Il naufragio del "bark" Stefano

 

 
 
 

CAPITOLO X

 

La mattina stessa dopo il fortunale, prima ancora che i negri si fossero accorti della rottura della barca, il Lurich destatosi nel sonno, quasi scosso da improvvisa commozione, era corso a cercare dell'amico. E trovatolo in placido assopimento:

- Destati! - gli gridò - Destati! Sognai un bel sogno... Oggi saremo salvi!...

- Che? - rispose egli il Baccich - tu credi ai sogni adunque? Ebbene dì sì, che hai sognato?

- Che un inglese, approdato a questa spiaggia, ci accolse nel suo legno e ci salvò.

- Vana lusinga... Tu sai che si sogna ciò che si desidera, e che si desidera ciò che è difficile e piuttosto impossibile, ad avere. Se sogni la felicità eccoti la sventura; hai sognato salvezza, ed avremo una più lunga schiavitù.

- Non ci lusinghiamo, amico mio, rassegniamoci, finché lo vorrà il cielo. La terra che ci accolse è inospitale e deserta, e v'è poco da sperare che un dì o l'altro vi possa apparii qualche legno.

- È purtroppo così - rispose il Iurich, ne poté dir altro.

Il singhiozzo recise ad entrambi le parole e molto tempo si rimasero muti, meditando fra lagrime di disperazione tutta la grandezza della loro sventura.

Seguendo di poi gl'indigeni, si trasferirono sul vicin piano, dove si erano perduti dappresso alla sorgente ["S"] chiamata, come dicemmo, dagli indigeni Bundajie. Ne vi passò gran tempo, che la voce di Bengo, il vecchio tessitore di reti si fece sentire ripetutamente, ed all’orecchio degli indigeni parve suonasse oltre ogni dire carissima.

Alzossi Baccich sui più per comprendere meglio il significato, ma non osò credere su le prime ai propri orecchi, tanto fu in quell'istante la commozione dell'animo suo. "Tanic-balla Cialli komin" Ecco il bastimento; viene Cialli - gridò ancora una volta Bengo.

Bastimento! Viene! ripeté il nostro sciagurato giovanetto, che voltò al cielo lo sguardo quasi da impetrare da colassù la forza di superare l'impetuoso tumulto che in quell'istante si scatenava in cuor suo, corse verso la spiaggia per verificare la verità dell'asserto di Bengo.

E Bengo aveva detto il vero! A poco più di un miglio di distanza dalla spiaggia girata una punta, colla prora rivolta a terra veleggiava, appunto, un Kotter inglese, quale Iurich se lo era sognato.

Aveva un albero colla randa, contraranda e due fiocchi, un'asta di prora perpendicolare alta tre metri circa, depinto fino a fior d'acqua di bianco, in lunghezza sedici metri. A tale vista la speranza di rivedere ancora una volta la patria si ridestò più viva nell'animo del naufrago.

Reso informato di questo fatto da un messo speditogli tosto da Baccich, il Iurich salito in vetta ad un colle vicino, si dì a far segni per avvisare il legno del bisogno che ivi era di esso.

E gli indigeni comprederono la causa della loro agitazione, con forme lusinghieri, intese ad assicurarli che il naviglio sarebbe approdato a quella spiaggia. - "Minara Cialli gogaj mulla!" - (Fra breve verrà qui!) Ma tiramollando il Kotter volse la prora al largo, parve scomparisse di nuovo; e questo fatto strappò un grido di dolore agli infelici naufraghi.

E gl'indigeni compreso tosto il significato di quello straziante lamento. - "Minara gogaj" - Fra breve ritornerà, dissero compassionevoli ai nostri, i quali, perché troppo educati all'amarezza del disinganno, insistettero: - "Mira gogaj!" - non ritornerà. E d'altronde su qual base poteva questa buona gente garantire il ritorno del legno?

- Sai - disse Iurich all'amico - sai che è? Il Kotter ritornerà ma non per noi. Abbandonato, lo sa il cielo dove e perché dall'equipaggio primitivo, esso era proprietà di questa tribù, che come vedemmo dalla barca, si serve di quello per la pesca - "Domandiamoli - soggiunse Baccich - forse ci sapranno dire qualcosa di più.

Richiestili quindi di chi fosse il naviglio e chi l'equipaggio i selvaggi risposero "Vac balla gudara, bulac balla gudara, sandi tobi nulla kuhgi cinaman." (Ci sono a bordo due bianchi, due negri, ed un cuoco cinese). Non vi è dubbio, soggiunsero i naufraghi, qui per noi non c'è speranza di salvezza.

