Brevi  note  storiche

 

 

 

 

sulla  questione  meridionale

 

 

Dal libro di Domenico Novacco:      La questione meridionale ieri e oggi.

Edizioni ERI, Torino, 1976. pp. 39 - 73.

Per collocare in una corretta dimensione storica le origini della questione meridionale occorre muovere da un fatto stupefacente, ma largamente documentabile: dal fatto cioè che i protagonisti dell' unificazione, di destra e di sinistra, ignoravano l' esistenza del divario sociale, culturale, economico che, già dalla metà del secolo xix opponeva il Nord e il Sud d' Italia.

E' in ciò il motivo psicologico, prima che politico, per cui essi rimasero vivamente sconcertati quando si trovarono di fronte ai primi inattesi sintomi di disagio e di delusione dei meridionali verso "l' occupazione" piemontese e dei settentrionali per la gente del Sud.

Moderati e democratici avevano sempre evidenziato, almeno a livello letterario, la coscienza nazionale e l' unità etnica degli italiani, un popolo solo dalle Alpi al Lilibeo.

Poco invece avevano meditato sul fatto che in quell' area geografica ben distinta e definita, generalmente indicata col nome di Italia, esistevano condizioni socioeconomiche e socioculturali tanto eterogenee e contrastanti.

Solo l' opera di Carlo Cattaneo fa eccezione; sensibile alle varietà locali e preoccupato di non compromettere la floridezza economica della Lombardia in un generale ristagno unitario, Cattaneo propose un legame federativo fra le diverse terre e Stati italiani, un legame che lasciasse spazio alle istanze specifiche dell' una e dell' altra parte del Paese.

Ma, come è a tutti ben noto, la fortuna delle tesi cattaneane fu assai limitata sul terreno culturale e addirittura nulla sul terreno politico.

 

Carlo  Cattaneo

 

L' euforia del successo unitario, oltretutto, ritardò la nozione e la coscienza del problema a tal segno che uomini politici attenti e autorevoli come Cavour e Ricasoli, posti dalle vicende stesse di fronte alle conseguenze del dualismo, si limitarono ad esprimere severi giudizi sulle popolazioni del Sud, quasi fossero le sole responsabili del mancato sviluppo civile ed economico.

A questo punto è necessario avanzare un quesito: il divario Nord - Sud era così accentuato, così generalizzato, così profondo già all' atto della unificazione nazionale così come si è rivelato più tardi?

Per rispondere a questa domanda occorre muovere dalla considerazione che nel 1861 i livelli produttivi e la dotazione di servizi erano assai scarsi in tutto il Paese e che, in un quadro generale di limitato sviluppo, l' arretratezza meridionale non suscitava scandalo.

D' altra parte, non possono neppure trascurarsi le analisi condotte da Francesco Saverio Nitti, intese a dimostrare che, nel 1860 il Sud disponeva di una maggior quota di risparmio e di una maggiore potenzialità di risorse rispetto all' Italia del Nord.

Chiunque consideri la questione al di fuori di ogni atteggiamento polemico sarà costretto a riconoscere, come ha fatto tra gli altri lo Eckhaus, che nel 1861, pure in rapporto ad una economia sociale nazionale generalmente depressa, le regioni meridionali presentavano un livello di particolare ritardo, di evidente stagnazione, di strutturale distorsione del meccanismo produttivo e distributivo del reddito e che non si coglievano a quella data sintomi validi di un incipiente processo spontaneo di sviluppo.

I ritardi erano particolarmente gravi nella dotazione di servizi viari e ferroviari, nonché, in genere nelle attività terziarie; la stagnazione era evidente nell' agricoltura che introduceva molti cereali e molta frutta, ma non appariva idonea a trasformarsi in agricoltura industriale o a crearsi un corredo di un solido patrimonio zootecnico. Il divario era netto nel settore industriale, dove le poche iniziative localizzate nel Sud vivevano in un regime fittizio di protezione doganale e di commesse del governo borbonico.

Certo, l' analisi delle statistiche relative al 1891 e agli anni immediatamente precedenti e successivi induce alla conclusione che, ancor più dei dislivelli di partenza, abbiano giocato contro il Mezzogiorno la differenza di costume e di ambiente, l' assenza di ogni dinamismo imprenditoriale, di ogni impulso a investire risparmio nelle attività economiche, in vista di una maggiore produttività.

E' questa diversa fisionomia del Nord e del Sud che spiega a noi oggi, ma non spiegò ai contemporanei i sintomi di un reciproco disagio e di reciproca delusione che si diffuse per vari anni all' indomani della unificazione politica  nazionale.

E' penoso dover ricordare che la classe politica fece ricorso, in una prima fase, al solo strumento della repressione militare, e non assunse decisioni che tenessero conto della diversa potenzialità di sviluppo delle aree unificate.

Alle informazioni che gli giungevano dalle province meridionali, Cavour rispose: - "Se si tentano disordini, ci sono i granatieri per reprimerli" - [C. Cavour. I carteggi. Zanichelli, Bologna].

 

C.B. conte di Cavour

 

Questa immagine dei granatieri, che sbuca inattesa dalle pieghe del liberalismo di Cavour, può essere assurta a simbolo di una certa convinzione che si rivelerà più tardi assai dura a morire: che il problema del Sud  si potesse risolvere con il terrore poliziesco. E del resto i granatieri, evocati da Cavour come platonica minaccia, furono adoperati senza scrupoli e senza parsimonia dai governi che ne raccolsero l' eredità.

A Torino ci si rifiutò a lungo di credere che dietro ai sintomi di disagio affioranti nel Sud si nascondesse un altro ben più grave nodo della vita  nazionale, un nodo che poteva essere sciolto soltanto da chi avesse avuto il coraggio di affondare lo sguardo, senza prevenzioni e senza illusioni, nella storia tipica della economia sociale e dei perduranti rapporti di proprietà nel Meridione d' Italia.                         

Nei circoli di Corte, negli ambienti militari, negli alti gradi della burocrazia, si preferì insistere, con pericoloso ritornello, sulla presunta inferiorità etica del Sud, alimentando per ritorsione un vasto risentimento confluente esso stesso nel moto di protesta del Mezzogiorno deluso.

