Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 
 

CAPITOLO V

 

L'indomani (10 novembre) all'alba, che in quella latitudine è brevissima, i due indigeni abbandonarono il piano. I naufraghi poi, memori dello scopo che a quel sito avevali condotti, e nella speranza ora più che mai ravvivata di raggiungere la riviera, dalla quale reputavano non distante un luogo di salvezza, fatta sufficiente provvista d'acqua, decisero riprendere il cammino verso il Sud. E per evitare le noiose tortuosità di una penisoletta, presero la via dei colli, tenendo sempre di vista il mare.

Quanto difficile poi fosse loro riuscito il valicarli, non fa mestieri il dirlo. Sempre la sterile sabbia biancastra, tratto tratto qualche eucalipto dunoso, qualche mimosa spinosa, e degli arboscelli formanti dei prunai. Un vegetale propizio a lor bisogni l'avrebbero rinvenuto appena nelle vaste solitudini dell'interno, ove gl'indigeni trovano felci, ma ai nostri non fu lecito internarsi.

Toccarono di bel nuovo la spiaggia, e il granchio e qualche altro crostaceo, comecché raccolti con non poco stento e mangiati crudi per aver abbandonato il fuoco, bastarono a rinvigorirli nella fatica del cammino.

Né altro mai valse ad arrestarli. Giusta i calcoli fatti, la meta di tanta impresa ormai non doveva essere lontana, e faceva mestieri proseguire. Proseguirono difatti porgendosi vicendevole conforto, finché il dì seguente ad un'ora circa prima di notte saliti sull'altura d'un colle non troppo alto ebbero a scorgere una lontana riviera, di cui, perché tortuosissima, non poterono tosto scoprire la scaturiggine. - Quanta gioia!... "Ecco prossima la fine d’ogni miseria!" Esclamarono..."Finalmente anche a noi sarà dato di abbandonare la terra, allo stesso Canguro ed al Casoaro odiosissimo!..."

E corsero a risalirla lottando con un terreno frangente, qua e là ricco di crostacei calcinati, e dovunque segnato da orme di cani selvatici. ["G"] Ma ben tosto ogni speranza svanì. Arrivatone il limite, non più una riviera, bensì invece un seno di mare lo reputarono, stimando necessario per accorciare il cammino, di passarlo a guado.

Lungi dall'accorarsi per cotanto disinganno, lasciata da tergo l'infausta acqua, e ripreso il cammino verso Sud, or lungo la spiaggia, or valicando colli, spesso fra arbusti e spinai, né mai d'altro cibandosi che di frutta marine e di certe radici dal sapore zuccherino.

Quando però passato il 24º parallelo ed il capo Cuvier, poterono misurare collo sguardo l'interminabile deserto che lor si presentò dinanzi, e videro l'acqua ridotta a poche fiasche, senza la speranza di potersene procacciare per tutto quel giorno (16 novembre) e forse per molti ancora, le passate amarezze si presentarono alla loro memoria siccome spettri che da quell'istante, affranti dalla fatica e dalla fame, avrebbero dovuto affrontare.

Guardandosi muti, quasi consultando ciascuno le forze dell'amico, ma tutti furono vinti dal dubbio, che degenerò ben presto nell'orrore della disperazione. Quanto triste sia stata quell'ora non lo potrà dire se non chi provatolo ridestandone la memoria, vuol descriverla, ed ammutolisce per reprimere il disgusto della propria commozione.

Volendo togliersi alla certezza di perire d'inedia l'un accanto all'altro, alcuni profersero il ritorno alla sorgente, alcuni invece, come il Costa, il Baccich ed il Bucich, opposero la fidanza che, superate tante sventure, ancora ad altre avrebbero potuto piegarsi per raggiungere poi la meta dell'intrapreso cammino.

Gli infelici, reputaronsi davvero da più di quel che realmente sentivansi d'essere, per illudere se stessi volevano fosse con questa simulata rassegnazione distorre gli altri da un consiglio che doveva essere la comune rovina? Pur troppo contavano certi su pochi dì di cammino ed ogni stento pareva loro nullo di fronte alla futura salvezza.

Fermo rimanendo ciascuno ne’ suoi divisamenti, fu d'uopo rassegnarsi al distacco. Abbracciatisi teneramente si chiesero vicendevole perdono, e datogli l'estremo vale, s'abbandonarono. ["H"].

Il sole era prossimo al tramonto. Nulla molestava i battiti di quei petti estremamente agitati; l'orrido silenzio che tutto d'intorno li avvolgeva sia tratto tratto rotto da un lungo e cupo mormorio che l'acqua increspata da invisibile brezza faceva lambendo la spiaggia, quasi avesse voluto chiedere agli infelici mercé delle sciagure alle quali essa li aveva sì miseramente tratti...

