Ai primi di maggio del 1945, quando
ormai era evidente che i piani alleati di giungere per primi ad occupare la
Venezia Giulia erano falliti, si rese necessaria la definizione di una linea di
demarcazione precisa tra gli Alleati e le truppe titine. Mancava, infatti, un
qualsiasi accordo scritto che permettesse di chiarire la situazione a favore di
uno o dell’altro schieramento.
Già precedentemente si era presentata
la possibilità, ed in tali termini erano avvenuti gli ultimi colloqui fra Truman
e Churchill, di un ricorso alla forza per chiarire la situazione della Venezia
Giulia (131).
Alcuni giorni dopo il 2 maggio, quando
ormai cioè Trieste era già in mano jugoslava e si profilava chiara l’eventualità
dell’avanzata delle truppe partigiane in tutta la regione, ripresero le
trattative fra Tito e Alexander.
La proposta di Alexander di giungere ad
un compromesso in base al quale Tito avrebbe dovuto riconoscere
l’amministrazione alleata a condizione che in seguito la zona fosse stata
annessa alla Jugoslavia, fu disapprovata dallo stesso Churchill, il quale
apprese la notizia il giorno dopo tramite telegramma. Il generale Willam D.
Morgan, capo di Stato maggiore di Alexander, si recò a Belgrado l’8 maggio e
presentò a Tito una proposta di sistemazione della questione
giuliana.
La linea Morgan separava la zona
soggetta agli alleati ad occidente da quella orientale sotto controllo
jugoslavo. Gli alleati, inoltre, accettavano di riconoscere l’amministrazione
civile jugoslava nei territori ad occidente purché questa funzionasse in modo
soddisfacente.
Nell’ultimo punto del progetto,
tuttavia si precisava che l’accordo aveva natura puramente militare e che dunque
non pregiudicava le decisioni che in seguito, in sede politica, si sarebbero
dovute prendere per una sistemazione definitiva di quei
territori.
Tito inizialmente respinse questa
proposta. La situazione intanto, nelle zone occupate, divenne sempre più
difficile in quanto la convivenza tra le truppe alleate e quelle jugoslave non
avveniva in un clima di pace, bensì di azioni perpetrate da parte dei
partigiani, che offendevano la coscienza di quanti erano costretti ad assistervi
passivamente.
Una dura condanna venne espressa dal
Maresciallo Alexander il 17 maggio, cui seguì, il 19 dello stesso mese, una
nuova esplicita condanna nei confronti di Tito. In questo messaggio egli associò
il regime titoista a quello di Hitler, Mussolini e del Giappone, ed espresse la
convinzione che ormai fosse possibile risolvere il conflitto di interessi solo
ricorrendo all’uso delle armi (132).
La replica di Tito non tardò a
giungere, ed espresse vivo risentimento per le parole del maresciallo Alexander.
Solo il 21 maggio Tito comunicò, in modo del tutto inaspettato, la propria
disponibilità ad accettare le proposte alleate, previa discussione circa il
futuro delle amministrazioni locali insediate nel MPL.
Questo cambiamento fu dovuto
probabilmente ad un interessamento dell’Unione Sovietica la quale, impegnata a
trattare in quel momento con gli alleati questioni più importanti, esercitò, su
pressione della diplomazia americana, una influenza
moderatrice.
Allo stato attuale, tuttavia, mancano
conferme ufficiali riguardo a tale
interessamento.
L’accordo conclusivo venne siglato a
Belgrado il 9 giugno 1945, da parte del generale Morgan per gli alleati e del
generale Arso Jovanovich per gli jugoslavi.
Il territorio della Venezia Giulia
veniva così diviso in due zone lungo la linea Morgan. La zona A comprendeva
Trieste e la zona circostante sino a Pola inclusa, e veniva posta sotto
l’Amministrazione degli alleati. La zona B comprendeva invece tutta la parte
rimanente della regione, e sarebbe passata sotto l’amministrazione slava
(134).
In entrambe le zone ci si impegnò a
rispettare i diritti delle minoranze, secondo quanto stabilito dalle convenzioni
internazionali. L’accordo, tuttavia, non pregiudicava, per il futuro, la
possibilità di una sistemazione diversa, e questo era esplicitamente affermato
nell’ultimo punto.
