Fiume 

 
 
  

CAPITOLO  QUARTO

 

Il trattato di pace del 1947 e le sue conseguenze a Fiume

 

 

 IV.1.  L’entrata dell’armata jugoslava a Fiume.

 

 
 

 

 

Josip Broz Tito

 

Negli ultimi mesi del 1944 la potenza nazista cominciò a mostrare i primi segni di stanchezza e cedimento. Nella zona del litorale l'impegno maggiore fu costituito dalla costituzione di una linea di difesa, la "Adriafront", prevista già da tempo, che si estendeva dalle valli di Comacchio a Fiume. Essa includeva altre linee di difesa tra cui la linea fortificata "Ingrid" che terminava nella zona circostante la città di Fiume che, insieme a Pola, risultava quindi essere un punto nevralgico del sistema difensivo tedesco.

 La linea “Ingrid” coincideva all’incirca con le postazioni fisse costruite dall’Italia nel tracciare il vecchio confine con la Jugoslavia (116).

Le formazioni partigiane di Tito, tra la fine di marzo ed i primi di aprile, forti degli aiuti alleati e del bottino bellico catturato al nemico, si prepararono per una vasta operazione il cui fine era l’occupazione di Trieste, dell’Istria e dell’intera Venezia Giulia. Se ciò fosse stato realizzato prima dell’arrivo delle forze alleate, l’occupazione, di fatto, avrebbe assicurato loro il controllo della regione e posto gli alleati e l’Italia nella situazione difficile di dover necessariamente trattare con il governo jugoslavo.

Il 28 aprile 1945 i capi del CLN triestino incontrarono il generale delle SS Schaffer nella speranza di trovare un accordo che, invece, si concluse con un niente di fatto. Il giorno seguente, ugualmente, si cercò un’intesa con i capi partigiani di Tito, i quali tuttavia non accettarono la proposta di amministrazione congiunta italo-slava per tutta la Venezia Giulia e le isole.

All’alba del 1° maggio le forze slave accerchiarono Trieste: le operazioni per l’occupazione della città incominciarono subito, ma incontrarono numerosi ostacoli negli ultimi baluardi tedeschi che, rimasti in città in numero esiguo, decisero di resistere a oltranza e di arrendersi e consegnarsi solo agli angloamericani.

Nella tarda mattinata del 2 maggio giunsero a Trieste le prime avanguardie della II divisione neozelandese del generale Freyberg, ai quali i tedeschi cominciarono ad arrendersi. Tutto ciò irritò gli jugoslavi in quanto ritenevano di essere i soli ad avere diritto a trattare con il nemico.  Nell’agosto 1944 Tito incontrò a Bolsena il maresciallo Harold Alexander allora comandante dell’VIII armata britannica. In questa sede fu deciso che le truppe jugoslave si sarebbero incontrate con le truppe alleate a nord di Fiume il cui porto e territorio orientale sarebbe passato sotto il comando del maresciallo Tito, mentre il resto della Venezia Giulia sarebbe spettato alle truppe alleate (117).

I confini rimasero tuttavia definiti in modo aleatorio ed il solo punto  in cui si dissentì chiaramente, fu la pretesa, che Tito espose il giorno seguente allo stesso Churchill, di sostituire alla Amministrazione civile italiana quella jugoslava o, al limite, di partecipare all’amministrazione alleata della regione.

Churchill replicò che questo, implicando una automatica perdita di sovranità nella Venezia Giulia da parte dell’Italia, era un argomento al momento non discutibile poiché comportava delle modifiche territoriali a scapito del popolo italiano che, al momento attuale, forniva un utile contributo alla guerra.

Il 12 settembre, in un discorso pronunciato a Lissa, Tito espresse la propria insoddisfazione per la mancata accettazione delle proprie rivendicazioni territoriali, ed usò in questa occasione uno slogan che sarebbe poi stato ripetuto spesso dai suoi partigiani: “Noi dell’altrui non vogliamo, ma del nostro non diamo”.

Nei mesi, dall’aprile al settembre del 1944, furono numerosi gli interventi di note personalità italiane, quali Benedetto Croce, Gaetano Salvemini e l’ex ministro Carlo Sforza, che si pronunciarono in favore del Comitato giuliano dei diritti dell’Italia nell’intera Venezia Giulia. L’opinione di questi personaggi non era tuttavia condivisa da tutti: il capo del CLNAI di Milano, Ferruccio Parri, riteneva ad esempio più probabile la perdita della regione e sottolineava tuttavia come, in quel momento, cosa sostenuta anche da Palmiro Togliatti, fosse più importante cercare di instaurare rapporti amichevoli con la nuova Jugoslavia democratica. In questo periodo avviene tuttavia un fatto la cui portata non fu colta immediatamente, poiché mancò al riguardo una completa ed efficiente informazione.

