Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 
 

CAPITOLO II

 

Suonava la mezzanotte del 26-27 Ottobre, e il tenente Osojnak ed i timonieri Bucich, Perancich, Dediol, Viecovich, Brajevich ed Antoncich, corsero ad assumere la guardia.
Dopo le due, il tenente, desideroso di prendere un caffè scese sotto prua donde, intrattenendosi brevi momenti col Iurich, ricomparve ben presto sul cassero. Ma non di tosto vi fu, ed erano scoccate appena le due e mezza del mattino, che il bastimento, cozzando violentemente su uno scoglio sottomarino, si arrestò.

Un panico improvviso chiamò la ciurma sul cassero, che dallo scricchiolio degli alberi, dallo sbattere delle manovre correnti, dal rumore secco delle vele prese talvolta in filo, fu informata ben presto di tutto l'orrore di quella sventura. Vana adunque porre la speranza che sol levato dalle onde il legno avrebbe potuto salvarsi, e quindi furono tosto ammainate le vele. Si corse a scandagliare le tenebre, ma il conforto che taluni credettero di ritrovare in una inaspettata scarsezza di acqua, fu vano, perocché la posizione andava sempre più facendosi spaventevole.

Il vento intanto soffiava veemente da mezzodì, per cui il mare agitato con violenza faceva subire terribili e continue scosse allo "Stefano" il quale, senza che alcuno in quegli spaventevoli istanti l'avvedesse, girò in senso opposto, voltando la poppa ad ostro, per esser poi gettato sul suo fianco destro. Non era più possibile cercare rimedio al disastro, il fatto era incontestabile, la situazione suprema. Altro adunque non rimaneva che approntare le imbarcazioni per salvarsi alla meglio.

D'un tratto il grido "Presto, le calorne" si fece sentire spontaneo ed unisono. Corsero nelle stive: ma quale spettacolo! L'acqua aveva invaso violentemente il bastimento. Qual panico si impossessasse degli sventurati, in quale costernazione cadessero, non fa mestieri dire. Ed in chi avrebbero mai potuto confidarsi in quelle tenebre e ben nove miglia dalla costa, flagellati com'erano d'ogni parte da un mare spaventevolmente burrascoso?
Le imbarcazioni adunque soltanto potevano essere la loro salvezza. Ma salendo gli alberi, per issare le calorne sarebbe stato assai facile finii d'un balzo in preda delle acque; così erano forti le scosse che lo "Stefano", quasi ultimo accesso di chi muore, soffriva per l'urto continuo delle onde, che gli si accavallavano d'attorno. Né vi essendo un minuto da perdere il Perancich, senza attendere consiglio, col coraggio del disperato ascese l'alberatura, e resistendo con mirabile intrepidezza a tutti gli urti vi applicò le calorne. Solleciti accorsero gli altri trasportando sul ponte chi alcune provvigioni da bocca, chi qualche vestito. Il tutto fu collocato nello schifo in cui scese per primo il dodicenne Groiss.

Ma gli elementi pareva infuriassero ogni istante più contro quegli infelici; che non di tosto fu sospesa l'imbarcazione sulle cadorne, impetuosi colpi di vento sollevando enormi flutti, e precipitando sulla coperta, avvilupparono il bastimento strappando in un istante l'imbarcazione che fracassò l'infelice fanciullo e finì in pezzi sulla coperta del naviglio stesso.

. Ben presto altre onde, sfasciandosi a prodigiosa altezza, spazzarono il ponte dall'un capo all'altro; ed il Perancich, che tenevasi attaccato alle calorne fu lanciato assai lungi da un colpo di mare. Ognuno ormai vide l'abisso sotto ai piedi, e chi si attaccò alle sartie da prora, chi invece a poppa, tenendosi all'albero del palo. Poiché, adunque, nelle imbarcazioni non era più da sperare un aiuto, Antoncich gittossi disperatamente in mare con una scala. Pronti ad imitarne l'esempio lo seguirono lesti, ciascuno con una scala, il Costa ed il Baccich abbandonandosi ad una onda innalzatasi fino alla coperta del bastimento.
"Coraggio, fratelli, addio..." gridò loro uno degli infelici che tuttavia si stava sullo "Stefano"; ma un colpo improvviso di mare li respinse lontano dal legno,
né più udirono la straziante voce che eccitandoli al coraggio, li salutava forse per sempre.
Al Baccich però la scala fu di poco giovamento, grave com'era, affondava, e per non perire con essa, l'abbandonò, Tentò allora il ritorno alla nave reggendosi a nuoto, ma giuntovi appresso non vi poté salire, perché quel fianco era tutto fuor d'acqua, né poté ottenere soccorso dagli infelici compagni, che bisognevoli essi pure di aiuto e di salvezza si trovavano raggruppati sul sartiame.

