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PITAGORISMO e ANARCHIA
1.
APPUNTI PER UNA CONFERENZA
PREMESSA
Si indaga il rapporto fra il pitagorismo e la sua conseguenza logica anarchica, rivelatosi giustificabile soltanto adesso, a più di sessant'anni dalla fine dell' ultima guerra mondiale e dal primo esperimento di funzionamento della bomba atomica.
PITAGORISMO
Pitagora, si dice, nacque nell' isola di Samo e visse circa cent' anni, dal 580 al 480 a.C. ovvero fra l' inizio del sesto secolo e l' inizio del quinto a.C. A parte le fonti storiche risalenti ad Aristosseno tarantino, Timeo di Locri, citato da Platone, e ad Aristotele, peraltro già molto avanzate, tutte le altre testimonianze risalgono a un periodo di molto successivo alla scomparsa di Archita e alla discesa di Annibale in Italia. Si citano Porfirio, Diodoro Siculo, Apollonio di Tiana, nomi tutti collocabili fra il primo secolo a.C. e i successivi. Lo menzionano comunque grandi autori, fra i quali Eraclito, Senofonte Erodoto, Isocrate. Autori moderni, come ad esempio la Timpanaro Cardini, e le raccolte dei traduttori germanici (Diels, Kranz, Zeller - Mondolfo, Wilamowitz, ecc.), accettano la sua personale esistenza storica, anche se i più lo escludono dagli studi e dalle scoperte proprie del bund pitagorico, sviluppate soprattutto nel quinto secolo; contemporanee e successive alla introduzione del numero ionico. Per noi, tuttavia, che preferiamo il discorso filosofico (discorso di rapporti) a quello storico, la conoscenza della personalità di Pitagora e dello spirito di tutto l' ambiente filosofico del sesto secolo a.C. sarà molto importante allo scopo di rendere chiare le successive nostre opinioni.
Pitagora nacque, come si è scritto, nell' isola di Samo, da famiglia facoltosa e illuminata, che lo avviò agli studi e lo incoraggiò, in seguito, a viaggiare. Suo padre Mnesarco e sua madre Pithiade, gli diedero un maestro per i primi rudimenti di scuola, e lo avviarono poi a lezione di musica e di pittura, da un citaredo e da un pittore del posto. In seguito fu incoraggiato a viaggiare e a cercarsi maestri più rinomati, cosa che lo portò a Mileto ove, sotto l' insegnamento di Anassimandro, poté imparare geometria e astronomia. Da lì, forse per consiglio dello stesso Anassimandro, Pitagora si recò a perfezionarsi in Egitto, o anche, come vuole la tradizione, presso i babilonesi (caldei), famosi in quel tempo per le conoscenze astronomiche. Ed anche, per i numeri, presso i fenici, che tuttavia nel sesto secolo, nel Mediterraneo, compresa forse Cartagine, erano già in decadenza. In realtà, dalla sola permanenza in Egitto Pitagora avrebbe potuto aver tutto. E' probabile che, di ritorno dal suo viaggio, verso i 35 anni, egli visitasse Creta, terra ove incontrò la giovane Theanò, che sposò e dalla quale ebbe due figli, Teagene, del quale poco si sa, e la femmina Myia, che si fece invece un nome importante in Crotone, sia come direttrice delle ragazze che, successivamente, delle donne.
La permanenza di Pitagora in Egitto si colloca, senza alcun dubbio, da prima della invasione persiana condotta da Cambise II figlio di Ciro il grande, della famiglia degli Achemenidi, avvenuta nel 525 a.C. Questo periodo è particolarmente importante, per la valutazione di tutto ciò che lui, di conoscenza nuova, porterà poi con sé in Magna Grecia. Come si è detto, la sapienza degli architetti egiziani, sì come quella degli agronomi, (geometria e matematica) era superiore a quella analoga degli altri Stati mediterranei e limitrofi, ciò perché, come recenti studi archeologici hanno rivelato, la società egiziana era molto più antica (da 3500 anni prima di Cristo almeno), poco espansionista, faceva scarso uso di schiavi che, in altre nazioni, normalmente venivano catturati in guerra. La costruzione delle piramidi, ad esempio, fu realizzata da operai organizzati e, si dice, socialmente bene amministrati. La aritmo-geometria, ad esempio, era applicata alle coltivazioni, ed un documento scritto fra il 1500 e il 1700 a.C., il cosiddetto Paphyrus Rhind conservato nel British Museum, riporta un sistema abbastanza esatto di quadratura del cerchio, corrispondente al famoso 3,16.. erre quadrato che Archimede scoprì soltanto mille anni più tardi: "Dato il diametro, lo si decurti della nona parte e con tale segmento si costruisca un quadrato. L' area di tale quadrato sarà più o meno uguale all' area del cerchio che si vuol considerare." (Paphyrus Rhind). Esempio: Cerchio di diametro10 e raggio 5. Archimede: 5 . 5 . 3,14 = 78,5. Area del quadrato = 6.162, 25. Papiro: 9 . 9 = 81. Area del campo = 6.561,00.
