Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 

 

CAPITOLO XI

 

Non appena ebbero oltrepassato il punto del naufragio, che si incontrarono col Bark inglese Alexandria" diretto per Nord. Il Tuckey chiamatolo a parlamento lo prevenne del naufragio dello "Stefano" e dei due salvati naufraghi, scrivendo sopra una grande tavola:

AUSTRIAN BARK STEFANO WRECKED N.W. CAPE

(Il Bark Austriaco Stefano naufragò al Capo N.O.) Indicandogli poi a forte voce, che due dei naufraghi erano salvi. Era intenzione del Tuckey che portasse tale notizia all'autorità del luogo a cui era diretto. Senza attendere più oltre il Capitano del Bark, raggiunta appena la strada di Tsiesin, si diè tosto premura di poggiare ed informare del fatto quell'autorità del luogo.

Questa vi spedì tosto in cerca dei naufraghi, lo Schooner "Vittoria" sotto il comando del Capitano Walcott, ritenendo dal su accennato Capitano, i due naufraghi tuttora fra i negri.

Trovati questi al sito dove li lasciammo, il Capitano, fatta gettar l'ancora, si sbarcò a terra con un bianco, che conosceva il linguaggio dei negri, ma ben tosto ne seppe esser i naufraghi partiti per Fremantle. Offrì zucchero, farina ed altra roba, e prese seco a bordo un di loro, perché gli indicasse il sito del naufragio. Giunti a questo malauguratissimo luogo, ancorarono lo Schooner fra le rocce ed il continente, e, sbarcatisi trovarono tuttavia la tenda ed i frantumi del bastimento.
Sulla costa, che volle anche visitare, trovò su diverse rocce sette scheletri di bastimenti rotti. Ritornato a bordo, e restituito indi il negro al sito donde fu preso, ripigliò il cammino verso Tsiensin.

Intanto il Kotter "Jessie", con vento in poppa, al 5 maggio aveva raggiunto la riva di Fremantle. È una cittadella sotto il 32º parallelo, situata in fondo ad una spiaggia in vicinanza al fiume "Swan River" (Fiume dei cigni) che sbocca nel mare un quarto di miglio verso Nord.

Tutt'assieme conterrà 400 case circa, abbastanza pulite, e disposte con quella regolarità geometrica che sembra esser il non-plus-ultra dell'architettura inglese. Conta circa 2500 anime. Dietro la città si protende una spianata, all'estrema punta della quale sta il segnale ai navigatori per renderli avvisati delle rocce sottomarine, onde anche questa costa è contraddistinta. Allo stesso fine nella città, sopra un colle sul braccio ove sbocca il fiume predetto c'è una lanterna, ed un'altra sull'isola Rotnest, a 12 miglia verso Nord. Fremantle è città assai commerciale, novera parecchi stabilimenti di manifatture ed alquanti molini.

Arrivato il Kotter a questa rada, prima ancora che si fosse ben ancorato, la notizia dei naufraghi salvati se ne era diffusa, e fu presto circondato da una quantità di barche di curiosi, venuti per vederli.

Tondogaro, che tutto il viaggio fu melanconico ed addolorato per aver abbandonato la patria, trasalì sul veder per la prima volta una città, tanti legni in mare e tanti bianchi alla spiaggia. E in mezzo a grida forsennate, fuor di se pella gioia ripeté più volte: "Surgaja cualla rac balla!" (Che quantità di bianchi!) Ma quando s'avvide che questi salirono a bordo, per tema forse della propria esistenza, tutto tremante si cacciò nella stiva, spiando il loro contegno per un foro.
Fra i vari arrivati a bordo, per dovere d'uffizio, c'era anche l'impiegato di polizia e quello del porto. Ne tardò a venire uno di Rovigno, quivi da molti anni accasato e già padre di famiglia, e conoscendo l'italiano e l'inglese, servì da interprete fra i due naufraghi, ai quali ultimi non fu piccola la sorpresa trovare in quell'estrema terra un proprio connazionale.

