GIULIO SCALA  e  RIGO CAMERANO

 
  

 

 

 
  

 

 

N U O V A    P R E M E S S A

17. 09. 2011

 

Presento su facebook un vecchio file nel quale io e Giulio Scala testimoniamo in internet "opinioni" che non hanno altro scopo che quello di essere ritenute credibili.

Perché altra intenzione non ha il nostro sito "Rigo Camerano" che quella di favorire il desiderio innato di   libertà alle persone desiderose di esprimere "quello che pensano", senza preoccuparsi di ciò che conviene o non conviene, non dico alla patria, ma alle spicciole utilità di parte.

Pur non avendo intenzioni polemiche, anzi lodando un testo di fotografie composto per Mondadori dal noto scrittore Gianni Oliva, vogliamo rilevare alcuni errori, per il solo gusto di sentirci persone pensanti, alle quali la società in cui viviamo consente ancora  di esprimersi. Del resto sappiamo bene che i siti liberi "internet" o li si vuole isolati, o si deve fingere che non esistano.

 

Il testo "Esuli" 1^ ed. è datato gennaio 2011, ma una presentazione ne è stata fatta in Osimo alla fine di agosto dello stesso anno.

Per caso ne sono stato partecipe in quanto l' invito indicava il soggetto nel "Trattato di Osimo", per il quale invece il testo non mostra sensibilità.

In breve:

1. La data centrale del trattato di Campoformio (1797) è molto importante, ma per motivi che il testo nemmeno sospetta.

E' importante perchè la cultura dello Squero di Venezia, senza dubbio al tempo il più importante del Mediterraneo, passò agli Asburgo, ed in conseguenza passò al cantiere navale di Fiume, che divenne Squero esso stesso.

Lì impararono ad esprimersi in veneto i grandi armatori fiumani, i Baccich, gli Adamich, i Cosulich, i cui padri entrarono a Fiume col nome di Baccic', Adamic', Cosulic',  i discendenti dei quali, per ragioni professionali, e non politiche, preferirono esprimersi in veneto, e si innamorarono della cultura italiana soltanto successivamente. 

Assieme a loro, che ho scelto come campioni, gran parte dei cittadini, già dalla metà dell' 'Ottocento, come vedremo in seguito, rappresentavano la maggioranza fonetica nella città, che non era costituita soltanto di slavi, ma di tedescofoni e magiarofoni.

Per cui il cambiamento volontario dei cognomi citati, in Baccich, Adamich, Cosulich, avvenuto nel XIX secolo, ed ancor prima, rappresenta già una scelta volontaria verso la cultura italiana.

Come mostra Giulio Scala nelle sue testimonianze, la cui discendenza era magiarofona, o ti adeguavi, o altrimenti non potevi avere rapporti di lavoro.

Mia madre Vittoria Gherbaz, di madre croata (Kopaitic') e di padre fiumano, frequentava una scuola ungherese e non fu in grado, a me, di insegnare una sola parola di croato.

Sullo stato dello insegnamento dell' ungherese in Fiume, prima del 1918, riporto un utile saggio di Judit Jòzsa e Tamàs Pelles. Leggi qui.

 

2. La polemica sui cognomi rispecchia una posizione di parte (non vera) sostenuta ora dalla intelligenza croata impegnata a voler dimostrare uno spirito cittadino popolare slavo che non esisteva. Ciò, a mio parere, non toglie nulla a una nostra sincera amicizia con i "rimasti" e con i nuovi venuti, perché per l' uomo onesto solo la verità è pacifica.

Da pagina 10: "Nell' aprile 1927 un nuovo regio decreto impone l' italianizzazione dei cognomi, e i prefetti nominano speciali commissioni per stilare l' elenco dei cognomi oggetto del provvedimento; dal 1928 inizia sulla Gazzetta Ufficiale la pubblicazione dei relativi decreti prefettizi:  "Andretich diventa Andretti, "Pulich si trasforma in Pulli" eccetera.

In realtà ciò si riferisce ad impiegati pubblici, e nell' insieme è  falso, che se fosse vero nessun cognome di cittadino italiano sarebbe più potuto terminare in ch. 