Riguardo all' astronomia, lo stesso carattere del territorio egiziano e del corso del Nilo, climatologicamente e geograficamente tropicali, e molto estesi in latitudine; nonché la frequenza con cui essi erano percorsi, consentivano di osservare che la declinazione del sole, misurata in una stessa giornata di cammino, alla stessa ora variava in modo sensibile. In quel territorio era facile rendersi conto che, al parallelo del tropico del Cancro, il sole a mezzogiorno si specchiava perpendicolarmente nei pozzi, e nella stessa ora con un angolo determinabile, a seconda dello spostamento geografico. I successivi studiosi pitagorici di Crotone (Alcmeone e Filolao, ad esempio) mai ebbero problemi o dubbi riguardo alla rotondità della terra. In epoca ellenistica è noto come Eratostene, studioso e astronomo di Alessandria, riuscì a calcolare il valore della rotondità della terra, in modo ancor oggi accettabile. Riguardo al numero, sia la numerazione egiziana che quella attica seguivano un sistema decimale che in entrambe era apparentemente facilitato nella lettura delle cifre complesse. Osservandole ora, sembra che la numerazione egiziana, sia geroglifica (su pietra) che ieratica (su papiro) fosse addirittura più semplice di quella attica. La numerazione ieratica, poi, era sistemata sul nove. Testimonianze di Plutarco, raccolte in Diels (280) e in Timpanaro Cardini (15, 339) (vedi in R.C. filosofia - pitagorismo) rivelano la considerazione di sacralità con la quale i pitagorici apprezzavano la decade e la potenza del quattro (1+2+3+4=10), con la quale potenza, essi affermavano, tutte le cose sarebbero diventate misurabili e quindi conoscibili. Persino la convinzione pitagorica, messa in dubbio da Aristotele, secondo la quale il numero "sarebbe sostanza di tutte le cose" Aristot. Metaph. A5, 986 a 15,8) è oggi confermata dalla conoscenza della unità della materia. Qui però cambia il campo di osservazione, e noi ora ci ritiriamo nel nostro territorio pitagorico. Eravamo arrivati in Egitto.
La religione egiziana era, in quel tempo, già accettata dagli studiosi (es. da Erodoto) come molto più antica di quella greca, e sebbene contemporanea a quella babilonese, molto più evoluta di questa, almeno considerandola con un particolare nostro modo di intendere. Era infatti la religione egiziana, come tutti sanno, giustificata sulla ipostasi di forze naturali produttive che non accettavano, come altri popoli, ad es. i caldei, i fenici. i maya, e molti altri, la pratica dei sacrifici umani. Rispetto agli dèi egiziani, gli dèi della Grecia, eccetto Demetra, Dioniso ed Ercole, peraltro importati, erano tutti cialtroni (o poco di meglio). Si veda Omero, e tutta la mitologia; sebbene non manchino loro a volte un po' di saggezza e di giustificazione morale, che dipendono però dalla natura dello ignoto autore del mito. Un dio importante come Apollo, possedeva, nel popolo, un valore puramente sentimentale Per quanto fantastici li si voglia definire, gli dèi egiziani erano sempre rivelatori di leggi fisiche reali, umanizzati o teriomorfizzati, ma realmente conoscibili e scientificamente valutabili secondo quanto poteva la loro epoca storica. Il giorno e la notte, in Karnak (Deir el Medina), ove era introdotto il culto di Amon, erano raffigurati da due serpenti, uno cattivo, Apopi, o Apofi, (secondo i luoghi di culto), emissario del buio e del caos, minacciante il carro del sole condotto da Amon - Ra; ed il serpente buono, Merhen, alleato di Iside, che garantiva, invece, il viaggio. Nessuno dei due serpenti avrebbe potuto imporsi sull' altro, o realizzare il suo impegno. Sì come si alternavano il giorno e la notte, così si sarebbe alternata, sulla nostra terra, la sempiterna lotta