Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 

 

CAPITOLO VII

 

Da sette giorni adunque la tribù è ferma su quel campo, e pare abbia già oltrepassato il limite delle usuali soste. All'alba quindi dell'ottavo dì mosse in cerca d’altra regione, ed i nostri naufraghi, che frattanto ebbero campo nonché di conoscere perfettamente i propri benefattori, ritennero opportuno di seguirli nell'interesse della propria conservazione.
L'unico preparativo a questo viaggio fu la provvigione dell'acqua. Circondate quindi le pareti delle conche con una pasta fatta allor allora, di erbe e di terra bagnata, perché cammin facendo l'acqua non avesse a spandersi, ciascuno empì la sua e vi pose qual che ramoscello affinché ne regolasse l'ondulazione.

Ed a quel servizio le donne, dai 12 anni in su, sono tutte tenute, perocché non essendo in ogni sito possibile trovarne, fa loro mestieri aver sempre una provvigione.
Ed ecco gli irrequieti figli del deserto, e secoloro i due bianchi, disposti in lunga schiera, prendere la via al Sud. Ma quell'era l'alba del 3 febbraio, giorno di gran letizia per i Ragusei, ed i nostri non si posero in cammino senza mandare un sospiro alla patria quasi unendo ai suoi i propri voti al Santo (San Biagio N.d.E) tutelare da essa in quel dì solennizzato...

Mal s'impegnarono però i naufraghi nel cammino, che gli indigeni tengono un passo accelerato da superare le cinque miglia all'ora. Non avvezzi a così fatte corse, ben presto si sentirono stanchi, sicché, per non rimanersi a mezza via, fece loro mestieri appoggiarsi al braccio di qualche indigeno.

Accortisi ben tosto gli australiani della ragione del bisogno dei naufraghi, quasi a sostenerli nel difficile cammino, li presero per la mano, trascinandoli violentemente seco, mentre un tanto non usano nemmeno colle donne, le quali, perché più gracili e caricate del trasporto dell'acqua, sono d'ordinario più tarde.

Sempre seguendo il sentiero tracciato per secolare cammino ai margini di estesissime valli e di piani, fra colli, qui e lì da folti spinai, dopo breve tempo arrivarono colà dove gli stessi indigeni mostrarono ai naufraghi la prima volta le fossette d'acqua e donde Baccich erasi secoloro recato in cerca dalla farina. ["E"].

Soffermativisi quivi, alcuni maschi andarono tosto a pesca, lasciando sul colle le donne ed i ragazzi. Preso brevissimo riposo gli altri, e saranno stati circa quaranta, si disposero a proseguire il cammino, invitando secoloro anche i naufraghi ai quali, per via, ripeterono spesso: - "Tataruga voteri". - A ciò i nostri dovettero adattarsi, rassegnandosi di comprendere in altro tempo che quelle parole significavano, "pescare tartarughe" (testuggini).
Corsero quindi ancora, seguiti a breve distanza da alcune donne con acqua, e passato il lago salso ["G"] camminarono fin la sera, taluno fermandosi tratto tratto per pescare. Giunta la notte, poiché ebbero preso uno scarso cibo, e scavate le solite fosse per adagiarvisi coll'addome, si disposero tutti al riposo. In quell'ora però in cui la notte raggiunge il suo mezzo, furono desti da improvvise e disperatissime grida di pianto...

Che avvenne? - Perché nessuno accorse aiuto?... Erano quelle le grida di una donna che podarsi diede sfogo al suo dolore, prolungando quel lamento bestiale fin circa all'albeggiare, I naufraghi osservata avendo da qualche dì la mancanza di un degli indigeni, reputarono fosse nenia funerale tubatagli dalla sposa. Ma perché non avvenne ciò nel giorno istesso della morte? Dove e come finì il cadavere?...

Come nulla fosse di fatto accaduto, gli indigeni sul far del giorno destarono i nostri ripetendo loro ancora una volta: - "Tataruga voteri". E cominciò quindi finalmente la pesca delle tartarughe prendendone due piccole alla rete. Né occorre loro fatica per cogliere tanta preda.

