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Nel marzo 1946, secondo quanto
stabilito alla conferenza di Londra del settembre 1945, si avviò l’inchiesta
etnico – economica in Venezia Giulia entro i limiti tracciati dalla linea di
Wilson (146).
I membri del CLN fiumano, i partiti cittadini e gli
onorevoli Riccardo Zanella ed Ossoinack, rivolsero una istanza ai ministri
alleati riuniti alla conferenza.
In tale documento si ribadiva la necessità di estendere
l’inchiesta anche al territorio fiumano, proprio in virtù di quei princìpi
etnici in base ai quali si sarebbe poi definita la questione giuliana ed al cui
fine era stata istituita l’inchiesta stessa (147).
La richiesta fiumana venne accolta
almeno nelle parti riguardanti la situazione del porto fiumano dal 1924 in
poi.
Gli incaricati dell’inchiesta giunsero
a Fiume il 16 marzo, senza preavviso, il che non permise ai lavoratori politici
di predisporre, come era avvenuto nell’Istria, manifestazioni
propagandistiche.
Ci furono invece, nonostante il
controllo esercitato dall’OZNA, delle dimostrazioni cittadine in cui si inneggiò
all’annessione dell’Italia, e che causarono numerosi arresti che non ebbero
seguito solo grazie all’interessamento dei membri della delegazione. Il CLN fece
pervenire alla commissione alleata, tramite il console di un paese scandinavo,
una lettera cui furono allegati una copia del memorandum inviato il 5 settembre
1945 dal CNL fiumano al capo del governo militare alleato di Trieste colonnello
Bowman, una copia del rapporto sullo stato del porto di Fiume, redatto dal
dottor Mario Dinelli, ed altri documenti contenenti notizie storiche e politiche
sulla città di Fiume.
In questa lettera si parlò inoltre
esplicitamente del clima di terrore in cui la città viveva ormai dal momento
dell’occupazione jugoslava, e che già dal 1943 aveva investito gran parte
dell’Istria.
L’inchiesta si concluse dopo tre
giorni, ed il risultato venne pubblicato a Parigi il 30 aprile. In un documento
riportato in Italia dall’Agenzia Ansa ed in altri giornali contemporanei, se ne
riassumeva il testo che risultava concordare con i dati scientifici forniti dal
dott. Dinelli (148).
Pur sottolineando l’infondatezza delle
pretese jugoslave, lasciò aperta la soluzione del confine etnico della Venezia
Giulia a quattro proposte, una per ciascuna delle grandi potenza
(149).
In questa lettera trovava nuovamente
conferma la notizia, di cui si era già data pubblica denuncia precedentemente,
che a Fiume imperversava un clima di terrore che costò la vita e la prigionia a
migliaia di fiumani, italiani, ed anche di serbi, croati e
sloveni.
Le epurazioni jugoslave coinvolsero
indistintamente cittadini di ogni età, etnia, censo e condizione sociale. I
primi ad essere vittime delle esecuzioni e degli arresti da parte jugoslava,
furono i membri del partito autonomista. Questo apparve ai titini come
l’avversario più pericoloso, essendo un potenziale punto di riferimento per la
popolazione italiana, per l’indubbia reputazione antifascista e la
considerazione di cui godevano, per il ruolo politico e storico rivestito negli
anni precedenti. (150).
La mattina del 4 maggio, cessato
l’orario del coprifuoco, venne ritrovato il cadavere del dott. Mario Blasich,
anziano ed ormai costretto a letto da una paralisi. Nelle stesse ore venne
ritrovato anche il cadavere del rag. Giuseppe Sincich, anch’esso prelevato nella
notte ed ucciso a colpi di rivoltella.
Entrambi erano noti membri della costituente fiumana del 1921.
Più avanti, presso il molo S. Marco,
venne ritrovato il corpo del direttore dell’ospedale S. Spirito Rado Baucer,
croato di sentimenti filo italiani, cui furono sottratti anche i fondi della
cassa dell’Istituto, che ammontavano a ben due milioni di
lire.
