Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 

 

CAPITOLO III

 

Non appena l'alba del dì seguente (28 Ottobre) ebbe mostrato i primi suoi chiarori, gl'infelici naufraghi ripensando agli sciagurati dei quali ignoravano la sorte, malgrado la stanchezza, la fame ed il freddo, vollero andar in traccia di loro, nella lusinga, nonché di trovare qualcuno, di rinvenire tra gli avanzi dello "Stefano" anche qualche poco di cibo che le onde avrebbero potuto gettare a terra dal naufragato bastimento.

Abbandonato su quel sito il Iurich, che causa il gonfiore dei piedi non poté secondarli, gli sventurati si posero in cammino verso nord. Mesti, senza pur lasciare sfuggire un lamento, s'aggirarono gli infelici per quella deserta spiaggia a oltre mezzo miglio prima d'imbattersi in un dei loro, che affranto dalla stanchezza e dalle sofferenze si giaceva gettatovi dal mare fin dalla sera innanzi, disteso sulla sabbia e privo di sensi. Era Braievich.

Avrebbero voluto aiutarlo, ma con quali mezzi? E poiché eglino erano in cerca di soccorsi, convenne loro limitarsi al conforto scarso, ma in cotali momenti efficacissimo, della parola eccitandolo a raccogliere, come meglio avesse potuto, le forze per unirsi a Iurich, ove avrebbero fatto ben presto ritorno.

Proseguito ben tosto il cammino, ritrovarono dopo non lungo viaggio qua e là sulla spiaggia, una sufficiente quantità di provvigioni, come: due casse di bottiglie di vino, un barile di farina, un vaso di strutto, un barilotto di fagioli, un vaso d'olio ed alcuni vasi di conserve di trippe, arnioni, carne e patate gettati colà dal mare.

Assicurati per bene tutti questi oggetti, allontanandoli dalla spiaggia, affinché il mare non ritogliesse, convennero necessario rifocillarsi con del vino e caricandosi ciascuno con una fiasca, proseguirono, lieti di poter quindi innanzi porgere, comecché lieve, un refrigerio a quegli sventurati, che la Provvidenza sarebbe loro per restituire.

Ed il primo a cui poterono recare tanto sollievo fu Perlovich cui scorsero dopo settanta od ottanta passi, steso sulla sabbia ed immobile. Destatolo da quel febbrile letargo in cui si giaceva gettato dalla toccata sventura, e confortatolo non meno di qualche sorso di vino che di parole di speranza, eccitaronlo al ritorno verso i due che il cielo aveva risparmiato. Ma tant'era estenuato per la lotta colle onde, che fu mestieri sostenerlo del braccio lungo tutto il cammino.

Ricalcando le proprie orme, questa desolata comitiva ritornava al sito in cui aveva lasciato Brajevich, e ritirò l'infelice che incapace pur egli di fare un passo da se aveva atteso il loro ritorno. Confortato anche costui con un po' di vino, lo presero seco e proseguirono.

Ma ben presto si fece sentire la fame, né vi essendo altra via di spegnerla, s'accomodarono con dei granchi marini i quali per essere intraguggiabili, dovettero condire con un po' di farina e con qualche sorso di vino.

Ritornati dal Iurich, offrirono a lui pure quanto la Provvidenza aveva loro ministrato. Dopo breve riposo, tutti assieme di bel nuovo ritornarono verso Nord, sempre nella speranza di ricuperare nuovi oggetti e forse di rinvenire qualche altro compagno di sventura.

E trovarono difatti due barili di vino, ed una botte di acqua e poco dopo, esplorando la costa, il cadavere del Radovich gettato dal mare. Comecché e il vento ed il mare durassero, tuttavia nello spaventevole sconvolgimento della notte, il tempo pareva moderarsi, ed il sole saettava dovunque i cocenti suoi raggi.