Il 1° luglio 1944 il comando germanico della Venezia Giulia annunciò a Fiume e Trieste la notizia di una sospensione di ostilità fra tedeschi e jugoslavi. Sebbene il CLN fiumano cercasse di ottenere maggiori chiarificazioni al riguardo, non furono diramate notizie in grado di dissipare questo dubbio (118).

Se una collaborazione vi fu, questa si creò tra gli jugoslavi collaborazionisti e quelli anticollaborazionisti, per la comunità di interessi, tra i quali principalmente di assicurare alla Jugoslavia i territori occupati precedentemente dall’Italia.

Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 a Yalta, in Crimea, si svolse la conferenza relativa ai problemi del dopoguerra  e si giunse a programmare la spartizione della Germania e la sostanziale divisione del mondo in due blocchi.

Il 21 febbraio 1945 il maresciallo Alexander volò a Belgrado per parlare d’urgenza con Tito. Questi accettò un compromesso che prevedeva l’accettazione di un governo militare alleato della Venezia Giulia ed il contemporaneo mantenimento delle amministrazioni civili jugoslave. Gli angloamericani accettarono con la riserva mentale  che, giungendo per primi nella regione e, come sostenuto da Truman, “costituendo il possesso i nove decimi del diritto”, sarebbero stati comunque loro a dettare le condizioni finali.

 

 
 

Le Conferenze di Teheran e Yalta decisero, al tempo, la spartizione e le sorti del mondo, rendendo soltanto apparente ogni pretestuosa discussione politica sui confini.

 
 

 

Lo sviluppo degli eventi, l’entrata a Trieste e la presa di fatto di tutta la regione permise a Tito di imporre la propria giurisdizione. Gli agenti jugoslavi cercarono di mobilitare operai e contadini nelle province di Pola e Fiume e convogliarli nel Gorski Kotar dove, come battaglione italiano “Budicin”, avrebbero combattuto nelle fila dell’esercito jugoslavo. Non diversa era stata l’esperienza del primo e del secondo battaglione fiumano al quale, erroneamente, fa probabilmente riferimento l’Enciclopedia Treccani (voce “Fiume” vol. suppl. p. 516) che parla appunto di “reparti fiumani che combattevano agli ordini dei Comandi jugoslavi” (119).

La risposta della resistenza alla mobilitazione jugoslava fu precisa e ferma ed indicò come finalità primaria quella di non aderire a nessuna mobilitazione, ma di lottare e resistere nella propria terra e per la propria terra.

La risposta jugoslava fu proclamata il 6 marzo 1945, firmata da una “Unione degli italiani dell’Istria e Fiume” di cui mai, tuttavia, si conobbero gli aderenti, in cui l’azione della resistenza veniva classificata come un’azione fascista, finalizzata ad impedire agli italiani di partecipare “alla vita libera e democratica della nuova Jugoslavia”. Gli stessi toni polemici investirono, in un articolo della “Voce del popolo” del 27 ottobre 1945, “Nelle file della Democrazia Cristiana”, la D.C. fiumana ed indistintamente il CLN fiumano, gli autonomisti e quanti si erano resi responsabili di un atteggiamento passivo nei confronti dei tedeschi , durante l’occupazione (120).

Quando comparve questo articolo, Fiume, da circa sei mesi, era già in mano jugoslava.

La XIX divisione jugoslava, il 21 aprile, si schierò nel settore che andava da Sussak al corso superiore dell’Eneo ed attaccò ripetutamente la difesa tedesca sulla linea Santa Caterina – Monte Bathyany – Monte Lesco. Il 23 e 24 aprile forti reparti jugoslavi sbarcarono nelle isole del golfo di Fiume e procedettero ad insistenti bombardamenti. Il 28 aprile la XIX divisione jugoslava cercò dei contatti con il CLN attraverso l’azione del presidio germanico di Fiume Karl Rau, che da tempo aveva contatti, sia con la resistenza che con il movimento jugoslavo di liberazione.

La richiesta di una maggiore collaborazione e resistenza ai tedeschi non potè essere soddisfatta. Le armate jugoslave entrarono in città all’alba del 3 maggio 1945.

Quello stesso giorno Tito emanò un solenne ordine del giorno in cui comunicava l’occupazione di Fiume, presentandola come una dura conquista che aveva portato alla distruzione di  ben due divisioni germaniche e fasciste. Enrico Burich, preside del liceo locale, nelle pagine del suo diario apparse sulla rivista di studi fiumani “Fiume” rievoca le giornate dal 23 aprile al 6 maggio (121).