Spesso, infatti, queste esecuzioni
vennero accompagnate da atti di delinquenza comune. Eguale fine avevano fatto,
nella notte, Celliut Antonio, il sig. Bergnaz ed il dott. Nevio Skull, membri
responsabili della Resistenza. Nel luglio 1945, sino alla fine dell’anno, si
svolsero le elezioni per i comitati sindacali aziendali. L’opposizione, come
risulta da quanto pubblicato da “La voce del popolo” nei mesi di ottobre ed i
successivi, ottenne i sette decimi dei seggi.
Furono eletti Matteo Blasich, Angelo
Adam, Mario Terd, Renato Luksich e Delli Galzigna. Il 4 ottobre l’Ozna arrestò
Angelo Adam, in procinto di partire per Milano per incontrare i componenti del
CLNAI.
Si persero notizie di lui, della
moglie, ed in seguito anche della figlia, che aveva intrapreso le ricerche dei
genitori. Solo in seguito, insieme all’ammissione dell’avvenuta liquidazione
anche di Matteo Blasich e di altri che erano stati eletti, fu data notizia dell’avvenuta fucilazione di
Angelo Adam e della sua famiglia.
Le elezioni, definite da Luksich Jamini
una commedia, si conclusero con la nomina di membri compiacenti il regime, senza
che fosse possibile effettuare una verifica dei voti espressi e dell’avvenuto
scrutinio. Si era così eliminata ogni traccia di opposizione sindacale nei
cantieri navali.
Numerosi furono i fascisti arrestati
nei confronti dei quali, in seguito a regolari quanto rapidi processi, venne
dichiarata la condanna a morte subito eseguita. Di molti processi non fu mai
tuttavia possibile reperire un verbale o atti che ne provassero
l’esecuzione.
Tra questi, ad esempio, fu arrestato il
senatore Riccardo Gigante che, prelevato dalla propria abitazione, fu fatto
sfilare alla testa di un corteo di fiumani incatenati, di cui si persero ben
presto le notizie. L’accusa di essere fascisti suonò come una condanna a morte:
i soli a non essere toccati furono i membri dell’agenzia Gerini, ossia i
fascisti fusionisti che sin dall’inizio collaborarono con il CPL.
(151).
Furono egualmente colpiti gli ex
legionari di D’Annunzio, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i
decorati, gli ufficiali ex combattenti. Numerose sono le testimonianze a
riguardo apparse sulla stampa dell’epoca e negli anni successivi
(152).
Mancò da parte del quotidiano “La voce
del popolo” un qualsiasi riferimento a questi fatti: quale organo del CPL esso
riportò infatti, come citato in precedenza, solo discorsi e dichiarazioni di
esponenti politici croati più o meno eminenti, in cui il riferimento
all’epurazione e alla necessità di perseguire i nemici del popolo fu tuttavia
esplicito e con chiari intenti intimidatori.
“L’Emancipazione”, giornale del Partito
d’Azione, affermò in un commento, che i fatti del 5 maggio non erano altro che
il primo dolorosissimo episodio di quella “tragica buffonata che è il
dopoguerra”, con evidente riferimento all’atteggiamento delle autorità comuniste
e jugoslave in merito al destino della
Venezia Giulia (153).
La pubblicazione di un documento del
CNL fiumano in cui si denunciavano le repressioni di noti antifascisti e
l’assunzione in servizio di elementi collaborazionisti dei tedeschi, permise al
quotidiano di riaprire il capitolo sulla sorte di Fiume.
“L’Emancipazione” curò la pubblicazione
di due relazioni riguardanti i fatti istriani dell’immediato dopoguerra e quelli
accaduti a Fiume il 3 maggio 1945, redatte dal CNL dell’Istria a da Alessandro
Comandini (154).
Nella sua narrazione i fatti fiumani
dopo il 3 maggio 1945 sono attribuiti alla volontà jugoslava di eliminare
chiunque si fosse opposto alle nuove autorità. Dalla narrazione emerge un senso
di giustizia negata supportata da fatti, testimonianze e critiche dei nuovi
esponenti politici alla guida della città, che si distinsero per la loro
incapacità amministrativa e culturale.