Divino potere dell'umana mente! Fin il creato piega al tuo volere e ti seconda mansueto, atteggiandosi al riso, se sei lieta, si rattrista se vesti gramaglie, si corruccia se il rimorso del delitto ti conturba!...

Ma dopo pochi passi il Costa, obbedendo all'impeto dell'animo suo generoso e leale, arrestasi, e volte al cielo le pupille turgide per malcelato pianto: "No! Esclamò! Non posso, non voglio abbandonarli, li seguirò per vivere o perire con loro!"

Secondato nel generoso divisamento dagli altri due, si volse agli abbandonati fratelli, li chiamò, li abbracciò, e secoloro fu ritorno alla designata sorgente.

Però il passo fu questa volta accelerato per una via diretta, e non lungi dalla spiaggia. Vi giunsero in tre soli (19 novembre), nutriti sol di pochi granchi, ma lieti di rinfrescare finalmente le arse labbra. ["E"]. Rividero anche l'infausto seno ["G"] cui poterono giudicare un lago salso dal colle sabbioso che lo divide dal mare, ed il quale forse lo celò agli indagatori occupatisi nel tracciamento delle carte di quella regione, facendoli quindi ignorare la sua esistenza non affatto inconcludente, comecché non più lungo di circa mezzo miglio e largo i cento piedi appena.

Or dunque i nostri lieti di aver assicurata l'acqua, e lusigandosi che un po' di qualche erba ed i soliti granchi non sarebbero mancati, stabilirono il servizio quotidiano pei bisogni comuni.

Troppo faticoso fu però il cammino percorso, e se ne manifestarono ben presto le conseguenze in una specie di bubboni sulle ginocchia. Volle per altro il cielo favorirli mostrando ai pochi illesi, iti lungo la spiaggia in cerca di crostacei, una spelonca non lontana dalla prima, e pochi passi a Nord della sorgente.

Trasferitisi gl'infermi, quivi stabilirono formare dimora finché la Provvidenza l'avesse voluto, rassegnati ad ogni stento e lieti solo di potersi riparare dai raggi del sole, dalla rugiada della notte, e riposare le ore nelle quali, causa l'alta marea, non potevano occuparsi della pesca dei granchi.

Ma di qua pure dovettero ben presto sgombrare. I crostacei dopo non molto mancarono e mancarono alla fine anche i granchi, laonde reputando più vantaggioso a lor bisogni la spiaggia, che mette al piano ove fu rinvenuto Perancich ["F"], a quella si trasferirono (2 dicembre) disponendogli gli uni al giornaliero trasporto dell'acqua, agli altri al cibo. Ma quivi eziandio molestolli l'ardente sole tropicale, e fu mestieri cercare un ultimo riparo sulla vicina pianura, all'ombra di qualche arbusto o nella grotta della nota sorgente.

In questo sito anche il vitto avrebbe potuto esser migliorato, ma le insidie tese con pozzetto d'acqua agli uccelli furono vana fatica, causa l'impossibilità di attirarli con buona esca. E quando fossero riusciti a pigliarli come ammannarli?

Dacché si erano allontanati dalla sorgente (10 novembre) gl'infelici non avevano veduto fuoco, e comecché avevano sempre gelosamente conservato alcuni granelli di polvere, pure mancò il mezzo per suscitarne l'incendio.

Sperimentarono spesso lo strofinamento usato dagli indigeni, valendosi e del legno e dell'arte da costoro in cotali bisogni adoperati, ma sempre indarno. Destarono del fumo, senza che mai fosse destata la fiamma. Or che poi ebbero scoperte nel bosco alcune erbe serpeggianti e nella foglia simili all'edera delle nostre regioni, ma portanti un legume giallo ed in grossezza non diverso dai nostri fagioli, il bisogno del fuoco si fece sentire potentissimo. Avendone, avrebbero potuto campare gran tempo con questo legume, che se pure nutritivo non poteva così presto essere consumato tutto!...

Un ferro da pialla cui mai si lasciarono torre di mano, e che tanto aveva giovato nella pesca dei crostacei, destò nel Perancich l'idea del silice. Ma dove trovarla? Scopersero di fatti ben presto una pietra da quella non troppo dissomigliante. E l'uso del ferro provocò il benefico incendio della polvere. (15 dicembre).

Non tutti però ne salutarono l'effetto alla stessa maniera. Mentre gli altri fortunati accorsero ad incrementarlo con frasche e legnami, l'autore stesso, il Perancich, si mantenne impassibile, sdegnando di assistere i compagni nel lavoro. E quando poi sgrannellato e cotto nell'usuale vascello il legume, si fecero le parti, irruppendo furioso contro tutti, volle per se una razione maggiore.