Ciò valse a suscitare, nei traviati animi loro, il pensiero d'un futuro troppo infelice. Le brine ed i freddi della notte, le piogge, l'ardente sole, di quella regione. tutto doveva rendere più penoso quel soggiorno. Pensarono a ripararsi in qualche maniera, n'ebbero dalla spiaggia i pennoni, le antenne, l'albero di maestra, gli alberi più leggeri, i remi delle barcacce, i piccoli alberi delle barche, le lantine delle vele, la boccaporta maestra, una parte della camera di poppa, la ruota del timone, delle scale, tavole, coffe e casse vuote (fra le quali quella del nostromo, contenente due capotti, tre corsetti, un agoraio con diversi aghi, del filo), un pezzo di randa, una pezza di cotonina di circa venti braccia, nonché due pialle e vari oggetti di minor interesse.

Fu rinvenuto eziandio una vecchia colonna, appartenente lo sa il cielo a quale bastimento ivi naufragato prima di loro ed un pacco di lettere dell'armatore dirette al Capitano dello "Stefano".

Stabilirono quindi di erigere una capanna a breve distanza dal mare, su un piano sabbioso, ma a strati di erba più fitta, smaltato di qualche verzura, e dominato da un poggio che li difendeva dalle brezze marine, mentre da oriente metteva su vaste ed ondulate pianure ricoperte da arbusti, ed a grande distanza limitate da alti monti, neri per giganteschi eucalipti. ["B"]

Postisi all'opera utilizzarono anzitutto gli alberi ed i pennoni dello "Stefano", di quali scelti quattro pezzi li conficcarono nel terreno, formando un rettangolo, il cui lato maggiore misurava cinque metri, il minor due. Uniti i capi più vicini, legandoli per bene, li sormontarono coll'antenna dell'imbarcazione, assicurandola a quelli con cordami.

Si l'una che l'altra parte dei lati inclinati vennero coperte con tavole conficcate con una estremità nella sabbia, ed i capi assicurati con le funicelle del sartiame. Così furono pure chiusi i lati ai due capi della tenda. L'uscio metteva nel lato inclinato di levante.

Il fondo interno della capanna fu tappezzato con una soffice erbetta asciutta, portante piccoli fiorellini lanuginosi somiglianti a bombace, raccolta a poca distanza dalla spiaggia.

E della cotonina il Costa, prevalendosi degli aghi e del filo rinvenuti nello scrigno del nostromo, fece un lenzuolo che dovette servire per coperta a tutti.

Fu quindi trasportata dinanzi all'attendamento una parte delle provvigioni trovate sulla spiaggia, come il vino, i fagioli e le conserve. Così pesante lavoro aveva il bisogno di un po' di cibo e possibilmente caldo. Ma come accendere il fuoco, non possedendo mezzo per ottenerne? Fortunatamente fra i vari oggetti rinvenuti sulla spiaggia, fu trovato un vaso di latta con entro una libbra di polvere e nella busta del sestante si trovò la sola lente microscopica.

Rallegrati dalla scoperta di questo materiale tosto si posero all'opera per fruire del loro potere. Sparsa della polvere sulla sabbia, e circondatala con frasche secche, raccolte in quella prossimità, l'uno dopo l'altro cercavano di suscitare colla lente l'incendio di quei combustibili mercé la forza dei raggi solari. Ultimo nel turno, perché tra costoro il più giovane, comparve all'opera il Bacich, che riuscì più fortunato; perocché non di tosto ebbesi egli atteggiato, che l'incendio della polvere destò benefica fiamma, onde in un attimo tutte furono avvolte nel suo vortice le vicine frasche.

Ma lo sventurato dovette pagare a ben caro prezzo l'istante tanto desiderato; lo scoppio violento della polvere, strappandogli fatalmente la lente, cui indarno ricercarono più volte, gli lasciò bruciata la destra. Accorsero i compagni a prestargli gli opportuni aiuti, ungendo la mano con l'olio, e fasciandogliela con della tela.
Mentre gli uni prodigavangli questo linimento, altri incrementarono il fuoco con frantumi dello "Stefano", per cuocere sulla sabbia riscaldata tre pani allor allora impastati, da circa mezzo chilogrammo l'uno.

Qual sapore porgessero, sarà facile immaginare, pensando che il catrame colato dalla legna andò a condire con la sabbia quel povero cibo. Quel pane adunque, ed una scatola di carne in conserva riscaldata, furono il primo ristoro che gli sventurati naufraghi dello "Stefano" si ebbero su quell'inospite spiaggia.