In verità i problemi erano tanti e diversi. I siciliani riluttavano all' obbligo del servizio militare, da cui il governo borbonico li aveva esonerati; gli esponenti democratici, schieratisi con Garibaldi, venivano pesantemente emarginati ed estromessi; la borghesia impiegatizia urbana subiva il contraccolpo  della riduzione dei quadri conseguenti alla soppressione della struttura autonoma del regno; la borghesia terriera si avvantaggiava della nuova situazione e si ammantava con entusiasmo di tricolore italiano e di ideologia liberale, ma protestava per la pignoleria dei controlli e per il fiscalismo dei funzionari piemontesi; gli ecclesiastici, assai autorevoli soprattutto nelle campagne, tenevano un atteggiamento apertamente ostile al nuovo Stato e minacciavano la scomunica agli eventuali acquirenti dei beni della Chiesa; i contadini, da ultimo, rilevavano il peggioramento obiettivo delle proprie condizioni, abbandonati com' erano all' arbitrio e alla prevaricazione amministrativa di enti locali  gestiti dai proprietari terrieri, ossia proprio dai loro secolari nemici.

Nel contesto di tali problemi, la più grande emozione, ma insieme la più grande incomprensione, si sollevò intorno ad episodi di guerriglia che si verificarono con sempre maggiore frequenza a partire dalla primavera del 1861, nella Lucania e nelle province interne della Puglia e del Molise.

Era, quella guerriglia, una vera e propria rivolta contadina che, nel momento, parve piuttosto insurrezione sanfedista, reazionaria, ispirata al legittimismo borbonico e alla difesa intransigente delle tradizioni cattoliche. Un fenomeno complesso, certo, indicato nell' insieme come "brigantaggio", che tale era alla stregua degli interessi della borghesia liberale, anche se celava un volto segreto da ricostruire attraverso la gamma multipla delle sue componenti economiche e sociali.

Di fronte al fenomeno del brigantaggio il governo nazionale adottò, come unica risposta politica, la repressione armata che, agli ordini del Cialdini, procedette rapida e inesorabile procurando nell' insieme, tra briganti, civili e forze dell' ordine, un numero di vittime più elevato di quello subìto nelle guerre per l' indipendenza dallo straniero.

E così l' intero episodio conferma a luce meridiana che la destra storica non volle o non seppe farsi un' idea adeguata dei problemi del Sud; di quel Sud che solo pochi mesi prima aveva aderito entusiasticamente al plebiscito di annessione.

L' equivoco continuò a sussistere anche dopo la repressione militare, perché le ragioni vere del malcontento continuarono ad essere deluse e ignorate.

Si volle vedere una Vandea della reazione dove era piuttosto una "jacquerie" confusa e carica di rancori. Invano il deputato pugliese Giuseppe Massari presentò alla Camera una cauta, ma coraggiosa relazione sul brigantaggio. Le leggi dello Stato italiano, sostenne il Massari, hanno favorito nel Sud solo quel ristretto ceto di padroni alla cui prepotenza invano i contadini avevano sperato di potersi sottrarre proprio con la libertà e con l' unità.

                      

Giuseppe Massari

"Soli beneficiari  delle nuove leggi e delle nuove istituzioni liberali sono qui i mercanti, i mediatori, gli avvocati; tragicamente delusi sono i braccianti rurali. Avevano sperato, questi ultimi, dalle leggi piemontesi, giustizia contro antichi soprusi, avevano sperato che esse sarebbero venute incontro al loro bisogno di usare le terre del demanio usurpate, o le terre degli enti comunali ed ecclesiastici; invece hanno veduto i cosiddetti galantuomini, non solo perseverare nell' esercizio abusivo di quei beni, ma poterne effettuare addirittura il legale, esclusivo e privato sfruttamento. E perciò le masse rurali hanno avuto la sensazione che l' unità politica si sia risolta in loro danno e a vantaggio solo del ceto più corrotto, più egoistico e più odiato."

 

Le pagine del Massari però finirono subito in archivio, dove furono raggiunte, più tardi, da altre relazioni e d altri studi, come l' inchiesta parlamentare Bonfantini sulla Sicilia 1876, o come i volumi dedicati dal Damiani, dal Salaris, dall' Angeloni e da altri relatori alla situazione socioeconomica delle province meridionali, nel quadro della grande inchiesta agraria diretta da Stefano Jacini [Cfr. G. Massari e S. Castagnola. Il brigantaggio nelle province napoletane. Napoli, 1863].

 

A modificare il punto di vista della classe dirigente non bastò la rivolta palermitana del 1866, tristemente nota col nome di "sette e mezzo" ne' bastò la singolare condizione di permanente incertezza in cui vennero a trovarsi i pubblici poteri di fronte alla camorra di Napoli e alla mafia in Sicilia.

Fu forte la tentazione di interpretare siffatti fenomeni di asocialità criminale (o di associazionismo per delinquere) come espressione di folklore locale, come elementi pittoreschi del paesaggio umano, laddove erano invece l' espressione emergente di sfasature del tessuto sociale e di anomalie della struttura economica.

Si diffuse anzi, nelle classi dirigenti e nella borghesia del Centro-Nord, la convinzione che unire il Nord e il Sud fosse stato un cattivo affare per il Nord.

"Come se vigesse anche qui - ha scritto il Vöhting - una legge di Gresham per cui la moneta cattiva scaccia la buona, il resto della penisola si sentiva trascinata in basso dall' Italia meridionale come da un piombo: nel Nord si diede adito all' amara convinzione di aver contratto matrimonio con un cadavere". [Cfr. F. Wötching. La questione meridionale. Istituto Editoriale del Mezzogiorno. Napoli, 1955. p. 80.

 

 

Vent' anni dopo, eludere e rinviare, promettere e non mantenere divennero presto, nei confronti con la popolazione del Sud, regola costante di governo, almeno in una politica interpretata di giorno in giorno come amministrazione e soluzione dei problemi.

