Il naufragio del "bark" Stefano

 

 

 
 
 

 

PARTE SECONDA

 

Nella prima parte di questo manoscritto dell’Abate raguseo Stefano Scurla abbiamo visto come dei 17 uomini dell'equipaggio solo 10 fossero riusciti a sfuggire ai mari in tempesta. Nei tre mesi successivi poi l'essersi cibati di piante velenose aveva portato a morte tutti i sopravvissuti salvo due: Michele Baccich e Giovanni Iurich.


A questo punto della vicenda un gruppo di aborigeni nomadi si prende cura dei due superstiti aiutandoli a vivere nel Nord Ovest, teatro di questa storia: un ambiente nel quale anche oggi chi osasse mettersi in viaggio senza provviste perirebbe inesorabilmente. Il caldo è ossessionante tutto l'anno e la scarsissima acqua si trova in poche località conosciute solo agli indigeni.
Perciò era necessario che la tribù e i due bianchi (i quali non ne capivano la ragione) continuassero a spostarsi per non esaurire l'acqua nelle diverse tappe. Baccich e Jurich saranno stati per certo confusi e sfiniti dagli spostamenti a piedi che li portarono a coprire distanze enormi.

I ragusei erano probabilmente d'ingombro - e certamente non d'aiuto - ai nativi. Forse sembrerà crudele al lettore, ma gli aborigeni avevano aspettato che i marinai più deboli ed i menomati morissero prima di accingersi ad aiutare i superstiti, poiché il loro gran numero avrebbe consumato troppo cibo e la poca acqua disponibile. Solo dopo che i più adatti fossero sopravvissuti, avrebbero portato aiuto. Ma la storia dello Stefano riconferma che la razza aborigena ha un gran senso di compassione e d'umanità.


La seconda parte di questa storia segue le vicissitudini dei due bianchi fra gli aborigeni sino al punto in cui essi furono trovati e ricondotti in patria.

 

 

 

 
 

CAPITOLO VI

 

Ma sia che, rasserenata un istante la mente, raccapricciassero alla memoria del cibo divorato, sia che il fetore d'un cadavere già in dissoluzione li tenesse lontani dall'imbandire ancora una volta quella detestabile mensa, gli infelici, ormai troppo estenuati per poter altrimenti procacciare il vitto, digiunarono tutto il 27 gennaio.
Avrebbero però [voluto] bere, ma il vascello non conteneva più che poche gocce e la sorgente era troppo lontana perché un d'essi avesse osato recarsi ad attingerne.
Il Iurich, già troppo arso dalla sete, insisté supplichevole perché vada il Baccich, ma questi, dichiarando di non poterlo fare, ove prima non avesse bevute le poche gocce del vaso, rapisce all'amico l'adesione, beve l'ultimo sorso e protesta di non si poter muovere. Straziato da cotale vista, il Iurich si fa a accompagnarlo, non però a lungo, ché entrambi quasi corpi morti, d'un tratto cadono sulla sabbia.
E giacendo in questo stato miserando tutto quel dì ed il seguente ancora sin al tramonto; e quando appunto lieti di poter pur una volta ancora, prima di chiudere gli occhi al sonno della vita eterna, mirare quel misterioso segno che si è la Croce del Sud - il loro spirito si raccomandava a Dio, ecco entrare nella spelonca i ben noti indigeni.

Si accostarono costoro agli sventurati languenti, ma questi più non potendo emettere fiato, giunsero le mani guardandoli con occhio supplichevole. Ed i generosi, inorriditi a tanto spettacolo, si mostrarono ben presto pronti a porgere loro il soccorso di cui li compresero bisognevoli.

Li invitarono, quindi a seguirli, ed i nostri comecché troppo estenuati, dato collo sguardo un ultimo addio ai cadaveri di Bucich e Dediol tuttavia insepolti, mossero carponi sulle braccia dei loro benefattori. Tre quarti di miglio circa dovettero gli sventurati superare in quello stato miserando! Li sosteneva però il desiderio della conservazione, e dopo lunghe e penose fatiche furono al sito ove s'erano fermati gli indigeni.

