Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 

 

CAPITOLO IX

 

Stanchi dalla fatica del sostenuto viaggio, e più ancora oppressi dall'eccessivo caldo, sofferto in quel deserto senza pur avere qualche mezzo di ripararsi dai raggi del sole, la mattina del primo aprile i nostri gittaronsi in acqua.

Accortisi i neri del bisogno onde gli europei furono trascinati in mare, corsero tosto ad aiutarli, e presili di mezzo, con mirabile pazienza ed affetto, fecero loro, lungo tutto il corpo, fregazioni, le quali, se dall'un canto riuscirono vantaggiosissime alla salute dei naufraghi, dall'altro lato furono questi nuovo argomento di riconoscenza e di ammirazione verso una gente nella quale, alla primitiva selvatichezza di costumi e delle idee, è congiunta la delizia di così alti sensi di umanità. Ma questo sollazzante riposo fu d'un tratto interrotto dal profondo e prolungato gemito con cui una povera madre, già da parecchi dí trepidante per la sorte di una sua figliolina, ne annunziava, ora, la fine.

Necessariamente il lutto e la desolazione della famiglia, furono lutto e desolazione della tribù intera la quale, scossa al subito pianto, si raccolse tosto d'intorno agli orbati genitori per batterli leggermente colle mani è forse un'espressione di compianto - e piangere seco loro.

Cialli, che come abbiamo appreso, nei casi di bisogno ha un tesoro di esorcismi, di unzioni e tante altre arti contro le malattie, parve si assumesse il mandato del sacerdote della tribù.
Recatosi nel vicino bosco, ricomparve fra i suoi ornato il capo ed i fianchi di verdi ramoscelli, arrestandosi a qualche distanza dal gruppo funebre. Dato quindi di piglio alle armi, e maneggiatele alquanto, in atto, però, di minaccia, prese a scagliarle sugli uomini, finché scongiurato dalle femmine, accorsegli tosto incontro per placarlo, discese mesto per piangere anch'egli la toccata sventura.

Intanto successero i preparativi per la celebrazione dei funerali, incominciando i genitori, in segno di lutto dal gettar sulla spiaggia il pesce ch'eglino conservavano tuttavia dall'ultima cena. Acceso quindi il fuoco, il cadavere fu messo sulla brace; e poiché cotto, venne trinciato, e la prima porzione fu esibita al padre che stava da solo su un'eminenza, indi fu servita anche la madre.

Il rimanente passò diviso agli altri che si erano assisi quasi a mensa comune. A questo convito però i bianchi, né si sa comprendere il perché, non furono ammessi.
Terminato il pasto cannibalesco, le ossa raccolte con qualche po' di devozione, furono sotterrate, indi a poco s'avviarono tutti verso il Nord, preceduti dal padre della bambina morta, che procedeva solo, e come gli altri, silenzioso. Percorsa alquanto la via, prima ancora che il sole fosse affatto scomparso all'orizzonte, l'afflitto genitore s'arrestò, arrestandosi secolui quasi tutti gli altri. E su questo sito, colla calce, che ottengono dalle conchiglie deposte in quegli immensi strati che stanno lungo le rive dei fiumi, e di cui per ordinario portano seco un certa quantità, poiché i genitori della defunta s'ebbero imbiancanti la testa ed il petto, gli altri tutti s'imbiancarono il petto e la faccia, tranne le donne sposate, le quali unsero unicamente la capigliatura.


Né con ciò cessarono le cerimonie funebri. Per dieci dì ancora, la sera e prima dell'alba le donne sposate, altrettanto prefiche, ripeterono a coro, ma in tono flebile di lamento: "Koi-biri gogai" (Me disgraziata! Ritorna!)

