Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 
 

CAPITOLO VIII

 

La mattina del 5 marzo la compagnia si divise; un centinaio circa fra maschi e femmine e con essi i due bianchi, presero la via del Nord, gli altri rimasero sul medesimo sito, ["L"].

Ed anche questa volta i nostri durarono non poca fatica; ché, in luogo di quell'azione moderata, continua, che l'esperienza c'insegna essere così acconcia a sviluppare ed a conservare il vigore, il selvaggio pressato dalla fame, per molti giorni corre lungamente ed a grave stento, pigliando il cibo unicamente quando cade spossato e sfinito.

Quando poi trova a sufficienza di che pascersi, egli non si stacca dalla sua preda finché nuovi bisogni lo richiamino a nuove corse e nuove fatiche, non meno necessarie delle precedenti.

Ora che cosa è più nocevole allo sviluppo reale, al mantenimento economico delle forze che queste alternative di fatica smodata e di riposo automatico, di privazioni opprimenti e di eccessi famelici?

E per ben nove dì camminarono gli instancabili indigeni lungo la spiaggia in più luoghi rocciosa, di null'altro abbonda che di granchi marini. I due naufraghi, sofferta in quel mentre una penosissima fame, ne restarono necessariamente tanto costernati da non si poter più reggere allo strapazzo ed alle privazioni.

I negri, intenzionati andarsene al Capo Nord-West, animarono spesso i due naufraghi al cammino, dicendo loro "Bulura vagaj" (andiamo avanti). Questi ritenendo, di fatto, in sulle prime Bulura fosse qualche capo o promontorio, ripeterono soventi volte ai negri: - "Vangi Bulura" (dov'è Bulura?) ma non altra risposta s'ebbero che; -"Parue, parue", (lontano).

Questa gita andò a finire senza che i nostri avessero potuto registrare qualche particolarità, Lovrinovich al suo ritorno dall'attendamento primitivo, come dicemmo, recatovisi in cerca di provvigioni da bocca, portò alla compagnia la notizia di una barcaccia osservata ad un certo sito sulla spiaggia.

Ora, quarto dì di cammino, i due superstiti ebbero campo di verificarne l'assistenza ["M"] riconoscendone la forma propria alle costruzioni inglesi e la misura di cinque metri in lunghezza, ma già tutta guasta e in molte parti distrutta. Il sesto giorno poi raggiunsero il sito ["B"] dell'attendamento eretto il primo dì dopo il naufragio, ed i negri, come s'ebbero avvicinati, rallentarono per indagare più diligentemente se nulla fosse a loro passato inosservato nelle precedenti scorrerie.

Alla vista di quel luogo di triste ricordo, già da quattro mesi abbandonato dagli infelici naufraghi, il cuore dei superstiti pareva dovesse balzare fuori dalla pelle, tant'era l'agitazione che provarono nel ripensare alle passate sciagure, purtroppo non dissimili alle presenti, ed i loro occhi si sciolsero in dirotte lagrime.

La tenda ed il legname raccolto stavano tuttavia nell'ordine in cui furono abbandonati, non così però gli oggetti nascosti sotterra, tranne un vasetto di patate in conserva, ormai fradice e quindi di nessun uso, forse non osservato dagli infelici defunti, quivi dal bisogno trascinati il dì 5 gennaio. Prima di arrivare a questo sito videro anche il barile, che coll'abbandono dell'attendamento, fu pure sotterrato perché pieno di vino, ma abbandonato sulla sabbia e vuoto.

Baccich poi dappresso all'attendamento rinvenne un agoraio e degli aghi da vela, che nascose sotto la flanella perché gli indigeni non glieli togliessero. Servendosi d'un ago solo per puntare un lembo dei calzoni già tutti a brandelli. Ma se quella prima sera gli riuscì di sottrarre questo piccolo tesoro all'occhio degli australiani, non poté tenerlo nascosto agli occhi di una astutissima donna, che una volta, come glielo ebbe osservato, gli si fece d'acanto e cercando di toglierlo di dosso, lo eccitò a parole a non negarle il dono.

Il Baccich allora le mostrò l'agoraio e gli aghi, ma, lungi da offrirle il dono, la allontanò da se. A questo rifiuto, forse inaspettato, rispose ella gridando ferocemente: "Niril, niril!" - (aghi, aghi!) Scossi dall'annuncio di tanta scoperta, gli altri tutti accorsero a lui chiedendo: "Niril!"