Accoltili con inusitata generosità e ristorati con del cibo, li eccitarono a ripararsi, adagiandosi bocconi, col ventre nelle fossette appositamente loro scavate, e come gli stessi indigeni usano, causa la mostruosa sporgenza onde in questa parte è contraddistinta la razza dei neri australiani.

L'indomani (28 gennaio), destatisi alquanto rimessi in forze, i due bianchi si videro in braccio agli indigeni, i quali prendendo a considerarli da quell'istante siccome appartenenti alle proprie file, li assicurarono di una vita, comecché faticosa e stentata, ben meno intollerabile dei giorni onde tanti sventurati ebbero la morte.

Rattristolli, un istante, il pensiero, che colla speranza della propria conservazione, quella, eziandio, non avrebbe dovuto più ridestare della patria, dalla quale erano lontani 6000 miglia; ma, giocoforza, rassegnarsi e ringraziare il cielo che aveali risparmiati dalla fine toccata agli amici.

I solerti indigeni poi si recarono per tempo alla pesca, e le donne a raccogliere legna dal bosco, or attingere acqua, mentre altre poche rimasero alla sorveglianza del fuoco. E con queste si intrattennero i nostri, ma conturbati da tristi pensieri, finché in sul tramonto ricomparvero tutti, circa 60, comprese le donne e la prole - ciascuno ricco di bel pesce. Moltiplicati allora i fuochi, ogni famiglia si dispose ad ammannire la parte del cibo della sera, ciascuno gauggiando nel largheggiare coi nostri.

Dove devono assidersi? Non lo sanno egli stessi; sono chiamati dovunque, ovunque devono accondiscendere.

Non c'è però felicità a cui non sia in qualche modo sposata l'amarezza, ed i nostri ben ebbero a sperimentare il fatto, veggendosi contenti pel vitto a poca distanza dalle zolle tuttavia fresche, che ricoprivano le spoglie di quattro defunti compagni. Una lagrima irrorò i loro occhi, ed i cuori di quei generosi ne piansero la memoria.
E su quel sito rimasero quattro dì ancora, tempo sufficiente per fare la prima conoscenza di un uomo, e, praticandolo coll'intimità, onde i nostri furono avvinti a quegli indigeni, renderselo pienamente familiare.

Né sarebbero [occorsi] tanti mesi, quanti fanno di mestieri, lorchè passi a vincere il sussiego dei popoli inciviliti; ché il sistema di lor vita è affatto melodico, né varia mai siccome non variano i loro modesti bisogni.

Da quel primo dì, come tutti i seguenti, usarono, e sempre poi di buon mattino, recarsi a pesca, mentre le donne, quali al bosco a far legna, quali a raccattare bacche per esser di ritorno in sul far della sera al convegno stabilito, ed ad ammannire l'usuale e quasi sempre unico cibo della giornata.

Ammannito che l'hanno dispongonsi sul suolo ciascuna famiglia a parte, ma in due file, sicché gli uomini, qualche volta coi figlioli, componenti la prima, mostrano il tergo alle donne ed alla prole, formanti la seconda. Primo a gustare il cibo è l'uomo, il quale come si sente satollo, gitta il rimanente di dietro le spalle alla moglie, e questa alla sua volta porge il resto ai familiari. (N.d.E.: mia nonna ragusea mi aveva raccontato questo dettaglio. La storia era invalsa nel folclore dalmata.)

Ove la pesca è abbondante, usano, ma assai di raro, risparmiarne per la colazione mattutina della dimane, a ciascuno, però incombe conservare da sé la sua razione ed i nostri, messi tosto a parte dei benefizi di tutte le consuetudini della tribù, quelle rarissime volte in sui primordi che il risparmio fu possibile, furono prevenuti che, il di più ricevuto, serbassero per la mattina seguente. "Tomorning" parola inglese) - "bagialgo" (mangerete domani mattina).