fra il bene e il male. Interessante il culto di Eliopoli, rappresentato dalla grande e dalla piccola Enneade: dalla notte e dal caos, rappresentati dal dio Atum, nascono quattro coppie di dèi (nove in tutto): Shu e Tefnut rappresentano l' aria e l' umidità (che rendono possibile la creazione del genere umano). Da essi nascono Geb e Nut (fratelli e sposi). Geb, dio della terra; Nut, dea del Cielo. Da essi vennero quattro figli: Osiride, Iside, Seth e Nefti, con diffusione del loro culto in svariate città (ad es. Busiride. Memphis...). Osiride è il dio della vegetazione, di ciò che proviene dalla terra, quindi anche della morte, dell' oltretomba, e della inevitabile fine e resurrezione della natura. Iside ebbe da lui il figlio Horus. Queste "storie" provengono dai "testi delle piramidi" o dai "testi dei sarcofagi", ed altri, nonché da Plutarco. Sto cercando di interpretarne lo spirito. Iside fu la dea della fertilità e della maternità; di lei si dice che aiutò a civilizzare il mondo; istituì il matrimonio e insegnò alle donne le arti domestiche. Cambiando le città, i nomi degli dèi potevano anche essere diversi, ma rimaneva sempre, di essi, una giustificazione naturalistica e umana. Nella piccola enneade è interessante il dio Toth, idealizzato con la testa di ibis, l' uccello del Nilo. Rappresentò la luna, la sapienza, la scrittura, la misura del tempo, la aritmo-geometria, e così. Nota è la parentesi storica vissuta dal faraone Akhenaton e dal suo culto della venerazione del sole, rappresentato come un dio, col nome di Aton. Alla fine, occorre ricordare la differenza che passa fra la legge naturale rappresentata da una persona divina, e una persona divina alla quale si attribuisce il potere di creare una legge naturale. La diversità è totale, come fra la libertà e la schiavitù. Per questo motivo molti popoli caddero nella adorazione di dèi assetati di sangue umano. Per queste opinioni mi valgo delle "Storie" di Erodoto e del favore da lui manifestato per l' Egitto e per la sapienza dei sacerdoti dei templi, per i quali mostrò sempre avere grande ammirazione e rispetto.
Si può concludere che quello descritto fu lo spirito di religione filosofica che Pitagora portò con sé a conclusione del proprio viaggio di istruzione. Si può ricordare cosa ci portano ancora le tavolette medio orientali scritte in alfabeto cuneiforme, riportanti le più antiche storie del mondo, datate 4000 anni prima dell' era cristiana, tradotte e riportate anche in lingua italiana, raccolte nel British Museum di Londra e altrove. Per quanto le mie letture siano limitate e vecchiotte, è interessante da lì apprendere: il grande interesse per il numero sette; il versamento del sangue innocente, con fatti che ricordano Abele e Caino; il fenomeno della resurrezione del dio ucciso; gli gnomi; l' anticipazione di Orfeo; i numeri privilegiati (es: i primi numeri della decade, fino al dodici); i periodi di tempo che ricordano le quaresime; le settime porte; animali quali l' aquila e il serpente, sia amici che nemici fra loro; notizie sull' equinozio e sull' anno; anticipazioni di Ercole; anticipazioni delle danze dei sette veli; interesse per fenomeni di "muta" (cambiamento di pelle di alcuni animali, a scopo di crescita (serpenti, crostacei) interpretati come segni di eternità o di riciclo di nascite; anticipazione del diluvio universale; anticipazione del giardino delle esperidi; importanza del numero 12; la vita eterna; dee cattive paragonabili alle Arpie; anticipazione di Persefone; anticipazione del gigante Atlante che regge il mondo, e così via. Cfr. Teodoro H. Gaster "Le più antiche storie del mondo" Mondadori.
FINE DELLA PRIMA PARTE
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