E cercarono confortarsi pensando ai due bianchi, nei quali avrebbero trovato due compagni di sventura. Il Kotter fece tiremmolla ancora due volte, avvicinandosi a terra e riprendendo il mare; ma la terza volta orzò alla banda e mainata la randa, diè fondo a mezzo miglio circa di distanza per distaccare tosto l'imbarcazione. Intanto i negri andarono ripetendo ai naufraghi: - "Minara nulla Cialli gogaj niengo gudara. Tigone, Tondogoro gudare Pulimandur vagj bagiagala ciula ciugga thie turaggi kokonagi." (Tra breve verrà qui Cialli voi e Giovanni e Tondogoro e Cincigo andrete a Pulimandur, mangerete molto zucchero, thé e cacao.)

Ed ora conviene ricordare come Baccich fosse chiamato Mir e Iurich, Tigonè corruzioni di Miho e Frane, nome coi quali i naufraghi si chiamavano, nell'idioma nazionale, fra di loro. Dissero quindi ai nostri che assieme ai due negri Tondogoro e Cincigo sarebbero iti a Pulimandur. Che fosse Polimandur i nostri ignoravano affatto, e quanta fede poi avessero potuto prestare alle assicurazioni degli indigeni ognuno può immaginarlo.

Mentre poi la barca approssimavasi alla spiaggia, i due naufraghi scesero al lido cominciando a far dei segni, l'uno col berretto, l'altro col capello. E notisi che il capello di feltro a larghe tese del Baccich era regalo di uno degli indigeni della seconda tribù, chi sa quando e dove ricevuto.

Il mare era placido e bonaccioso, e la barca poté in breve ora approdare a terra. Nel caicchio v'erano di fatto due bianchi e due neri. I due bianchi però tenevano impugnate rivoltelle, in atto di difesa ma scesi a terra, e veduti i due sciagurati naufraghi, immaginandosi la sorte che li condusse a quei lidi, mutarono in atto di compassione, e stesa la destra, il più vecchio diresse loro amichevolmente la parola. Parlava inglese. Dopo sei mesi finalmente, quest'era la prima volta che gli sventurati sentirono parlare una gente amica! Oh gioia!...

Quelle facce consunte dalla fame e dagli stenti illividirono per la subita commozione del cuore, e la parola si chiuse loro nella gola. Vogliono rispondere alle tante interrogazioni di quel buon uomo, sulla loro patria, sulla sorte degli altri compagni, sul cibo di cui si nutrirono, sul modo come vissuti...

Ma più non credono ai propri occhi, e si abbandonano ad un dirotto pianto.

E secoloro piange eziandio quell'ottimo inglese, commosso dalla storia che sebbene a stento, pure poté raccapezzare delle loro sventure.

Li consolò quindi come meglio seppe, e dato ordine al tenente che gli stava appresso, di sbarcare alla spiaggia un sacco di farina e l'altro di zucchero, gli disse di condurre a bordo i due naufraghi, facendo lor dare, per il momento, solo acqua e pane, per evitare così conseguenze pericolose che lor potevano produrre i cibi non gustati da tanti mesi, e di tornar quindi a riprenderlo portando seco ancora farina e dello zucchero per distribuire agli indigeni. Il Capitano intanto si trattenne coi neri.

L'ora della redenzione era quindi suonata. Una nave amica offriva loro asilo e salvezza; un fratello europeo porgendo loro la destra si chiamava felice di aver trovato l'istante in cui mercé l'opera sua, quegli sciagurati verranno restituiti alla patria. Ma tutto ciò non basta a convincerli. Avvezzi alla sventura, tutto ormai temono; e nella piena degli affetti quella nave sembra loro un legno pirata; quegli amici altrettanti mercanti di schiavi ed esecranti, in cuor loro, l'istante in cui abbandonarono il continente australiano, guardano con ribrezzo all'avvenire.
Ne valse a rimuoverli l'affettuoso ragionare del tenente che li intrattenne per via, quanto la scritta; Jessie - Fremantle WA, letta sulla poppa del legno indicante il nome del Kotter ed il porto a cui apparteneva.

Quando poi saliti a bordo, si accertarono della loro felice sorte; quando verificarono tutto quanto era stato loro per lo innanzi detto dagli indigeni sul conto del legno e dell'equipaggio, commossi da sentimento di gratitudine verso quelle buone e leali tribù, tanto miseramente trascurate, una lagrima di riconoscenza irrorò le loro guance.

Fu cordialissima l'accoglienza prodigata loro dal buon cuoco cinese, il quale simulando per il momento devozione al Capitano, tosto che il tenente si fu ripartito di bordo, infranti gli ordini avuti, li servì sollecitamente di brodino di riso, e di pesce fritto al burro, che come si può immaginare, furono tosto divorati con grande avidità.