In un disegno di prospettiva a tempi lunghi si cercò invece di suscitare nel Paese altre forze alternative, altri gruppi di borghesia attiva e moderna in grado di sostituire, come forza traente dello sviluppo italiano, la borghesia meridionale, che si rivelava assente, o inesistente, o meramente parassitaria.

Ne' la rivoluzione parlamentare del 1876, con l' avvento della sinistra al potere, modificò sostanzialmente le cose. Forte del travolgente successo elettorale conseguito nel Sud, già nel 1874 e poi nel 1876, la sinistra al governo non riuscì ad esprimere in alcun modo una nuova e originale proposta per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Chi ricomponga cronologicamente le vicende della politica economica italiana tra la fine degli anni 'Settanta e il tramonto del secolo, vedrà il progressivo abbandono delle idee di Sella,  di Jacini, di Spaventa, i quali, nell' attesa illusoria di un rigoglio spontaneo di spirito imprenditoriale audace e competitivo, avevano imposto almeno all' intero Paese un costume severo di economie e di rinunce.

In luogo del liberismo dottrinario dei fondatori dell' unità nazionale, si assistette allora al graduale accedere dei pubblici poteri a sostegno di una borghesia industriale mirante a ottenere la protezione doganale a favore dell' attività manifatturiera da localizzare esclusivamente nel Nord del Paese.

Che in tale nuovo indirizzo divenuto ben presto prevalente e incontrastato, abbiano trionfato le idee del riformismo moderato espressa da Luigi Luzzatti, o quelle più coerentemente capitalistiche di Alessandro Rossi, poco importa dal nostro punto di vista. Infatti sembra legittima l' osservazione che l'avvio della politica in favore dell' industria localizzata nel triangolo [industriale padano] testimoni l' acquisita consapevolezza che sulla borghesia meridionale non fosse da fare affidamento ai fini dello sviluppo economico del Paese, ma solo ai fini della conservazione dei rapporti sociali.

Sotto tale angolazione ci si preoccupò di studiare e attuare un "compromesso" da offrire ai ceti dirigenti meridionali quale compenso concreto per l' emarginazione reale a cui venivano condannati.

Il compenso si riassume nella garanzia di difendere il privilegio di classe, di mettere le forze dello Stato al servizio della conservazione e della egemonia del blocco agrario del Sud.

Così le masse contadine meridionali, analfabete indifese, si trovarono rappresentate e guidate da uno strato di intellettuali e di borghesi interessati all' immobilismo e fautori della stabilizzazione delle strutture politiche, con la conseguenza che parve sbarrata ogni via che non sfociasse nella emigrazione o nella sommossa.

Chiunque ripercorra le vicende della nostra storia non potrà esimersi dalla conclusione che le scelte di fondo della economia italiana, quelle che hanno condizionato in modo irreversibile gli ulteriori sviluppi almeno sino all' avvento della repubblica, rivelano tutte un marcato disinteresse per le condizioni del Mezzogiorno, ipotizzato come serbatoio di manodopera a basso costo, e come fattore di riequilibrio sociale dell' intero sistema, di fronte alle incipienti istanze operaie del Nord industriale.

Ma una siffatta conclusione sarebbe parziale e tronca. Infatti, quasi nei medesimi anni nei quali le scelte di politica economica privilegiavano l' industria, maturava in alcuni gruppi minoritari una più chiara coscienza della dualità interna all' unità italiana. e si scoprivano, in tale dualità, i segni profondi, antichi, ma anche nuovi, della questione meridionale.

Nasceva, in altre parole, la "protesta meridionale"  che ha accompagnato lo sviluppo distorto del Paese quale ombra inseparabile e residuo non cancellabile.

Tenuti a battesimo negli stessi anni, meridionalismo e industrialismo, si avviarono così, per vie profondamente diverse, l' uno a predicare in nome di una istanza reale, una politica velleitaria e astratta, l' altro a condizionare in concreto il destino della nazione in nome di una ipotesi e di una scommessa.

La divaricazione tra il meridionalismo dei professori e l' industrialismo dei politici giunse a tal segno che per oltre settant' anni i discorsi sulla questione meridionale rimasero lettera morta, conati solitari, ipotesi astratte senza possibilità alcuna di incidere realmente sulle decisioni dei vertici economici, politici, sindacali, del Paese.

 

 

La prima stagione del meridionalismo.

Quasi nel momento stesso in cui gli uomini della destra storica cedevano il campo, apparvero alcuni saggi che presentavano una immagine del Meridione finalmente sottratto al risentimento e alla delusione.

L' istanza positivistica di accertare lo stato reale delle cose, cominciava con quei saggi a guadagnarsi un suo spazio, almeno sulle colonne dei giornali, nelle redazioni delle riviste di economia e di cultura, nelle aule universitarie.

Ed in effetti, al direttore del Quotidiano L' Opinione, che si stampava a Torino, indirizzò le sue "lettere meridionali" Pasquale Villari; nella Rassegna settimanale di Firenze, nel Giornale di Economia di Padova, e nella Riforma sociale, si dibatterono le tesi enunciate da Sonnino, da Franchetti, da Fortunato, e finalmente nelle lezioni cattedratiche di Nitti, di Colajanni, e poco appresso dell' Einaudi, del Ciccotti e di Salvemini, il problema del Mezzogiorno cominciò a guadagnarsi una dimensione scientifica di grande dignità, anche se di scarsa popolarità.

 

Sidney  Sonnino

 

Dobbiamo a Sidney Sonnino e a Leopoldo Franchetti i libri che contribuirono in modo decisivo a rovesciare i discorsi del primo quindicennio.

I due sociologi toscani svolsero, assieme a Enea Cavalieri, una loro privata inchiesta sul Mezzogiorno, in polemica implicita, e in qualche caso esplicita, contro gli edulcorati documenti ufficiali forniti dall' amministrazione e dalla classe politica. I due autori si divisero i compiti interessandosi il primo, soprattutto alle condizioni dei contadini e della proprietà terriera  attento il secondo soprattutto agli equilibri e agli squilibri sociali delle province del Sud.