Ora a che però tant'allarme per un ago, se quella buona gente non conosce il filo e meno poi sa utilizzarlo? Ciononostante il Baccich, a cui un po' di cibo avrebbe fatto in sull'istante tanto bene, volle provarne il traffico, promettendo un ago a chi gli avesse dato in cambio qualche granchio, ché di pesce ivi non era da farsi parola.

Pronto all'esibizione, un d'essi gli porse alquanti di siffatti crostacei, procurando per tal guisa alla propria moglie il bene di tanto presente.

Rimasero quindi ancora dodici aghi al Baccich, tesoro preziosissimo che per l'avvenire, nei dì più critici, gli valse ad acquistarsi abbondante cibo al prezzo di uno solo: non ricevette mai meno di un chilo di pesce. Frattanto, tranne le notti, dedite al riposo, il cammino non fu interrotto, e sempre uniformemente accelerato. Fu quindi necessariamente argomento di stupore pei due bianchi l'incontro fatto ["N"] al nono dì di viaggio, di sette degli individui lasciati da tergo col rimanente della compagnia.

E domandaronsi, ingenuamente, come ciò potesse esser avvenuto facendo le meraviglie che, partiti forse anche l'istesso dì sulla via, li ebbero di tanto preceduto.

Facile e necessaria è l'illazione: avranno seguito un sentiero più breve della loro strada meno retta, attraverso colli e pianure forse meno inaccessibili, ed ai nostri certamente sconosciuta.

Costoro frattanto scavata in sul bel mezzo di quel piano una fossa per assicurarsi l'acqua, si accontentarono di attenderli inoperosi. Ma con un po' di caccia, un po' pescando, raccolsero e prepararono un cibo che se in sulle prime, o diremo meglio, all'apparenza non garbò punto agli europei, occhiatone alquanto, parve discretamente gustoso. E consisteva in due ragie, una grossa lucertola e quattro serpenti.

Non tutti però s'assisero tosto a mensa. La maggior parte dei maschi per esser giunti su quel sito a mattina inoltrata (13 marzo), quindi in tempo per compiere un'impresa qualunque, si diedero alla pesca.

Tre di loro, montando canotti rinvenuti a quel sito, [andarono] in cerca di tartarughe. Una decina soltanto rimase sul sito del cibo, con essi anche il Baccich e Iurich, senza però i loro indivisibili mentori, Giaki e Gimmi, recatisi pur essi a pesca. Si diede quindi mano al cibo, cominciando dalle ragie, pesce che gli australiani tengono in grande spregio, prevalendosi unicamente del fegato e della milza che bevono liquefatti. Questa volta però convenne di necessità accettare anche la ragia.

Ma quante smorfie prima di accostare un pezzetto alle labbra! E perché la tornasse meno disgustosa a mangiare, le stritolarono anzitutto colle mani in alcune conchiglie per evitarne le ossa, riducendola quindi, a forza l'acqua, in pasta.

Dei serpenti e della lucertola, che d'ordinario prendono facendoli cacciare dai loro giacigli a furia di cani (e due ve ne erano presso quegli indigeni, presi senza dubbio piccoli e poi addomesticati) ne preparano l'arrosto, tagliando ai serpenti la coda, sia perché ritenuta velenosa, sia per qualche loro superstizione. Tale pasto parve ai due bianchi sufficientemente gustoso.

Arrivate quindi le donne e verso sera, ritornati i maschi dalla pesca, fu ammannita la cena, e quindi s'abbandonarono al sonno. A Iurich però non fu dato di addormentarsi causa un violento dolore di dente, che, crescendo sempre più, minacciava di tormentarlo tutta quella notte. Bastò però un lamento perché tutti gli fossero d'attorno, quale compiangendone le sofferenze, quale palpandolo alle guance, tutti pieni di premura per lenirne il male, finché un indigeno, di nome Cialli, allontanando tutti gli altri e fatti segni cabalistici sulla guancia del paziente, quasi esorcismo contro il male, gli fece pure passare il dolore!

Tranne la pioggia, che gli indigeni nella notte (14-15 marzo) di frequente predissero ai nostri sarebbe venuta dalle sommità di un monte non troppo lontano, prendendo argomento dal sordo e prolungato fragore dei tuoni, che per un quarto d'ora circa si susseguirono incessantemente alternati a spessi baleni guizzanti intorno a quelle eccelse sedi dell'onnipossente Giunovagnabari; e tranne la porta d'uno stanzino del memorando "Stefano", ritrovata di su una roccia ["O"] presso la punta Cloates l'errante comitiva null'ebbe a rimarcare di notevole in questi tre giorni di cammino.