Strumento di queste uccisioni fu
l’OZNA, la polizia segreta che svolse con estrema precisione e capillarità i
propri compiti. L’autonomia di cui L’Ozna godette nei confronti degli organismi
militari e dello stesso CPL trova conferma in varie fonti
(155).
La propaganda fu esercitata a Fiume con
estrema capillarità, al fine di far accettare alla popolazione il fatto
compiuto, consolidare il proprio governo e reprimere chiunque non accettasse il
nuovo stato di cose. In questa ottica si inquadra l’azione dei lavoratori
politici che organizzarono comizi, conferenze e, nei diversi rioni della città,
persino “visite domiciliari”.
“La Voce del popolo” segnalò
quotidianamente tali iniziative, la cui partecipazione fu solo apparentemente
facoltativa. L’azione propagandistica, diretta dal FUPL, su cui agiva il
controllo sistematico dell’Ozna, non mancò di interessare anche le scuole. Esse
divennero, come appare anche dalle testimonianze del preside del liceo locale E.
Burich, centri di resistenza e protesta (156).
Si introdusse nelle scuole
l’insegnamento della lingua croata e vennero organizzate, nelle ore pomeridiane,
a cura dell’UGAG, numerose attività per la gioventù fiumana. Le proteste, le
dimostrazioni politiche, le fughe dalle finestre dell’istituto, di cui Burich fu
testimone, furono spesso sedate ricorrendo all’azione dei lavoratori politici
che si servirono di manganelli e randelli (157).
Gruppi di giovani quali i “Giovani
democratici cristiani”, i “Giovani autonomi” e la “Lega del fazzoletto bianco”,
così chiamati per il fazzoletto esposto in forma particolare dal taschino della
giacca, che fungeva da segno di riconoscimento, organizzarono manifestazioni,
pubblicarono e diffusero la stampa clandestina (158).
Solo nel gennaio 1946 furono arrestati
numerosi studenti, tra cui ragazzi e ragazze di 14 anni, sospettati di
appartenere alla lega. Condivisero la stessa sorte numerosi sacerdoti, ed in
particolare i Cappuccini e i Salesiani, che dovettero sopportare processi
clamorosi per la loro attività svolta a favore dei perseguitati. Queste sentenze
furono emesse in base all’accusa di attività sovversive che costarono a molti
sacerdoti la vita o anni di lavori forzati (159).
Questi atti non fecero che ridestare
nell’animo della gente i primi eccidi avvenuti dopo l’8 settembre 1943 in
numerose zone dell’Istria e a cui Fiume era rimasta parzialmente estranea a
causa dell’occupazione tedesca. Di essi non si ebbe, all’epoca, una percezione
immediata.
Nelle testimonianze successive, ed al
momento in cui fu ripristinato il controllo tedesco ed italiano nella zona,
esplose allora con tutta la sua drammaticità quali fossero stati i frutti
dell’occupazione jugoslava, che durò solo 35 giorni (dal 9 settembre al 13
ottobre 1943).
Le notizie delle FOIBE (dal latino
fovea – fossa), cavità
imbutiformi caratteristiche del paesaggio carsico, nelle quali erano stati
occultati numerosi cadaveri di vittime delle fucilazioni e deportazioni,
cominciarono a circolare timidamente tra quanti, alla ricerca dei propri
scomparsi, si recarono dalle autorità locali per ottenere
informazioni.

Fiume,
Pola, Dalmazia, qualsiasi parte.
Un
ricordo dell'esodo.
Winston Churchill, che fornì per primo
aiuti militari a Tito, in una lettera inviata a Stalin il 23 giugno 1945, parla
di grandi crudeltà commesse dagli slavi contro gli italiani, specialmente a
Trieste e a Fiume, chiedendo allo stesso di intervenire per porre fine a quei
massacri.
Il 14 marzo 1944 una conferenza di
vescovi di Trieste, Parenzo, Pola, Fiume, Udine e Gorizia, emise un comunicato
in cui esplicitamente condannavano le lesioni gravi e crudeli della dignità
umana perpetrate dagli slavi (160).
