Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 

 

CAPITOLO IV

 

Era il dì d'Ognissanti (1º novembre).

Regnava dovunque calma straordinaria; fin le onde ed i venti, in quelle regioni per lo più tumultuosi, parcano allora composti a placido riposo. Fin dal primo mattino i nostri, sotterrato tutto ciò che non era possibile portare s'accorsero alacremente ai preparativi del viaggio, consistente in dodici panetti, ed in tre coffe di varie provviste, come dodici bottiglie d’acqua, dodici di vino, alcuni vasi di conserva di carne, e quel poco di fagioli e di farina che tuttavia rimaneva.

Speravano di sopperire all'imminente mancanza d'acqua, trovando qualche sorgente, e di procacciarsi, qua e là, qualche frutto marino. Preso un modesto pasto, verso le tre pomeridiane si disposero al cammino, e quasi a prendere congedo dagli oggetti ond'ebbero i migliori conforti nei passati giorni, il Costa incise sulla porta della camera dello "Stefano", che faceva parte della tenda, i nomi del bark, dei naufraghi, non eccettuati quelli dei periti.

Fasciatisi quindi i piedi con pezzi di tela, per resistere più a lungo alle fatiche del viaggio, incamminaronsi, abbandonando perfino il fuoco, perocché ritennero possibile farne senza nelle fosche giornate da consacrarsi al viaggio.

E per evitare i dirupi, che a spessi e lunghi tratti fiancheggiano in quel punto la costa, preferirono i sovrastanti colli, camminando attraverso macchie di eucalipti dunosi, di mimose dalle foglie lunghe, di grandi leptospermi, e di poligoni juncei, che coprono tutti quei marosi.

Si lusingarono di trovare per tal guisa meno pesante la via, ma s'ingannarono; poiché evitate le rocce e la sfuggevole sabbia, incorsero in guaio assai più penoso. Da quella parte la via deve essere aperta attraverso spine ed i nostri n’ebbero lacerate e mani e piedi con sanguinose ferite, e ridotti a brani i pochi già laceri vestiti.

Il lenzuolo steso su pertiche poté bensì ripararli nei brevi momenti a sosta dai cocenti raggi solari, ma fu poca cosa, poiché colà in quest'epoca la temperatura si fa eccessivamente elevata, e purtroppo i colli e le pianure valicate dai nostri non offrono ricetto alcuno.

E a rendere vieppiù pesante ed intollerabile il calore tropicale, ben presto riprese la smania della sete ancor più terribile e fatale, mentre l'acqua portata era poca e conveniva usarne con precauzione, non avendo fin qui peranco scoperta una sorgente.

Anche il cibo cominciò a scarseggiare e dovettero limitarsi a qualche crostaceo strappato col ferro alla spiaggia, ed a qualche granchio marino, non avendo mai potuto trovare un vegetale commestibile.

Primo a mancare, di fronte a tante fatiche e privazioni, fu il Costa stesso che aveva promosso e salutato con gioia questa penosissima impresa. Abbandonatosi il terzo dì sul terreno, allorché gli altri s'accingevano a riprendere la via, proruppe in dirotto e disperato pianto, lamentando di non trovarsi più al caso di proseguire, causa la stanchezza, onde ebbe gonfi i piedi, e le ferite che cagionavangli non lievi dolori. ["C"].

Si arrestarono i compagni impietositi dal lamento del loro duce, ma egli generosamente li istiga non di curare di lui, dicendo: - "Andatevene fratelli... io morrò qui... e tu Baccich se un dì ti sarà dato di rivedere la patria, porta il mio estremo saluto alla mia povera mamma e ad Amalia... E dille, come io moriva coi dolcissimi loro nomi sulle labbra e sul cuore..." A tante rassegnazioni i compagni, non però senza raccapricciare, opposero i più amorevoli conforti ed il Baccich, eccitandolo a non abbandonarsi così miseramente sulla via che gli menava a certa salvezza, gli promise l'aiuto delle proprie braccia e di quelle degli amici. Ripeterongli gli altri la promessa, a cui si sentirono naturalmente uniti, e quindi dopo breve riposo, preso in mezzo l'estenuato Capitano, ripigliarono il cammino.