Chi volontariamente tolse il ch lo fece per inutile piaggeria verso il fascismo, e costoro furono in verità assai pochi, con un solo nome importante, Bacci, per il quale si possono accettare giustificazioni ideali.

3. Foibe. Il testo tende a lasciar credere, fra le righe, che uno dei motivi giustificativi dell' esodo fosse il timore degli infoibamenti.

In realtà, a mia memoria (io lasciai Fiume nel 1948, all' età di 19 anni), io di infoibamenti slavi non avevo mai sentito parlare (onestamente, nemmeno di quelli del 1943, che tuttavia erano noti), se non che di infoibamenti molto probabilmente avevano fatto uso anche i tedeschi, come potrebbe dimostrare una foiba presso Fiume, scoperta da pochi anni.  Io, come lavoratore coatto nella Wermacht, ebbi la fortuna di conoscere sorveglianti anziani, non cattivi, ma so che la minaccia più usuale era, non solo la "germania", ma anche la "foiba".

Ciò non vuol dire che le foibe di cui si parla adesso non esistessero. In genere furono operazioni "in nero" realizzate da capi e capetti, più o meno politici (non militari) locali.

Non esistono documenti di tribunale, o di gruppi partigiani, in cui sia scritto: "il tale, colpevole di ... è stato, per tale motivo, condannato all' infoibamento.

Non vale però nemmeno la vendetta isolata. Chi ha compiuto gli infoibamenti doveva essere sempre in grado di organizzare un trasporto di persone, con guardie armate al seguito.

Tuttavia il problema "foibe" venne aperto all' opinione pubblica solo una ventina d' anni più tardi.

Del resto il testo mostra l' incendio dell' Hotel Balkan (1920), ma non l' isola di Golj Otok ove, dopo il 1948, furono rinchiusi i comunisti monfalconesi italiani, che avrebbero dovuto colmare in parte le perdite prodotte dal nostro esodo.

 

Il problema dello storicismo, del quale riassumo qui rapidamente due aspetti, uno sostenuto dal Croce (preminenza allo "spirito" del tempo e del luogo - che io condivido), un altro dal Mommsen (preminenza al documento).

Ora, la costruzione della storia rispecchia un po' la costruzione dei codici di giurisprudenza ove vale la regola "prima il fatto, e poi il diritto".

Allo storico è dato esaminare tutti i fatti e da essi trarre le cause che li hanno prodotti. Per cui l' "uomo storico" raramente si concilia con l' "uomo politico".

L' uomo politico cercherà i documenti che gli interessano, e farà storia con quelli.  Produrrà malumore sociale, perché è nella natura dell' uomo (e della donna) irritarsi delle cose parziali, quando queste vengono imposte come verità assolute.

Perché ogni persona ha un senso del giusto o dell' ingiusto suo proprio. E vederselo negato può provocare anche una reazione rincresciosa.

Purtroppo già da dopo l' impresa di Garibaldi (che fu un onesto soldato) la storiografia italiana riguardante i fatti nostrani, ha assunto questo significato: è stata patrimonio dell' uomo politico, prima che dell' uomo storico.

Per cui oggi leggiamo: "Crocco, il grande patriota meridionale" - "Crocco il brigante bevitore di sangue umano". 

Per storicizzare al meglio la questione meridionale, non vale documentarsi sul brigantaggio, ove esistevano briganti veri, e massacri reali attestati da entrambe le parti con documenti parziali e di comodo.

Al meglio, occorrerebbe valutare bene le condizioni economiche delle regioni del Sud alla metà dell' 'Ottocento; quelle del nuovo Stato savoiardo al tempo della costituzione del Regno d' Italia, per trarne delle logiche conclusioni; cosa che del resto fu fatta da Francesco Saverio Nitti e da altri citati da Domenico Novacco nel libro "La questione meridionale ieri e oggi" Torino 1976; (vedi qui in "Filosofia": Brevi note storiche sulla questione meridionale).