La notte poi del 2-3 aprile, a un certo sito Nili, ardita australiana, colto all'impensata un cane selvatico l'uccise a furia di pietre. Il dì seguente, essendo gli uomini a pesca, le donne, arrostironlo, ne gustarono le carni, rimandando il povero Baccich, tanto bramoso di carne di animali terrestri e chi si trovava seco loro sulla pianura, a un tal negro in quel mentre ritornato dalla pesca, dicendogli: "Vac bala mira vangia bagialgo!" - I bianchi non mangiano di cane!
Ebbe quindi pesce a discrezione, ma mostrò non se ne appagare, finché - adescato dall'operazione delle incisioni fatte sul corpo di un giovanetto - lasciò ogni idea di cibo per ammirare la fermezza e l'orgoglio col quale la vittima superava ogni dolore nel solo convincimento di essere, per cotal pregio, ammesso nel novero degli adulti.
E quanto la pietra operatrice cessò di essere irrorata dal sangue del giovinetto, gittate al fuoco cinque tartarughe, in quel dì appunto pescate, uomini, donne e fanciulli, tutti si assisero a mensa comune.

Il dì seguente poi ripresero la via e camminarono ben tre dì (4-6 aprile) ora tutti in una schiera, ora a partiti secondo [come] l'imponeva il bisogno della pesca. Attraversato quindi un esteso e bellissimo campo di verzure e finalmente un lungo piano di terra molle, quasi bagnata da recenti piogge, una parte dei negri coi quali Baccich raggiunse il lido opposto della penisola, fermandosi in un sito chiamato dagli indigeni Bundegi ["S"], ivi scopersero un pozzo, coll'orifizio assicurato da un barile, opera, senza dubbio, di qualche bianco. "Nulla vac balla, carcara villa babba" dissero eglino ai naufraghi. Qui i bianchi carcara (scavarono) il pozzo d'acqua.

Il Iurich poi attaccato all'altra compagnia dei negri raggiunse il lido opposto della penisola un po' più in su, dappresso al capo N.W. ["T"]. Osservò quivi gli avanzi di uno schooner e la leggenda a questo appartenuta: "Terry [Fairy] Queen - Singapore" - in mezzo a molte scorze di cocco, bottiglie vuote, attrezzi di bordo, delle catene, ecc.

Desiderò sapere quel po' di storia sul conto di questo legno, ma dopo il solo fatto che a stento poté comprendere dell'incarico che gli indigeni avevano ricevuto dagli inglesi di raccogliere sulla spiaggia tutti questi oggetti, nulla fu al caso di rilevare.

Soggiunse bensì il negro Igrana: "Minara Cialli gogaj Pulimandiri vagj, ciulla bacialago ciugga turaggi baciagalo, thie bacialago coconagi baciagalo." (Fra breve verrà Gialli, e poi andrete a Pulimandur, mangerete molto zucchero, riso, thé e cocco).
Ma queste parole tornarono molto sibilline al povero naufrago, il quale necessariamente non si diè cura di sapere di più, riputando sempre si riferissero ad altri naufraghi.
Raggiunta quindi l'altra comitiva ["S"], tutti assieme ripresero il cammino, per altri tre dì (7, 8, 9 aprile) in direzione Sud, attraversando un'estesissimo bosco di Casuarine, da cui i bianchi ne uscirono tutti scorticati, perché meno svelti e meno esperti dei negri, che fra quelle spinosissime ed intrecciate macchie, scivolano con incredibile rapidità, seguiti a pari passo perfino le donne col peso delle conche piene d'acqua sulla testa.

Appena adesso però i naufraghi s'accorsero di costeggiare una penisola, ed arrivati ad un piano non troppo lungi dal mare, quivi si fermarono, coi negri, due dì ["U"].
Qui poi le donne ebbero a fruire di maggior riposo, perocché gli uomini, oltre la pesca si assunsero anche l'impegno dell'acqua, causa la profondità della voragine a cui elleno non si rischiavano per attingere.

Gustato quindi di bel nuovo il gravellino, che si assaggiarono il dì di Natale, per averne trovati parecchi arbusti, il dì 12 aprile ripresero coi negri la via, portando seco, come usavano, anche per l'innanzi i due vasi di latta pieni d'acqua, per non mancare di questo benefizio nelle lunghe corse sotto la sferza del sole estivale.