Stupirono all'inusitata arroganza dell'amico, ma cortesemente lasciaronlo fare ad ogni suo volere. Né fu l'unico fatto che amareggiò la mensa degli infelici naufraghi, impazienti di gustare a sazietà la nuova vivanda sfamandosi.

Ma quella prima soddisfazione dovette esser pagata al caro prezzo di violenti dolori onde tutti furono presi nell'ora della digestione. Non mai attribuendo la causa di tanto malore alle sostanze malefiche del legume, l'ammannirono parecchi dì ancora; e finché di quel frutto si alimentarono, i dolori si riprodussero quotidianamente all'ora stessa.

Baccich e Iurich però fin dal primo esperimento s'attennero sempre al granchio indigesto, ma non malsano. Avessero gli sventurati conosciuta la maniera colla quale, gl’indigeni l'ammanniscono, avessero saputo che non conviene mangiarne gran quantità e che questa pure deve essere innanzitutto abbrustolita nella sabbia calda, indi tenuta due dì in acqua e finalmente di nuovo riscaldata nella sabbia, e non farebbero così incontro a nuove e sì micidiali sofferenze.

Frattanto la pesca non fu mai trascurata, ed il Baccich perché più interessato e più solerte degli altri, non poté riuscirne senza qualche svantaggio. Preso a mira un pesciattolo, rintanato in una grotta, volle coglierlo chiudendogli colla destra l'uscita. Ma il dente di quell'ardito animale gli ferì l'indice, cagionandogli non lieve dolore. Insisté nell'impresa e giunse a coglierlo. Dovette però ben presto schiacciarne il capo coi denti per prevenire ulteriori ferite, poiché quella era la sanguinaria murena.

Medicò alla meglio la ferita sofferta fasciando il dito, lavato con acqua di mare, ed astenersi per qualche giorno dal lavoro. Né tardò ad avere compagno nel riposo il Vulovich, che lacerato il piede su una roccia, mentre attendeva alla pesca dei crostacei, fu costretto a giacere lungo tempo sulla sabbia, mortificato da acutissimi dolori.

Tant'anzi fu grave la ferita, che, manifestatasì tosto la gonfiezza, dovette accamparsi nella spelonca pochi dì prima abbandonata e trattenersi con non lieve incomodo dei compagni, i quali abitando sul piano ["F"] a tre miglia verso nord da quel sito, non cessarono amorosissimi di provvedere ai bisogni del suo nutrimento.

Impassibile, o diremo meglio, spettatore freddo ed indifferente di tante e cosiddette sciagure, il Perancich quasi d'altro più non avesse a curarsi che di prendere il cibo al prezzo dell'unica fatica dal dì dell'invenzione della silice amò sempre la solitudine.

Ai lontani recessi di quel vasto, spaventevole deserto, accorse egli sempre di dì e sera in preda ad una febbrile agitazione che rendendogli fastidiosa la compagnia degli amici, lo commosse spesso ad un sorriso, più che beffardo convulso sulle comuni sventure. Né valse lo stato miserando degli infermati a ridestargli in petto la fiamma di quella carità alla quale i suoi primordi pareva l'avessero educato alla catastrofe ed il bisogno del vicendevole aiuto...

Sorrise ancora una volta sugli amici pazienti, e voltosi alle nere solitudini del deserto, tutti abbandonò in un nuovo argomento di trepidanza. Gli sventurati accompagnaronlo pietosamente collo sguardo meditando la strana alterazione dell'amico, ma non facevano più in tempo. Troppo era occorso per strappare loro la fatale illazione: - È pazzo!...

 

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Ad amareggiare vieppiù tante così fatte sciagure l'altra inevitabile s'era frattanto aggiunta delle canicole tropicali, che nel dicembre ascendevano in quella regione a grado XXXV di R, e sì di frequente rese intollerabili dagli infuocati venti del N/O. E quando appunto il sole aveva già toccato il Capricorno (21 dicembre) e con quel mese di disagi era prossimo a cessare anche l'anno (1875) tanto fatale agli infelici, nuova sventura venne a molestarli in un inaspettato sconvolgimento burrascoso del mare, per cui fu d'improvviso sospesa la pesca e la mensa ridotta al pernicioso legume.

A mezzo miglio di distanza crescevano pochi arbusti elevantisi a non più di un piede sul terreno, dalle foglie piccole e spinose. A questi accorsero Baccich e Iurich cercando un nuovo nutrimento, fermi sempre [a] doversi astenere dal fatale legume. E su questo, di fatto, trovarono cibo sufficiente e per sé e per qualche altro compagno, in cui certe bacche rotonde, piccole quanto un acino d'uva, fettate, e su alcuni arbusti bianche, su altri verdi, nere e biancastre, a linee perpendicolari oscure.