Sonnino mise a nudo la prevaricazione perpetrata dai proprietari terrieri e soprattutto dagli intermediari sui lavoratori della terra.

I patti colonici leonini, le gabelle sui consumi di prima necessità, deliberate dai consiglieri comunali borghesi in modo che unici contribuenti finivano per essere i braccianti rurali, le condizioni dell' azienda agraria nel latifondo e nelle zone a proprietà frazionata e a coltura intensiva, la precarietà del lavoro, l' usura che pesava sui coltivatori trovarono nel saggio di Sonnino una descrizione classica ed esemplare. Colpisce soprattutto la lucidità dei giudizi sulla dilapidazione del patrimonio demaniale, per secoli unica vera risorsa del ceto contadino; si era trattato, secondo Sonnino, di una politica che aveva ingrandito la proprietà dei grandi proprietari e sottratto allo stesso tempo capitale e risparmio ed utili impieghi per migliorie della tecnica delle colture: un quadro da cui emerge l' allarme che vede all' orizzonte la nemesi della rivoluzione sociale con la crisi conseguente della struttura proprietaria e delle strutture politiche dello Stato italiano.

A queste valutazioni di Sonnino, Franchetti, fece seguire una impietosa analisi delle procedure amministrative e della gestione del potere locale. A suo avviso lo Stato italiano, che aveva cercato nel Meridione l' appoggio della classe media, aveva finito per avallare, confermare e stabilizzare gli abusi del sistema locale, consentendo ad una audace minoranza di speculatori di monopolizzare gli uffici e le pubbliche funzioni a beneficio dei propri interessi. E aggiunse:

 

"Abbiamo ricevuto nel 1860 queste nostre sorelle minori che, senza pensare all' avvenire, si buttarono generosamente nelle nostre braccia offrendosi col plebiscito al patto di unità. E noi, senza nemmeno gettare gli occhi sulle loro ferite, le abbiamo messe subito al lavoro del compimento d' Italia.

Abbiamo loro chiesto uomini per la guerra e denari per il fisco, abbiamo dato in cambio una libertà da dozzina, di fabbricazione forestiera e abbiamo detto loro: - Crescete e moltiplicatevi - E dopo quindici anni ci meravigliamo perché le piaghe sono incancrenite e minacciano di ammorbare l' Italia intera.

[Cfr. L. Franchetti: Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Firenze, 1877, p. 385].

 

Leop. Franchetti

Come si vede, un più pacato ripensamento consentiva ormai di scoprire che i ritardi del Sud non nascevano da cattiva volontà o da malvagia indole, ma erano conseguenze di fattori economici da rimuovere con interventi coraggiosi, anche a costo di perdere i favori elettorali della borghesia agraria del Mezzogiorno, che di quei ritardi era la vera beneficiaria.

Ed era proprio questo genere di interventi che nessuno dei governi di sinistra si propose mai, anche se in varie sedi pubblicistiche la realtà del divario interno allo Stato italiano continuò ad essere descritta e definita.

Una operazione preliminare doveva  però essere compiuta perché diventasse chiaro agli occhi di tutti che il divario tra Nord e Sud era solo il risultato necessario e oggettivo di carenze ambientali e storiche.

Tale operazione ebbe il suo massimo protagonista in Giustino Fortunato, che proprio per questo deve essere considerato il primo meridionalista: essa consiste nella confutazione del mito della fecondità e della ricchezza naturale del Mezzogiorno.

Fortunato poté dimostrare che sotto il p0rofilo geografico l' Italia meridionale era, alla fine dell' Ottocento, un' area tormentata, difficile, e in ultima istanza, povera e arida. Colline argillose, degradate da un violento processo di erosione, pianure inospitali flagellate dalla malaria, campagne deserte, povere di vegetazione e prive di insediamenti umani: un quadro che suggeriva al Fortunato la seguente lapidaria conclusione: "Per estremi difficilissimi di clima e di suolo, ed anche per la soverchia segregazione topografica, l' Italia meridionale è sempre valsa e tuttora vale assai poco".

Dall' analisi puntuale delle strutture del territorio e dalle procedure dell' amministrazione locale, Fortunato giunse a conclusioni di un pessimismo radicale (la bandiera del nulla) che non concedeva spazio alcuno ad ipotesi di trasformazione delle condizioni ambientali.

Per i politici disinformati, per gli economisti distratti, per i demografi prevenuti, disegnò un quadro desolato senza speranze.

Per quanto attiene più propriamente all' agricoltura, risorsa pressoché esclusiva del territorio, Fortunato ne segnalò i limiti nella degradazione del suolo e nella avversità del clima.

"Il suolo è degradato -  egli scrisse -  per i fiumi che sono solo torrenti, per le pendici che sono franose, per i boschi che sono devastati, per le pianure che sono argillose" [Citazioni da B. Caizzi, La questione meridionale, in AA.VV. Questioni di Storia contemporanea, cit.].

Il clima è avverso perché il sole e l' acqua, i due massimi fattori della vegetazione, non si accompagnano mai, giacché al breve periodo di pioggia invernale segue una lunga stagione di siccità estiva, e così il sole, quando incombe, brucia, e l' acqua, quando cade, distrugge.

Da un siffatto quadro discendevano, secondo Fortunato, corollari politici in base ai quali strade e scuole, bonifiche e rimboschimenti erano più urgenti, nel Sud, che non gli esattori del fisco e i gendarmi della polizia; le dighe per una razionale utilizzazione delle acque dovevano avere la precedenza rispetto al problema del suffragio elettorale e delle autonomie locali.

Egli era convinto, infatti, che incentivi e stimolanti offerti ad una borghesia corrotta non avrebbero contribuito a sollevare il tenore di vita della popolazione rurale, ne' a capovolgere l' opaca rassegnazione delle masse, semmai avrebbero moltiplicato lo sfruttamento e la sopraffazione. Perciò l' unica alternativa e l' unica speranza erano da riporre nello Stato unitario e nei criteri del più rigido accentramento, perché solo un potere lontano ed esterno, forte e temuto, doveva rompere il cerchio inesorabile del sottosviluppo.