Povero Costa! I compagni, fidando nella tua parola, osarono risospingersi teco nella via, ritenendo ben lievi le piaghe colle quali tu volesti coprire la sanguinosissima piaga che nel tuo cuore aveva aperto la coscienza della lunghezza inesplicabile dell'intrapreso cammino e delle traversie tutti sarebbero periti, prima ancor di raggiungere la meta. Avresti preferito la morte all'amaro disinganno che da una tua parola sarebbe derivato ai compagni; ma purtroppo, accecato dall'amore degli infelici, dovresti proseguire e trangugiare secoloro, fino all'ultima stilla, il calice delle comuni amarezze!

Ripresero quindi il cammino traversando anche il Capo Anderson, ma quando (7 novembre) ebbero toccata la linea del tropico, Iurich, Bucich e Vulovich, affranti dalla stanchezza, dalla sete e dal calore del sole, caddero estenuati sulla sabbia dando sfogo a dirottassimo pianto. ["D"]

Cosiffatta sventura pose in forse gli avviliti compagni tra il dovere di non abbandonarli e il pericolo di soccombere tutti al loro fianco. All'ultimo bisogno di salvare gli uni e gli altri, occorreva un'estrema soluzione. Deliberarono quindi di abbandonarli, nella fidanza di poter presto trovare una sorgente e recare ai derelitti dell'acqua ancora, e almeno qualche po' di cibo. Portarono perciò seco, in una coffa, tre bottiglie di acqua, una di vino, tutte le vuote, della farina e dei fagioli; lasciando agli estenuati due bottiglie di acqua, una di vino e un po' di fagioli.

Camminarono per tutto quel dì e la notte seguente fra rocce ed impenetrabili macchie di arbusti e di spinai. Avessero almeno saputo essere, a breve distanza per tutta quella lunghezza, un secolare viottolo, tracciato dalle orme degli indigeni e la fatica sarebbe loro riuscita meno pesante.

Primo a risentirsene fu Dediol, il quale mal reggendo al peso, trattenuto mezzo chilogrammo circa di farina il rimanente sotterrò nella sabbia, segnandone il sito con erba.

Ma né acqua, né un frutto poterono frattanto scoprire; la via si faceva sempre più difficile, e ognor più increscevole dalla triste uniformità di quel suolo sterile e deserto.

La dimane (8 novembre) sfiniti dal calore e dalla sete, convenendo indispensabile un breve riposo, ripararono nella caverna, che, larga i sette metri, ed alta circa quattro, s'apre alla base del colle il quale distante dal mare circa cinque, scende dolcemente alla spiaggia e forma la punta del Capo Farquhar. ["E"].

Ma i viveri erano già consumati, e ad estinguere la sete, ormai insopportabile, non rimaneva più che una sola bottiglia... Che fare?

Stavano appunto gl'infelici meditando la grandezza della loro sventura, quando a distrarli, comparvero due indigeni. Avvicinatosi costoro alla spelonca e dirizzate poche inintelligibili parole ai nostri, presero a palpare gli omeri e le braccia. Raccolte indi le bottiglie ed i vasetti abbandonati vuoti sul suolo, quasi a comprendere il bisogno dei bianchi, ripeterono alcune parole, le quali, rese comprensibili per via di gesti vollero dire: - "seguiteci".

Gradito l'inatteso eccitamento, i nostri ne seguirono fiduciosi le orme attraverso un angusto sentiero, e perduta la vista del mare, girando ad oriente di un dolcissimo colle, giunsero ben presto ad un piano non troppo esteso, sabbioso e sparso da rare erbette e da qualche arbusto alto appena i tre metri, dove i negri si posero nell'atteggiamento di chi cerca una cosa.

Osservarono questi alcune fossette profonde un 30 centimetri circa e larghe un metro, ma quasi a metà ricoperte.

A che avessero atteso, ben si accorsero i nostri quando i due negri fermatisi su una e scavatala per cinque piedi, trassero dal fondo sabbia umida collocandola attorno il margine della fossa.

Rallegraronsi a tal vista i naufraghi e prima ancora che si fosse manifestata l'acqua, raccolta di questa sabbia umettarono il palato per lenire tosto tosto l'ardentissima sete ond'erano angustiati.

E quando l'acqua si manifestò tutti furono ad empierne le bottiglie, servendosi di un vasetto di latta che seco avevano portato. Il nostromo non volle attendere che la fiasca fosse fino all'orlo; e dopo di lui gli altri ne bevettero, alcuni ripetendo la dose anche per la terza volta.