Né una parola si fé sentire a quella funebre mensa. Gli amici mancati e la disperazione del futuro teneva gli animi loro raccolti, e solo il frangersi delle onde rompeva il sepolcrale silenzio onde erano circondati.

Avessero almeno potuto ingannare la fame col sonno!

Coricati sotto la tenda cercavano abbandonarsi al sonno, ma indarno! Le passate vicende, l'affetto della famiglia e della patria, alle quali tardi, o forse mai più avrebbero potuto ritornare, il pensiero di un futuro pieno di angosce, funestarono per tutta quella notte gli animi loro, tenendoli desti in una febbrile agitazione, resa più angosciosa dai pallidi raggi di luna, penetranti attraverso le connessure del tavolato.
Ma chi descrive quella lunga notte in tutto il funereo orrore ond'era tinta? Al pensiero non aver eglino pur troppo per anco versato tutto il calice delle amarezze, i loro occhi per la prima volta, dopo il naufragio, versarono calde lagrime, che indarno avrebbero voluto reprimere e nascondere, per non arrecarsi vicendevole argomento di mestizia.

Necessariamente il nuovo sole li trovò più stanchi e più deboli.

Frattanto faceva mestieri conservare il fuoco, poiché colla lente era andata perduta la speranza di procurarne dell'altro. Vegliarono quindi, nuove vestali, dandosi il cambio per alimentare una piccola fiamma coi frantumi del Bark.

Il vaso di latta vuotato la sera della carne, servì qui d'innanzi per cuocere i fagioli, che condivano con il brodo fatto di farina e burro sciolti nell'acqua calda. Anche il pane lo ebbero quotidianamente e sovente qualche frutto marino, che andavano raccogliendo sulla spiaggia mentre andavano lungi essa raccattando gli oggetti gettativi dal mare.

E come pel fuoco, anche pell'acqua fece mestieri disporre un servizio regolato, perocché la botte, cui non fu possibile trasportare presso all'attendamento, stava oltre due miglia da questo.

Così tutti occupati passarono più giorni, confidandosi alla Provvidenza e confortandosi vicendevolmente nelle fatiche e nel dolore.

E questo sistema di vita non fu turbato di novità di sorta fino al dì 31 Ottobre.
Rimasti il Baccich ed il Costa alla vigilanza del fuoco e dell'attendamento altri recaronsi alla pesca di crostacei, altri come Bucich e Dediol presero la via all'acqua.
Dopo non molto cammino, dalla vetta del colle, che a settanta passi dalla spiaggia s'eleva per circa ottanta piedi, videro costoro scendere sette persone, le quali avvicinandosi man mano crebbero fino al numero di circa cinquanta, le femmine ed i fanciulli compresi.

Erano gli indigeni, ed il pensiero del loro incontro non [poteva non] terrorizzare chi aveva piena la mente della loro ferocia. Volsero i nostri lo sguardo alla bassa e sabbiosa costa che si offriva a loro dinanzi, ma le troppo esili macchie onde è cosparsa, non bastavano ad asconderli ed evitarne l'incontro.

Fu ivi tra loro chi si peritò di proporre la fuga; troppo tardi però, poiché gl'indigeni, già assai vicini, avevano un passo che i nostri non avrebbero potuto superare. Iurich all'incontro, animolli a proseguire da coraggiosi verso la botte.

Ma prima che loro vi arrivassero, gli indigeni esaminatala presero a rotorarla sul
piano. Così fatto scherzo non piacque ai naufraghi, che per tal guisa corsero il rischio di restare privi d'acqua e perciò s'affrettarono verso gli indigeni, pregando e scongiurando con gesti e con parole di non togliere loro tanto benefizio.
Risposero nel loro gergo e quasi avessero comprese le preci degli inattesi bianchi, la abbandonarono tosto con religioso riguardo. Anzi, avvicinatisi a loro, continuando il proprio gergo, presero brevi istanti a palpare gli omeri e le braccia.

Tanto contatto fece scorgere ai nostri tutta la ferocia dell'aspetto di quegli esseri nudi e neri; e se tremassero spaventati dinanzi alla dritta e lunga lancia, cui tenevano nella destra, ed al giavellotto ed a quell'altra stranissima arma della sinistra, non fa mestieri il dirlo.