Ma egli è appunto, in sull'istante in cui pare venire meno e mancasse quell'ultimo filo di speranza che sostiene il disperato, che la Provvidenza accorre incompresa e porge aiuto ai figli della Sua mano.

Sollevato all'altezza delle landre da quella spaventevole onda nella quale temeva trovare la morte, si aggrappò al panello della landra da poppa e poté trovarsi di nuovo a bordo.
La presenza di costui, cui già ebbero in conto per perduto, valse a ridestare negli altri la speranza della comune salvezza. Lanciati di sopra il bordo il guzzo e collocativi gli strumenti nautici e qualche po' di provviste, si disposero tutti ad imbarcarsi; ma l'onda stessa col favore della quale confidavano potersi allontanare dal bastimento, capovolse lo schifo non appena vi si furono collocati il capitano Miloslavich, Osojnak, Baccich e Bucich.
Il Baccich poté afferrarsi destramente da poppa alla chiglia; gli altri invece sparirono nell'immensità delle acque. Salvatosi appena s'avvide d'un naufrago lottante colle onde lo riconobbe, e lo chiamò a nome.

Era Dediol, che col salvauomini poté giungere ad affidarsi anche egli alla chiglia del guzzo da parte di prua. Allora, a forze unite e mercé il favore d'un maroso, riuscirono a capovolgere il battello e sormontarlo. Procurarono tenersi in equilibrio, immersi con la vita nell'acqua onde il guzzo era pieno, e s'industriarono di remare con le mani lasciandosi in balia della corrente e del vento, che li spingevano verso terra.
Ma un nuovo colpo di mare capovolse un'altra volta il guzzo, e comecché destri ad afferrarsi alla chiglia e drizzarlo, un altro ancora sopraggiunse a rendere viepiù disperata la posizione di quegli infelici. Radrizzatolo, l'impeto della corrente lo trascinò d'un tratto contro la riva: ma aperta ben tosto una falla per l'urto sostenuto contro un acutissimo scoglio, venne risospinto assai distante da quel sito. Un nuovo abisso adunque s'aperse per tal guisa a quegli sventurati, impegnandoli in più accanita lotta contro la morte.

Frattanto quel raggio di luce che segue la stella del mattino, manifestandosi attraverso le orride nubi di quel cielo tempestoso, aveva rese visibile la costa, ed i nostri come l'ebbero rivelata, si sforzarono di aiutarsi colle mani per raggiungerla quanto prima.
Ma pria di giungervi, quando appunto dopo sei ore di cosiffatta fatica era a loro parso impossibile di continuare, il petto degli sciagurati s'aperse a nuova speranza, scorgendo a poca distanza una specie di barca veliera. Chiamarono e colla voce e coi gesti della mano; l'illusione però dovette ben presto cessare, perocché altro non era che una scala, sulla quale un naufrago aveva innalzata una tavola per essere aiutato dal vento e dalla corrente.
Quegli era il Costa, il quale come li ebbe raggiunti, abbandonò la scala per esser loro compagno. Remarono quindi a forze unite delle mani per ben quattro ore ancora ignari di quelle orribili scene che frattanto succedevansi a bordo lo "Stefano", già prossimo a sfasciarsi.
Capovoltasi la barca, il Capitano ed il Tenente affogarono nelle onde. Lo sa il Cielo dopo quali e quanti disperati tentativi!... Solo il Bucich poté raggiungere lo "Stefano" e salvarsi sul sartiame di poppa, dove trovò Lorinovich, Zanetovich e Vulovich. Ben presto però dovettero correre al lato di Vukasinovich, Pavisich, Radovich, Iurich, e Brajevich i quali stavano da prua perocché l'albero di maestra cadde abbattuto da colpi di mare.

La sorte toccata a coloro dei compagni ch'eransi gittati in mezzo alle onde, li persuase essere ormai vicina ed inevitabile la fine dei loro giorni; sicché volte a Dio fervide preci, ne imploravano la misericordia ed il perdono!...

Stettero attaccati alle sartie fino all'aurora, ma vedendo di non poter più a lungo protrarre loro fermata sopra un legno, di cui imminente era lo sfacelo, rivolta una ultima prece ancora al Datore di ogni bene, si abbandonarono alle onde, raccomanandosi a frantumi di tavole.