Tutta l'arte consiste nel saper coglierle quando vengono a galla, sia per scaldarsi al sole, sia per riposarsi e dormire. Le veggono, e, sé gittatisi nel mare a raggiungerle senza che s'accorgano, le capovolgono, ed avvoltele nella rete le rimorchiano a nuoto sul lido. La vittima agita convulsivamente le zampe e la testa, ma indarno; essa è presto sulla spiaggia per essere ammannita.

Tagliatane la testa, e per verificarne la sanezza strappatale attraverso la gola le interiora (che poi vengono liquefatte e bevute), la pongono, com'è, sulla sabbia riscaldata, sotto un monte di legna accese. Tolta dopo poco a quella specie di fornace, ne estraggono la carne, che poi tagliata a pezzi viene riposta per pochi momenti sulle bragie, e quindi servita ai commensali.
Ai naufraghi però, tanto impazienti di gustare un cibo loro affatto nuovo, non toccarono porzioni troppo generose, Imperocchè, gli indigeni erano troppo affamati. Presa questa leggera vivanda, colla quale furono trangugiate anche le ultime gocce di acqua, fece mestieri disporsi al ritorno, in cerca di una sorgente.

Ricalcarono quindi le proprie orme correndo verso Nord, ma a mezza via furono sorpresi dalla notte, che in quelle regioni succede poco dopo il tramonto del sole. Riposatisi quindi su una piccola pianura sopra la spiaggia del mare, all'alba del dimane (5 febbraio) proseguirono il cammino, fermandosi or l'uno, or l'altro, sulle rocce della spiaggia per pescare.

Alle nove antimeridiane circa raggiunsero l'altra parte della tribù, che si era arrestata accanto al pozzo d'acqua. Non vi si intrattennero gran tempo. Arrostito e mangiato del pesce ed abbeveratisi a sazietà, si posero in cammino verso Nord, raggiungendo verso mezzodì la pianura ["F"] che li accolse i primi sette giorni delle ospitali accordata ai naufraghi, ed acceso il fuoco, ammannito il pasto e preparata la siepe di frasche, quivi vi rimasero fin all'alba.
La dimane, 6 febbraio, fatta sufficiente provvigione d'acqua, proseguirono ancora, sempre non senza trarre qualche profitto dalla pesca. Raggiunto, circa attorno le due pomeridiane, un colle terminante in un bella pianura, cui i nostri conobbero tosto alla quantità di ossami di pesce, per sito di grande convegno, quivi si fermarono, ed acceso il fuoco arrostirono del pesce per la cena, che non fu ammannita prima della sera, perché fin quell'ora le donne non arrivarono.
Il dì seguente (7 febbraio) all'alba proseguirono ancora lungo i piedi di alti colli sabbiosi, sempre curandosi della pesca, la quale ora non fruttò che una cinquantina di uova di tartaruga. Ad ogni modo i naufraghi ebbero comecché scarsa una parte, mentre le donne ne sono sempre prive, salvo il caso che elle stesse riescano a disseppellirle. Ignoravano i naufraghi di che si andasse in cerca, sebbene i selvaggi avessero loro più volte ripetuto: - "Tataruga cembo", (uova di tartaruga), ed ignorano tuttavia gli indigeni onde sono condotti a scoprire i depositi di quella sostanziosa vivanda.

Da quel dì, bisognosi spesso di sfamarsi, provaronsi di scoprire qualche deposito di queste uova, ma ogni tentativo di ricerca riuscì inutile. Al selvaggio, all'incontro, non occorre indagare troppo. Guidatovi sia dal l'occhio, sia dalla esperienza egli si porta sul sito e senz'altro fare che una fossa, poco lungi dal mare, a circa cinque piedi di profondità dissotterra spesso un buon numero di uova.

Ripreso il cammino, circa alle tre del pomeriggio giunsero ad una collina fornita da una pozza d'acqua, e quivi fatto il fuoco e preparata la cena, che si mangiò appena vi furono anche le donne, giuntevi poco dopo, e si posero a dormire.

L'istessa vita menarono anche il dì dopo: sempre in moto verso il Nord; sempre profittando di qualche roccia della spiaggia per pescare. La notte soffermandosi su un piano accanto ad una fossetta d'acqua.