Per cui, fra le cause della mancata pacificazione nazionale, una è certamente questa: la storia composta da uomini politici, e non da uomini storici. Perché non basta cercarsi i documenti che ci interessano quando la verità ce la siamo già inventata in anticipo.

"Prima il diritto, e poi il fatto" non è accettabile, secondo i compilatori dei codici".

La vera storia non procura rancore in chi la legge; la politica sì.

Ciò che segue è importante.

 

 

Grazie al Corriere della Sera ho potuto leggere, in originale spagnolo, le opere del più grande poeta sudamericano, Pablo Neruda, vissuto in Italia, a Capri, e in Ispagna, dove aveva conosciuto Federico Garcia Lorca, il mio più amato poeta, i cui versi ho ritrovato tra le righe di Neruda.

Egli racconta di essere nato nel Cile meridionale fra "vulcani e ghiacciai" e canta della sua terra nativa. Anch'io vorrei essere poeta e cantare della mia terra, della mia Fiume.

 

Fiume, con la sua atmosfera indimenticabile ed inimitabile: il nostro retaggio moderno e romantico austriaco e ungherese. La nostra storia documentata da pietre e monumenti, romani e veneziani. 

Il nostro vicino croato con il quale convivevamo cordialmente, a contatto di gomito, separati da un tenue corso d'acqua. Anche con contatti di parentela (chi di noi Fiumani non ha una nonna croata?). I colori, i rumori, gli odori della nostra città, il profumo intenso ed inebriante degli alberi di lauro nel cimitero di Cosala, nei roventi meriggi d'estate.

I rumori e gli odori della nostra "Ferriera" (cantiere e silurificio) quando ci passavamo vicino con il tram.

Il lavatoio pubblico di piazza dello scoglietto, che penso non esisterà più, eliminato dal tempo che passa inesorabile.

E il mare. I vaporetti, i bragozzi dei chioggiotti ed, all'inizio del secolo, le grandi Navi Bianche che partivano per la Cina.

Fiume, dolce anello di transizione tra Dalmazia ed Istria. La mia Terra natale che porto sempre nel cuore. Un crogiolo di lingue, di culture, che ha lasciato tracce in tutta la mia esistenza.

Io vi abbraccio, Fiumani tutti, che vivete ancora nella nostra Città e sparpagliati nel mondo.

Giulio Scala.

 

Essenziale, per inquadrare al meglio la storiografia dei confini orientali d'Italia, o di quelli meridionali ungheresi, o marittimi austriaci, o di quelli della Croazia attuale, è la conoscenza della società indigena precedente la prima guerra mondiale, intendo anche nei secoli dal XVI, o XVII in poi.

Particolarmente per Fiume, è interessante il problema dei cognomi con la finale in ch (pronuncia c'), che nel croato sono scritti con la finale in c' (pronuncia identica), o in c (pronuncia z).

Recentemente Furio Percovich ha fatto girare, a cura del Forum Fiume, uno studio interessante sulle etnìe fiumane, materiale a me pervenuto in bozza dimostrativa, che mi sono limitato a raccogliere in dischetto e non purtroppo, come invece avrei dovuto, curarmi di completare.

In questo documento rimane comunque aperto il problema rilevato nei censimenti (apparentemente) contraddittori austriaci del 1850 e del 1851, ove, in una prima conta, il territorio di Fiume è definito una "Italienische sprachinsel", mentre nel successivo vien data la maggioranza alla nazionalità croata.

Il testo del Forum Fiume cita una spiegazione del Depoli (qui presente nella bibliografia della Emilia Primeri), il quale scrive: mentre il censimento generale del 1850 era stato esplicitamente organizzato per suddividere gli abitanti "nach Sprachstammen" quello del 1851 deve essere stato disposto per stabilirne l'appartenenza politica. Ora, poichè per le autorità dell'epoca i fiumani sono dei croati che parlano l'italiano, essi non sono censiti fra gli italiani... e quindi si parla, non di lingua, ma di "Nazionalitaten".

Probabilmente qui gli austriaci sbagliavano in quanto, se si era di già verificato un distacco fra lingua e nazionalità, di altrettanto se n'era verificato fra nazionalità e politica.