Guai poi se i nostri non s'affrettarono a mangiare di buon mattino la razione riservata, che, "cincicinci bagialgo" (dividiamo il mangiare) dicevano loro le donne, obbligandoli a farne parte anche esse.

Questa scena però, non del certo piacevole, non si ripeté più; conosciuto l'inevitabile avventore, i due bianchi trovarono opportuno anticipare la colazione essendo presenti ancora i maschi, dinanzi ai quali non osano fiatare. Terminato il pasto della sera, attendevano tosto a provvedere pel riposo della notte, incominciando dal costruire, con frasche quivi portate da altronde, delle siepi lunghe e distribuite in file parallelamente disposte contro quella parte donde [proviene] il vento, per riparare così il capo.
Ma prima di coricarsi, raccolti in gruppi attorno i fuochi, al suono poco gradevole tratto dal cozzo delle armi, cantano per un'ora circa:

Paur paur gutari

Pahur cerima

Moli giumjura

Dei quali versi i nostri non giunsero mai a comprendere il significato. Scavate quindi, come dicemmo, le fosse, per adagiarvi il ventre si collocano silenziosi lungo le siepi, l'uno accanto all'altro, in ordine di famiglia; ed a questo ordine di vita i nostri s'accomodarono assai presto.

Né il pesce fu l'unica vivanda onde si cibarono nei sette giorni di dimora su quel piano. Recavano le donne delle bacche non più grandi delle nostre lenticchie ma oblunghe come i fagioli, chiuse fino a venti in una siliqua, lunga i venti centimetri circa, nata da una pianta alta non più di un metro e mezzo, con delle belle foglie oblunghe e lancellate a lati lisci.

Questo legume stritolato su qualche pietra, ministrò loro una farina, la pasta della quale cotta sulla sabbia calda o sotto le bragie, offre un pane, comecché senza sale (perocché gl'indigeni non ne conoscono l'uso) sufficientemente saporito ai nostri, che ne furono sempre con generosità provveduti.

Cibaronsi in quel tempo eziandio d'un altro frutto, il Cicas Ridlei, grande quanto una mandorla, senz'osso, però dolce, e da non mangiarsi, causa alcune due sostanze venefiche, se non viene abbrustolito. Di questo però ai nostri non furono dati più di quattro o cinque pezzi, ed il Baccich che col brio aveva frattanto riacquistata l'arditezza propria della sua età, protestò contro la scarsezza di un frutto tanto gustoso.
Ed un bel dì, istigato anche dai maschi, che ormai eranglisi resi famigliarmente amichevoli, fece intendere di voler seguire le donne nel bosco per spiccarne egli stesso. Ma riuscì vano il tentativo, perocché fu forzato a retrocedere dinanzi a sassate scagliategli addosso dalle donne, che intanto, inoltratesi nel bosco, scomparirono fra le siepi.
Risero i maschi a tale scena, e : "Pignari cominini" (Le donne sono baruffanti) ripetendogli più volte, istigandolo a non si sgomentare e seguirle. Il giovanotto, all'incontro trovò più opportuno far cosa grata alle donne le quali, causa la scarsezza di questo frutto, non desideravano ne fossero scoperte le piante, e tolto quindi a loro un cibo, di cui sono avare anche coi propri uomini.

Tutto il favore adunque venne ai nostri dai maschi, i quali insofferenti soltanto di sentire confabulare i due naufraghi in un idioma a loro più che incompreso, misterioso, e sempre scongiurato col prolungato mormorio di tutta la tribù.

Furono sempre secoloro prodighi, nonché di cibo, quando ve ne fé, di quel cortesissimo segno di benemerenza eziandio che alla loro maniera volevano significare, palpandoli frequentemente agli omeri ed ai bracci.

Ma gli è ormai tempo che noi pure facciamo la conoscenza di questa tribù, altrettanto singolare, quanto degna del la nostra ammirazione e della gratitudine dei superstiti dello "Stefano". Sono alti piuttosto grassi e relativamente [resistenti] agli stenti ai quali sono soggetti, sufficientemente forti e robusti. Il loro colore è rossiccio-bruno, più scuro di quello dei malesi, anzi tendente al nero. La cute ne è pelosa quanto ne' bianchi, ma ruvida e dura, massime alle parti callose.