Il Baccich però si sentì presto il peso di tanto carico. Accorsegli allora in soccorso il buon Valero che sollevatolo dal peso, se ne incaricò egli stesso del trasporto. Era desso un individuo di straordinaria altezza, a cui i più alti raggiungevano appena le spalle. Proporzionate erano le singole parti del suo corpo, all'infuori del petto rassomigliante piuttosto alla donna e dell'escrescenza carnosa pendente sopra l'addome.

Era imberbe, aveva corti capelli, non peloso il corpo, e poteva contare tutt'al più 40 anni. La tribù, in omaggio forse alle straordinarie e mostruose sue forme, lo serviva in ogni suo bisogno, senza mai domandare da lui benché minima fatica.

Non avevano ancor fatto gran cammino, che fra le prime file si sollevò una voce:- "Tanic-balla jurogaja!" - Il bastimento si avvicina!

Scossi da tal grido i naufraghi affrettaronsi alla spiaggia, ma quivi l'agitarsi insolito e frettoloso degli indigeni gettolli in nuova costernazione. Che è? Il vecchio Cagiaro salito con dei tizzoni accesi al più alto dei vicini colli, vi destò un grande incendio, quasi per far conoscere ai lontani il sito dell'attuale propria dimora.

Tutti quindi dopo di lui, schieraronsi silenziosi sul colle fissando nell'orizzonte qualche oggetto non meno caro che noto. Là in a quell'esteso golfo (Exmouth) appena visibile all'occhio degli sventurati naufraghi, veleggiava bensì un cutter; ma, su quel mare fiancheggiato da deserte ed aride spiagge, esso sembrò ai nostri un'inutile apparizione.
Ciò non ostante gl'infelici non poterono reprimere le proprie smanie ed i negri ben presto lo compresero quasi a ridestare subitamente nell'animo la speranza di una imminente redenzione, esclamarono: "Minara Cialli daghi Pulimaniur ragaj" - Fra breve verrà Cialli ed andrete a Pulimandur (Fremantle).

Ma a codesto favellare misterioso i nostri opposero nuove angosce; ne poté punto sollevare il loro angustiato animo l'ulteriore annunzio dei negri, che lor dicevano: "Minara Cialli gogai, bincin ragai." (Fra breve verrà Cialli ed andrete a Cincin (Tie Tsin).

Poiché - sebbene già a quest'ora, costretti da dura necessità avessero in parte appreso il linguaggio di quei selvaggi, pur per la novità di certi vocaboli (Carcara, Pulimandur e Cincin) di cui ignoravano il significato, come ignoravano affatto l'individuo Cialli a cui si riferiva il discorso - lor riusciva il tutto di senso affatto oscuro.

Intanto anche il legno spariva dai loro occhi, e poco dopo non videro più nulla.
Mentre stavano immersi in una febbrile agitazione per le fallite speranze, e per le costanti difficoltà di cogliere un mezzo di salvezza, successe che una donna, volendo forse risparmiare la propria acqua, traesse furtivamente una parte del vascello di Iurich.
Accortisi questi di tanta ingordigia, in un momento d'irriflessivo furore, afferrato il beanno la percosse ben bene alle spalle. "Santo Dio!" esclamò Baccich "Che fai? Siamo entrambi perduti".

Ma s'ingannò a partito. Prime ad accorgersi dello spettacolo, le donne, postesi dalla parte di Iurich, presero a beffeggiare la vittima, quasi imprecandola dell'azione commessa. E peggio poi i maschi che gridando:- "Pignari cominini!" - (Le donne sono baruffanti!) - istigaronlo a raddoppiare le botte! Strana particolarità, la quale, se dall'un canto dimostra la rettitudine dell'animo loro e la loro carità verso lo straniero, dall'altra prova il conto in cui è tenuta la donna.