Pisino fu la città su cui vennero
allora concentrati il maggior numero di arresti: all’arrivo dei tedeschi, alla
fine di ottobre del 1943, tutti i prigionieri, che potevano diventare in mano
tedesca degli scomodi testimoni, furono eliminati.
Nel 1945 le vittime ammontavano non più
a centinaia ma a diverse migliaia di unità. Vi furono più di 10.000 arresti;
circa il numero di quanti vennero “liquidati” restano ancora dei dubbi dovuti
alla scarsità di documentazione, cosa che rende difficile stilare una stima
certa.
Foibe
di Vines. I parenti si piegano, premendosi un fazzoletto nel naso. Cercano un
segno nel colore dei capelli, nella dentatura, nei vestiti, in una vecchia
cicatrice.
Le maggiori carenze si hanno
soprattutto per quanto attiene alle fonti jugoslave, in quanto le notizie a
riguardo furono debitamente occultate e non si è potuta condurre un’accurata
ricerca negli archivi jugoslavi, per la reticenza delle autorità
locali.
Ciò informa principalmente la
possibilità di stilare un elenco degli slavi che furono ugualmente vittime di
infoibamenti e deportazioni, ma ai quali non fu consentito di reclamare le
proprie vittime.
Quanti si recarono presso gli uffici
del CPL, parenti od amici, furono essi stessi eliminati, e dunque alle notizie
di scomparsa di intere famiglie, spesso si reagì solo con la paura e il
dolore.
I dati relativi alle vittime italiane
sono stati raccolti da diversi enti ed istituti in base alle testimonianze di
quanti, fuggiti o sopravvissuti, avevano già appreso la notizia della loro morte
o hanno continuato a cercare invano le notizie dei propri cari una volta giunti
in Italia o in altri paesi che accolsero numerosissimi
profughi.
Come si possono inquadrare queste
azioni che causarono la morte di un numero imprecisato di persone, che fu
tuttavia superiore alle 4000 unità?
Nelle fonti jugoslave dell’epoca,
l’incriminazione principale fu quella di essere fascisti, il che significò
automaticamente l’essere considerato nemico del popolo e quindi passibile di
condanna a morte. Il termine “reazionario” o “nemico del popolo” fu così esteso
da coprire ogni tipo di dissidenza. Eppure a Fiume stessa l’opera di epurazione
non toccò numerosi esponenti del partito fascista, tra cui ad esempio lo stesso
direttore del quotidiano “La Voce del Popolo” (161).
La repressione, inoltre, non riguardò
solo gli italiani, sebbene si ebbe spesso la sensazione che alla base delle
liquidazioni vi fosse un piano programmato di pulizia etnica. L’ondata di
terrore che sconvolse l’Istria nel 1945, fu il risultato di una sintesi di
diversi elementi. Esso rispose principalmente alla necessità di affermare il
nuovo regime epurando, in ogni modo, qualunque forma di dissenso, e la crudeltà
con cui ciò avvenne, fu tipica di un regime nascente.
Tutto ciò rispondeva ad un progetto per
la cui affermazione si rendeva necessaria la distruzione del potere italiano
sull’entroterra istriano e della sua sostituzione con un potere
partigiano.
L’identità nazionale fu un dato
secondario. Nelle piccole e grandi città a prevalenza numerica di italiani, si
ebbe la sensazione che tali atti fossero la conseguenza di un odio razziale che
fino ad allora non era esploso, ma aveva le sue basi nell’antico conflitto tra
il mondo rurale croato ed i centri urbani italiani. Nel caso giuliano in
particolare, ad una precisa volontà politica che prevedeva una repressione
guidata dall’alto, si sommò la volontà di rivalsa di un popolo che era stato
oggetto della politica di snazionalizzazione del fascismo.
Non a caso il movimento di liberazione
jugoslavo fondò la sua organizzazione principalmente sui “narodjaci”, ossia i
maggiorenti locali esponenti del tradizionale nazionalismo croato, che fu quindi
abilmente convertito in un orientamento anti italiano.