La conformazione del cranio è abbastanza regolare; ai maschi ricco di lunga e nera, ma liscia, capigliatura, che si diparte alla tempia per dar adito a due grandi orecchie; alla femmina poi ricoperto di cortissimi capelli. Sotto una fronte alta e spaziosa, sorge un naso assai schiacciato, largo e dalle narici carnose. La faccia è pressoché circolare e paffuta.
Gli occhi neri e rilucenti, ma infossati ed adombrati da foltissime sopracciglia. Fuormisura grande ne è la bocca, ed attraverso due grosse labbra delle quali l'inferiore è dominata dalla superiore, si scorgono due file di bianchi e sanissimi denti. A differenza dei loro conterranei orientali si curano assai della folta barba, mentre non fanno conto dei mustacchi, che perciò hanno la pazienza di sradicare.
La donna, bella e lusinghiera fin in sul fior degli anni, perde assai presto l'eleganza delle sue forme, causa specialmente l'esagerata sporgenza delle parti addominali, onde, senza distinzione di sesso, tutta quella tribù è resa piuttosto nauseante. Basta poi un parto solo, perché ella divenga ben presto ributtante.

Il tatuaggio è sempre dei maschi, i quali se ne compiacciono altamente. Coi giovanotti anzi lo sprezzo dei dolori passati nell'atto dell'incisione è argomento di vanto. È però semplice e non si scosta mai dalla configurazione di sette parallele, da tre a quattro, lungo le braccia e le cosce, e fino a venti orizzontali sul petto, fatte tagliando la pelle con rottami di conchiglia, o colla pietra di cui è guarnita l'estremità di una loro arma.
Le labbra poi, grosse e deformi, derivate dallo sviluppo carnoso della cicatrice, rendono l'aspetto di questi uomini vieppiù spaventevole. La faccia però e altre parti del corpo non sono deformate da cosiffatte cicatrici, meno poi di dipinture od altri ornati.

Salvo poi l'uso delle bacchette di legno portate infitte attraverso il foro fatto al retto delle narici, - uso che oggidì non è conservato che dai superstiti della generazione cadente, e che quindi va perdendosi - non conoscono le deformazioni proprie ai selvaggi di altri paesi.
Usano però imbrattarsi, dall'alto al basso, di olio di pesce perlopiù misto ad una resina rossa, e ciò forse per salvarsi dalle zanzare e dalle mosche in quelle regioni sono grandi e molestissime.

I maschi ripetono spesso questa unzione ai capelli, i quali per tal guisa induriscono e vanno a rassomigliare a una laccata di calafatato. Ma ciò non è di tutti, poiché altri li usano attorcigliati su una spatoletta di legno per poi raccoglierli ed assicurarli alla cima del capo legandoli con capelli di donna e con funicelle d'erba.

A completare infine così strano abbigliamento, o dir piuttosto ad accrescere la ferocia delle selvagge loro fisionomie, portano fra la capigliatura una bacchettina per parte sporgente dietro le orecchie.

La barba però non la ungono, ciò che pure non fanno le donne dei cortissimi capelli.
Ma se questo unguento basta a risparmiarli dalle mosche, non è però mezzo efficace a liberarli dagli insetti onde sono zeppi i loro corpi, massimo le parti lanuginose.
Nelle ore del riposo la donna si occupa della loro distruzione, ma più che la pazienza nel cercarli, fa stupire la prontezza con la quale, alla maniera della scimmia, se le pone in bocca.

Le tribù occidentali traggono il loro sostentamento esclusivo dalla pesca, che si estende anche alle tartarughe, e qualche rara volta ai dugonghi; sorprende il vedere di quanto poco s'accontentino. Mentre le altre tribù australiane s'industriano con ami di madreperla e di conchiglie, i nostri pigliano il pesce con una lancia di legno appuntita; le tartarughe poi ed i dugonghi con reti lunghe da sei ai nove metri, e larghe un metro circa, con fori grandi i 20-25 cent. quadrati.