I primi a cimentarsi a tale passo furono Lovrinovich, Iurich, e Busich, imitaronli da poi, Radovich, Vulovich e Brajevich. Zanetovich, Vukacasinovich e Pavicich salirono il pennone di trinchetto, forse per spiccare da quell'altezza il salto, ma non furono più veduti.
E tempo da cercare di essiloro non v'era che sfasciatosi il bastimento si correva pericolo di rovinare fra i suoi frantumi. Il mare continuava ad essere agitato, ed attaccati a pezzi di legno, disgiunti gli uni dagli altri, trovaronsi in balia delle onde per tutto quel giorno. Oh quanto disperato fu la lotta sostenuta prima d'approdare al salvamento!...
Costa, Baccich e Dediol raggiunsero la spiaggia verso le due pomeridiane e a circa le tre, Lovrinovich, Antoncich e Bucich poco distanti dai primi. L'ultimo, il Iurich verso il tramonto.

Non d'una parola, non d'un gesto potevano confortarsi nei primi momenti di quel fatale ritrovo; tanto erano abbattuti. Ove era indirizzato il loro pensiero nel sublime silenzio che tutt'intorno li avvolgeva su quella terra inospitale e selvaggia?

La prima cura fu quella di provvedere ai bisogni di Antoncich cui, perché comparso nudo, fornirono delle mutande di Baccich che se ne privò , e della camicia di Dediol, che tenne per se la flanella. Estenuati, e nell'impossibilità di avere un refrigerio, sia per asciugarsi, sia per rifocillarsi, scavate delle fosse in queste si adagiarono coprendosi di sabbia onde l'intirizzito corpo poté essere riscaldato.

 

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TERRA AUSTRALIS INCOGNITA

 

Conoscevano eglino la terra che li aveva accolti?

Nelle carte delineate or fanno cinquant'anni, essa era tuttavia descritta siccome: TERRA AUSTRALIS INCOGNITA. L'esistenza di un gran continente nel Oceano Australe era stata accertata appena da Quiros e Torres nel 1606; confermata dagli olandesi Hartog, Leachen, Lewin, Nuitz e de Witt.

Ma dalle indagini di costoro la sola scienza geografica poté ricavare qualche interesse: la colonizzazione di quel sito non venne mai da chicchefosse meditata.
Appena nel 1700 vi apparve Cook, che aprì quelle terre alle immigrazioni europee; e da quell'epoca in poi furono popolate in buona parte le coste, che ora, nonché nel Sud, nell'Est sono tanto fiorenti di città e di provincie.

L'Australia abbraccia una superficie di 6 milioni 353,000 chilometri, che è quanto a dire un quattro quinti dell'Europa. Eppure un buon terzo di quel vasto continente non è ancora conosciuto. Ne si attribuisca ciò alla mancanza di viaggiatori intraprendenti, od all'indifferenza dei conquistatori; bensì alla natura del suolo, sabbioso e privo d'acque.
E d'altro conto, qual parte del globo l'Africa eccettuata costò alle scientifiche esplorazioni tante vittime quanto costò quella dell'Australia?

Leichardt, Burke, Sturt, Oxley, Kennedy, Eyre, Mitchell, Cunnigham, Babbage, Stuart, Gregory, Selwyn, Mac Donnel, ed altri illustri viaggiatori, vi si adoprarono con audacia e perseveranza degne di ogni miglior encomio.

Il tedesco Leichhardt chiamato più volte l'Humboldt dell'Australia, per il primo percorse l'interno di quel continente. Animato dai vasti risultati ottenuti nella sua prima indagine nel N. O. fino al porto d'Essington, parti la seconda volta da Sydney nel 1848, per spingersi per la via di terra dalla baja di Moreton verso la costa Ovest ed il porto d'Essington.
Questo secondo viaggio costò la vita all'audace; e l'esperto Gregory, spedito nel 1858 sulle di lui tracce, venne alla conclusione che Leichhardt dovette essere stato vittima non già della ferocia degli indigeni, ma dalla mancanza d'acqua e dell'inospite natura del suolo come lo ebbero posteriormente a confermare Gillmore (1871) ed Andrea Hume (1874).

Burke pensò poi nel 1860 attraversarla da parte a parte, dall'oceano Australe all'oceano Pacifico, ma toccò eguale sorte. Lo spaventevole calore, l'assoluta mancanza d'acqua, lo uccisero sul più bello della vita.