E' quasi superfluo notare, a questo punto, quanto fosse mal riposta la speranza di Giustino Fortunato: egli non si avvide infatti che quel potere lontano ed esterno non aveva alcun interesse a mettere in moto, nel Mezzogiorno, un processi di sviluppo che avrebbe alterato inesorabilmente gli equilibri stabilizzati e le egemonie non discusse.

Comunque, proprio per questa sua convinzione profonda della ineliminabile corrutela delle classi dirigenti locali, Fortunato fu sempre avverso, e in sede pubblicistica, e in sede parlamentare, ad ogni ipotesi di trasformazione dello Stato in senso regionale, giacché l' autonomia, concessa al Sud ne avrebbe, a suo avviso, cristallizzato "for ever" la storica arretratezza.

 

Giustino  Fortunato

 

Il giudizio negativo di Fortunato sul potenziale economico del Sud venne contestato da Francesco Saverio Nitti che, nel saggio dal titolo significativo Nord e Sud, istituì un puntuale confronto tra il dare e l' avere del Nord e del Sud, rilevandolo dai bilanci dello Stato italiano a partire dal 1862.

Alla luce di una analisi tessuta di cifre, di statistiche, di dati, di numeri, e libera da apriorismi d' ogni genere, egli giunse alla conclusione che la prosperità post unitaria del Nord era stata costruita in parte con i sacrifici imposti alla popolazione del Sud. Il Regno delle Due Sicilie, infatti, possedeva nel 1860 in grande demanio, una grande ricchezza monetaria, un debito pubblico ben saldo.

Ma, per una serie tristissima di decisioni operate nei primi anni dopo l' unità, la ricchezza del Mezzogiorno, che poteva essere il nucleo della sua trasformazione economica, era trasmigrato al Nord. Furono quelle decisioni, le emissioni di rendita, furono i privilegi di società commerciali, furono la vendita di beni pubblici e, non ultima, la unificazione del debito pubblico, che giocò a favore di chi aveva i debiti, ossia il Piemonte, e in danno di chi ne aveva di meno, ossia il Napoletano.

La tesi di Nitti andò incontro a critiche aspre e risentite, e in particolare alla obiezione che la plusvalenza di risparmio accumulata nel Sud non costituiva di per sé premessa sufficiente di un possibile rilancio, proprio perché esso era in gran parte inerte e pigro.

Nessuno, tuttavia, poté negare che le province meridionali, entrando a far parte del mercato italiano in cui operavano le spinte di promozione verso una economia capitalistica e verso iniziative industriali, avevano visto scomparire e naufragare, in omaggio ai sacri principii del liberismo manchesteriano, le precedenti strutture di industrie locali, peraltro debolissime e disorganiche, e avevano visto colpita la tradizione antica  dell' artigianato.

Avevano dovuto così  chiudersi e rinserrarsi esclusivamente in una agricoltura a bassissimo reddito che, ove si prescinda dalle poche aree interessate all' ulivo, alla vite, e agli agrumi, non oltrepassava di molto le esigenze dell' autoconsumo.

Ne' questa sarebbe stata. di per sé una situazione irrecuperabile se un fiorente mercato del credito e una rete adeguata di organizzazione del risparmio avessero potuto fornire alla terra i capitali necessari per migliorie e per innovazioni tecniche in vista di una maggiore produttività.

 

F. Saverio Nitti

 

L' assenza di spirito imprenditoriale e la carenza di capitale accessibile avevano procurato così un prolungato ristagno della economia meridionale e avevano costretto la manodopera bracciantile disoccupata dei grossi borghi rurali ad intraprendere l' amara e tragica odissea della emigrazione: emorragia di lavoro italiano che investiva singoli e gruppi familiari in una dimensione crescente.

Sotto il profilo politico Nitti chiedeva allo Stato una audace legislazione sociale, uno sviluppo coraggioso di strutture più autenticamente democratiche e soprattutto scelte economiche non più succubi degli interessi delle ristrette consorterie che avevano lucrato i vantaggi immediati della unificazione, anticipando in particolare l' ipotesi della convenienza nazionale alla industrializzazione del Sud.

Ed era qui, come sembra facile rilevare, il limite della proposta politica di Nitti, viziata in qualche modo da un errore di diagnosi e da una ingenuità di prospettiva.

L' errore della diagnosi si coglie nel giudizio sul dare e sull' avere del Sud e del Nord, giacché quel drenaggio del risparmio meridionale indicato come rapace appropriazione era, in qualche modo, una fase non rinunciabile del faticoso itinerario della rinascita italiana; ne' esso aveva gratificato solo piccole consorterie, ma aveva reso possibile la formazione, a livello nazionale, di una borghesia capitalistica in grado di aspirare a un ruolo nuovo, di misurarsi con la borghesia di altri Paesi d' Europa.

L' ingenuità della prospettiva è da cogliere nell' illusione che una più moderna dotazione di strutture assistenziali, assicurative e mutualistiche potesse costituire strumento sufficiente a liberare le grandi masse meridionali dallo status di passiva inerzia che faceva il gioco dei potenti interessi ormai coalizzatisi di fatto per stabilizzare a lungo termina la situazione socioeconomica nel nostro Paese.

 

 

La polemica contro il protezionismo.

La svolta fondamentale della politica economica nazionale, che segnò per lunghi decenni la condizione inibitiva di ogni possibilità di sviluppo della produzione e dei consumi del Mezzogiorno, avvenne negli anni della Sinistra.

Essa cominciò con la tariffa doganale del 1878 e si consolidò nel 1887 con un pesante inasprimento delle aliquote introdotte sul dazio d' importazione di alcuni prodotti dell' industria serica e siderurgica.

Qui non ci interessa discutere la scelta del protezionismo industriale: se essa sia stata, come qualcuno ha sostenuto, una scelta volontaristica di accumulazione primitiva, o se essa escludendo, almeno all' inizio, settori come la meccanica e la chimica, abbia in qualche modo favorito gli industriali più forti a danno di industrie potenzialmente suscettibili di grande sviluppo, ma in quella fase non ancora abbastanza mature.