La mattina del 17, divisisi in due gruppi, si diressero verso Nord, precedendo quelli coi quali era il Iurich, di qualche ora l'altra compagnia alla quale era unito Baccich.
Al silenzio pressoché solenne, in cui questi ultimi si mantennero per qualche tempo guadando attraverso gli strati di acqua quel dì straordinariamente calma e chiara, successe il grido quasi concertato, ma selvaggiamente festevole di: "Jamina, jamina!"

Che avvenne? A Baccich, che cercò di conoscerne la ragione, fu imposto di star zitto e camminare sulle punte dei piedi, indicandogli a circa trenta passi dalla spiaggia, in fondo al mare, il mostro marino tanto salutato.

Rimastivi quindi alcuni pochi sulla spiaggia, quasi per vigilare sui moti di questa preda, che a cenni degli indigeni pareva ormai sicura, gli altri, saliti in vetta al colle vicino, appiccarono il fuoco ad una grande catasta di frasche di legna. Vistane la fiamma, non pochi di coloro che s'erano già partiti, formanti il primo gruppo, [invertirono] tosto il passo verso i colli, quasi aderendo spontanei ad un segnale di aiuto.

Rinforzati per tal guisa le file, e saranno state circa quaranta maschi, sfilarono lungo la spiaggia, armati di ciottoli e di buone mazze di legno per attendere in silenzio l'istante propizio all'impresa. E bastò che il mostro marino si muovesse appena per destare l'allarme fra gli insediatori i quali, gittatosi fra spaventevoli grida nell'acqua, lo raggiunsero a una profondità di circa dieci passi.

Inviluppatolo in una rete, per modo da renderne inutile ogni moto sollevarronlo a galla donde egli, raccolto col vigore del disperato tutte le proprie forze, scomparve ben cinque volte, trascinandosi seco anche i pescatori.

Spintolo a furia di colpi di pietra e di mazza, lo trascinarono alla spiaggia. Era questo il Dugongo, o Cugon del mare Indiano, lungo più di tre metri, e proporzionalmente, assai grasso, una manna nella scarsezza di cibo in cui vivevano quei poveri nomadi.
Estratto innanzitutto il fegato e la milza, che furono anche tosto mangiate crude e toltigli gli intestini posti tosto sul fuoco, gli recisero la testa e la coda, le quali pur divisero in due. Tagliatane quindi la carne, lasciandone poca sull'osso dorsale, quella tagliarono a pezzi per facilitarne il trasporto, questo spezzato, porsero ad arrostire sulle bragie.

Giunse frattanto un di loro, itosene anzitempo a pesca, recando una tartaruga; ma vista l'abbondanza, abbandonò la propria preda sulla spiaggia, senza pur toccarla. E come furono satolli proseguirono verso Nord, raggiungendo poco prima del tramonto i compagni che in sul primo mattino li avevano preceduti nella via. Per l'abbondanza del cibo recato, arrestaronsi tutti assieme per ben tre dì (18, 19, 20 marzo), non importa se l'acqua, quivi scoperta a qualche profondità sotto la sabbia, non fosse pura, causa la natura del suolo, e ciò che è peggio, salmastra. Questo fatto indifferente agli indigeni, lieti solo di vedersi dinanzi del cibo, non piacque ai nostri, i quali stanchi dalla fatica del cammino, ed oppressi dal continuo ardentissimo raggio del sole, sentivano il bisogno di un po' di buon'acqua. Impazienti però di un qualche riparo, si rivolsero ad alcune donne per ottenere ad imprestito le tele da loro raccolte sulla spiaggia, fra gli avanzi del memorando "Stefano".

Consentirono queste di fatto al favore domandato; ma quasi pentitesi della carità prodigata - per via di insolenti dispetti - tentarono ritogliere agli infelici la tela, che accomodata su alcune pertiche a mo' di piccola tenda, poteva difenderli per bene dai cocenti raggi solari.
All'insulto delle donne opposero in sulle prime qualche conveniente preghiera; ma poiché non cessarono dalle insolenze, ad il Baccich incollerito balzò fuori, e senza porre orecchi ai prudenti consigli di Iurich, minacciò da prima, ed indi, in seguito ai ripetuti insulti, scagliò dietro loro qualche arma trovata sul suolo.

Vedendo cosa prudente non scherzare con costui, si diedero alla fuga, per non ricomparire su quel sito prima del ritorno degli uomini. Temé Iurich una punizione, ma le donne nulla dissero ai maschi, ed il fatto andò dimenticato. Il dì venturo appena spuntato il giorno, per tenere d'occhio le tartarughe, proseguirono verso Nord lungo la spiaggia raggiungendo il dì dopo una fossa di buonissima acqua. Accanto a questa si intrattennero quel dì e tutto il seguente.
E qui avvenne ai nostri di assistere ad una scena di famiglia, nella quale al reato successe subito la punizione.