Il dì nove febbraio, fatto che ebbero già lungo cammino, sempre nella stessa direzione e non senza soffermarsi qui e lì per pescare, presero la via di un colle, non tanto erto e poco distante dalla spiaggia. Giuntivi, rinvennero due piroghe, o com'eglino chiamano "Majabulo", tronchi di lor natura alquanto incurvati alle estremità, non più grosse di mezzo piede, e lunghe circa otto. L'unico fregio onde erano ornati quei due tronchi, non per anco dirozzati dall'opera della mano, consisteva nei ripari di bambù, fissati, un po' simmetricamente, nei lati davanti del tronco stesso. Dall'ornato almeno e più dalla rarità di questi due oggetti, si ha motivo da supporre non siano lavoro degli indigeni, bensì dei malesi, e a queste spiagge giunti sia perché trasportati dall'acqua, sia per dono fatto da qualche generoso a quella tribù di poveri nomadi.

Trasportate alla spiaggia, e con grande facilità, ché sono certo legno di palude tenerissimo e molto leggero, furono lanciate in mare, e due indigeni, a nome uno BENGO e l'altro GIMMI, montatole a cavalcioni, si diedero in alto mare, spingendole avanti colle mani. Né d'è possibile significare l'arditezza colla quale intraprendono il viaggio sopra siffatti tronchi. I nostri pensando che all'occorrenza l'uso di questi avrebbe potuto condurli a salvamento su qualche lontano naviglio, li montarono più volte di poi per esercitarsi, ma sempre mancando loro il necessario equilibrio, caddero capovolti in mare. Bengo e Gimmi ritornarono prima ancora del tramonto, portando assicurati sulle piroghe, due tartarughe abbastanza grandi, che furono ben tosto ammannite.

Lasciata il terzo dì (11 febbraio) quella costa, in nulla diversa dalle deserte e rocciose fin qua vedute, tranne forse nella delizia di vaste fosse d'acqua scavate dagli indigeni, l'errante drappello riprese la via del Nord; e sempre coll'istessa celerità. Le donne per un sentieruccio ai vicini colli, i maschi lungo la spiaggia per pescare.

E camminarono altri tre dì ancora, fermandosi unicamente su qualche sito provvisto d'acqua per cenare e passare la notte. Di mano in mano però che andavano inoltrandosi ripetevano spesso ai nostri: - "Minara denki nagori". Queste parole comecché in parte incomprese, pure pella forma assai lusinghiera colla quale venivano espresse, furono ai nostri argomento di fiducia in qualche cosa di bene.

E non senza avere quasi ad ogni spingere di piede udito quell'incomprensibile ritornello, giunti finalmente (15 febbraio) ad un vasto e delizioso piano ["L"] fornito di buon'acqua vi fermarono il passo: - "Minara, minara" ripeterono loro gli indigeni e tante altre parole significanti senza dubbio un non lontano piacere da avvenire, ma i nostri dovettero limitarsi al condividere col sorriso e coi gesti una esultanza che forse a loro sarebbe tornata indifferente.

Fermatisi sul quel piano taluni recandosi alla spiaggia per pescare, altri vagando oziosamente verso Nord, vi rimasero tutto il dì, più che in attesa delle donne, le quali tarde sempre nel passo giunsero appena in sul far della sera in attesa di qualche altro arrivo più desiderato. Questo fatto non tardò ad arrivarvi coll'apparire del Nero di un'altra orda di australiani, alla nostra, se non in qualche modo affine, senza dubbio conosciutissima ed oltre ogni dire cara.

È qui grida, gesti, risa a bizzeffe sì dall'una che dall'altra parte; segni evidenti della gioia provata pell'incontro, lo sa il cielo da quanto tempo, e dagli uni e dagli altri desiderato. Indi un prolungato vicendevole alternarsi di brevi e lunghi discorsi, certamente domande e schiarimenti sulle sofferenze provate fino a quel felicissimo dì.

Necessariamente non si tardò a parlare anche dei naufraghi, e sembra la loro storia commuovesse i negri, massime le donne che volgendo spesso su questi gli occhi, andavano ripetendo in tono di commiserazione: - "Kaciujamorr! Kaciujamorr!..." Ma d'un tratto, sotto il discorso, che all'animatezza sembrava interessantissimo, alcuni neri rivoltisi ai nostri esclamarono "Minara denki bilui". Gli infelici bianchi trepidanti alla dimostrazione che senza dubbio volle significare una qualche lusinghiera promessa, guardavano fisso in volto ai loro benefattori, quasi a chiedere la incompresa felicità, sì premurosamente [offerta], e risposero con un sorriso. Ma che volevano dire quei generosi?