Il 20 giugno 1945, al castello di Duino
sede del comando alleato, gli angloamericani rinunciarono ai diritti sui porti
di Pirano, Parenzo, Rovigno, ed altre
località prettamente italiane in cui precedentemente si erano riservati il
diritto di ancoraggio, e che furono così cedute gratuitamente agli
slavi.
Il CLN fiumano reagì alla notizia
inviando il 2 giugno al Comando alleato per l’Italia una nota di protesta. Il 15
giugno, all’allora ministro degli esteri De Gasperi, fu fatta pervenire una
lettera in cui si chiedeva l’unione all’Italia o quantomeno il rispetto del
diritto di autodecisione, concludendo con la speranza che “la città di Fiume non
avesse a dolersi dell’opera del governo italiano” da cui si chiedeva ascolto e
rispetto (135).
Il Comitato popolare cittadino di Fiume
cessò di dipendere dal Comitato popolare del Litorale croato e venne formalmente
sottoposto al C.P. dell’Istria il quale, non partecipandovi i rappresentanti
fiumani, era sostanzialmente autonomo.
In seguito agli accordi di Belgrado la
politica jugoslava dovette mostrarsi, per ragioni di opportunismo politico, meno
intransigente. Il CPC di Fiume, costituitosi inizialmente con il nome ufficiale
di “Gradski Narodni Obdor” con un sottotitolo italiano “Comitato Popolare
Cittadino”, rivelava apertamente la sua matrice croata. Per simulare una maggiore disponibilità e
togliere dall’imbarazzo gli stessi fascisti fusionisti membri del CPC, il nome
ufficiale fu espresso in italiano, riservando al trafiletto in croato un posto
secondario.
Il presidente croato venne sostituito
con l’italiano Pietro Klausberger e si provvide a dimettere il fascista
fusionista Franchi. Nella sostanza, tuttavia, nulla cambiò nell’organo civile e
politico che dirigeva la vita di Fiume.
In previsione inoltre del dibattito per
il trattato di pace cui l’Italia aveva partecipato a Parigi, il CLN fiumano
diresse, alla fine di giugno, ai capi delle delegazioni alleate, a quella
sovietica e all’ammiraglio Stone capo della Commissione di controllo per
l’Italia, un memoriale in cui si sottolineava la particolare posizione politica
e storica di Fiume. Si reclamò principalmente di godere del diritto di
autodecisione e non di tornare necessariamente allo stato previsto dal Trattato
di Rapallo.
Non meno importante fu la proposta,
perorata da Riccardo Zanella, di un ritorno allo Stato Libero di Fiume. Egli
vedeva in questo progetto la sola possibilità di salvezza per i destini fiumani.
Alla fine del 1944 inviò un memoriale alla Conferenza delle Nazioni Unite di San
Francisco e si adoperò affinchè il problema fiumano rimanesse vivo e attuale.
Alla sua azione aderì, nel 1945, anche l’ex deputato e rivale Andrea Ossoinack.
Zanella, inoltre, su iniziativa personale, costituì in Roma un “Ufficio di
Fiume” cui prestarono la propria collaborazione anche Giovanni Dalma, Leo
Peteani ed Emilio Lengel (136).
La proposta zanelliana tuttavia non
trovò nessun efficace sostenitore.
La prospettiva di Fiume quale Stato
libero ed indipendente fu presa in considerazione anche nel testo da una
risoluzione sottoscritta dai fiumani membri del CLN Brussich e Tavolini in
seguito ad un convegno tenutosi il 27 settembre 1945 tra i CLN di Trieste,
Gorizia, Pola e Fiume (137).
Numerose furono le manovre finalizzate
a presentare la Croazia alla Conferenza di Pace con un volto più diplomatico ed
un accordo già concluso con le popolazioni locali. Una di queste fu il discorso
tenuto dal presidente del governo della Croazia Vladimir Bakaric il quale,
giunto a Sussak il 19 giugno 1945, quando regnava in città un clima di terrore,
si fece promotore di un dialogo con i fiumani cui garantì l’autonomia municipale
(138).