Un cotale, avanzato piuttosto in età e facile a trescar di mano con la moglie, montato, lo sa il cielo per qual ragione, in sulla fine contro di essa, si prese la licenza di batterla fino al punto di vederla sanguinante. Inorriditi a tal vista gli altri selvaggi, senza dar luogo a troppo lungo discorrere, preselo di mezzo lo picchiarono per bene, condiscendendo con così fatta lezione all'imprudente marito, ogni dissidio fra gli sposi i quali, questa volta forse in segno di pace, si imbrattarono la testa di certa pasta calcare bianca, fatta di conchiglie carbonizzate.
I maschi ripresero quindi le proprie faccende, respinsero anche questa volta i due bianchi che si provavano di tentare la pesca in compagnia degli indigeni, per occupare così in qualche modo il tempo e provvedersi di più abbondante cibo. Supponendo i nostri questa smania di non essere accompagnati da stranieri, come effetto di qualche pregiudizio, osservando avendo, da lontano, i segni cabalistici che quegli ingenui pescatori fecero sul mare prima di darsi alla pesca, si recarono a breve distanza da quel sito per tentare inosservati pure loro la pesca.

Tutta la preda fu un polipo, e lieti di tale pesca si addirizzarono al fuoco per arrostirlo, ma colti da un australiano, dovettero ben tosto ritorcere il passo alla spiaggia per gettare il polipo con un legno nel mare, perché pesce maledetto dalla tribù, e disprezzato al segno da schivarne il contatto, meno poi di volersene cibare fin ne giorni dell'estrema miseria.
Ma la meta del viaggio sembrava tuttavia lontana, sicché il dì 24 marzo di buon mattino fu ripresa la via del Nord, sempre però lungo la spiaggia e pescando, mentre tre indigeni proseguirono il cammino su canotti in cerca di tartarughe. I naufraghi all'incontro tennero con le donne una via poco distante dalla spiaggia, carichi delle razioni dei loro patrocinatori, e delle loro armi, delle quali si compiacevano spesso guarnirli. Ma il Baccich, meno lesto del Iurich, dovette rassegnarsi a seguirli di lontano assieme ad una vecchietta che, sotto il peso dei suoi ottant'anni in circa, andava ancor più tarda di lui.

Era per tramontare il sole, quando, volto lo sguardo all'oceano tutto d'un tratto arrestò il passo, protendendo le braccia verso il mare ed agitando convulsivamente la tela presa alla buona vecchierella. Pochi minuti dopo, quasi svelto ad un'estasi di celestiale serenità, rivolti al cielo gli sguardi, sospirò e quasi imprecando disperatamente, disse: "È partito!" Questa, dacché la pietà degl'indigeni lo redense alla vita, era la prima volta che il Baccich si abbandonasse a così seria tristezza, e la buona vecchia, accortasi all'improvviso pallore della faccia, che un qualche grave dolore agitava il giovane bianco, gli si affrettò d'acanto, ne palpò affettuosamente gli omeri, ripetendogli pochi lusinghieri verbi.

Egli non poté prestarle ascolto. Come avrebbe potuto prestar orecchie ad altre voci, fuorché a quella del cuore estremamente traviato dall'amarezza del disinganno e della disperazione?
In quell'istante, là sul mare, ad un miglio forse dalla spiaggia, passava un "Lugger": egli lo vide, gli fece dei segni ed avrebbe voluto gridare se, secondato dal vento, non avesse così presto preso a gonfie vele il largo, lasciando nell'infelice europeo l'abbattimento in che ci prostra, nelle ore più affannose, la memoria o il sogno dell'età beate.

Datosi coraggio, affrettò quindi tosto il cammino per comunicare anche al compagno di sventura la visione onde per un'instante ebbe a provare tante celestiali lusinghe: e raggiuntolo lo trovò con alquanti indigeni, che additandogli il mare ripetevano: "minara donki ne goru" - fra breve vedrete la barca.

Quanto lusinghevoli gli fossero suonate queste parole, in parte già rese loro famigliari, gli è superfluo dirlo. Dunque, prese dire all'amico, eglino pure lo hanno veduto! Ma le parole degli indigeni si riferivano ad un caicchio, vero modello di costruzione inglese, giacente capovolto sulla spiaggia cui passarono dappresso lestoché, dopo pochi passi, ebbero superato una punta di terra.