S'avvidero ben essi quanto incompresa e desiderata tornasse la loro nuova ai bianchi, e ad afferrarne lo schiarimento, presili per mano li condussero alla spiaggia. Stava colà, lasciato a terra e assicurato contro la possibilità di un'alta marea, o di un acquazzone, il guzzo col quale alcuni dei naufraghi giunsero a salvarsi. Rinvenutolo gl'indigeni e riparatane con tela e pece la falla provvenutagli dal cozzo collo scoglio sottomarino, lo trasferirono a questa parte forse a prevalersene nella pesca delle tartarughe, ed adoperando a tal fine i remi che il mare aveva gittati sulla spiaggia.

Questo adunque fu il presente tanto promesso, questo l'istante cui i bianchi, al prezzo del disinganno, ebbero a saggio di tutta la lealtà dei loro ospiti. Ora appena s'accorsero che la prima promessa, "Minara denki nagoru" significò, tra breve vedrete il guzzo; e più tardi l'altra "Minara denki belue", fra breve vogherete il guzzo.

Ritornati al sito del convegno, si diedero tosto ad ammannire la cena, che oggi fu più lauta, avendo gli arrivati portato seco una gran quantità di carne di tartaruga. Accesi quindi i fuochi e preparato il pasto, si disposero a mangiare, dividendosi in gruppi di tre a sette persone, forse per ordine e nel numero di famiglie. Ma ai nostri non fu dato di riposare; ciascuno li volle a sé, e per non recare offesa, mancando all'invito dell'uno o dell'altro, fu mestieri correre di gruppo in gruppo, prendere il pezzo di carne, e far sempre bel viso al poco lusinghiero ritornello : - "Denki, Denki!..."

Finita la cena e disposte le solite siepi di frasca, che questa volta furono assai estese, perché colla comparsa di questi nuovi australiani raddoppiò il numero degli indigeni, raggiungendo circa centottanta, fu iniziato quel canto, che per essere stato taciuto dal primo dì, dacché si erano allontanati dal piano ove erano stati accolti dagli indigeni ["F"], suonò alle orecchie dei nostri quale dolcissimo pegno della carità colla quale quei selvaggi aveanli redenti alla vita.

Terminato il canto, ciascuno adagiò l'addome alla sua fossetta, ed in breve ora tutto fu di bel nuovo ravvolto dal silenzio. Solo si faceva tratto tratto per lungamente sentire il sospiro che i naufraghi mandavano alla patria lontana, ai congiunti, e lassù, alle anime degli sventurati, ai quali non fu dato l'istante felice di altrettante dolcissime commozioni.

L'indomani di buon mattino, armato il guzzo di cinque remi e presivi i due bianchi, gli indigeni in numero di circa dieci abbandonarono la spiaggia per tentare la vastità dell'Oceano in cerca di tartarughe. Ma lo scopo fallì affatto causa il tonfo e lo scricchiolio dei remi legati assai male alle tappe degli schermi, causa, finalmente, le sgangherate risa promosse dall'inesperienza dei vogatori.

Rimaneva tuttavia della carne di tartarughe portata dalla nuova compagnia; e quindi anche quella sera poté essere allegra, non importa se nulla rimanesse per il cibo del dì seguente.

Ripetuto il solito canto, a notte avanzata ciascuno s'adagiò nella propria fossetta per riposarsi. Non tardò per altro a manifestarsi ai nostri il quadro affatto nuovo e singolarissimo della fiaccolata accesa quasi a un tratto e senza destare il minimo rumore. Erano circa cinquanta, ciascuno portante il suo tizzone, e tutti ad un tempo corsero alla spiaggia, si lanciarono nell'acqua, nuotando a grande distanza in cerca di tartarughe. E prima ancora che i tizzoni fossero consunti, quegli agili nuotatori furono di nuovo sulla spiaggia, portando di fatto seco quattro chelonie di circa un metro.