Volle il Cielo che cosiffatta, malaugurata carezza non durasse. I nostri proseguirono il cammino verso Sud.

Or chi avrebbe dei nostri avuto il coraggio di attingere dell'acqua? S'accinsero eglino pure allora al ritorno, ma seguendo a discreta distanza i selvaggi per osservare il contegno presso l'attendamento, a cui giunsero verso il mezzodì.

Il loro approssimarsi terrorizzò Bacich, che credette poterli evitare cacciandosi nel fondo della tenda. Costa all'incontro, li attese calmo e disgustatamente rassegnato; e quando furono dappresso non temé di volgere loro la parola in inglese e francese, chiedendo informazioni sulla Baia di Champion cui calcolava non troppo distante al Sud.

I selvaggi non compresero il senso delle sue parole, ripeterono, però, macchinalmente alcuna, inserendola nel loro inintelligibile gergo.

Intanto giunsero Iurich, Bucich e Dediol, e furono pure di ritorno anche gli altri. Il Costa, assicurato frattanto che si ebbe del mite carattere degli indigeni, lasciò i compagni alla custodia della tenda, per recarsi con quelli alla spiaggia.
L'angoscia e la desolazione scolpite a così spaventevoli caratteri sul volto dei naufraghi, che ad esprimerle ogni parola sarebbe stata superflua, poterono assai sui buoni indigeni, i quali secondando quel dettame, che per esser proprio anche all'animale, non poteva mancare alla selvaggia natura, accorsero senz'altro a prestare sussidio di cui compresero essere urgente bisogno.

Datisi quindi all'opera giovarono assai ai nostri, presentando al capitano fin la minima cosa prima di recarla all'attendamento.

Accorsero i naufraghi con lieto animo il favore degli indigeni, e ne ammirarono la lealtà, non però senza impazientire dinanzi all'impossibilità di far intendere il proprio linguaggio. Importava ai nostri qualche notizia, anche approssimativa, sul sito su cui avevano approdato, per desumere poi la via che avrebberli menati a qualche stabilimento europeo; ma come chiederlo?

Stavano consultando l'un l'altro, quando un di quei neri comparve al Costa, portando, dirò così, con religiosa reverenza un frammento di carta.

Una subita gioia si pinse sul volto dello sventurato capitano; volle parlare, e la commozione lo lasciò brevi istanti ammutolito. - Era un frammento della carta di quel continente rappresentante appunto parte della costa nord-ovest dell'Australia.

Fatti su quella base gli approssimativi rilievi, ebb'egli ad assicurarsi la fiumana Guascoyne esser distante da quel sito di circa due gradi, e presumibilmente, poco già di là, una qualche località europea. Tanta distanza avrebbe scoraggiato i suoi; disse egli, per indurli al suo divisamento:

"Ottanta miglia" disse " all'opra, all'opra amici miei, dieci dì di cammino, o pochi più, e noi saremo salvi!" Salvi! - Oh quanto lusinghevole scese al cuore degli sventurati l'accento del Costa! - "Salvi! Si, sì" - v'aggiunsero - "Andiamo, andiamo!..."

E la partenza fu rimessa alla dimane.

Il resto della giornata fu tutto dedicato a parlare della tanta desiderata salvezza cui credevano avevano ormai toccata, e in disporre il piano del viaggio.

Alla sera i selvaggi si postarono verso il continente, poco lungi dalla tenda, ed alcuni naufraghi che appreso avevano a conoscerne la mitezza, non temettero seguirli, nella fidanza di renderseli più famigliari e di ottenere forse un po' di cibo.
Avevano seco costoro alcune bacche simili a fagioli, in parte rosse coralline, ed in parte ricoperte da scorza nera, ed appunto come i fagioli chiusi in una specie di silique. Le mangiarono crude, bevendo dell'acqua che portavano seco. Offrirono difatti di questo frutto anche ai naufraghi, i quali, poiché ne ebbero mangiato, si ritirarono all'attendamento.

Gl'indigeni poi dopo la mezzanotte, abbandonato quel colle, ripresero il cammino verso Nord.

 

     III.    IV.        

TORNA  A  LETTERATURA

HOME