Venivano inoltre propagandate versioni
tendenziose secondo le quali l’Italia aveva rinunciato, in sede di trattative,
alla sovranità su Fiume. Il loro scopo era quello di deprimere ulteriormente la
popolazione e creare un clima di dubbi ed incertezze. Il CLN fiumano chiese
dunque al governo italiano di chiarire la propria posizione a riguardo e a tale
scopo inviò dal Presidente del Consiglio De Gasperi, il 21 gennaio 1946, i
rappresentanti Don Polano ed il prof. Brussich.
Nel discorso che De Gasperi, poco
dopo, tenne a Montecitorio, sostenne
che, seppure la questione di Fiume si fosse risolta con una rinuncia da parte
italiana, tuttavia ciò non avrebbe comportato il misconoscimento del legittimo
diritto fiumano all’autogoverno e alla libertà ed indipendenza sanciti anche dal
Trattato di Rapallo (139).
Era sempre più improbabile, dal
procedere della situazione, che l’Italia avrebbe potuto godere, in sede di
trattative, di un trattamento differenziato e privilegiato in seguito al
contributo offerto agli Alleati alla fine del conflitto.
Il 2 agosto 1945 intanto, con il
Protocollo di Berlino, venne affidato ad un Consiglio dei ministri degli Affari
esteri, che rappresentava la Gran Bretagna, la Francia, gli Stati Uniti e
l’Unione Sovietica, il compito di predisporre lo schema di un trattato da
sottoporre successivamente alle altre Nazioni Unite
interessate.
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Linea
di confine, secondo la proposta
inglese |

e
secondo la proposta francese.
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I punti fondamentali vennero concordati
nelle riunioni di Londra e di Parigi tra il settembre 1945 e l’aprile 1946. Un
progetto di trattato venne sottoposto alla Conferenza di Parigi dal 29 luglio al
15 ottobre 1946 alle 20 Nazioni Unite che avevano partecipato alla guerra con la
Germania e l’Italia.
Le quattro potenze alleate ebbero, di
fatto, l’arbitrio di giudicare ogni altra mossa diplomatica, prevedendo la
possibilità di inviare solo raccomandazioni circa eventuali modifiche da
introdurre nel progetto (140).
La popolazione non rimase tuttavia
indifferente alle notizie che giunsero circa l’esito degli accordi. Diego de
Castro, ex consigliere italiano del GMA a Trieste, scrive che mentre la
Commissione attraversava la Zona B gli italiani non poterono organizzare
manifestazioni a favore dell’Italia. Tuttavia in alcune città le donne si
dipinsero una bandiera italiana sul palmo della mano per mostrarne i colori al
passaggio della Commissione e testimoniare così il proprio amore per l’Italia.
Il 25 e il 27 marzo ugualmente a Trieste centomila persone, per la maggioranza
italiani non comunisti, scesero in piazza per chiedere l’annessione
all’Italia.
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Linea di confine secondo la proposta americana |
L’assenza quasi totale dei comunisti
trovava una sua spiegazione nel fatto che il PCI all’indomani dell’occupazione
jugoslava non rivendicò per i comunisti giuliani il diritto e la libertà di
appartenere all’organizzazione italiana ed all’azione politica del PCI nel
“Fronte Nazionale d’Azione”.
Ad una azione congiunta PCI – PCC si
sostituì, con il consenso italiano, il monopolio del PCC e della sua
affiliazione croata e slovena, che tuttavia prese il nome di PC Giuliano, la cui
costituzione non venne impugnata dal PCI.
La redazione finale del trattato,
conclusa a New York dal 4 novembre al 12 dicembre 1946, fu consegnata
all’Ambasciata Italiana a Washington il 16 gennaio 1947 e conosciuta dal governo
italiano il 24 gennaio successivo.