Questa preda fornì il cibo della mattina, in cui tutti parteciparono, quasi ad eccezionale convitto di festa; festa che d'altro canto durò per i due dì seguenti ancora, finché le due tribù si rimasero unite su quel piano. Ai bianchi frattanto non riuscì difficile accaparrarsi l'animo eziandio dei nuovi arrivati, massime di due: Iurich si rese familiarissimo certo Gimmi; e Baccich il giovane Giaki.

Ma il dì 19 febbraio fa mestieri dividersi da questi amici ed i bianchi, comecché rincresciutissimi, per debito almeno di riconoscenza si rimasero appresso la tribù dalla quale ricevettero i primi soccorsi. Questa, però, forse per provvederli di miglior nutrimento, eccitaronli a seguirne le orme, ripetendo loro; - "Bielura ragaj", (andate avanti). Né i due naufraghi, che dai gesti compresero il suggerimento di seguire la tribù partitasi per il Nord, si fecero pregare troppo nella lusinga appunto di trovare presso la medesima un cibo più sostanzioso di quello che finora avevano potuto ricevere, mantenendosi quella tribù per lo più di carne di tartaruga.

E come si manifestarono disposti a seguirli, un vecchio salito in vetta a una altura, gridò a tutta voce: - "Par balla judara go!" - (Olè! Attendete i bianchi!) Queglino di fatto si fermarono ed i naufraghi, preso congedo dai loro vecchi benefattori, furono ben presto all'altra comitiva che toccava forse il centinaio di persone.

Ben cinque dì camminarono verso Nord, ora costeggiando la spiaggia per pescare le tartarughe, or attraversando lunghe colline ghiaiose, estese valli di sabbia, su un suolo magrissimo, qua e là ricoperto da cattivi arbusti, rare volte da qualche ciuffo di erba nascente dalla sabbia. Ripresero quindi la via del Sud, verso al piano donde partirono coi nostri, valcandola in poco più di due dì di cammino. Il Iurich però di ritorno, spossato dalla stanchezza, e dall'eccessivo caldo, si abbandonò al suolo. Commossi i generosi figli del deserto, dallo stato miserando dei loro ospiti, fermarono il passo mandando tosto due dei propri a richiamare il Baccich, che frattanto s'era inoltrato nella via colle prime file. E mentre questi fu di ritorno all'amico anche i due di lui compagni si arrestarono ad attenderlo, né si mossero prima che Iurich non ebbe riacquistate le forze. Tutti allora ripresero il passo verso la nota pianura ["L"] ove arrivarono il dì 25 febbrajo ritrovandovi sopralluogo soltanto una parte degli indigeni della prima tribù.

Il guzzo però non v'era più alla spiaggia, forse trasferito in altro sito dagli indigeni allontantisi. Ciò che dovette tornar ai naufraghi affatto strano ed inaspettato. Sì fu, che l'armonia, onde quelle pacifiche tribù sono animate, in questo sito appunto dovette cessare per un istante, causa un diverbio successo non si sa perché. Esaltati nel contrasto, diedero tosto di piglio alle armi, e corsi tutti in un luogo appartato, si divisero in due gruppi frazionanti, l'uno sul colle, e l'altro sul piano.

E fu una scena d'inferno quel del lanciar del Galle e della Bellana; quelle orribili grida, quei fischi indicanti al feroce e minaccioso atteggio, a cui andarono componendosi raccattando dal suolo le armi qua e là sparse, ed il fioccarle per l'aria incusse il panico nei poveri naufraghi, che si ritirarono tosto alla spiaggia d'accanto alle donne.

Queste in sul principio parvero indifferenti allo spettacolo, ma coll'accanimento dei lottanti, anche in esse andò poco a poco crescendo l'attenzione. - "Bular bala pignari" (i negri si abbaruffano) ripeterono quindi ai nostri, finché una donna della più vecchie, accorse d'un tratto al sito della tenzone, si frappose quasi mediatrice di pace. Il trionfo fu [delle donne]; la lotta cessò e tre feriti si ritirarono alla spiaggia per riposarsi accanto ad essa. Gli altri però si sparsero nella vastità di quel deserto e non ritornarono, né si sa perché, si non il terzo dì.
Le donne frattanto acceso un contrasto, sia ragionando della lotta e del valore dei propri, sia per altra ragione, s'infiammarono anch'esse fino al punto di venire alle mani, ma fortunatamente non a lungo, non tanto accanitamente, senza conseguenze sanguinose.