E le volte poi che ridotti dalla fame s'accostarono alle donne per togliere loro clandestinamente un po' di cibo, i maschi favorevoli col silenzio li accettarono a ciò fare, quasi avessero provato soddisfazione pel dispetto arrecato alle donne.
Il dì seguente (13 aprile) gl'indigeni ripresero il cammino, ed i due naufraghi, seguendo le donne, si fermarono dappresso alla Baja Rest.

Ma troppo caro costò loro l'essersi spostati dai maschi, perché questi, inoltratisi nella via, scomparvero affatto per tutto quel dì ed il seguente, lasciandoli interamente privi di cibo.
Or avvenne all'alba del dì 15 aprile che il Baccich, fissando l'estremo orizzonte, quasi in cerca del naviglio che dovrebbero dovuto salvare, scorse d'un tratto una larga vela spinta verso costa. Tutto anelante portò l'annuncio al Iurich, più tardo nella fede, perché più esperto nelle cose marittime.
"È un'imbarcazione - disse questi - forse di qualche naviglio di questi dì naufragato" Indi aggiunse: "E si recano al qualche vicina colonia europea. Noi forse potremmo salvarci...
Furono secoli i minuti durati da quegli infelici nell'indugio della redenzione tanto aspirata. Piansero e pregarono Iddio; e recatisi quindi alla spiaggia, spiegarono alti al vento i cenci di tela, presi alle donne, per avvisare quella barca dell'aiuto onde ivi se ne aveva bisogno.
La barca di fatto quasi avesse compreso il segnale si drizzò verso quella sponda, e le donne, al solo sorgere l'antenna, poiché ebbero festosamente esibito ai naufraghi quel po' di cibo che tuttavia possedevano - e lor rese infinità di carezze e moine - si diedero, per gioia, a grottesche ed allegre danze. Ma perché - chieggonsi i nostri - guaiscono costoro all'apparire di gente loro affatto sconosciuta?

Forse prodigano a noi tante carezze perché liete della nostra redenzione? Vana, purtroppo, fu questa lusinga, che la barca, della capacità di due o tre tonnellate, portava una trentina di negri reduci, lo sa il cielo da qual sito, ma ricca di preda e quel che è più, con tabacco e qualche lino.

Due degli indigeni anzi erano vestiti di camicia e di calzoni. Le donne adunque avevano tripudiato al cibo che speravano dal loro arrivo, più che ai pescatori, dei quali tranne pochi dei propri, gli altri erano di una terza tribù, finora ai due bianchi affatto sconosciuta.

Deposto quindi al lido il carico di tartarughe pescate, non vi passò gran tempo che arrivarono per terra anche gli altri indigeni delle tribù sorelle. Accomunatesi, ammannirono una ricca cena, mentre i due naufraghi, vittime infelicissime di sì replicati disinganni, non erano al caso di ridestarsi dal febbrile letargo a cui sventuratamente erano in preda.

Ma non appena riavettisi da sì miserando stato, che pieni di stupore si dimandarono l'un con l'altro:- Donde ai selvaggi una così ben arredata barca, e chi li fornì di oggetti a lor non propri?

Ad onta però di replicate domande fatte ai negri, nulla poterono rilevare.
Devono essere in qualche contatto coi bianchi, ripresero i naufraghi; ed i replicati discorsi sull'arrivo di un tal Cialli e l'interesse che mostrarono poich'ebbero avvistato giorni fa quel bastimento lo farebbe per certo credere.

A scaricare però in qualche modo quel monotono sistema di vita, a cui per secolare abitudine si tengono attaccati quegli indigeni, il dì 16 aprile ai due bianchi s'offerse la possibilità di una gita per mare ad una isola abbastanza lontana dal continente.
Unitisi a Tondogoro, Tairo, Micki, Naman, Giaki ed altri dieci indigeni, fra i quali uno storpio che dirigeva il timone, spiegarono di buon mattino la vela a quella parte, ove, bordeggiando per il golfo Exmouth, purché molestati da vento contrario, giunsero dopo il tramonto del sole.

["Z"] E' quest'isola un otto miglia circa dall'estremo lembo del capo Wlaming e circa 40 dalla baja Rest donde partirono.