Ma intanto mettevali più e più in apprensione l'incalzare furioso dei venti ponentali, che col terribile sibilo fra gli alberi, ed agitantisi in orridi vortici sul loro capo, furono ben tosto compresi siccome apparentevole preludio di una fatale procella. A qual consiglio appigliarsi?

Di cibo più non si parlava, troppo sarebbe stato poter sorvivere alla bufera. -"Alla spelonca, accanto Vulovich" disse Iurich. "Colà troveremo salvezza, tre miglia potremo superare!" - Avviandosi ben tosto la sera del 24 dicembre, rassegnati a questo nuovo flagello, quando l'eco li colpì di un tuono lontano, ma spaventevolmente rauco, a cui altri infiniti ben presto risposero d'ogni parte. Non c'era più scampo, l'acqua cadeva ormai a torrenti...

E sempre più infuriando, minacciava affogarli nei suoi orridi vortici.

A stento, e spesso carponi, muovono fra gli arbusti e gli spinai alla volta della spelonca. Si cercano e si chiamano a vicenda, ma indarno; la profonda tenebra tutto avvolge quell'inospitale terra, tratto, tratto rischiarata dall'abbagliante guizzare delle folgori, e non è voce che superare possa quella assordante dei venti e delle acque.

Dispersi senza saper l'un dell'altro, invocano quell'Ente supremo che solo può porgere loro conforto in tanta sciagura. Primi ad arrivarci furono Iurich e Dediol, giuntivi circa alla mezzanotte. Di là chiamarono a squarciagola gli amici, ma nessuna risposta; fin l'infelice Vulovich era stato cacciato da qualche imprevisto malore. Terrorizzati dal flagello che così incontamente aveva disperso e forse distrutta la sciagurata comitiva, caddero in ginocchioni, e calde lagrime versarono implorando dal cielo pietà e soccorso.

Quando in sul far del dì la procella parve si desse una tregua, corsero a cercare di nuovo gli amici, ma indarno; ed alla vista degli innumerevoli tronchi galleggianti sul mare, segno di quella grande distruzione che la procella aveva operato nei lontani boschi, rabbrividirono per abbandonarsi ancora una volta al pianto.

A rattristare poi maggiormente l'animo loro ricordarono la solennità che in quel giorno (25 dicembre) celebravasi da tutta la terra, la pace e la gloria annunziate e promesse a tutte le genti, e le festevoli costumanze della patria e della famiglia. Poche ore dopo, circa attorno le sette, videro da lungi approssimarsi il Costa ed il Baccich.

Quest'ultimo scostatosi nel furore della procella da Antoncich e Bucich, ai quali s'era tenuto vicino, s'imbatté accidentalmente nel Costa, e secolui provegní fino ad una grotta, scoperta strada facendo, donde all'alba ripigliarono il cammino verso la spelonca nella speranza di trovarvi gli altri compagni.

Frattanto Antoncich e Iurich, essendo intenti a conservare il fuoco nel vasetto di latta, cessata la pioggia, accesero della legna per dar così segno di ritrovo ai compagni, ed in pari tempo per riscaldarsi ed asciugare i pochi vestiti. Né vedendo comparire alcuno, datisi un po' di riposo, ripresero eglino pure la via alla spelonca stabilita, ivi poco dopo giunsero anche il Lovrinovich e il Brajevich. Vollero muovere sulle orme di Vulovich e di Perancich mancati al comune ritrovo ma il cielo aperse ancora una volta le sue cateratte.

Quante traversie! Cercano parole di conforto, ma la disperazione non insegna loro ormai altro che imprecazione alla toccata sventura, e i due assenti, ritenuti vittime della procella, forman argomento d’invidia. Seguì un'ora di silenzio, un'ora in cui ciascuno, nascosta la faccia fra le mani, pianse. E così rannicchiati passarono tutto quel dì, senza poter prendere un qualche ristoro.

L'indomani (26 dicembre) cessata la pioggia, Iurich, Baccich e Dediol affrettaronsi in caccia degli amici mancati al convegno; gli altri al bosco, per raccattare fagioli e bacche. Ma troppo triste fu la prima scoperta.

Giunti colà, donde eransi dipartiti ["F"] per salvarsi dalla procella, trovarono il cadavere di Perancich, finito senza dubbio vittima dell'aberrazione ond'era da parecchi dì dominato. Piansero gli sventurati a tal vista, e piansero assai, forse meditando ch'accanto all'anima sua le loro sarebbero ite ben presto...

Scavata nella rena una fossa conveniente, quivi lo deposero, innalzando un'ultima fervidissima prece in suffragio dell'amato defunto e raccomandando nelle mani del cielo la vita dei superstiti.