Soddisfatto che ebbero, per tal guisa, al proprio bisogno, riempirono la bottiglia per porgere altrettanto sollievo anche agli abbandonati compagni.

Gli indigeni ordinariamente di passaggio scavano dei pozzi e trovano acqua a poche tese di profondità. Quelle fosse, già da gran tempo fatte dagli indigeni, e comecché in parecchi siti scarsissimi d'acqua avrebbero recato sommo giovamento ai naufraghi, i quali, ignorando l'esistenza, sarebbero morti di sete a pochi passi di quelle stesse sorgenti donde appunto avrebbero potuto attingere la vita.

E quanti, fin dei detti esploratori, perirono, ignorando la risorsa, che forma forse l'unico, importantissimo segreto di quegli indigeni!


Quasi a guiderdone di tanto benefizio - guiderdone incomparabilmente vastissimo - i neri domandarono, e con gesti e con segni, la piccola quantità di farina che i nostri avevano seco.

Avutala, un d'essi recò dal vicino bosco due pezzi di legno secco che accese in brevi momenti mercé lo strofinamento. L'altro intanto, impastata la farine con dell'acqua in una pietra concava, fece un panetto, cui pose a cuocere sulla sabbia sotto un mucchio di bragie.

Ma il cibo non fu tutto pegli indigeni - ché il panetto cottosi in poco più che un quarto d'ora, fu consegnato al Costa. A tanta generosità i nostri, comecché digiuni fin dal giorno antecedente, vollero corrispondere facendo le porzioni in guisa che ai due neri fosse toccata una metà del panetto.

Finita la colazione - se tal dir si possa questo magro cibo - i neri per via di gesti espressero ai nostri il bisogno di andarsene; ed il Costa, credendo poter profittare con sicurezza di gente che eragli tornata di tanto giovamento, consigliò Baccich di seguirne le orme per dissotterrare la farina sepolta cammin facendo. Volle questi dispensarsi da cosiffatto assunto, sì perché estremamente stanco, sì perché malsicuro al fianco di quel selvaggio; ma ogni scusa fu vana e gli convenne seguirli. Dopo Baccich partirono anche Brajevich, Antoncich e Diedol, ciascuno recando tre bottiglie d'acqua, alla volta degli abbandonati compagni, però preferendo la via dei colli, nella fidanza di abbreviare per tal guisa il cammino e giungere presto alla meta. l Lovrinovich frattanto rimase a vegliare sul fuoco, ed il Costa se n’andò alla spiaggia in cerca di granchi. Quegli adunque che a più infelice partito si teneva era il Baccich: "Bulava, bulava" intese egli dire da quei due neri quando domandarono la farina, ed ora per animare un discorso, o forse per accaparrassi la loro fiducia, ripeté, "bulava, bulava", significando loro, per via di gesti, che di "bulava" era appunto venuto secoloro in cerca.

Compresero da tali parole lo scopo della gita del compagno, gl'imposero li precedesse nella via; e questa disposizione fu per Baccich argomento di nuovi timori. Si atteggiarono quindi eglino pure a cercare il sito in cui la farina era stata sepolta, ma ad un tratto, voltosi il Baccich per osservarne le mosse, quei due erano scomparsi; e ciò valse a viemaggiormente intimorirlo, sicché veggendosi nell'impossibilità di ritrovare la fossa, e temendo qualche sinistro da parte degli indigeni, si decise al ritorno.

Ed aveva già corso, quasi persona inseguita, per ben dieci minuti senza pur volgere la testa, quando scorse d'un tratto dietro di se tre selvaggi armati che scendevano un colle. Terrorizzato dalla presenza di costoro credette ormai finita ogni cosa; ed abbandonatosi in dirotto pianto, volse il pensiero a Dio per implorarne la protezione.

Continuò la corsa, ma avvedendosi che i selvaggi non si erano mossi dal quel sito, prese a darsi più coraggio. Procedendo s'imbatte sulla fossa dov'era stata nascosta la farina, ma già scoperta e vuota. Poco dopo si volse di bel nuovo guatando, e vide un selvaggio armato che in tutta fretta scendeva la spiaggia.

