionali, quello croato
sorto a Zagabria, e quello italiano che vedeva in Zanella il proprio garante,
che reclamavano entrambi l’annessione di Fiume.
Il 30 ottobre fu emesso, dal consiglio
nazionale italiano, un proclama ispirato da Giovanni Rubinich e compilato da
Lionello Lenaz con cui, esercitando il proprio diritto all’autodecisione, si
chiedeva formalmente l’annessione all’Italia. Nel pomeriggio di quello stesso
giorno i delegati del consiglio nazionale di Zagabria, appoggiati dalle milizie
croate, s’insediarono con a capo l’avvocato Riccardo Lenac, nel palazzo
governiale (15).
Il Consiglio nazionale italiano, cui
era rimasta l’amministrazione comunale, non riconobbe loro alcuna autorità, né i
croati, a loro volta, ne riconobbero agli italiani.
Il giorno prima, cinque uomini,
attraversando i territori austriaci dove ancora si combatteva, partirono da
Fiume per invocare l’arrivo delle truppe italiane per occupare la città,
appoggiare il Consiglio nazionale italiano e contenere l’avanzata croata
(16).
Il 4 novembre 1918, mentre si firmava
l’atto di capitolazione dell’esercito austro-ungarico, giunsero a Fiume le prime
navi da guerra italiane, i cacciatorpediniere Stocco, Sirtori ed Orsini e la
Emanuele Filiberto. I marinai non sbarcarono poiché, come annunciò l’ammiraglio
Rainer, loro compito era quello di proteggere i connazionali e tutelare gli
interessi italiani (17).
 FIUME.
La prima nave da guerra italiana
alla
fonda nel porto di Fiume.
Sez.
Culturale Lega fiumana di
Bologna |
Le navi italiane, insieme a
distaccamenti francesi, inglesi ed americani, erano entrate a Fiume per volere
delle forze interalleate, che vedevano con preoccupazione lo stanziamento di
truppe regolari serbe nella città e le angherie cui gli italiani erano
sottoposti. Il comandante delle forze
d’occupazione allontanò i delegati di Zagabria ed affidò i poteri al Consiglio
nazionale italiano.
Tutto ciò contribuì ad alimentare nella
popolazione l’illusione che l’annessione dell’Italia fosse
vicina.
Nel novembre del 1918 cominciarono a
fare ritorno i volontari fiumani che avevano combattuto con l’esercito italiano:
tra questi giunse a Fiume, dopo un periodo di prigionia in Russia, anche
Riccardo Zanella, che ripropose nuovamente i propri programmi
autonomisti.
Sfruttando una delega come
rappresentante di Fiume a Roma e a Parigi, concessale dal Consiglio nazionale,
Zanella, le cui idee non trovarono consensi all’interno del direttivo, partì da
Fiume per perorare la propria causa alla conferenza di pace di Parigi,
ostacolando l’opera dell’inviato ufficiale di Fiume Andrea
Ossoinack.
La convivenza nella città tra i
cittadini e i soldati stranieri, soprattutto francesi, divenne sempre più
difficile. Il seguito ad un incidente in cui perse la vita un marinaio italiano,
ed alla violenta guerriglia tra soldati francesi ed italiani che ne seguì, nella
quale nove francesi furono uccisi, fu nominata una commissione d’inchiesta per
accertare la responsabilità dello scontro.
Questa deliberò l’allontanamento dei
granatieri dalla città, lo scioglimento del Consiglio Nazionale e l’obbligo per
le navi della Marina Militare di lasciare il porto liburnico. A poco a poco
tutti i soldati italiani lasciarono Fiume e la tutela dell’ordine pubblico fu
affidata alla polizia inglese e americana.
Alcuni dei granatieri di Sardegna,
tuttavia, si fermarono a Ronchi con l’intento di organizzare una spedizione e
tornare a Fiume. Il comando dell’impresa fu offerto a Gabriele D’Annunzio, che
già dal 1915 aveva preso a cuore le sorti della città.
__________
Introduzione
CAPO
PRIMO: Storia
della città di Fiume.
Cenni storici.
Da Napoleone all’inizio del ‘900.
Fiume dal 1919 alla
Seconda guerra mondiale
Note capo primo.
CAPO
SECONDO: Il
fascismo a Fiume.
Il fascismo nella realtà italiana.
I rapporti Mussolini – D’Annunzio.
Note capo secondo.
CAPO
TERZO: Fiume
nel 1943 – 1944.
L’esercito
italiano alla vigilia dell’armistizio.mistizio.
Movimenti di lotta in
Fiume.
Forze antifasciste – CLN –
Partigiani.
RSI ed amministrazione tedesca.
Note capo terzo.
CAPO
QUARTO: Il
trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.
Entrata dell’armata jugoslava.