Cercarono quindi qua e là il Vulovich, ma furono vane le fatiche, che perciò sostenute, finché argomentando essere egli pure perito nella bufera, ritornarono mesti alle ordinarie occupazioni.

 

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Vegetano non lungi da quella spelonca, assieme ad alte piante, due o tre arbusti dalle foglie d'alloro ma prive del soave olezzo della gentile fronda delle nostre regioni. Alte i quattro metri circa, e portanti certe piccole bacche, che masticate, perdono il giallo primitivo, per tingersi di rosso. A questi accorsero i nostri: ma le bacche furono ben presto consumate, e fa mestieri correr in cerca di sito più ospitale.

Ritornarono quindi (27 dicembre) all'abbondante pianura ["F"] ove se non altro l'acqua non sarebbe stata per mancare sì presto; ed utilizzando i rami degli alberi atterrati dalla procella, s'accomodarono in ristrettissime tettoie coperte da frasche.

Così ebbero almeno per qualche tempo provveduto contro i cocenti raggi solari, ed a risparmiarsi da ulteriori ferite ai piedi, già troppo sciupati per sì lunghi e sanguinosi strapazzi, rassegnaronsi di distruggere il lenzuolo, l'ultimo avanzo che tuttavia conservavano di lor beni, facendolo a strisce.

Ma non perciò s'era provveduto al bisogno del cibo, e faceva mestieri occuparsene seriamente. Al bosco vicino, le bacche erano state diradate dalla procella, e la spiaggia fu resa pressoché deserta dal lungo bisogno dei nostri.

La memoria allora del primo soggiorno ["B"] su l'inospite terra, consigliò Lovrinovich il ritorno alla capanna, ove erano stati sepolti i viveri che non avevano potuto portare; ma non tutti sorrisero a quell'idea, che troppo affranti si sentivano per poter sostenere per lo meno sei dì di cammino.

Solo, pronto a secondarlo nell'arduo divisamento, gli profuse il Brajevich; e senza adito ad ulteriori consigli, come s'ebbero provveduti di quattro folpi cotti alla buona, e di sei bottiglie d'acqua, s'avviarono (28 dicembre) alla volta del sito che aveva accolto la loro prima lagrima.

Gli altri, da quel dì, industriaronsi a mitigare la fame con crostacei e granchi, con qualche folpo e con le poche bacche che tuttavia poterono raccattare nel bosco. E ad agevolarne l'impresa dalle quotidiane provviste sia alla spiaggia, sia al bosco, stabilirono qui dinanzi pernottare nella spelonca scoperta il dì successivo sotto la pianura ["F"] a 50 metri dal mare, alta i 16 metri circa ed altrettanto profonda.

Da questo nuovo rifugio dipartivansi ogni dì gli sventurati, quale alla pesca, quale al bosco od all'acqua, altri rimanendo invece a vigilare sul fuoco.

Ecco come chiusero l'infausto 1875, ecco come si presentò loro il 1876.

 

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Il due del nuovo anno il raccolto delle bacche fu mandato di Baccich, Antoncich e Iurich, che sorti di buon mattino, s'affrettarono alla volta del bosco; traendo mesti dalle vicende sofferte argomento di conforto per le future, che non avrebbero potuto essere peggiori delle prime.
Né avevano per anco raggiunta la memoranda spelonca della notte del Natale ["E"] quando, arrestati da un'improvviso fetore sparsosi in quelle prossimità, ritennero opportuno deviare dal sentiero e per discoprirne la cagione.

Giunti a cinquanta passi dalla spelonca e, precisamente non lungi dal pozzo scavato dagli indigeni, trovarono il cadavere di Vulovich, già in dissoluzione. L'infelice s'era qui trascinato all'imperversare della procella, forse in cerca dei compagni, e vi rimase ucciso, più che dall'acqua, dagli strazi provati al piede non per anco capace alle fatiche di un cammino accelerato.
Or chi [può descrivere] l'angoscia e le lagrime degli infelici dappresso ai freddi e putridi avanzi dell'altro amico che l'inospitalità di quella terra aveva loro strappato, minacciandoli tutti di altrettanta sorte?

Onoratolo di conveniente sepoltura, continuarono silenziosi il loro cammino fino al piano ["F"] ove parse loro di udire un lungo roco: - "Oh! nostri."

Arrestaronsi per scoprire donde quella parola fosse venuta, e di fatto ancora una volta: - "Oh! nostri" - sentirono, riconoscendo la voce di uno degli amici, iti cinque dí prima alla nota capanna: "Siamo qui" risposero dessi. E con quanto giubilo tosto a quella parte s'affrettassero quei tre non fa mestieri dirlo. Meravigliando del sollecito ritorno, sperarono, ma invano! Quegli sventurati corsi tre dì e consumate le poche provviste, dovettero declinare l'arduo divisamento incerti sempre di poter durare fino agli abbandonati compagni.
Tant'erano spinti dalla fame, dalla fatica del cammino e dall'estremo caldo!
Imploravano per pietà del cibo, e la prece suonando troppo lacerante negli altri, tutti li commosse al pianto.