Il filo per queste reti è loro somministrato dal "Ibisco Eterofilo", che, dopo sufficiente bagno in acqua macerano e quindi attorcigliano sulle ginocchia in modo da ricavarsi delle lunghe funicelle.

Il pesce, in generale, lo mangiano arrosto sulle bragie, ma senza darsi la pena di nettarlo dalle squame, o di purificare il ventre. Solo nel caso che sia abbastanza grande, ne estraggono il fegato, che liquefano in conchiglie sul fuoco, per berne il grasso di cui sono ghiottissimi.

Prediligono la carne della tartaruga delle cui uova sono ghiotti e bevono l'olio da essa estratto, che come già detto, serve loro specialmente per le unzioni del corpo.
Unicamente nei casi di bisogno mangiano la carne di ragia, dei granchi, lucertole, serpenti ed il can selvatico, che rarissimamente è dato loro vedere.

Sulle isole vicine prospera bensì una specie di colombi, ma non sempre hanno il mezzo di trasportarsi a quelle coste. Di crostacei e di polipi non ne vogliono sapere tant'anzi che fin si guardano dal toccare questi ultimi colla mano. Che poi il ribrezzo di questi animali sia cagionato da qualche timore ingiustificato o da superstizione non è agevole l'argomentare. Mangiano pure le bacche e il frutto del Cicas Radlei reperibile su quelle coste mentre un'erba mangiabile è quivi affatto sconosciuta.

È singolare il modo col quale accendono il fuoco. Preparate due asticelle di legno bianco, togliendo all'uno la corteccia, con la pietra di cui è guarnita una loro arma, e facendo l'altra appuntita ad una estremità, applicano la punta di questa sulla superficie della liscia.

La girano poi alla maniera del trapano, e con tanta celerità che penetrata nel foro, per questa operazione preparato, si riscalda, desta un leggero fumo e vi produce un solco carbonizzato simile all'impressione lasciata da ferro rovente. Continuando con uniforme celerità quest'azione, l'incandescenza si propaga in maggiori proporzioni finché finalmente si manifesta la fiamma.

Il trasporto dell'acqua aspetta esclusivamente alle donne, le quali perciò si servono di conche fatte di tronchi di gaemene sufficientemente lunghe e larghe, ma appena un mezzo piede profonde. Bevono l'acqua succhiandola, alla guisa degli animali, da grandi conchiglie, e non già come i meridionali, da crani umani.

Le armi usate dagli indigeni di questa regione sono tuttavia nella primitiva loro semplicità, poche ed innocue - quand'anche capaci a ferire - perché non sono rese velenose dalle arti conosciute e tanto perfezionate dalla maggior parte dei popoli selvaggi. Quasi tutte sono offensive, come il Galle, la Bemanno ed una specie di lancia di legno nodoso; uno scudo semplicissimo e non troppo grande è l'unica arma difensiva.
Il gall, che è il bumerang, o chilie dei meridionali, è un arma di legno duro, lungo circa un metro, ed alla metà grosso otto centimetri circa. è fatto ad arco non più di un centimetro e mezzo concavo, è terminato in punta alle estremità, mentre i margini sono affilati come lame di coltello.

Ed è un'arma singolare. Lanciata orizzontalmente come pietra che si scaglia sull'acqua, gira sopra se stessa, e volante come dardo giunge alla mira, cui non sorpassa che di pochi metri, prosegue il suo momento con una curva altissima nell'aria e descritta una parabola ritorna quasi ai piedi del lanciatore.