Bassa e piana, le sette miglia lunga, e tre nella sua larghezza, in pochi siti rocciosa, ma senza articolazioni tali da offrire rifugio a un battello, questa isola presenta un aspetto incantevole ed assai attraente. Nelle carte appellata Muiron, e dagli indigeni col nome generico di Island appreso senza dubbio dagli inglesi. Essendo impossibile approdare senza mettere lo schifo in grave pericolo, gl'indigeni, gettatisi in mare, raggiunsero la spiaggia a nuoto.

I due bianchi all'incontro, e con questi lo zoppo, il timoniere, che erano rimasti nella barca, itesene ad Est dell'isola giunsero ad una piccola insenatura.

Ormeggiato quivi il legno, eglino pure si sbarcarono, muovendo tosto incontro agli altri compagni. Quanta gioia provassero i bianchi mettendo il piede su quella terra è superfluo il dirlo.

Dopo tanti mesi di vita negli inospiti deserti del continente australiano, ora per la prima volta eglino esitavano, quasi da lunga prigionia, in mezzo ad estesissimi e fitti boschi di alti arbusti, e muovevano su freschi strati di bella verzura. In mezzo al dolce gorgheggio di un'immensità di uccelli, unici abitatori di quell'isola, il cuore degli infelici traboccò, e una lagrima spuntò furtiva sul loro ciglio.

La diversità però del clima, quivi reso abbastanza rigido dalla rugiada, indusseli a non si fermare in elucubrazioni dalle quali niun conforto avrebbero potuto sortire.
Cacciati quindi da la fame, comecché la notte fosse inoltrata, i bianchi coi loro due compagni mossero lungo la spiaggia in cerca di uova di tartaruga, preda sicura, e la più facile a prendere.

E prima che vi fosse effettuato l'incontro con gli altri australiani, eglino ne ebbero già un centinaio, ed una tartaruga colta in sul punto di prepararsi il letto per depositarli.
Gli altri poi, oltre una grande quantità di uova di tartaruga portarono anche una quantità di bellissimi uccelli, della specie dei colombi selvatici, diversi però affatto dai nostri. [Erano] dalla testa adorna di un ciuffo nero, con un ugual colore rigate le ali, le penne dorate, ma ad orli bianchi, la parte superiore del collo d'un colore chiaro, il petto giallo e gli occhi rossi.

Il luogo dell'approdo fu quello eziandio del riposo, a cui s'abbandonarono dopo leggero refrigerio ch'ebbero dalle uova di tartaruga.

All'alba del dì seguente (17 aprile) acceso il fuoco, arrostirono per colazione alcuni uccelli e poiché il sole ebbe mostrato sull'orizzonte il suo disco, tranne lo zoppo ed i due naufraghi gli altri ripresero la pesca delle tartarughe, percorrendo a nuoto lunghi tratti di mare. E l'impresa riuscì fortunatissima.

In breve tempo ne colsero ben trentadue - tanta la quantità eravi in quel passaggio - tutte galleggianti, quali dormiglienti, quali per fruire del benefico influsso dei raggi solari.
Dopo la pesca si andò a caccia di uccelli, senza però ammettere a questo passatempo anche i naufraghi, ai quali sarebbe stato a cuore l'apprendere la maniera di cogliere una preda così saporita e sostanziosa.

Terminata anche questa spedizione e felicemente, altri si accinsero ad arrostire qualche tartaruga, altri si occuparono tosto nel caricare la barca della preda fatta; mentre due di loro, saliti in vetta alla più alta cima dell'isola, accesero un grande falò per avvisare i compagni al continente sulla buona riuscita della loro impresa.

Fatta quindi abbondante colazione e condotto il battello al sito d'onde la prima volta i negri si erano sbarcati, tutti vi si imbarcarono, dopo avere ancora una volta menata strage fra le tartarughe.

Tanta, per conseguenza, fu la preda di quel dì, che non potendo capire la barca più di quindici tartarughe, con una quantità d'uova e di uccelli fu mestieri abbandonare il resto sulla spiaggia.