A noi qui interessa rilevare come la tariffa doganale del 1887 abbia orientato verso il Mezzogiorno un' aliquota della produzione industriale del Nord, come essa, cioè, abbia costretto i consumatori meridionali a pagare più care, acquistandole dai produttori nazionali, alcune merci che sarebbe stato più conveniente importare dall' estero. E ci interessa soprattutto cogliere il nesso tra la protezione offerta all' industria e la protezione offerta all' industria cerealicola, al grano in particolare, ossia ai baroni terrieri del Sud. Siamo qui al nodo di quella alleanza di interessi, a cui abbiamo accennato avanti.

Scrisse Luigi Einaudi:

 

"E' noto come il dazio sul grano sia sorto in Italia. Fu in seguito ad una vasta crociata capitanata dal senatore Rossi, l' industriale laniero di Schio, il quale, avendo desiderio di ottenere dei dazi dai suoi manufatti di lana si mise,  per raggiungere lo scopo, a capo di una lega agraria per l' imposizione di un dazio sul grano che allora, con grande abbondanza, si riversava in Italia dai porti del Mar Nero [Odessa] e dall' America, e faceva rinvilire i prezzi sul mercato interno.

La cosa può parere strana, ma è così. Gli agrari, capitanati da un industriale, ottennero dall' accorto Magliani [ministro] - che andava in cerca di imposte allegre e desiderate per tappare gli ancora invisibili buchi del suo bilancio - il dazio sul grano e, come compenso per la disinteressata opera di apostolato e di guida, consentirono che i manufatti di lana e di cotone esteri fossero gravati da un forte dazio d' importazione.

Chi pagò le spese di questo contratto fu, come al solito, il consumatore. Il dazio era dapprima di 3 lire. Ma, con l'andar del tempo l'appetito crebbe ed a poco a poco gli agrari ottennero di vederlo cresciuto prima a 5 lire, poi a 7,50.

[Cfr. L. Einaudi, Il buongoverno. Laterza, Bari, 1955, p. 367].

 

Luigi  Einaudi

 

Luigi Einaudi, Carano Donvito e Antonio De Viti furono gli uomini che polemizzarono con tenacia ma, occorre aggiungere, con scarsa efficacia pratica, contro il protezionismo dell' industria e dell' agricoltura granaria. Essi definirono "succhioni" i beneficiari delle tariffe doganali ed i pesanti dazi d' importazione e dimostrarono lucidamente il costo sociale che il Paese pagava con quella operazione, i cui vantaggi erano riservati a pochi e potenti operatori privati.

Per quanto concerne più propriamente il dazio sul grano, ha scritto bene il Lo Curto:

 

"Tale dazio, lungi dal favorire lo sviluppo dell' agricoltura, avvantaggiò soltanto una ristretta cerchia di grandi proprietari terrieri che producevano solo grano e volevano garantita la stabilità della loro rendita in un regime pressoché monopolistico.

A pagarne il prezzo furono anzitutto i piccoli proprietari produttori di limitate quantità di grano, che si videro costretti a subire le conseguenze dell' aumento dei costi che serviva al loro immediato fabbisogno e per il quale non si poneva il problema di una eccedenza da riversare sul mercato, vantaggio di cui, ovviamente, beneficiava il grosso proprietario terriero.

Le spese del protezionismo furono inoltre duramente pagate dalle masse contadine indifese di fronte alle conseguenze di una politica di privilegio per il grande proprietario e il grande capitalista che impongono patti agrari estremamente pesanti ed esercitano una insostenibile pressione concorrenziale sulla piccola coltura". [Cfr. V. Lo Curto, La questione meridionale. D' Anna, Firenze, 1973, p. 23.].

 

Tutto ciò ebbe conseguenze deleterie soprattutto nel Mezzogiorno. Qui infatti di manifestò il nodo storico del mancato trapasso dall' azienda agraria patriarcale all' azienda agraria capitalistica; mancato trapasso che, impedendo di utilizzare come salariati i braccianti, creò la frizione di una massa di persone che tentava di vivere  sui redditi della terra  e ne veniva invece respinta ed eliminata.

Era questo il problema della sovrappopolazione rurale, un problema in parte conseguenza artificiosa della conseguenza dei vecchi sistemi di produzione, in parte conseguenza indiretta della stessa politica economica nazionale.

Questa infatti, impedendo o ritardando la formazione di un risparmio nel Sud, limitava di fatto i consumi, e la limitazione dei consumi del Sud a sua volta frenava lo sviluppo lo sviluppo dell' industria del Nord, la quale, perché frenata, non poteva espandersi ed assorbire la manodopera eccedente dell' agricoltura del Sud. Era questa la quadratura del cerchio.

Espulsi dalle campagne, i braccianti non poterono bussare alle porte dell' azienda industriale, che non sembrava avesse un avvenire di indefinito sviluppo; e furono quindi costretti a bussare alla porta degli strozzini e degli speculatori che, tra lacrime e sangue, li dotavano di un biglietto di viaggio per le Americhe, mentre li spogliavano per sempre della misera casetta, dei quattro stracci di beni e dei quattro palmi di terra di cui erano spesso proprietari.

Tutto ciò a prescindere dalla valutazione più propriamente economica della convenienza del dazio sul grano. Giacché il favore offerto al grano era un danno obiettivo inflitto ad altri settori, come lucidamente osservava Einaudi:

 

"E' una vera irrisione dire che col dazio sul grano si protegga l' agricoltura nazionale e che questa debba andare in rovina quando il dazio sia abolito.

Su una produzione agricola annua di 5 miliardi di lire, il grano rappresenta a mala pena 800 milioni, calcolato al suo valore attuale artificialmente alto a causa del dazio.

Di questi ottocento milioni, la metà è consumata dai medesimi produttori, e solo l'altra metà va sul mercato e si giova del dazio.

Si può forse onestamente sostenere che un regalo fatto a quest'ultima minoranza degli agricoltori italiani equivalga a proteggere la terra nostra?