Terminate quelle prime formalità, il Capitano scese a terra, conducendo seco i due naufraghi ed i due australiani. Donate quindi ai primi alcune monete, affinché comperassero delle frutta ai negri, egli se ne allontanò per i propri affari.
Ma incontrati i naufraghi l'impiegato di polizia, ch'era stato a bordo, furon tosto condotti alla "Custom house", ove, perché vestiti di pochi abiti e senza calzature, non avendoli di questi ultime potuto a fondo fornire, il direttore della polizia dispose affinché un "Policeman" li conducesse ad un negozio e li fornisse di quelle calzamenta onde avevano più bisogno.

Ne aveva il direttore proferito appieno i suoi ordini, che la sala di quel uffizio si aperse all'apparire di un individuo in sui quarant'anni, non alto e piuttosto robusto, con folta barba e macchiato dei vaiolo.

A stento pronunziava le parole, tanto era affannato dalla corsa. Ma che avevalo attratto a quel luogo?

Attinte lì per lí alcune notizie sui due naufraghi, e rilevato che eglino erano sudditi austriaci, quivi veniva per assumersi egli stesso l'incarico della cura dei suoi connazionali. Lieto di poter beneficarli, s'avviò con essiloro ad un negozio per provvederli di ciò che faceva loro mestieri, quando cammin facendo, il nome della città natale dei suoi nuovi pupilli posegli argomento di nuovo trepido: "Io pur son di Ragusa", proruppe egli, mal reprimendo l'impeto della propria gioia, "Son da Giunana" (isola presso Ragusa), preso fiato ripigliò il discorso, per narrare la storia della propria vita. Si chiama adunque costui Vincenzo Vucovich e da diciassette anni, dacché si trova in quelle regioni, non ha più mai avuto notizie di sua patria.
Ha per moglie un'ottima signora irlandese, che li accolse come figli, e si diè tosto tosto premurosa di spedire telegrammi sulla loro salvezza. Intanto ricomparve anche il signor Charles, offrendo loro un posto al suo bordo, in luogo del Tenente che volle rimanere a terra. Al che ringraziarono per non mancare alle generose prestazioni del proprio compatriota presso il quale rimasero. Nè giorni seguenti furono assunte le disposizioni dei due naufraghi e lo stesso Governatore di Perth, venne indi a Fremantle per vederli.

Quindi dato l'addio all'ottimo Cap. Tuckey, alla ciurma del "Jessie" ed ai due indimenticabili selvaggi, ai 22 maggio s'imbarcarono sullo Scooner del Vukovich per recarsi a Tsiensin, donde poi di ritorno avrebbe dovuto toccare la costa australiana, per portare, in nome del governo britannico, qualche memoria affinché, anche nell'avvenire, in simili sciagurati incontri, abbiano a prestarsi verso i naufraghi.

Dopo soli otto giorni raggiunsero la rada di Tientsin (30 maggio). In un viaggio felicissimo e rapidissimo. Il Capitano stesso assicurava di non aver mai fatto uno simile nei diciassette anni di navigazione in quei mari.

Tientsin, è una cittadella sita in fondo d'una baia sopra un piccolo altipiano.
Ha tre sole case di pietra, le altre sono di legno coperte di fieno. Vi saranno in tutto trecento bianchi circa, fra un buon numero di negri.


Tutt'intorno si estende una bella pianura che a grande lontananza è limitata da monti ed ha un porto formato da una fiumara.

Quando però la marea è bassa, il bastimento resta al secco. Il commercio di questa cittadella consiste unicamente sull'esportazione di rame di cui sono quivi le miniere.
Lo schooner "Vittoria", spedito come dicemmo dall'autorità britannica di Tsiensin in traccia dei naufraghi, non si vide più da quell'epoca ricomparire e serio timore preoccupò gli animi di tutti quanti sull'esito di questa spedizione.
Dopo due mesi di assenza, fu appena di ritorno ai 28 giugno. Baccich e Iurich si recarono tosto a bordo dello Schooner, ed il primo come vi fu, scorse, da poppa, la porta dello "Stefano" sulla quale il Costa scrisse i nomi dei naufraghi. Osservò poscia alcuni altri oggetti a lui familiarissimi e di nefasta memoria.
Si dovette quindi pensare al ritorno.

Ai 30 giugno il Vukovich fece vela per Fremantle prendendo seco di passaggio il Capitano della "Vittoria", Walcott, che tornava a casa, e parecchi altri passeggeri.
Ai 4 di luglio raggiunsero il Capo Nord-West della penisola Vlaming dove ritrovarono i selvaggi. Gettata l'ancora, scesero a terra i Capitani Vukovich e Walcott, i due naufraghi e gli altri passeggeri.