Riprese tosto le poche bacche che raccolte nel vicino bosco, ed esebitone una porzione ai due arrivati, ripresero unitamente i passi alla spelonca, ove l'inattesa comparsa di Lovrinovich e Brajevich fu pure argomento di raccapriccio e rammarico.
Riposatisi alquanto gl'infelici ripresero di poi le usuali incombenze della pesca, della raccolta delle bacche e della vigilanza del fuoco. Ma frattanto il novero degli attivi incominciò fatalmente a scemare col Costa, che fiaccato, più dalle afflizioni morali, che dai fisici maltrattamenti, dovette a malincuore abbandonare il lavoro.

Lo stato nefando di costui, che un cibo sano e nutriente avrebbe potuto ben presto rinvigorire, e la scarsezza sempre maggiore della pesca e delle bacche, furono argomento pel Lovrinovich a dimostrare sempre più urgente il bisogno di riprendere il mal esperimentato viaggio alla capanna. Convennero or tutti nel bisogno di riavere le vivande colà sepolte, ma questa volta pure il solo Brajevich si mostrò pronto a seguirlo. (Era il 3 gennaio 1876).

Ed ora scoperto un sentiero tracciato dalle orme degli indigeni, l'impresa toccò fine più fortunata. Giunti alla capanna rividero il tutto intatto, e rallegraronsi a tal vista, ma indarno, perocché gli indigeni avevano scoperto il ripostiglio dei cibi. Amaro disinganno!
Presa breve tregua per riparare e coprire con stracci i piedi rovinati tra prunai e rocce, ripigliarono il cammino alla volta degli amici. Or come presentarsi a questi, come narrare loro l'infausto accaduto? Arrivati (11 gennaio) esibirono il ferro da pialla raccattato su quella spiaggia che, riconosciuto dal carpentiere (Antoncich) per proprio, bastò a confermarli della fatale verità, da tutti e più dagli illusi viaggiatori deplorata non tanto per le fatiche intraprese, quanto per sempre la speranza così cessò di un cibo meno funesto alle loro esistenze.
E quasi bastato non fosse l'ammanco degli oggetti dai quali tutta avevano reputata dipendere la loro esistenza, il dolore s'aggiunse delle conseguenze tristissime a cui si videro ben tosto soggetti, senza che un solo argomento di speranza fosse mai sorto a confortarli.
Volsero ancora una volta il critico sguardo all'Oceano, forse nella lusinga di poter scorgere almeno da lungi una nave, ma nulla si mostrò su quell'immensa ed inospite superficie, che tanto divisi li teneva dall'umano consorzio. Si rivolsero ai deserti, quasi invocando da quelle aride solitudini la presenza di qualche indigeno; ma questi esseri benefici, che già due volte, con tanta prodigalità, avevanli rapiti alla morte, non eransi fatti più vedere, quasi aborrenti il ferale spettacolo della morte dei nostri.

Or, a rendere più funesta la costernazione onde tutti son dominati, ecco che il Lovrinovich, lacrimante per aver perduto l'uso dell'occhio sinistro durante il malaugurato viaggio, e secolui, quasi preludio di quell'era fatale che i lamenti del Lovrinovich non avrebbe tardato trovare in tutti gli altri, il Costa, languente sul suolo per atroci dolori di ventre, lamentare un indicibile bruciore agli intestini.

Né una parola di conforto possono trovare gli infelici che tuttavia hanno forza da reggersi, ciascuno piange sul la sorte toccata, e l'uno vede nell'occhio dell'altro prossima l'ora della propria fine. Il Costa, già preso da frequenti vertigini, altro non può accostare alle labbra che dell'acqua: già dalla sua bocca non sortono che parole confuse sullo stato miserando a cui furono indotti, e il suo occhio attenebrato è prossimo a irrigidirsi.

Datemi - disse d'un tratto - datemi da mangiare - ma le poche bacche offertagli da Baccich e Dediol, che eventualmente ne possedevano, non furono sufficienti. Chiese ancora del cibo, e nessuno poté porgergli questo ultimo conforto, ché del folpo esibitogli egli non poté gustarne, perocché troppo estenuato. Volta ancora la mente a quella fonte unica donde tutti ci ripromettiamo le miglior consolazioni, raccomandandosi, e tra parole di benedizione [impartì] largo compenso sugli infelici compagni.  