A terra frattanto, forse per la divisione della farina e dello zucchero, gli indigeni erano venuti alle mani, ed il capitano vedendo di non li poter accomodare si allontanò da terra per poi spaventarli, dal caicchio, con scariche di rivoltella. Tandoro e Cicigo, quegli stessi che, a seconda dell'asserto degli indigeni, Cialli avrebbe condotto a Pulamandur, recando ciascuno in mano la propria razione di tartaruga, seguirono il Capitano.

Raggiunto il Kotter e salpata di poi l'ancora, abbandonarono il golfo di Exmouth per dirigersi alla volta di Tien tsin, al Nord dell'Australia, donde pochi dí addietro, il legno si era dipartito. Il Capitano quindi si volse ai nostri, per prodigare loro quelle prime cure che facevano mestieri per instituirli in forze ed avvezzerai, poco a poco, al sistema di vita normale, che a loro ora tornava affiati nuovo.

Ma chi è costui? È Charles Tuckey, comandante il Kotter "Jessie". È quel "Cialli" appunto di cui si è spesso parlato, e con tanto affetto i nostri avevano udito discorrere gl'indigeni.

Sotto il manto delle sue abitudini marinaresche, sta un cuore generoso e quei suoi lineamenti abbronzati per lungo correre i mari rivelano tanta bontà d'animo che inspirandoti la devozione dovuta ai suoi quarant'anni, fa si che, messa a parte ogni soggezione, tu lo ritieni ben tosto fra i migliori tuoi confidenti. Nativo di Fremantle, egli ripete la sua origine da l'Inghilterra. Naviga per lo più fra Tsinsin e Fremantle, nomi che quegli indigeni pronunciano l'uno Cincin, ed il secondo con Carcara e Pulimandur e che ora appena spiegarono ai nostri il preciso senso delle parole più volte ripetute da qui buoni australiani, per consolarli nelle loro sciagure.

Il Tuckey è di quegli indigeni contentissimo pel contatto ch'egli ha con loro, almeno una volta all'anno. Egli si giova di essi nella pesca delle perle, perocché , sebbene taluno asserisca il contrario, questi australiani sono, come l'abbiamo già visto, espertissimi nuotatori; e secondo quanto disse lo stesso Tuckey, ai due naufraghi, s'immergono fino a dieci metri.

E tant'è benevolo cogli indigeni, sa così bene incontrare i loro parchi desideri, in compenso dell'opera che gli prestano, che la memoria del suo nome, resterà quivi proverbiale da figlio in figlio, siccome quello di un grande benefattore.

Oggidì Charles, [fam."Charlié"] e corrottamente Cialli è sulle labbra di tutte le tribù, e la crescente generazione novera non pochi che nel proprio ridestano la cara memoria del nome Tuckey.

Or dinanzi a costui, stanno due veri scheletri anneriti dal calore del sole, consunti dalla fame, e dalle sofferenze patite e tanto sudici che il sol bettume onde sono avvolti, basterebbe a renderli riconoscibili. L'uno, il più vecchio, è ricoperto da cenci che qualche anno fa avrebbero dovuto chiamarsi mutande e camicia; l'altro, veste solo mutande non meno sdrucite e cadenti. E sono, il lettore se ne accorse, Iurich e Baccich.

Il passaggio repentino dalla vita del deserto, alla mollezza delle usanze e delle colture europee, secondo il Capitano, avrebbe loro potuto riuscire pernicioso, sicché fattili lavare e regalatili degli abiti, dispose che quella notte ancora, dovessero dormire all'aperto, però coperti da qualche panno.

Il legno poi fendendo con rapidità le onde, si era ben allontanato da un approdo a cui la provvidenza lo aveva questa volta guidato, contro ogni umana disposizione. E di fatto egli veleggiava da Tiensen per Fremantle, riservandosi di toccar quella costa in altro viaggio.

Cammin facendo però , colto da un temporale, fu indotto da guasti derivatigli nella pompa, voltar colla prua a Tiensen. Abbisognando però di viveri, il Capitano pensò di approdare alla costa australiana, per soccorrere quegli indigeni, con qualche po' di farina e di zucchero.

Questo particolarità, adattando chiaramente agli sciagurati europei la mano onnipossente della Provvidenza, che serbatili attraverso le passate vicende, ora li avviava a salvezza, commosse assai i due giovani, sicché passarono quella notte di pensiero in pensiero, insonni ed agitati, ed il dì seguente ne riuscirono pesti e quasi consunti da una malattia.