A Fiume la maggioranza era italiana, e
soprattutto di italiani che chiedevano l’annessione all’Italia o l’indipendenza.
Non bisogna inoltre sottovalutare l’importanza delle strutture industriali e
delle potenzialità economiche di Fiume, la quale apparve una risorsa per il
nuovo Stato, ancora più importante in quanto non si era riusciti ad ottenere il
porto di Trieste.
A Fiume, infatti, alla repressione
politica si associò l’epurazione economica. Essa fu fondamentalmente un’azione
politica che mirò a distruggere, attraverso espropri e sequestri, le basi
economiche della piccola e media borghesia fiumana, ossia del centro
dell’italianità di Fiume (162).
Spostare il confine verso occidente
significava inoltre gettare un ponte attraverso il quale portare il comunismo in
Europa ed in Italia. L’Istria, quindi, diventava un punto da cui l’Unione
Sovietica, la rivoluzione comunista, avrebbe proceduto verso occidente. I
requisiti ideali, dunque, che permisero di sfuggire alle liquidazioni slave
furono, secondo una definizione di Raoul Pupo “essere fautori dell’appartenenza
statuale alla Iugoslavia, essere di obbedienza comunista, ed eventualmente di
discendenza slava, e comunque nemici dichiarati dell’Italia fascista e
imperialista” (163).
L’impegno maggiore fu rivolto alla
costituzione del sistema comunista e a tal fine fu necessario, a Fiume, colpire
e privare di risorse, fino alla snazionalizzazione, il gruppo nazionale
italiano.
Le condizioni economiche a Fiume
peggiorarono drasticamente a causa dell’incapacità amministrativa jugoslava. In
base alle dichiarazioni depositate all’Archivio Centrale dello Stato, citate da
Liliana Ferrari (op. cit. in nota, p. 81 e seg.) mancavano i generi alimentari
di prima necessità e l’attività portuale e delle aziende era bloccata per la
mancanza di materie prime. La sostituzione della lira con la iugolira, il cui
valore era pari al 50% della lira stessa, causò licenziamenti, fallimenti,
chiusura delle banche e l’immiserimento della popolazione.
In questi atti si afferma
esplicitamente, inoltre, che il sistema di confisca del patrimonio venne
inserito appositamente in ogni condanna (164).
Dopo la firma del Trattato di Pace la
situazione a Fiume divenne insostenibile.
Tristemente nota fu la foiba di Obrovo
nei pressi di Fiume, in cui risulta siano stati occultati i cadaveri della
maggior parte dei fiumani arrestati. La riesumazione, tuttavia, non è stata
completamente eseguita a causa della particolare forma della foiba. Non c’è una data precisa in cui si attesta la
fine delle uccisioni, né una data da cui si può fare avere inizio il lento, ma
sempre più massiccio esodo che portò più di 350.000 giuliano-dalmati ad
abbandonare le proprie terre.
Fiume fu la prima città a svuotarsi nel
dopoguerra. Nel 1945 essa contava 66.000 abitanti, dei quali 58.000 scelsero di
esodare e molti di questi non furono solo italiani, ma appartenevano a diverse
etnie. Non è possibile fornire una stima esatta del numero di italiani che
abbandonarono Fiume, poiché alcuni profughi vennero considerati italiani o slavi
a seconda delle fonti considerate, e proseguirono il loro viaggio per
destinazioni diverse dall’Italia.
Dal censimento del 1936 risultavano,
nei territori dell’esodo, all’incirca 300.000 italiani; nel 1961 la cifra si
aggira sui 25.000. Non bisogna dimenticare tuttavia che, per ragioni politiche,
italiani non nativi di quelle terre vi si trasferirono, dando luogo ad un
approssimativo contro-esodo (165).
Il primo appello fu rivolto dal CLN
alla popolazione fiumana il 22 settembre 1946, e si esortavano i cittadini ad
esodare in massa qualora la Conferenza della pace avesse definitivamente ceduto
Fiume alla Jugoslavia.