Tale fenomeno però non dipende dalla conformazione dell'arma, è bensì invece affetto dalla forza e dalla destrezza nel primo impulso e forma un segreto tuttora esclusivo agli australiani.
Questa circostanza pare così strana, che in sulle prime non si sa comprendere come avvenga, ma chi s'agguarda da presso ne trova la spiegazione. Poiché il bumerang da ambe le parti offre una superficie al tutto piana prende salendo un moto di rotazione ed è costretto dalla resistenza nell'aria a descrivere un elevare si o forse una parabola, il che avviene d'ogni corpo che abbia i lati piani e nel quale il centro di gravità del corpo stesso non convenga col centro di rotazione, se la spinta viene data lateralmente alla linea che congiunge i due centri. S'intende poi da sé che ad ottenere l'effetto il
corpo dev'essere lanciato per modo, che i suoi lati piani formino cogli strati dell'aria un angolo a pressoché 45 gradi.

La Bellara è una lancia lunga circa due metri e mezzo e dello spessore di circa venti centimetri, appuntita all'estremità superiore e forata alla base, ma senza quelle schegge di pietrucce o di conchiglia, usate dalle altri tribù di quel continente. Questa lancia viene anche scagliata a certe distanze, quasi freccia, ma per mezzo della Bellaramanno, la quale viene applicata conficcandone nel foro alla base il perno che sporge ad angolo acuto da una sua estremità! Come poi avvenga che la Bellara si scagli per l'impulso dato a questo altro piccolo instrumento, gli è pure un segreto di quel popolo, cui finora nessuno è giunto a scoprire.

C'è poi la Bellaramanno, uno strumento piatto, di forma ellittica lungo oltre venti centimetri e largo la metà affatto diverso dal Womera, giavellotto dei meridionali.
L'altra estremità sostiene una silice affilata, che adoperano per lavorare le armi e quei pochi utensili di cui abbisognano, ed utilizzano in generale ogni qualvolta fa loro bisogno. Questa silice vi è saldata mediante la resina, che tanto abbonda colà, e si raccoglie dal Tanbica Arboreo, pianta dallo stelo legnoso con foglie triangolari, lunga, cilindrica, e terminante in un castone multifloro.

Possiedono un'altra specie di Bellara lunga e grossa circa il doppio di quella che si è descritta. A differenza però dell'altra questa è armata all'estremità superiore da cinque denti di legno per parte, che l'industrioso armaiolo vi lascia sporgenti l'uno sotto l'altro riducendo la pietra alla grossezza opportuna ad agilitarne il maneggio.
E sta bene pure notare che l'ingenuità di questa tribù, osservando che i meridionali di quel continente, non paghi della semplice sporgenza lignea incapace solo ad arrecare gran danno, vogliono questa specie di arma guarnita di vaghe incisioni e guarnita di denti di canguro, conficcativi con della resina.

Nella pesca si servono dei Bemanno, pertica lunga tre metri e mezzo circa, appuntita ad una estremità soltanto e non tutta di uno stesso spessore, misurando all'estremità inferiore un diametro circa di circa un centimetro, mentre alla metà è grossa circa cinque centimetri.

Una tavola rettangolare lunga un metro, e non più di ventisette centimetri e mezzo si è lo scudo, forse l'Hileman dei meridionali, con cui si difendono i nostri australiani dalle frecce, e lo usano introducendo la mano in una specie di bracciale sporgente.
Queste armi, e gli altri scarsissimi ordigni di cui questa tribù australiana abbisogna, sono fatte di legno della Casuarina, quella singolare pianta che su un tronco del diametro di circa due metri espande lunghissimi e fitti rami come l'esedra privi di foglie, verdi articolati e pendenti.

E, ripetiamo, l'unico strumento di cui si servono nel lavoro di quel legno si è la silice del Ballaramanno ai nostri occhi certamente insufficiente per lavori così perfetti.
Buona parte di queste armai portano ai fianchi, sostenute da una cintura fatta a guisa di funicella, rare volte di quella radice di Ibisco Eterofilo, di cui tessono le reti, ma più spesso di capelli di donna lavati in un bagno di urina umana.

Possiedono eziandio alcuni pochi coltelli e qualche ascia di ferro, regalate loro dagli inglesi, ma li tengono quasi oggetti da museo, senza farne mai uso. I nostri pregarono assai volte glieli imprestassero almeno per tagliare legna, ma indarno, che i Ciumberi, così chiamano i nostri instrumenti di ferro, non vengono mai adoperati.