Accelerò l'infelice il passo, temendo di essere da quello inseguito; ma presto s'accorse che l'indigeno, gettatosi nel mare, estraeva forse una tartaruga.
Quando giunsevi al Costa il sole era pressoché affatto tramontato, e siccome non vi ha, per così dire, crepuscolo sotto l'equatore la notte scese all'improvviso. Raccontatogli l'avvenuto, si recò secolui sul colle dove stava Lovrinovich, e quindi, divisisi i pochi granchi, tutti e tre si sdraiarono sulla sabbia per prendere riposo.

Frattanto Iurich, Bucich e Vulovich, che lasciammo affranti dalla stanchezza e dalla sete sulla sabbia, ristorate alquanto dal riposo le forze a notte avanzata ripresero il cammino sulle orme dei compagni. Ma il dì seguente (8 novembre) dovettero desistere dall'impresa, perché troppo abbattuti dal calore solare; ed abbandonaronsi estenuati sulla sabbia per attendere fra lagrime di disperazione, più che la mano della Provvidenza, quella della morte.

Di già stavano meditando il supremo momento, quando una cinquantina di indigeni armati, discendendo fra spaventosissime grida verso la spiaggia, valsero a ridestare negli animi loro speranza di un qualche soccorso.

Gli sciagurati naufraghi, come questi furono loro vicino, si sforzarono di domandare con gesti e con parole dell'acqua, preghiera che gli indigeni, come ebbero compresa esaudirono con insperata cordialità, domandando la cooperazione delle donne. Né di ciò soltanto si mostrarono paghi.

Restituiti gli oggetti che dapprima sembrava avessero voluto appropriarsi, ed offerto il braccio agli estenuati bianchi, accompagnaronli loro ai piedi di un colle sabbioso che s'eleva a breve distanza dalla spiaggia, e quivi, acceso un fuoco, mercè l'abituale strofinamento di due legni secchi in pochi momenti fornirono i nostri di pesce arrosto. Quanta generosità!

Rifocillatosi alquanto gli sventurati naufraghi volsero il pensiero ai compagni e scorgendo tuttora le loro pedate sulla sabbia, Iurich le mostrò ai selvaggi, eccitandoli con gesti a recarsi in loro aiuto.

Due, difatti dei negri compresone il desiderio, si allontanarono verso quella parte. Che poi a far loro intendere il desiderio dei perduti compagni non fosse accorso gran tempo, né gran fatica per conseguirne l'aiuto, giova avvertire, i generosi, che tanto ratti s'accinsero alla ricerca, essere stati quelli appunto i quali avevano già prestato altrettale benefizio alla compagnia del Costa, e furata la farina al Baccich.

Gli altri frattanto, lasciato il colle che domina dall'una parte l'Oceano, dall'altra interminabili piani limitati da monti neri per giganteschi eucalipti, condussero seco i tre bianchi per tre quarti di miglio dal mare ad una vastissima pianura di sabbia qua e là mista ad argilla, coperta da macchie di arbusti meno di cinque e  più di venti piedi alti, e chiusa a gran distanza da basse e nere foreste.

Valicato un bel tratto di corta verzura, cui i bianchi riconobbero per sito di convegno degli indigeni alla quantità di spine di pesce ond'è cosparsa, raggiunsero un'apertura rocciosa che, quasi cratere vulcanico, si eleva a poca altezza nel mezzo di quel verde tappeto e cinge un amenissimo basso piano ove alla delizia di molle erbette, onde è ricoperto e ad alcuni rari arbusti, va unita una fresca sorgente di acqua zampillante all'est del recinto. ["F"].

E in questo sito la comitiva, che scortava i tre bianchi, parve si completasse, raggiungendo il novero di circa ottanta persone, le donne ed i fanciulli compresi. La presenza di tante facce nuove sgomentò i nostri, ma per poco; perocché la parola "fratelli" lor diretta nella nazional favella, echeggiò dolcissima nei nuovi arrivati. Era quella la voce di un dei compagni di sventura, del Perancich, cui fin quell'istante temerono nel novero dei periti.

Abbraccianronlo, l'un dopo l'altro, tutti impazienti di sentire la storia delle avventure patite, storia ch'egli narrò di buon grado, tosto che ebbe dato sfogo alla commozione provata per cosiffatto incontro.