Questo sarebbe stato un segno tangibile
del rifiuto di un atto arbitrario che il CLN si riservò di non
accettare.
“La Voce del popolo” del 24 maggio 1945
pubblicò un avviso in cui appare evidente il tentativo di regolamentare il
flusso dei cittadini che richiedevano il lasciapassare per rientrare in Italia.
Questo significava che l’esodo cominciò prima dell’adesione plebiscitaria voluta
dal CLN, ed abbraccia un arco di tempo che va dal 1943 ad oltre il 1950, con un
picco massimo verso il 1947-1948 (167).
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Sviluppo
dell'esodo |
Il diritto di opzione entrò in vigore
il 10 febbraio 1948, ma da parte delle autorità jugoslave si cercò con ogni
mezzo di impedire questo svuotamento della città, che avrebbe impressionato
sfavorevolmente l’opinione pubblica internazionale e depauperato di importanti
quadri tecnici qualificati di cui l’industria nascente aveva bisogno. Ai
paragrafi 1-4 dell’articolo 19 del trattato di pace, si faceva inoltre
esplicitamente riferimento anche ai cittadini che erano passati in Italia
precedentemente al trattato. A tale regolamento internazionale, integrato
successivamente dalla legge sulla cittadinanza adottata dalla repubblica
federativa in Jugoslavia, si aggiunsero poi accordi stipulati tra i due
Stati.
Il testo del trattato, concedendo la
possibilità di optare solo a coloro la cui lingua usuale era quella italiana,
assunse come principio fondamentale quello dell’appartenenza nazionale. Il
governo rigettò per iscritto circa 3000 dichiarazioni di opzione nella sola
città di Fiume. Le condizioni dell’opzione, inoltre, il cui diritto era
esercitatile entro un anno, significarono, per molti, l’immiserimento
definitivo. Al momento dell’opzione, infatti, molti furono licenziati e non di
rado poi il permesso fu concesso solo ad alcuni componenti familiari, con il
preciso intento di spezzare le famiglie o indurle a
rinunciare.
Chi si vide rifiutare la domanda di
opzione potè ottenere lo svincolo della cittadinanza jugoslava dietro pagamento
di una tassa di 10.000 dinari e la rinuncia all’indennizzo per i beni
abbandonati nei territori ceduti.
Perché molti scelsero l’esodo?
(168).
Indubbiamente un ruolo di primo piano
fu rivestito dalla paura, dall’incubo delle deportazioni e delle foibe. La
coscienza, inoltre, dell’instaurarsi di un regime totalitario, il clima di
terrore che gravava su tutti, al punto di non potere conversare liberamente per
strada senza essere sottoposti agli interrogatori della polizia ed il veder
dipendere l’esercizio dei principali diritti umani e la propria libertà da un
rapporto che attestasse la buona condotta, furono già motivi
sufficienti.
La costrizione, inoltre, di dover
accettare un regime comunista significò anche il dover forzatamente subire un
nuovo modello economico che fino ad allora aveva significato solo miseria ed
impoverimento. Persino i più entusiasti comunisti che dall’Italia si recarono
volontariamente in Jugoslavia scelsero di tornare poi indietro delusi dal
comunismo di Tito.
Quella dell’esodo fu una scelta che
gravò pesantemente sui sentimenti di quanti decisero di optare. La loro
coscienza, inoltre, si fece più pesante quando, giunti in Italia, trovarono
soprattutto in alcune zone un clima di accusa e disprezzo, anziché di
comprensione.
A Bologna i comunisti minacciarono lo
sciopero se avessero fatto fermare il treno carico di profughi, per i quali la
Pontificia Opera di Assistenza stava preparando un piatto caldo, e che furono
così costretti, dopo 24 ore di viaggio, a proseguire fino ai campi di
raccolta.
I profughi furono definiti fascisti e
la loro scelta attribuita ad “una sporca coscienza fascista”. Quanti di loro
ebbero effettivamente delle responsabilità di cui rendere conto determinarono la
sorte ed il giudizio di quasi una intera popolazione. Mario Pacor, triestino,
partigiano e scrittore comunista, nel volume “Confine orientale” edito da
Feltrinelli nel 1964 e citato da me in altri punti per le sue precise
informazioni, dedica al problema dei profughi mezza facciata e li definisce
“fascisti collaborazionisti fra cui vi furono pochi onesti
italiani”.