Né d'è unicamente nelle armi che queste tribù occidentali differiscono assai da quelle delle altre parti dell'Australia; anche la vita ed i principi loro sono affatto singolari.
La sola innocuità, già marcata, delle loro armi basterebbe a provare d'avvantaggio che i loro animi non sono per anco corrotti da quella ferocia che ai meridionali e quelli dell'oriente dell'Australia insegnò l'arte del veleno.

È un fatto che non sono antropofagi, come quelli dell'Est. Se purtroppo anche fra queste tribù esiste il cannibalismo, non lo si deve attribuire a spirito di crudeltà o ferocia, bensì, invece, a pregiudizio religioso. Mangiano arrostiti i bambini morti, partecipando alla mensa funerale tutta la tribù con a testa, beninteso, i genitori della creatura; ma da questo tratto ben traspare un sentimento di venerazione verso le creature giovani già morte, più che l'avidità di carne umana.

Queste tribù non hanno idea di supremazia, ne havvi fra loro un capo, che abbia autorità sopra numero di famiglie. Tutto quindi che fanno è in certo modo dettato dall'istinto e consolidato da una secolare consuetudine, resa veneranda attraverso, lo sa il Cristo, da quante generazioni. Sembrerebbe anche che ogni famiglia, per quanto unita alla propria tribù, viva nella assoluta indipendenza.

Quello poi che più impressiona si è che nulla ci potrebbe dare un'idea dell'armonia, solidarietà e fratellanza regnanti tra quelle famiglie, senza il segno di un capo che le guardi e le conservi. La vita di famiglia quindi è il pieno rigore, ed il marito è il capo, assoluto padrone da cui dipendono la moglie, le creature e quanti altri lor possono appartenere, E questa moglie, per quanto fu possibile ai nostri di vedere, è una sola. I maschi si occupano della pesca per procurarsi il giornaliero cibo; le donne badano all'allevamento dei figli, a provvedere l'acqua dal bosco, talvolta a preparare il pasto, e nei viaggi a portare acqua in certe conche.

Mentre le tribù delle altre regioni dell'Australia vivono in capanne o sotto tettoie, i nostri conducono una vita nomade, di sito in sito, qualche rara volta trattenendosi di più giorni, ma sempre all'aperto sotto l'ardente clima, sia che le sferze del sole estivo, sia che li molestano le piogge ed il freddo, che del resto in quella terra non è troppo forte. Così i maschi, che le femmine vanno affatto nudi, senza un cencio che ne copra qualche parte del corpo.

La numerazione tranne l'uno (Cingiri) ed il due (Gridara) è loro affatto ignota; più ancora il calcolo. Per esprimere dal due al dieci dicono Urai, e fanno un gesto, esclamando "Br", quando vogliono significare un numero maggiore. Necessariamente anche la divisione del tempo, i giorni, i mesi e gli anni sono loro affatto sconosciuti.
Distinguono bensì la divisione dell'oggi; mancano però di parola propria per significarla ed il "To morning" degli inglesi serve a loro per indicare la mattina seguente lasciando così incompleta l'espressione, "Tomorrow morning", domani mattina.

Né meno oscura è l'idea della divinità. I pochi misteriosi atti ripetuti sempre prima di incominciare la pesca, sono l'unica pratica religiosa che ai nostri fu dato di vedere.
Hanno bensì idea di certi esseri superiori all'uomo dei quali gli uni benefici, egli altri malefici, ma sembra dei primi non facciano gran conto mentre "Giunoragnabari", a cui attribuiscono tutti i poteri di Giove, di Eolo, e di Nettuno, è quello che più li tiene in costernazione. Risiede esso sulla sommità di quegli inaccessibili monti e di là manda il fulmine, la procella, ed i cocentissimi venti.