L’armata jugoslava entrò a Fiume nella mattinata del 3 maggio 1945. In una relazione del 19 agosto 1945, inviata alle autorità da un funzionario di polizia testimone dei fatti, si parlò di “truppe partigiane che entrarono in città mentre già dalle primissime ore del mattino nuclei di partigiani si aggiravano armati per le strade e presidiavano gli edifici pubblici” (122).

Stessa versione viene fornita da un funzionario della Questura e da un ragioniere dirigente della SEPRAL il quale afferma, in una deposizione ritenuta attendibile da un funzionario governativo, che “all’alba un ufficiale della Guardia di Finanza, assieme a un gruppo di Carabinieri, rimasti nascosti durante l’occupazione tedesca, e che nella notte avevano tenuto l’ordine, si recano alle posizioni partigiane per comunicare che la città è libera. Essi vengono immediatamente imprigionati. Alle 8 a.m. i partigiani jugoslavi cominciarono a entrare in città, senza colpo ferire e senza resistenza, in ordine sparso e coperti da un’avanguardia di specialisti addetti alla rimozione delle mine, anticarro e antiuomo, cosparse dalle truppe nemiche che durante la notte si erano ritirate (123).

“E’ così che scompare il comune italiano, dopo secoli di resistenza?” Questa è la domanda che si pone Burich nelle pagine del suo diario.

Le varie testimonianze, infatti sebbene differiscano per alcuni particolari, sono concordi su un punto, ossia che non vi fu in città nessuna mobilitazione dopo la partenza dei tedeschi. Quanto afferma Luksich Jamini in “Fiume” anno V, n. 3-4, luglio-dicembre 1957, p. 141, che parla infatti di una organizzazione del CLN che occupò gli edifici pubblici e prese il comando della città fino all’entrata jugoslava che avvenne, secondo la sua versione, nel pomeriggio del 3 maggio, appare quindi infondata.

Esso è forse un espediente per giustificare l’inattività e la debolezza del CLN, organo questo di cui egli stesso era membro. Una testimonianza che concilia queste due diverse versioni possiamo leggerla nelle pagine dell’”Avanti”, nell’edizione di Milano del 15 luglio 1945, “Tito a Fiume”, capoverso “gli italiani padroni della città” in cui si afferma che, all’alba del 3 maggio, carabinieri, guardie di finanza e vigili urbani presero possesso della città insieme ad alcuni cittadini. Poche ore più tardi però fecero il loro ingresso le formazioni dell’esercito di Tito che disarmarono nelle ore seguenti i vigili, i carabinieri e le guardie di finanza, i quali, dopo una breve carcerazione, furono inviati nell’interno della Jugoslavia.

Di fatto mancò a Fiume anche un solo tentativo insurrezionale. Questa passività può essere spiegata dalla mancanza di un vero e proprio centro resistenziale operativo, da un anno e mezzo di occupazione tedesca e dai bombardamenti aerei, che avevano distrutto la città, e dalla convinzione, che demoralizzò e paralizzò la popolazione, di non poter sfuggire all’alternativa: tedeschi – partigiani jugoslavi.

La stessa distruzione del porto, attuata dai tedeschi prima della loro ritirata, fu compiuta senza trovare alcuna resistenza. Luksich Jamini giustifica la passività del CLN in questa situazione, sostenendo che la difesa degli impianti portuali e ferroviari trovava una propria logica da parte degli alleati, e non nella eventualità di una occupazione jugoslava. In tale caso il problema del ripristino delle attrezzature e degli impianti sarebbe rimasto a carico solo degli jugoslavi. Giustificazione un po’ stiracchiata.

Già il 3 maggio comparvero a Fiume numerosi manifesti che, nelle due lingue, proclamavano l’annessione della città alla Croazia. Venne costituito, in forma clandestina, un Comitato Popolare di Liberazione presieduto dal croato Franjo Kordic, che intraprese, sin da subito, un vasto processo di riorganizzazione della città.

Al CPL, composto da personalità italiane e croate, spettava la direzione di ogni attività cittadina, ed ebbe referenti presso aziende, scuole ed uffici pubblici. Già nel mese di marzo, nel Gorski Kotar, i dirigenti del Movimento Jugoslavo di Liberazione di Fiume, avevano costituito il “Comitato Popolare Cittadino di Liberazione di Fiume” cui parteciparono elementi jugoslavi ed i fascisti fusionisti dell’Agenzia Gerini, con il compito di assumere l’amministrazione della città dopo la sua liberazione (125).

Il 7 maggio 1945 il ministro della pubblica istruzione Ante Vrkljan tenne un discorso ufficiale in nome del governo croato ed indirizzò ai fiumani parole il cui fine evidente era quello di intimidire la resistenza politica fiumana (126).