Nel giudizio di Arturo Carlo Jemolo in
“Anni di prova”, e di N. Lombardo Radice su “L’Unità” del dicembre 1964, gli
istriani compirono quell’atto in quanto mal consigliati, e fu in fondo
attribuibile al loro esodo la colpa della definitiva perdita delle terre
istriane. Le testimonianze, ricche di giudizi negativi e positivi, furono e sono
innumerevoli.
Il 15 novembre 1946 l’on. Nitti
condannò l’esodo e dubitò della veridicità degli eccidi e delle foibe. Ci si
chiese persino, fallito il tentativo di contenere l’esodo, se fosse opportuno
riunire nei campi profughi così tanti fascisti, e si decise quindi di
sparpagliare la gente nei diversi angoli d’Italia.
Il 17 luglio 1948 il Comitato Recupero
delle Salme degli italiani infoibati informò di aver potuto esumare solo 1266
salme, poiché nessun recupero era stato possibile nelle zone amministrate dalla
Jugoslavia.
Nella intervista della giornalista
Laura Marchino ad Oskar Piskulic, attivista di spicco del movimento comunista e
capo dell’OZNA di Fiume, apparsa dal 24 al 28 luglio 1990 su “La voce del
popolo” (quotidiano oggi della minoranza etnica di Fiume) non venne fornito da
questi nessuna ulteriore notizia circa la scomparsa di intere famiglie di cui
non si era saputo più nulla.
Oskar Piskulic ha precisato di non
poter fornire alcuna spiegazione in quanto legato da un giuramento comune a
tutti i membri della polizia segreta, per cui mai in vita, con alcun mezzo,
potrà rivelare quanto di sua conoscenza.
Nei confronti di Ivan Motiva ed Oskar
Piskulic è stata avviata nel 1995, in seguito a numerose sollecitazioni a
partire dal 1993 da parte del Presidente Scalfaro, una inchiesta sui crimini su
italiani a Fiume nel 1945 ed oltre, per i quali in particolare vale la
definizione di “omicidi in tempo di pace” (169).
Dal 1960, e per tutti gli anni Ottanta
circa, l’argomento delle foibe, tuttora discusso, era stato evitato fino a
giungere oggi ad una riscoperta di queste voragini che inghiottirono migliaia di
persone.
Forse in questa nuova ottica, ed alla
luce delle notizie che cominciano ad essere divulgate, anche l’esodo appare più
comprensibile, più una scelta imposta, un trasferimento forzato di popolazioni,
non solo di italiani, che manifestarono con l’esilio la volontà ed il diritto di
poter conservare la propria identità nazionale.
Discorso di Benedetto
Croce, 24 luglio 1947
Relazione al Rettore dei
Salesiani
da: "La Voce del Popolo"
24 maggio 1945
da:
"L'Arena di Pola" 4 luglio 1946
____________
Introduzione
CAPO
PRIMO: Storia
della città di Fiume.
Cenni
storici.
Da
Napoleone all’inizio del ‘900.
Fiume
dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.
Note capo
primo.
CAPO
SECONDO: Il
fascismo a Fiume.
Il
fascismo nella realtà italiana.
I rapporti
Mussolini – D’Annunzio.
Note capo
secondo.
CAPO
TERZO: Fiume
nel 1943 – 1944.
L’esercito italiano alla
vigilia dell’armistizio.
Movimenti di lotta a Fiume:
Forze
antifasciste – CLN – Partigiani.
RSI ed
amministrazione tedesca.
Note capo
terzo.
CAPO
QUARTO: Il
trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.
Entrata
dell’armata jugoslava.
La
situazione a Fiume.
Le conseguenze: eccidi ed esodo.
Note capo
quarto.
Conclusioni.
Bibliografia.
Assassinati e
scomparsi.
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