Una notte di quelle più tenebre, circa alla mezza, destatisi tutti d'un balzo, come scossi da una mano misteriosa, si concentrarono compatti in un gruppo solo per mettere di concerto dei spaventevoli fischi, quasi avessero voluto così scongiurare qualche imminente flagello. E comecché ciascuno fosse ben agguerrito, pure guardavano tremanti per paura verso la sommità del lontano monte. Ai bianchi poi che vollero tosto, tosto avere secoloro, poiché ebbero additata quella volta, un d'essi disse sottovoce si recassero alla sorgente.

I nostri, che di nulla reputando doversi temere, credendo cosi d'incoraggiare tanto generosi benefattori, s'incamminarono di fatto alla sorgente, ma sicché gli indigeni ne abbino per tal guisa voluto provare il coraggio, sia che al reale bisogno dell'acqua anteposero la conservazione dei loro nuovi pupilli presto, presto li trattennero violentemente da tale impresa.

Scorsa circa una mezz'ora, da cosi fatto terrore, ciascuno ritornò al proprio sito, e del fatto non fu detta mai più parola, siccome non avvenuto. Fu un'allucinazione?... Gli è poi indubitabile, che vanno soggetti a strani pregiudizi e la prova la circostanza della distruzione di tre orologi che i bianchi tuttavia possedevano siccome unico, gelosissimo ricordo delle passate sventure. E di fatto perché tanta meraviglia alla scoperta di quegli oggetti che a loro probabilmente non saranno stati affatto nuovi, pel contatto, comecché raro con gli inglesi?... Presili, e non senza un evidente ribrezzo, incominciarono a distruggerli, quasi ad insegnare ai bianchi il loro intendimento, e poiché da questi ferocemente sorvegliati ne ebbero compiuta la dissoluzione, gli indigeni ripresero le parti per schiacciarle e stritolarle sotto il peso di una grande pietra.

Comecché dalle loro azioni non sia possibile argomentare che abbiano qual che idea religiosa o meno, ne scoprire l'oggetto reale od immaginario che fosse, da cui sono indotti a fare il bene piuttosto che il male, pure hanno idea dell'uno e dell'altro, che distinguono colle voci Waba, buono, Mirawaba, cattivo. Ed è veramente rimarcabile che in tutto il tempo della dimora dei due naufraghi tra quei selvaggi, giammai vi hanno potuto osservare un atto di immoralità o d'indecenza.

Sfogano è vero qualche volta il proprio risentimento, ma mai perciò negano plauso a quegli atti di bontà e di generosità dei quali abbiamo ben apprezzato a conoscerli capaci.
Gli abitatori della costa orientale dell'Australia hanno fede che le loro anime vadano alle stelle, che cosa, all'incontro, ritenga la nostra tribù succeda di loro dopo la morte, è impossibile precisare. Certi riguardi però che ai naufraghi fu dato di vedere, prodigati ad un fanciullo morto, possono condurre all'illusione [che] questa tribù non [fosse] affatto aliena dall'attribuire alle anime quell'immortalità finora da nessun popolo negata.
Ad ogni modo noi dobbiamo concludere, essere questa gente di indole assai mite, e quanto mai altro umana e generosa. E ne fa fede, più che ogni altro argomento, il fatto dell'ospitalità, comecché stentata, tanto generosamente accordata ai nostri, i quali dalla libertà e dalla considerazione in cui furono sempre tenuti, era argomento ad alimentare in petto la speranza di potere, quando che fosse, spiegare la vela verso le patrie vere.
Ma a viemmeglio persuadere della bontà di questa tribù, fa mestieri ritornare al campo dove la lasciammo per accompagnarla nelle vicende che per le avventure la fecero conoscere ai nostri in tutta la grandezza delle [sue] virtù.

 

NOTA BENE

Da questa epoca in poi i naufraghi non tennero più regolare conto sul corso delle giornate; dalla memoria però fedelmente mantenuta delle svariate avventure e della durata del tempo consumato nell'ulteriore cammino e delle successive fermate, si potranno stabilire senza difficoltà di sorta le date prese fino al dì della loro salvezza.

 

     VI.    VII               

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