Non ostante la tragica fine di Leichhardt, di Burke e di tanti altri viaggiatori l'esplorazione delle parti ancor sconosciute di questo continente non cessa. Ed è all'audacia di simili uomini, al loro disinteresse, alle loro sofferenze che l'Australia deve il suo meraviglioso sviluppo di energia, di vita, di proprietà e di splendore. Dal nord, dal sud, dall'est, dall'ovest essa ebbe i suoi arditi scopritori i quali si spinsero attraverso l'ignoto, e per lo più soggiacquero, ma la via era aperta e la colonizzazione, la ricchezza, la vita, vi penetrarono.
La costa e le prossime regioni mediterranee dell'occidente di quella terra furono pure visitate; ma le cure che per il corso di dieci anni (18631873) se ne presero Lefroy, Hunt, Delisser, Hardoicke, Scholl, Cowle e Warburton, non portarono a quelle parti i benefici toccati alle regioni orientali ed alle meridionali. Meno poi alla costa Nord Ovest, ove la civilizzazione europea non ha peranco posto piede, né forse lo farà mai, non presentando essa alcuna lusinga di lucro.

Arida e coperta da dune di sabbia, intersecata da macchie di arbusti di un verde nerastro, e da aspre rupi a picco, essa presenta allo sguardo una monotona sterilità, ma ancora più incredibile dalle scarse e povere insenature che ella offre al mare.
Né diversamente si dica delle regioni più interne, sabbiose anch'esse, ed a differenza dalla costa, qua e là sparse di pochi avanzi di conchiglie cristallizzate, di resti di vegetali e di ossami or incrostati dalla sabbia, or pietrificati.

Di conseguenza quivi e più ancora alla spiaggia, vi manca affatto un cereale od un vegetali qualunque, capace di porgere un qualche nutrimento all'uomo. Le sole piante che si riscontrano qua e là nelle regioni interne, ma in scarso numero, sono certe felci di cui gli indigeni settentrionali mangiano le radici; le orchidee, che danno dei bulbi; un sedano, di cui si cibano quei della costa di Lewein, il Creas Riedlei, il frutto del quale sostenendo sostanze malsane, dev'essere mangiato abbrustolito ed in ultimo il crescione, il cerfoglio e la sussifrogia. Sulla costa sono frequenti gli Eucalipti dunosi, le Casuarine, le Sterculie Neterophille, le Greville, le Banchsie, le Acacie, le Stilidie, le Mimose dalle foglie lunghe, i Liptospermi, i Poligoni juncei, ecc.

Mancante di fiumi, perde, nella stagione cattiva, fin quei pochi e piccoli torrenti che rari, ed a grandi distanze, la rigano; e tranne le rondini di mare, le procellarie, e qualche cane selvatico, non uno incontri di quegli animali onde abbondano gli altri siti di quel continente.
Contuttociò l'uomo, comecché primitivo e selvaggio, trovò la possibilità di abitare tanto orrida ed inospitale regione. Necessariamente la vita di quelle nomadi tribù indigene altro non è che una serie di stenti e di privazioni. Stenti e privazioni a loro certamente dolcissime, sia perché incapaci a concepire la possibilità d'una vita più comoda, sia perché non per anco assoggettati al sistema distruttore dei conquistatori, sia finalmente perché, liberi nelle loro scorrerie ignorano tuttavia il peso della schiavitù a quelli fatali.
"RESERVE FOR THE BLACKS" (riserve per i neri) che imposte ai loro conterranei i bianchi, i coloni, gli emigranti, gli "squatters", ed i "bushmen", e non altri possono varcare.
Questo si è l'unico bene ritratto dall'estrema aridità e dall'inospitalità del suolo, bene, cui certamente avrebbero da gran tempo perduto ove il suolo avesse presentato prospettiva di vantaggio sia al colono, sia al governo.

Necessariamente esse tribù, comecché selvagge all'infimo grado dell'intelligenza umana, non conoscono l'odio feroce che verso gli invasori si riscontra all'Est dell'Australia, mostrano, anzi, il che dà ragione a non poca sorpresa, straordinaria sia mitezza di costumi, e grande suscebilità ad un miglioramento morale, mentre quelli dell'Est, sono riguardati come antropofagi e cannibali.

Nei primi tempi della colonizzazione australiana i negri furono considerati siccome animali selvaggi, e quindi lecito cacciarli ed ucciderli. Fin gli stessi giudizi, considerandoli fuor dalla legge naturale, l'assassinarli non imputavano a delitto; ed i giornali di Sydney, compresi del bisogno di liberare le coste del lago di Hunter dalle loro tribù, osarono proporre fossero avvelenati in massa.