Il peggio per altro si fu che, per l'assenza dei maschi, consumato quel po' di carne di tartaruga che era rimasto che tuttavia possedevano, il cibo mancò affatto. I nostri indotti dalla fame, rosicchiarono le puzzolenti e verminose ossa di tartaruga che trovarono sparse sul fuoco.
Poterono bensì raccattare qualche granchio marino, ma di soppiatto, o quando permetteva loro la lontananza delle donne, avide ed inumane come sono. Né d'un erba o d'una bacca avrebbero potuto nutrirsi senza scostarsi dalle medesime, e forse col pericolo di rimanere di bel nuovo in balia a se stessi.

Il dì primo di marzo finalmente i selvaggi fuggiti si mostrarono su per le cime dei colli, destando con la loro presenza grande allegria fra le donne, le quali mostrandoli ai bianchi gridarono a coro: - "Bulae bala nagoru" (osservate i negri!). Riscesero eglino difatto sul piano, ma gli uni e gli altri s'appigliarono di bel nuovo alle armi misurandone i colpi. Ravvicinate però ben tosto le due parti contendenti, la pace fu presto ristabilita. Ma dove furono dessi fin oggi?...Il frutto del Cicas Ridlei, che in gran copia recarono seco, fa credere siano stati vagando pei boschi; il perché però di questa scomparsa restò sempre ai nostri un mistero.
Fu acceso quindi tosto il fuoco, ed il frutto portato dagli indigeni bastò pel momento a lenire la fame sofferta dai nostri. La sera i maschi si recarono alla pesca; le donne, e con queste due vecchi più che sessagenari, ed i naufraghi rimasero sulla pianura. È da notare che delle donne una vi era dell'età di ottant'anni.

Quattro o cinque ore dopo i maschi ritornarono dalla pesca, ciascuno carico da due a sette chilogrammi di pesce vario di grandezza, ma tutto dell'istessa qualità. Divisi in gruppi per famiglie, la giornata fu chiusa con un'abbondante cena, e disposte quindi le siepi ritirarono al riposo.
E come passò questo primo giorno dopo il ritorno degli uomini, passarono ancora tre dì su quella pianura, tempo che bastò ai due naufraghi per legittimarsi appo il consorzio di quella nuova tribù nomade. Tant'anzi che l'uno e che l'altro, stretta vieppiù intimamente la loro amicizia coi due primi compagni Gjaki e Gimmi, in questo piano divennero quasi pupilli dei loro particolari benefattori.

Gjaki, che quidinnanzi dovremo considerare come tutore di Baccich, durante il soggiorno dei nostri fra quella tribù era giovine ventenne e celibe, e viveva con una famiglia di tre persone. Gimmi, celibe pur esso e trentenne, viveva solo, ed il vitto gli veniva preparato da una vecchietta forse a lui in qualche modo affine, ma convivente con due vecchi sposi privi di prole.
Quanto saporita poi tornasse al Iurich la cucina di essi, ben si può argomentare dal fatto delle ulceri onde aveva schifosamente tempestate le spalle, che curava aspergendo le piaghe con sabbia.

Ad ogni modo [non] patì più il digiuno; anzi furono giorni di festa tutte le volte che Gimmi e Giaki riuscirono fortunati nella pesca, imperocché dalla felicità e dalla sventura di quelli eziandio la felicità e la sventura di Iurich e di Baccich. Né mai avvenne di poi che altri, mosso per avventura dalla prece dei bianchi, s'avesse mostrato secoloro largo di un po' di cibo, che ognuno li rimise sempre ai rispettivi amici e tutori.

Ricevettero bensì sempre da mangiare, ma nei casi di bisogno, per doni fatti a Gimmi e Giaki che tosto chiamavanli a se per offrir loro la porzione maggiore. Gimmi anzi, liberalissimo verso il suo pupillo, restò più volte a digiuno, purché Iurich non avesse avuto a patir la fame. E quando costui andava a pesca, tutta la preda finiva nelle mani di Iurich, il quale spesso dovette contendere colla prodigalità dell'amico, che nei giorni meno fortunati si limitava a scarsissimo cibo, purché non avesse a soffrire la fame il suo pupillo.

 

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