Attorno a lui tre genuflessi, quasi intorno a letto funerario vennero gli amici, innalzando eglino pure i voti degli animi loro per la salvezza dell'amato capitano. Rimastosi brevi istanti silenzioso, per raccogliere ancora una volta quelle poche forze che tuttavia gli rimanevano:

- Baccich - disse - Fra poco io sarò a Dio e pregherò per te, per voi tutti. Rassegnatevi... - Volle dire di più, ma qui gli mancò la voce, e gli amici, a torgli argomento di più affaticarsi, lo lasciarono atteggiandosi intorno a lui al riposo, che già le tenebre della notte andavano avvolgendo quell'emisfero.

L'indomani (13 gennaio 1876) di buon mattino il Lovrinovich, mentre tutti gli altri si stavano dormendo, gli si accostò per spiare dai suoi allineamenti lo stato di sua salute; ma l'infelice più non respirava e la pupilla semiaperta, ma immota, rivelava la pace cui finalmente aveva raggiunto.

Inorridito dal fatale spettacolo di quella salma, attendendo agli impeti del cuore straziato dalla morte dell'amato Capitano, proruppe nel disperato lamento: - E' morto, è morto!Sorsero a cotal grido gli altri, ed accorsi attorno al cadavere, piansero amaramente la perdita di quel saggio che di tante cose forti fu loro cortese, e baciatane affettuosamente la mano, gli pregarono dal cielo la mercé promessa ai giusti.

Scavata indi una fossa, a dieci passi circa dalla spelonca, lo composero lasciandogli, quasi tributo di riconoscenza, parte dei pochi cenci ond'era vestito, e coprendogli il volto con uno straccio. Né di più, comecché l'avessero voluto, fu possibile tributare al generoso, che anzi tempo tolsero loro, più le cure e le afflizioni a cui l'aveva costretto la sventura toccata, che non gli stenti e le materiali sofferenze delle quali fu sempre il primo e più tenace disprezzatore.

        

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Alcuni dì dopo (17 gennaio) in sul volger della sera quando gli infelici superstiti si stavano appunto all'ingresso della spelonca, raccolti in mesto discorso, comparvero dal Nord quegli stessi indigeni, la generosità dei quali già due volte avevano sperimentato.
Corsero loro incontro i nostri, e condottili là dove si giacevano sepolte le spoglie del Costa, sì [da] far loro intendere per via di gesti e di lamenti le sventure toccate. Soffermandosi di fatto i neri, riguardando pietosamente quel cumulo di sabbia, quasi volessero così compassionare la sorte dell'infelice, ma ben presto se ne allontanarono passando dappresso la spelonca.
Pendevano da un arbusto cresciuto accanto a questa, i calzoni e la flanella del Baccich. Allettati dalla vista di questi oggetti, un indigeno s'accostò pian piano all'arbusto, e colsi destramente i calzoni, volle prendere la fuga.

Lo raggiunse però il Baccich, pregandolo di non gli rapire quel cencio, e l'indigeno glielo restituì, trattenendosi il cucchiaino e un po' di cordino trovati nelle saccocce. Non così fece peraltro quello che, scoperta nel fondo della caverna la silice, la prese e, non veduto, poté andarsene col furto.

Gli indigeni quindi, già preceduti dalle donne, colle quali avranno raggiunto il novero di circa cinquanta, si recarono allo soprastante pianura, ove s'accomodarono forse per riposarsi od ammannire qualche vivanda.

Spinti dalla memoria dei benefici altre volte ricevuti da costoro, i nostri all'indomani (18 gennaio) s'affrettarono a raggiungerli per ottenere un po' di cibo. Li accolsero dessi coll'usuale ospitalità e senza attendere parola di domanda, offrirono loro del pesce arrosto, di cui possedevano sufficiente quantità.

Commosso il Bucich da cotal tratto, strinse affettuosamente la mano del benefattore, e a fargli viemmeglio intendere tutta la propria riconoscenza, gliela baciò più volte. Ma sembra che questo segno tornasse affatto nuovo agli indigeni, perocché fatte alla loro maniera le meraviglie, fra grotteschi atteggiamenti, accompagnati da interminabili risa, si confusero presto fra i nostri per vedere, più e più volte, ripetuta la scena del baciamani in cambio della loro generosità, che necessariamente per tal fatto andò man mano crescendo.
Cessata questa stranissima scena i nostri dovettero ritornare alla spelonca dappresso il mare, almeno per invigilare sulla conservazione del fuoco; il Lovrinovich, Antoncich e Brajevich, però, lamentando improvviso dolore ai piedi, si rimasero su quel piano, riparando la notte nell'antro dappresso alla sorgente.