Di pochi giorni successiva fu la costituzione del Fronte Unico Popolare di Liberazione (FUPL) analogo alla UAIS (Unione Antifascista Italo Slava) di cui adottò pochi mesi dopo il nome senza che, tuttavia, mutasse sostanzialmente nel carattere e nei compiti. Compito del FUPL era quello di fare da cerniera fra il CPL e la cittadinanza, sviluppare un’attività propagandistica e di mobilitazione.

Importante fu inoltre il ruolo svolto dall’UGAG, Unione Giovanile Antifascista Giuliana, ricca di iniziative per coinvolgere i giovani in una militanza integrale, politica e culturale.

Organo del fronte fu “La Voce del Popolo” che divenne il solo quotidiano locale ammesso a circolare in città. Si trovavano, naturalmente, per la popolazione italiana, anche “L’Unità” ed altre pubblicazioni del PCI.

I compiti della polizia politica furono svolti dall’OZNA il cui nome divenne sinonimo di terrore e di persecuzioni per la maggior parte dei fiumani. Questa agì, si può dire, su un piano diverso: nella segretezza le fu permesso di perpetrare, all’ombra di un potere amministrativo civile, qualsiasi azione criminale.

Essa fu, insomma, il lungo braccio di cui ci si servì per attuare anche le proprie vendette e regolamenti di conti.

Il 4 maggio una ordinanza dell’Autorità Militare invitò a presentarsi presso i propri uffici diverse categorie di cittadini che, senza riguardo all’età, sarebbero stati inviati all’Armata Jugoslava (127).

Egualmente vennero richiamati tecnici e personale professionalmente qualificato, non risultando numericamente sufficienti, e prevedibilmente  nemmeno competenti, i quadri già nominati sulla sola base della fedeltà politica. Tutto ciò rese necessario, da subito, un miglioramento dei quadri tecnici, nemmeno i quali, tuttavia, sarebbero stati in grado di risolvere la grave situazione in cui versava l’economia fiumana (128).

E’ opportuno sottolineare che il CLN si trovò a dover operare in una situazione così difficile da dover proseguire la propria attività, sin dal mese di giugno, nella clandestinità, e fu quindi necessario procedere ad una riorganizzazione del gruppo. A. Luksich Jamini fu eletto presidente e Don Polano vicepresidente (129).

Esso svolse la propria attività su due fronti, quello interno alla città di Fiume ed uno esterno di rappresentanza delle istanze fiumane presso il CLN della Venezia Giulia ed il governo italiano.

I delegati fiumani portarono avanti una capillare azione di sensibilizzazione ai problemi della loro città. A tal fine fu inviata una dichiarazione dei fatti fiumani, che venne inviata al CLN di Trieste ed al Comando delle truppe alleate del generale Freyberg.

Questi contatti furono principalmente opera di un membro del CLN fiumano, la signora Ernesta Stefancich, che contattò il CLN triestino (anch’esso operante nella clandestinità) e si fece ricevere dal gen. Freyberg, cui consegnò documenti informativi del CLN fiumano.

Questo pose tutta l’attività della resistenza cittadina in un unico organismo che si chiamò “Movimento per il diritto di Fiume”. Si trattò principalmente di piccoli gruppi non uniti tra loro, che operavano spesso senza coordinamento, ma di propria iniziativa. Tale carattere garantì, tuttavia, una grande possibilità di movimento e di azione in quanto, sebbene l’OZNA conoscesse la maggior parte dei nomi dei componenti del CLN, pure sarebbe stato impossibile ad essa venire a capo di un piano generalizzato e importante.

A coordinare la loro attività provvide, infatti, solo in minima parte il foglio clandestino “La libertà”, che si cominciò a pubblicare dal 2 luglio 1945 (130).

 

____________

 

 

                                    Introduzione

 

CAPO PRIMO:        Storia della città di Fiume.

                                   Cenni storici.

                                   Da Napoleone all’inizio del ‘900.

                                   Fume dal 1919 alla 2^ guerra mondiale.

                                   Note capo primo.

 

CAPO SECONDO: Il fascismo a Fiume.

                                   Il fascismo nella realtà italiana.

                                   I rapporti Mussolini – D’Annunzio.

                                   Note capo secondo.

 

CAPO TERZO:       Fiume nel 1943 – 1944.

                                  L’esercito italiano alla vigilia dell’armistizio.

                                  Movimenti di lotta a Fiume:

                                  Forze antifasciste – CLN – Partigiani.

                                  RSI ed amministrazione tedesca.

                                  Note capo terzo.

 

CAPO QUARTO:   Il trattato di pace del 1947 e sue conseguenze.

                                  Entrata dell’armata jugoslava.

                                  La situazione a Fiume.

                                  Le conseguenze: eccidi ed esodo.

                                  Note capo quarto.

 

                                  Conclusioni.

                                  Bibliografia.

                                  Assassinati e scomparsi.

 

 

 

 

Torna alla home page

 

Torna a Speciale Fiume