Non solo non la protegge, ma la danneggia. Perché il giorno in cui ci saremo decisi ad abolire il dazio sul grano, noi potremo ottenere dalla Russia, dagli Stati Uniti, dall' Argentina, dai Paesi balcanici, delle tali riduzioni dei dazi dei nostri vini, olii, agrumi, frutta, ecc., che un immenso slancio verrà dato all' agricoltura perfezionata e progressiva italiana.

Quando il dazio sarà abolito, gli agricoltori italiani si scoteranno un po' dalla tradizionale inerzia e faranno ciò che tanti anni di protezione non li hanno indotti a fare: mutare i metodi culturali, perfezionarli per resistere alla concorrenza straniera, simulare quello che taluni loro compagni cerealicoltori hanno già fatto, purtroppo in numero troppo esiguo [Cfr. L. Einaudi, Il buongoverno, op. cit. p. 369].

 

Ma la verità era che la risposta alle sfasature e alle storture della nostra storia economica  andavano cercate a monte, nella struttura e nei rapporti dei ceti sociali ancora fermi ad una egemonia borghese appena minacciata sul versante industriale dalla prospettiva di lotta di classe di cui si facevano interpreti i socialisti.

 

 

Le tesi dei socialisti, la provocazione di Salvemini e il dissenso di Gramsci.

Nell' ultimo decennio del secolo la polemica dei meridionalisti si arricchì di nuove voci e di nuovi contenuti. Non solo vi ebbero corso le denuncie del Fortunato sulla povertà naturale del Sud, la requisitoria del Nitti contro l' esproprio forzoso del risparmio, operato a vantaggio del Nord, le argomentazioni dei liberisti sul costo eccessivo e sulla iniquità sociale e territoriale del protezionismo, ma cominciarono a trovare credito e a provocare paure le tesi dei socialisti.

Credito negli ambienti culturali trovò il saggio di Ettore Ciccotti che interpretò la condizione del Sud come effetto di capitalismo distorto e degenerato, e insieme come sintomo di inadeguatezza dello sviluppo capitalistico stesso, cancellabile solo con un nuovo modo di produzione e distribuzione della ricchezza. Egli scrisse:

 

"E' vano sperare risoluzione vera e completa della questione del nostro ambiente economico. Il Mezzogiorno, più che tutto il resto d' Italia, soffre a un tempo dello sviluppo dell' economia capitalistica e dell' insufficienza di questo sviluppo.

Da ciò hanno origine il suo malessere economico ed i conseguenti fenomeni morali e politici anormali. Finché duri una condizione di cose che v' impedisce un vero sviluppo industriale, e duri l' economia capitalistica, la sua vita essenzialmente borghigiana conserverà presso a poco i caratteri che ora ha.

Finché l' esercizio dell' agricoltura e la produzione degli alimenti restino affidati all' iniziativa ed alla convenienza privata, la zona delle terre incolte e desolate si allargherà sotto l' azione della concorrenza di Paesi più fecondi e più ricchi di capitali da investire nella terra.

E a questa specie di Stato economico corrisponderà un equivalente Stato morale. Il Mezzogiorno ha la condizione che l' economia capitalistica fa ai vinti nella lotte della concorrenza.

Chiamato a produrre pel consumo, esso alimenterebbe ed educherebbe una forte progenie di figli, chiamato a produrre per la speculazione, necessariamente regredisce e soccombe. Il suo destino, perciò si decide dove si combatte la grande battaglia pel socialismo, se anche le sue stesse condizioni gli impediscono d' intenderlo e di cooperarvi [Cfr. E. Ciccotti, Sulla questione meridionale. Scritti e discorsi. Milano, 1904, p. 71].

 

Paure vivissime provocò, nel 1892 - 94, nel ceto borghese beneficiario dei rapporti economici prevalenti nel Meridione, il moto dei fasci dei contadini siciliani, il primo episodio di lotta contadina  meridionale non più affidato alla esplosione momentanea di una sommossa, ma gestito da una salda e disciplinata rete di strutture organizzative.

In un recente convegno di studiosi di storia sociale si è tentato un bilancio dei fasci siciliani nell' ambito della questione meridionale, e si è constatato che i fasci lasciarono una istanza in positivo alle istanze di rivendicazione delle masse meridionali, in quanto ne svegliarono il senso di associazione, il gradualismo e la concretezza dei programmi, ma scarsamente influirono, e sulla classe politica nazionale e sul partito socialista italiano.

Poco sulla classe politica nazionale  che, dopo aver risposto con lo stato d' assedio e con il tribunale militare, continuò a sparare, nel meridione, contro ogni rivendicazione di lavoratori, e ciò ben oltre gli anni crispini, lungo l' intero quindicennio dell' era giolittiana.

Poco sul partito socialista che, dopo averlo avallato con qualche riserva, constatò la difficoltà di collocare i problemi del bracciante del Sud nel quadro della concezione operaistica del proletariato industriale, a cui i socialisti erano particolarmente sensibili.

Fu Gaetano Salvemini a mettere in luce la contraddizione esistente fra l' azione politica dei socialisti e le attese dei lavoratori del Sud.

Muovendo da ricchi e vari interessi storici, Salvemini tentò di ribaltare il pessimismo di Fortunato, e dare concretezza e dimensione sociale alla ipotesi nittiana di sviluppo democratico. La rinascita del Sud non poteva certo venire dalla improbabile iniziativa di quel medesimo ceto di "galantuomini" che del mancato sviluppo meridionale lucrava tutti i vantaggi: su questo punto Salvemini concordava con Fortunato; ne' poteva essere gestita con i medesimi criteri e il medesimo personale amministrativo corrotto dal clientelismo di ascendenza borbonica: su questo secondo punto Salvemini concordava con le polemiche vivacissime condotte da Napoleone  Colajanni sulla Rassegna popolare.

Postosi dunque alla ricerca di una forza esterna all' area del Sud che potesse alzare la bandiera delle riforme in nome di concreti interessi economici e sociali, Salvemini (che firmava con lo pseudonimo di "rerum scriptor" sull' Avanti!) tentò di coinvolgere sul dibattito del problema del Mezzogiorno i dirigenti del Partito Socialista Italiano, le agguerrite organizzazioni sindacali dei lavoratori dell' industria e in genere gli esponenti del mondo operaio.