La dimani (19 gennaio) i selvaggi ripartirono verso Nord, passando vicino alla spelonca prima i maschi, indi le femmine, senza che alcun si fosse fermato. I tre rimasti presso la sorgente andarono intanto sensibilmente deperendo. Perduta d'improvviso quella forza d'animo, onde in mezzo a tante calamità avrebbero dovuto essere dotati, anche le loro forze fisiche scemarono ben presto affatto.

Affaticaronsi gli altri a confortarli di quegli scarsi aiuti che fu possibile avere nell'alimento, ma queste nuove fatiche concorsero a danno di Dediol e di Bucich che, ormai troppo affranti, soccombettero gravati da altrettale malore rimanendosi in braccia a un fatale deperimento.
Or dunque più [non] rimanevano che Baccich e Iurich. Comecché eglino, eziandio consunti dagli stenti, pure spinti da quel sublime sentimento di vicendevole carità, che solo la sventura può destare negli animi nostri, continuarono con taumaturga attività le loro scarse ma efficacissime cure agli infermati, trascinandoli a stento, or sulle acute scogliere della spiaggia, per strappare a queste qualche crostaceo, or su pei dirupi, che mettevano al piano per attingere dell'acqua. Né questo fu l'unico loro impegno; il bisogno del fuoco li indusse all'alternato riposo per migliorare la conservazione.

Necessariamente qualche nuova scena d'orrore non poté farsi attendere troppo: il dramma dell'esterminio di quegli sventurati era appena incominciato. Recatosi di fatto il Baccich una sera alla sorgente trovò Lovrinovich balbettante parole incomprensibili; gli si accostò e chieselo di sua salute, ma durò molta fatica a capire appena che esso aveva desiderio di parlare col Iurich.

Questi, di fatto corse il dì seguente (21 gennaio) a soddisfare la brama dell'amico. Giunse però tardi, poiché quel cuore più non palpitava...

Ebbero appena provveduto alla tumulazione di questa nuova vittima dell'inospite continente, che due dì dopo (23 gennaio) fu trovato cadavere anche il Brajevich e Antoncich spirò nell'istante in cui Baccich giunse su questo sito per attingere dell'acqua.
Atterrito dalla vista di quei due cadaveri, il nostro giovinetto, empiuto appena il vasetto già tutto forato, e pigliato lo scialle di Antoncich, senza prendere a mezza via l'usuale riposo, corse, messaggero di lutto e di desolazione.

Prodigato il dì seguente l'ultimo tributo di pietà alle due salme, tumandole accanto a quella di Lovrinovich, i due superstiti, Baccich e Iurich, ritornarono a vegliare su Bucich e Dediol, che estenuati e sfiniti giacevano nella spelonca dappresso il mare, già prossimi eglino pure a chiudere gli occhi al sonno della pace eterna.

E il dimane (25 gennaio) in sulla sera il Bucich spirò. A tale vista non un verbo uscì dalle labbra di quei due, non una lagrima di compassione spuntò ad inumidire gli occhi. Altro non rimaneva loro che preparare se stessi a quella miseranda catastrofe, che in sì breve tempo aveva distrutto la sventurata comitiva. Giovani entrambi, di 17 anni il Baccich, e di 20 il Iurich entrambi nati da famiglie agiate, nel tempo appunto in cui s'erano iniziati nella vita marittima per progredire onoratamente in questa, ecco a qual fine miserando si veggono ridotti, lontani dal mondo.

È la famiglia e la patria e le reminiscenze delle gioie provate, o piuttosto la certezza della morte che li rattrista? La mente loro più non è capace a concepire. Un'infinità di memorie e di affetti si ridestano nei loro cuori, e si confondono tumultuosamente gettandoli in una febbrile agitazione.
Spuntò anche l'alba del 26 gennaio, ma nelle tenebre di quella notte angosciosa, la fame più e più ingigantita già minacciavali di morte. "Domani" disse uno "pur noi avremo cessato di tanto penare." "Sì" disse l'altro. Ma ogni rassegnazione è ormai vana di fronte alla velocità onde il ferale fantasma della fame vieppiù li conturba.

Fatti sordi alle voci della pietà e del dolore, si rizzano sulle malferme gambe, si accostano barcollando al cadavere tuttavia insepolto, lo contemplano brevi istanti in silenzio, e quindi prorompendo d'un tratto in quel beffardo riso che solo la disperazione sa far nascere sulle labbra delle sciagurate sue vittime, ne lacerano una coscia, e quasi feroci mastini, e ne divorano le consunte carni.

Sciagurati!... - Gridò Dediol. E questa fu l'ultima parola dall'infelice; parola che, pesante quanto il grido dell'esecrazione, mise nel cuore di quei due l'orrore e il rimorso.

 

FINE DELLA PRIMA PARTE

 

           V.    SECONDA PARTE              

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