L’azione diplomatica italiana risultò
inefficiente, e come testimoniato dal Ministro degli Esteri Carlo Sforza, spesso
non fu dato modo ai rappresentanti italiani di discutere ed intavolare
trattative. Ciò avvenne soprattutto per i rappresentanti giuliani, dell’Istria e
della Dalmazia, i quali spesso presentarono tesi inconciliabili tra loro e
dimostrarono quindi la mancanza di unità d’azione. Ne sono esempio le proposte
contraddittorie avanzate dall’Avv. Franco Amoroso e dall’on. Antonio De Berti,
che facevano parte della delegazione italiana (141).
La presenza dei delegati giuliani cui
possono attribuirsi i limiti anzidetti fu, tuttavia, puramente formale. La nota
di protesta da questi inviata il 26 settembre 1946 circa i criteri seguiti dai
quattro ministri degli esteri riguardo alla questione della Venezia Giulia,
rimase inascoltata (142).
Si provvide nondimeno a congedare dai
lavori parigini della delegazione fiumana esponenti quali Giovanni Giuricin, che
era stato convocato a Parigi in veste di esperto per la questione del confine
orientale italiano (143).
Respinti quindi tutti gli emendamenti,
si giunse, il 10 febbraio 1947, alla firma del trattato definito, per la sua
iniquità “Diktat”. Solo la Cina ed il Brasile avevano sostenuto, almeno
inizialmente, la causa giuliana. La sola concessione che si ottenne fu di poter
subordinare la firma del trattato di pace alla ratifica dell’Assemblea
Costituente, volendo intenzionalmente attribuire a questa un potere decisionale
sovrano.
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Linea di confine secondo
la proposta dell'
URSS. |
Il dibattito si svolse nel luglio del
1947 e numerosi oratori importanti quali Croce, Nenni, Gronchi, Rinaudi,
Togliatti, Valiani e Nitti esposero le proprie tesi circa l’opportunità che
l’Italia approvasse il Trattato prima della ratifica dell’Unione Sovietica
(144).
L’Assemblea Costituente, conclusosi il
dibattito, approvò il 31 luglio 1947 il Trattato di Pace con 262 voti
favorevoli, 68 contrari ed 80 astenuti. Si astennero dal voto i comunisti,
mentre i socialisti furono invece tra i 145 che abbandonarono l’aula
dimostrativamente prima della votazione. Si procedette allora a tracciare sul
terreno il confine che si era stabilito sulla carta: entrambe le nazioni, Italia
e Jugoslavia, si dichiararono insoddisfatte.
Il lavoro della Commissione incaricata
di tracciare i confini provvisori con l’apposizione di pali bianchi, si rivelò
difficile e ingrato. Il loro lavoro fu accompagnato spesso dai pianti di quanti,
al di fuori di ogni logica politica, vedevano così dividere la terra a cui
appartenevano.
Per evitare di tagliare case o
proprietà private in due parti, si conservò un margine di circa un miglio
(145).
La maggior parte della Venezia Giulia
passava così alla Jugoslavia. Trieste fu costituita Territorio Libero, di cui si
fece garante il Consiglio di Sicurezza della Società delle Nazioni
Unite.
L’Italia perdeva in tal modo numerose
piccole città dell’Istria, la costa occidentale, le città di Pola, Fiume e Zara,
nelle quali risiedeva un alto numero di italiani.
____________
Introduzione
CAPO
PRIMO: Storia
della città di Fiume.
Cenni storici.
Da Napoleone all’inizio del ‘900.
Fiume dal 1919 alla 2^ guerra
mondiale.
Note capo primo.
CAPO
SECONDO: Il
fascismo a Fiume.
Il fascismo nella realtà italiana.
I rapporti Mussolini – D’Annunzio.
Note capo secondo.
CAPO
TERZO: Fiume
nel 1943 – 1944.
L’esercito
italiano alla vigilia dell’armistizio.
Movimenti di lotta a Fiume:
Forze antifasciste – CLN –
Partigiani
RSI ed amministrazione tedesca.
Note capo terzo.
CAPO
QUARTO: Il
trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.
Entrata dell’armata jugoslava.
La situazione a Fiume.
Le conseguenze: eccidi ed esodo.
Note capo quarto.
Conclusioni.
Bibliografia.
Assassinati e
scomparsi.