Spiegata quindi la vela, ripresero la direzione verso la penisola navigando secondati dal vento, con mare leggermente agitato. E quasi la preda posseduta non avrebbe bastato, Tairo e Micki com'ebbero veduta galleggiante una tartaruga lanciandosi in acqua andarono a nuoto ad essa; abbandonatola senza ucciderla, ritornarono gridando;- "Muaraba tataruga" - (La tartaruga non è buona).

Il vento intanto andava sempre più incalzando con non lieve pericolo pegli arditi, ma poco esperti navigatori. Non uno d'essi sapeva dare al legno la giusta direzione, ne pur uno che si fosse pensato di lasciare la scotta sotto l'urto dei refoli. La barca si sbandò d'un tratto, ma ciascuno restò al suo posto, lasciando così stracarica la parte di sottovento, fatto da cui per certo sarebbe derivata la perdizione del legno, ove la Provvidenza non li avesse guidati a buon porto un paio d'ore dopo il tramonto del sole.

In questo frattempo gli indigeni rimasti sul continente, s'erano trasferiti al Nord della penisola, raggiungendo il sito ["T"] dove il dì 9 aprile avevano veduto i rottami dello schooner inglese e quivi attesero con non poca impazienza il ritorno dei confratelli.
E prima che questi di fatto fossero giunti, il novero dei primi crebbe fino a centosessanta, per l'incontro colla terza tribù ai nostri affatto sconosciuta. All'apparire della barca scoppiò un grido di allegria alla sera, ora l'impazienza e la bramosia di cibo fece nascere contesa sul sito dello sbarco.

La vinse però lo zoppo che teneva il freno del timone, conducendo la barca i trenta passi più a Sud, ad un approdo più conveniente e sicuro. Che sbarcare tutto il carico fosse un attimo solo, è superfluo il dirlo, la barca fu circondata dagli indigeni, e trasportata ogni sua cosa con tanta destrezza, che il Iurich, senza che lui avesse potuto accorgersene, perdette il proprio berretto nel quale portava uova di tartaruga. Nel dì seguente, in seguito ad energetiche invettive, gli fu bensì restituito il berretto ma ... SENZA le uova! Tanta premura e tanta sollecitudine furono conseguenza di quella fame disperatissima in cui languivano.

Conviene però notare che l'ansietà colla quale si attendeva quel pasto, non fece dimenticare i lontani, i quali dovevano ritornare arsi dalla sete, perché l'isola è mancante di acqua. Le donne quindi stavano sulla spiaggia pronte ad offrire loro da bere. Assortite quindi alcune tartarughe, avendo lasciate le altre semivive sulla spiaggia, si assisero a cena, rimanendosi in allegria tutta la notte.

Ai naufraghi però bastò poco cibo, e stanchi dalle fatiche del viaggio, s'abbandonarono al riposo, lasciando gli altri nelle loro baldorie. Ma non è bagordo che non costi il prezzo. Il vento incalzò, e nel fortunale che successe, la barca, male assicurata dai negri, fu gettata a terra e rotta sotto la chiglia.

La dimane (18 aprile) i negri scoperto questo fatale guasto, chiamarono Iurich perché trovasse modo dì trattarlo. Non meno che il danno, il giovane europeo dovette deplorare l'impossibilità di prestare loro il servizio di cui v'era tanto bisogno.

Le sue parole non valsero, che eglino, presumendo cosa facile il chiudere una falla senza martello e qualche utensile, di cui ignorano l'esistenza, corsero a raccattare lungo la spiaggia i frantumi dello schooner, che poi raccolti presso la barca, offrirono al Iurich.

Parlò dell'impossibilità di questo lavoro, ma indarno: sicché per salvarsi dalle insistenti pretese di quei selvaggi, credette opportuno fuggire. Abbandonato perciò il progetto ritornarono al fuoco, continuando in tal guisa nelle baldorie della notte precedente.

 

IX.     X.

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