Fu dunque dell'assassinio che fin dal primo momento della colonizzazione di quella terra, ebbero a giovarsi gli immigratorie comecché il governo lanciasse decreti contro i sanguinari bushmen gli omicidi non cessano ancora, le tribù scompaiono e gli esempi di efferata crudeltà si succedono incessantemente.

Ne fa fede il Conte Beauvoer nel suo viaggio nell'Australia. Un giovine egli scrive nella verde età di ventiquattro anni, dalla tempra di ferro, esploratore ardito, che amava, stando a vedetta giorno e notte, uccidere a piccolo fuoco, per pura passione di caccia, ben settantacinque creature umane, scende più in basso di un cannibale di quei luoghi.
I poveri neri od autoctoni cosi chiamansi dai coloni inglesi gli indigeni oggidì non più di circa 50,000, vengono rapidamente meno. Passerà forse un secolo, ed il continente sarà spopolato dell'antica sua razza, senza che la sua origine e la sua storia possano in qualche modo venire conosciute.

I negri stessi in alcuni punti dell'Australia, raccogliendo i frutti di bunias albero sacro della costa orientale cantano con malinconica cadenza, che, "quando l'ultima bunian maturerà sull'ultimo superstite delle foreste di Bunias e cadrà a terra, l'ultimo negro renderà l'anima alle stelle". È ben singolare che dopo lo stabilimento dei bianchi, le emanazioni di bestiami, e le vicinanze delle case, facciano così rapidamente deperire questi alberi!...

L'Inghilterra collo schiudere alla civilizzazione questo novissimo continente, e nell'aprire a sé ed a tutte le nazioni marittime un nuovo, grandioso mercato, ha benanche sciolto un quesito psicologico, dimostrando che l'uomo non è per se stesso inclinato al male, dovendosi principalmente attribuire a cause intrinseche la sua depravazione, quando ha luogo, e che la divina sua origine non tarda a manifestarsi, tosto che si trovi in condizioni da poter onestamente procacciarsi il necessario, usando liberalmente delle sue facoltà fisiche e morali.

Confrontato difatti il carattere crudele e selvaggio degli indigeni dell'Est, col mite ed umano di quei dell'Ovest, non sarà difficile ritrovare la causa di tanta differenza. Colà, inaspriti e perseguitati dai coloni, che rapiscono loro la terra e la vita; quivi abbandonati a se stessi e non disturbati da chicchessia.

Certamente alla bandiera di uno stato qualunque non incombe unicamente la tutela dei propri diritti, ma eziandio il patrocinio almeno dei diritti naturali del popolo conquistato. E la prima, e forse l'unica nazione dalla quale l'umanità attende tanto sulla costa N. O. dell'Australia, si è l'Inghilterra, che se al Capo York all'Est di quel continente fra cannibali, a 350 leghe dal primo villaggio di bianchi, eresse una stazione unicamente allo scopo di possedere militarmente il sito, e venire in aiuto alle navi valicanti il pericolato passaggio fra l'Oceano Indiano ed il Pacifico, esponendo cosi il più delle volte quei buoni soldati, schiavi del dovere, ad essere pasto dei cannibali; potrebbe decretare altrettanto per la costa NO, e ciò almeno a titolo di umanità.

Quei buoni indigeni sarebbero per tal guisa poco a poco ammessi ad un morale miglioramento, ed i tanti naufraghi che, salvatisi dalle onde sul continente aurifero, vanno così a perire di estrema inedia sull'inospite spiaggia, ne verrebbero altamente beneficati.

E quanto infelice cadere debba l'esistenza di chi, sopravvissuto alla sciagura del naufragio, approdi a questa terra, sperando trovare riposo e qualche scarso sollievo, lo dicano i nostri naufraghi.

 

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Il bark si ruppe sopra una roccia sottomarina fra 22º 48' latitudine meridionale, e 113º 37' 40" longitudine trascinatovi piuttostochè dalle correnti dall'errore incorso nel prendere la rotta "A" [*]. E dei diciassette, che formavano l'equipaggio, sette lasciammo sull'arida sabbia, sfiniti dalla stanchezza di una lunga e disperata lotta colle onde.

 

[*] Le iniziali maiuscole, che si riscontreranno in più luoghi del testo si riferiscono al sito del naufragio, ed a quei dove i naufraghi si trovavano nelle varie circostanze del soggiorno seguito nella rispettiva carta. (Non visibile nella presente scrittura. N.d.R.).

 

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