Dal colle i selvaggi avevano indicato il sito per lo sbarco, tutti però scomparvero, e soli due negri rimasero alla spiaggia attendendo Baccich che li riconobbe e fece loro di cappello. Questi riconoscendolo, annunziarono tosto ad alta voce agli altri l'arrivo dei vecchi amici, laonde in breve ora si raccolsero alla spiaggia in tanto un numero di persone, quanti mai i naufraghi ne avevano veduti.

Erano da due a trecento, forse quivi raccoltisi per svernare. E senz'attendere che la barca fosse approdata, un buon numero d'indigeni scese anche in mare per tirarla sulla spiaggia. Ne d'è facile descrivere la gioia dei selvaggi nel poter palpare ancora una volta i due loro vecchi ospiti.

Il loro entusiasmo poi raggiunse il colmo, quando videro la barca piena di farina, di gingilli, di armi e di altri oggetti. Tutto fu un gridare, uno schiamazzare attorno a quella, invocando sollecitamente la parte che compresero loro destinata.
Fra questi era pure Giaki, che vide con gioia il suo "Mir" (Baccich). Gimmi poi era assente. Giaki, però, non vedeva di buon occhio che quei regali fossero divisi fra le tribù, poiché egli e Gimmi soltanto avevano mantenuti i due bianchi. E portò anche segni di risentimento ai propri sicché si dovette durar molto per quietarli.
Baccich poi, in segno di speciale onore al vecchio amico e benefattore, assicurò ai fianchi del suo Giaki la cinta di pelle col coltello, e gli diede una quantità di tabacco, sicché gli altri oggetti poterono esser divisi in pace.

Felicissime le donne preso dello zucchero e versatolo sulla sabbia, si distesero bocconi per leccarlo. La farina rimase indivisa, ed i selvaggi se la portarono in sacchi nel bosco.

Dopo la riproduzione delle proprie immagini nello specchio, che destò gran meraviglia in tutti, altro oggetto che attrasse la loro attenzione fu lo schioppo a retrocarica che il Capitano Walcott aveva portato seco. "Dammelo" gli disse uno di loro. Alla domanda dell'uso che ne avrebbe fatto, rispose: "Tungoro aggin nulla pignari cominini!" (Datelo qui a me. Bastonerò le donne!) Walcott per divertire quella buona gente sparò più tiri, ai quali fecero eco con grida di gioia e di sorpresa ogni qualvolta vederono uscir la palla.

Finita la divisione, gl'indigeni, pregati, spinsero la barca in mare, e raccomandato loro di prestarsi in appresso a favore dei poveri naufraghi che potrebbero approdare su quella costa, datosi l'ultimo vicendevole addio, i nostri se ne partirono.
I due naufraghi comecché abbandonassero con piacere quella deserta spiaggia, pure nel dar l'ultimo addio a quella buona gente, che cotanto liberale e premurosa si era dimostrata, provarono un senso di commozione, portando scolpita in cuore la più vantaggiosa idea del carattere di quegli indigeni. Salpata l'ancora, proseguirono per la loro destinazione e ai 12 luglio arrivarono felicemente a Fremantle.

Necessariamente il desiderio della patria andava ogni istante più crescendo nei naufraghi, finché ai sette di agosto lasciata la casa del loro compatriota Vlakovich e l'ospitale città di Fremantle, dove si era raccolto un "meeting" per fornirli di denaro, partirono col vaporetto "Georgette" alla volta di Albany (King Georgès Sound) Da quivi dopo otto giorni di fermata, proseguirono col vapore inglese per Cointe-Galles nel Cigland [Ceylon], dove furono dopo quattordici giorni di viaggio.
Il secondo giorno si trasbordarono sul vapore "Indus" che veniva dal Giappone, e da Aden nel Mar Rosso, dove giunsero in quindici giorni di viaggio, proseguirono per Suez Da Suez dopo due dí di fermata il consolato Austriaco li spedì alla ferrovia per Alessandria e da quivi in otto dì col vapore austro-ungarico furono a Trieste.
Donde tornarono nell'ottobre 1876 in seno alle proprie famiglie.

 

F I N E

 

XI.

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