In realtà, in Fiume, da molti secoli l'elemento venetofono (e di conseguenza quello italofono) prevaleva sul tedescofono, sul magiarofono e sullo slavofono, non per motivi storici, nè politici, ma sociologici.

Il motivo era dovuto, prevalentemente, al lavoro, specialmente a quello della marineria, delle costruzioni navali, del porto. Il gergo tecnico di lavoro era quello dello Squero di Venezia, e chi non avesse parlato il veneto non avrebbe potuto migliorare di molto le proprie capacità, nè fare strada.

Si può pensare che nei secoli della dominazione austroungarica i lavoratori slavi (croati, sloveni, serbi - a Fiume esisteva, oltre alla sinagoga, anche una chiesa dei greci ortodossi -) che avevano imparato il dialetto veneto lavorando, dalle seconde o terze generazioni si sentissero di già "diversi" dalle popolazioni dei contadi della loro antica madrepatria, specialmente quando, come ad esempio i Baccich, diventavano armatori, o in qualche modo facevano fortuna e si distinguevano. Costoro assunsero il cognome con la finale in ch, rinforzarono il dialetto veneto e si ritrovarono numerosi fra gli irredentisti e fra gli iscritti alla "Giovane Fiume". Intendo, all'inizio del secolo ventesimo, assai prima di d'Annunzio, e di costoro ci sono i nomi.

Fra questi, alcuni italianizzarono di più, facendosi togliere anche la ch, ma questo fu, in fondo, un fatto marginale non sempre apprezzato.

Il fatto è che ne' l'Austria nè l'Ungheria avevano maestri d'arte capaci di pareggiare la tradizione dei maestri veneti in fatto di marineria; tutt'al più possedevano burocrati. Tale scuola di lavoro avrebbe potuto introdursi già da molto prima del 'Settecento, ovvero già da prima di Maria Teresa e poi del Corpus separatum, e non si vede come l'Austria e l'Ungheria avrebbero potuto sostituirla, nè come i lavoratori immigrati avrebbero potuto scansarla.

Certamente dopo il 1797, quando la stessa Venezia divenne asburgica.

Il cognome finale variato in ch è già una testimonianza di una scelta in favore della cultura italiana.

In breve, molti slavi di Fiume divennero venetofoni per preferenza culturale dovuta a motivi sociali che solo un paio di secoli più tardi divennero motivi politici. Si veda il file, "L' Aquila su la Tore", e si possono leggere i nomi degli appartenenti alla "Giovane Fiume", che io qui non possiedo, ma fra i quali ricordo mio zio ... Rack

Chi segue un poco la nostra directory di letteratura si sarà accorto che il Denes descritto da Giulio Scala, ungherese di nascita e madrelingua, arrivato a Fiume e convinto di rimanere in patria, dopo pochissimi anni, per vivere e far commerci dovette imparare il veneto e l'italiano, e divenire, di fatto, anch'egli tale.

 

Molti problemi di convivenza potrebbero oggi esser risolti curando un po' meglio lo studio della società civile e un po' meno le beghe interne. Non mi riferisco al Forum Fiume, il quale, anzi, ha molta sensibilità in queste cose.

Tuttavia alcune dichiarazioni, articoli, testimonianze, riportate dalla varia stampa della nostra zona di confine e, per noi del web, dal benemerito notiziario di Stefano Bombardieri (che non sempre riesce a rallegrarci, ma al quale non può essere negata l'onesta imparzialità), riescono bene a tenere elevato il livello reciproco di rancore fra le varie comunità etniche. Naturalmente, sostenendo l'intenzione contraria.

Sembra ormai che la storia delle nostre terre sia stata fatta soltanto da criminali di guerra che si sono combattuti e pareggiati fra loro, e che per noi umili spettatori nulla di meglio ci sia da fare che di scoprirne le malefatte e di indignarci o gioirne, a seconda del nostro luogo di nascita o del nostro punto di vista politico.

Stop.

 

Osimo 7 settembre 2007.

 

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