I due naufraghi coll'errante comitiva avevano quindi raggiunta, senza saperlo, la spiaggia Ovest della penisola, il di cui capo porta il nome di Vlaming, od anche Nord-West e continuando col cammino arrivarono ad un lembo di terra ["P"] ricco di eucalipti dunosi alti i sette metri e più, ma tutti sott'acqua. Alcuni pochi indigeni, e tra questi anche i due bianchi, tenendosi al continente, raggiunsero a più asciutto l'altra estremità, ove ammannito qualche po' di carne di tartaruga e del pesce, vi riposarono la notte.

La sosta non fu lunga; l'indomani sul primo mattino si posero di bel nuovo in sulla via, e colla solita celerità, giunsero ad un seno di mare cui fu mestieri abbreviare traversandolo a guado.
Ai due bianchi, malvezzi a cosiffatti passaggi, questo impegno riuscì un po' difficile, sebbene la traversata non fosse stata più lunga di undici metri. Volendo imitare gli indigeni, che immersi a mezza vita, procedevano con piè fermo sulle rocce del fondo, rese pericolose da melmosi strati di muschio e di alghe, i nostri provandosi altrettanto, scivolarono più volte ripigliando la via a nuoto, offrendo così agli indigeni occasione a sgangherate risa.
All'altra sponda si riposarono, e le interiora di due ragie, colte in quel sito fornirono bevanda, onde una decina di selvaggi ebbe parco refrigerio prima di unirsi agli altri, iti alla pesca, che ivi prometteva riuscire assai prosperosa.

Gettatisi parecchi in acqua, e disposti a cordone, in modo da chiudere, da un lembo all'altro, tutto il seno, a colpi di Bimano colsero in pochi istanti ben trenta pesci di varia grandezza.
Ricchi di cosiffatta preda ripararono nella prossima valle, donde ben presto, come ebberli raggiunti i pochi che cammin facendo s'erano dispersi pescando, tutti carichi di pesce, continuarono a Nord verso una pianura, ove fatto il pasto si diedero al riposo.

Il Iurich però, più degli altri malconcio dalle fatiche provate, si trovò indarno di riposarsi; a una cert'ora, sopraffatto da improvviso, violentissimo dolore al ventre, non poté reprimere il lamento. Accorsero di fatto ben tosto i negri, compassionando lo stato del paziente, finché quel rinomato esorcista Cialli, che avealo già guarito dal dolore di denti, non lo liberò da questo male, mercé fregagioni fatte con un ciuffo dei propri capelli ed olio di pesce.
L'indomani proseguirono per ben altri quattro dì (26- 29 marzo) e traversarono un seno di mare, ma a nuoto, perché troppo profondo, il Baccich sulle spalle del suo Giaki. Arrivati finalmente ad una pianura ["Q"] dove trovarono una fossa abbondantissima di acqua, la miglior di quante bevettero in quella regione, ed ammannite due tartarughe per la cena, si disposero al riposo.

Alcune donne però recatesi al bosco, ritornarono al sito del convegno appena la mattina seguente, recando seco gran quantità di corti insetti, simili nella grandezza alle api, che cotti sulla sabbia riscaldata dal calore solare, riescono graditi a mangiarsi.

Forniti di piccole ali, codesti insetti nei boschi formano di terra umida, che poi indurisce, una specie di alveare, de l'altezza di un metro e mezzo, sulla base di poco più di un metro di diametro a forma di cono, e pieno di piccoli fori, ma all'esterno affatto ruvido.
I nostri, che avevano vedute le donne recarsi al bosco, portandosi del fuoco, domandato schiarimento sulla maniera di prendere tali insetti, seppero soltanto che esso viene acceso dappresso all'alveare. Forse tramortiti dallo sviluppo del carbonio, quegli insetti escono dalle proprie celle.

Il dì 30 marzo raggiunsero un grande piano di sabbia ["R"] affatto privo di arbusti, dove fermatisi consumarono le notti alla pesca, ma così quietamente, che i naufraghi non ebbero quasi ad accorgersene.

Questa anzi fu tanto abbondante che la prima notte presero 15 tartarughe, e la seconda dieci, come appunto un indigeno, mostrando al Iurich dita della propria mano, gli promise avrebbe recate, dicendogli: "Nulla vila tataruga dadalgo", che significherebbe, "qui, come (cioè quante) sono queste dita prenderemo tante tartarughe. Ne mai vi fu tanta abbondanza di preda, né con tanta facilità raccolta.

E perfino Tairo e Tondogoro, due indigeni avvistati da la spiaggia la mattina del 31 due tartarughe, coltele e preparate al fuoco, una la più piccola, tutta intera diedero ai naufraghi.

 

     VIII.      IX.              

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