Assicurate, siccom'è stato già detto, le calorne all'arboratura, e sceso quindi per sospendere l'imbarcazione, fu trascinato in mare da un’onda. Tenutosi saldo su una morsa dell'imbarcazione già rotta, lottò col mare per tutta quella giornata, e salvossi verso la sera a circa dieci miglia a sud dal sito dove gli altri si erano salvati. Riparò quindi in una spelonca, dove rimase per due giorni, vagando lungo la spiaggia senza bere e di null'altro satollo che di poche erbe acquee e dolci portanti dei fiori rossi. Incontrato nel terzo dì dagli indigeni e colmato come gli altri dei benefizi d'un insperata ospitalità, fu da essi condotto a questo sito, e sempre messo a parte del cibo di essiloro.

Narrata la storia delle sue avventure volle anche sapere i tristi casi degli amici, desideroso com'era di rivederli propose sollecito ritorno. Tutti e quattro allora, abbandonata la bella pianura, affrettaronsi alla volta della spiaggia per ricercarli. Lasciaronli gli indigeni, ma conviene reputare non di buon animo, ché uno di essi, come i bianchi s'ebbero allontanati, corse verso al Peranvich, gli tolse il berretto, e se la diede a gambe.

Il sole in quell'ora volgeva al tramonto. Fatti alcuni passi verso la spiaggia, ecco venire loro incontro Brajevich, Antoncich e Dediol. Nessuno provò la gioia di Antoncich nel rivedere il compagno, l'amico, il patriota Perancich, di cui aveva ritenuta certa la perdita. Piansero quei due di tenerezza, e strettisi fra le braccia, narraronsi vicendevolmente le sofferte calamità.

Tornarono quindi tutti verso Sud per unirsi agli altri compagni, e raggiuntili, dato ancora una volta sfogo alla commozione per l'inaspettata salvezza del Perancich, che quivi dovè ripetere l'istoria delle passate avventure, ristoraronsi di scarso cibo per poi abbandonarsi al riposo. Era la prima volta che si trovavano in dieci ["E"].

L'indomani, ed era quello il nove di novembre, mentre per ripararsi dai raggi solari, stavano riposando sotto una tettoia di frasche eretta presso al pozzo scavato dai selvaggi, distrasseli dai tristi pensieri, ond'erano agitati, la presenza d'un indigeno armato di lancia, che, seguito da una donna, senza dubbio la moglie, portante sulla testa una conca di legno, si presentò loro, palpandoli agli omeri e le braccia, quasi avesse voluto salutarli disse più volte, "Be voteri"; e "Be voteri" ripeté a più fiati anche la donna, ma i bianchi non ne compresero il significato, finché il Baccich osservati i gesti, argomentò potersi trattare della pesca.

"Seguiamoli, seguiamoli" - proposero alcuni, nella fidanza di poter trarne qualche vantaggio anche per la loro povera mensa. Recaronsi difatti secolui verso Sud Baccich e Vulovich, e giunti dopo mezz'ora di cammino alla spiaggia, l'indigeno dié principio alla pesca, cercando fra la sabbia dei granchi. Quando ne ebbe raccolta una quindicina, tutti li ridusse con un ciottolo, in pasta, che poi fuse con cert'erba portatagli dalla moglie. Lasciata quindi sulla spiaggia la lancia, nuotò fino ad una roccia poco lontana dalla riva, donde sparsa l'esca sul mare, ritornò ben tosto a terra per restituirvisi con la lancia dopo brevi momenti.

Intanto quasi a rendere meno pesanti i raggi del sole, incominciò una leggerissima pioggia, e la buona donna con amichevole sollecitudine invitò i due naufraghi a riparare sotto i vicini arbusti.

Mezz'ora dopo l'indigeno colto con la lancia un grosso pesce, un salmone di cinque chilogrammi circa, venne a terra, e consegnatolo al Baccich, propose per via di gesti il ritorno al colle ove avevano lasciato gli altri naufraghi. Ma quando furono a cinquanta passi dalla meta, il selvaggio, ritolto il pesce e recisane con una selce affilata la testa, che porse alla donna, restituì il rimanente al Baccich.

Seguitolli il nero fino al sito ove conservavano il fuoco, ma sol per recare un tizzone acceso alla sua donna che frattanto girato il colle dalla destra, s'era soffermata a 30 passi dai nostri.

I naufraghi, arrostito tosto il pesce, s'adissero a colazione benedicendo la generosità dell'indigeno che venne ancora una volta accanto a loro ma unicamente per recare dell'acqua alla moglie, colla quale divise la sola testa, lieto per certo della buon'opera che sembra esser stata l'unica ragione della sua comparsa.

 

IV.    V.

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