La sua tesi si può riassumere nel concetto che la rivoluzione industriale in Italia non poteva avere sbocchi ne' avvenire fino a quando le grandi masse contadine meridionali fossero rimaste mortificate e impotenti, ai margini dello sviluppo e impossibilitate a fruirne pur vivendo all' interno di un' unica struttura statale impegnata nel progresso civile ed economico di una sua area privilegiata.

Salvemini cercò in ogni modo di aprire gi occhi ai sindacalisti e ai riformatori.

L' operaio milanese che ormai faceva valere il peso contrattuale del suo lavoro e strappava ai padroni una quota del profitto, si comportava in modo miope limitandosi a rivendicare per sé un più alto tenore di vita: giacché la stabilità e la continuità del suo benessere erano intimamente e inestricabilmente legati alla elevazione morale e materiale dei cafoni e dei braccianti disoccupati della Puglia,  della Calabria e della Sicilia.

Ma gli argomenti di Salvemini vennero respinti dai socialisti e dai sindacalisti che non riuscirono a intenderne la convenienza politica per tutti i lavoratori italiani, e il loro carattere provocatorio fu giudicato indice di radicalismo giacobino.

Deluso dallo scarso successo Salvemini uscì dalle file socialiste e si pose a patrocinare il programma del suffragio universale , da lui concepito come lo strumento per liberare i contadini del Sud dal ruolo subalterno nei confronti degli agrari e dei latifondisti.

Il salto era evidente. Dalla forza esterna (i socialisti e i sindacati) Salvemini puntava ora ad una forza interna dell' area meridionale; forza che riconosceva nelle associazioni dei rurali guidati da leaders emergenti dallo strato contadino, o vaccinati dalle lotte sociali combattute a fianco dei contadini.

La polemica salveminiana, assai aspra nei confronti di Giolitti, mirava ad abilitare le leghe, le cooperative e le camere di lavoro del Sud e fungere da supporto ad una imminente partecipazione delle masse rurali alla lotta politica.

Salvemini sperava che l'uso della scheda elettorale avrebbe consentito ai braccianti di spezzare localmente la sopraffazione amministrativa e di travolgere su piano nazionale l' alleanza della classe capitalistica che governava il Paese sulla base di interessi industriali a Nord, dello sfruttamento contadino a Sud, con le mediazioni formali e con gli "ascari" del governo a Roma.

 

Gaetano  Salvemini

Ma l' introduzione del suffragio universale, ottenuta ne 1912, pure allargando l' elettorato del Sud, non scalfì le clientele nei ristretti collegi, né impedì, almeno nelle elezioni generali del 1913, le prevaricazioni faziose dei prefetti, intese ad influenzare il voto nell' interesse delle maggioranze governative.

Si rendeva chiaro così il limite immanente alla posizione di Salvemini, ricchissima di pathos morale, ma chiusa in una posizione rivendicativa che faceva appello alla solidarietà democratica più che all' unità di classe dei lavoratori del Nord e del Sud.

 

Il concetto dell' unità di classe fu invece la tesi di Antonio Gramsci, il cui dissenso dal socialismo riformista non si espresse, ne' si esaurì, come accadde al Salvemini,  in instancabili battaglie culturali, ma si sviluppò in una rinnovata analisi della questione meridionale e in una originale proposta di iniziativa rivoluzionaria del proletariato.

Gramsci prese le mosse dalla constatazione che l' unità politica aveva premiato la borghesia italiana dell' Ottocento, e che i gruppi democratici (Partito d' Azione, mazziniani, ecc.),  pur interpretando interessi di piccola borghesia e di proletariato urbano, non erano riusciti a mobilitare le masse contadine del Mezzogiorno, unicamente attente ai problemi della terra.

Così era nata la dicotomia tra le due Italie, destinata ad accentuarsi per effetto dell' avviato sviluppo industriale del Nord.

La soluzione, secondo Gramsci, non poteva venire dal riformismo democratico ne' dal riformismo socialista. Essa doveva nascere da una iniziativa rivoluzionaria del proletariato, capace di spezzare il blocco storico agrario - industriale e di sostituirvi una unità organica tra operai, contadini e intellettuali, alleanza di classe da costruire con una lotta politica unificante, da concludere con la conquista del potere da parte della nuova classe egemone.

Gramsci vide, con magistrale chiarezza, la forza del blocco storico come strumento della classe borghese, evidenziando i termini del tacito accordo che rendeva possibile la politica di Giolitti: l' accordo tra il capitalismo industriale e la grande proprietà terriera meridionale: il primo impegnato a convogliare le risorse del Paese e la legislazione del Parlamento a sostegno dello sviluppo delle attività manifatturiere, l'altra interessata a congelare nel Sud gli equilibri sociali e la propria egemonia di classe.

 

Antonio Gramsci

 

L' ipotesi della rivoluzione socialista, confrontata da Gramsci con l' esperienza russa dei soviet, trovò in Italia una situazione storica che ne provocò, come vedremo, il rigetto, e consentì anzi alla borghesia e al blocco storico una rinnovata e prolungata stabilizzazione sotto l' egida del fascismo; ma le premesse, la metodologia, e in parte le conclusioni dell' analisi gramsciana della questione meridionale, hanno rivelato, con gli anni, una obiettiva validità e fecondità, e proprio per questo sono state elaborate e riprese nel secondo dopoguerra.

 

IL TESTO CONTINUA SINO AL 1976

 

"Eppure, dopo venticinque anni di intervento straordinario, riscopriamo ogni giorno la questione meridionale nella cronaca del sottosviluppo, nella mappa della depressione, negli indici del ristagno, nelle tensioni affioranti e ricorrenti: fenomeni, purtroppo, non già di congiuntura, ma di struttura. Perché?

 

Osimo, finito di copiare il 4 novembre 2010.

 

Torna alla home page

Torna a filosofia

Torna all' Indice