E la conseguenza fu resa più funesta per l'indigestione prodotta dai cibi prodigati loro dal generoso cinese; sicché l'alba del 19 aprile non spuntò così serena sul guanciale dei redenti come il Tuckey si sperava. Il buon inglese, egli pure non ebbe la sua solita pace quella notte. La storia del naufragio dello "Stefano" e delle avventure dei marinai, raccontatogli a terra dall'australiano Norman, e dettagliatamente di poi espostagli a bordo dai naufraghi, e più ancora le vitree ed immote pupille degli spettri raccolti nel suo naviglio, lo tennero desto in lunghe e tristi meditazioni. Quando poi i primi raggi di luce penetrati nel suo camerino lo richiamarono in coperta, lo stato miserando dei due europei lo pose in nuova e maggior costernazione.

Necessariamente la piccola farmacia di bordo fu tosto messa in opera per frizioni, pediluvi e qualche leggero farmaco potabile dopo di che, gli avventurieri furono trasferiti nelle cabine di poppa.

Il Capitano da quell'istante fu, si può dire, sempre al fianco loro, nuovo amico e padre amorosissimo, sollecito in alleviarne la noia con dolci e lusinghieri parlarsi, ed in lenirne le doglie e restituire loro le forze con farmaci e nutrimenti.

E mentre narrava loro come pochi giorni addietro egli stesso diede agli indigeni quella barca con cui si portarono all'isola Muirm e come di poi attraversò col Kotter il golfo di Exmouth, quando appunto fu dai negri avvistato (12 aprile) a qualche distanza. "Vela da prua!... - gridò il marinaio di guardia. Ed il Tuckey, dovè montare in coperta. Era uno schooner a due alberi, esso pure inglese, della portata di 50 tonnellate di registro.

Chiamatelo a parlamentare, e scambiatosi tosto i segnali, si seppe anch'esso pure proveniente da Tsiensin, carico di rame per Fremantle, ed equipaggiato da otto persone, il capitano compreso.

Al Tuckey urgeva assai di mandare una lettera alle autorità di Fremantle, e dopo pochi minuti di parlamento, il Capitano dello schooner era già a bordo del "Jessie". Narrategli a vivissimi colori le disavventure dei due naufraghi, e le particolarità che lo condussero a salvarli, il Tuckey continuò: "Io pure seguirei la tua rotta se mi cedessi un marinaio dei tuoi, perocché qui siamo pochi".

"Volentieri, sir Tuckey - soggiunse l'altro - e qualora voi voleste cedere a me uno dei naufraghi, oltre il piacere di avervi sollevato, avrei quello di sentire minutamente la storia delle loro traversie.

No, Capitano - ripeté Tuckey - dividendoli, si potrebbe accorarli, ed invece di cercar loro giovamento li induceremo a maggior cruccio.

Verificata da ciascuna parte la dispensa, e fornitesi vicendevolmente di quella parte di vivande che più abbisognavano, entrambi spigarono le vele per Fremantle.
Ne si tennero molto tempo in vista. Tuckey la sera diede fondo appresso un'isola dell'arcipelago di Ampir per far legna, e ripartì il dì seguente di buon mattino.
Intanto, grazie le benefiche cure del Capitano e dell'equipaggio, i due naufraghi andavano rimettendosi in forze. Tondogoro e Cincigo poi tenevano loro grata compagnia, massime il primo, il quale viaggiando ora per la prima volta, faceva le meraviglie d'ogni minima cosa.

E Cincigo che aveva già altre volte attraversato il mare con questo bastimento, rideva sgangheratamente dell'ingenuità dell'amico. Più solenne argomento di scherno per Cincigo, ormai filosofo consumato, si furono poi la disperazione e le lagrime dell'altro in veggere sparire nell'orizzonte la sua terra natia.

Di parola in parola si passò quindi alle confidenze, per cui i nostri seppero da Cincigo come le provvigioni sotterrate dai naufraghi furono scoperte dagli australiani, come questa buona gente vittima del barile di vino, che fu trovato eccellentissimo, terminasse ogni baldoria azzuffandosi seriamente.

E via così siffatti discorsi per nove dì, fino a che raggiunsero, all'alba del 29 aprile, la vasta baia di Shark-bay prendendo fondo presso l'isola Dick Hartog, abitata da una famiglia inglese ricca proprietaria di numerose greggi. Il Capitano, vecchio amico della famiglia, cui non aveva veduto da dieci anni, scese a terra accompagnato dal tenente, un marinaio, i due naufraghi, Tondogoro e Cincigo.

Oltremodo gradita tornò alla famiglia inglese l'inaspettata visita, e presentati agli ospiti i due figliuoli, e messi a disposizione lori i propri servi bianchi e neri, apersero anche le stanze a gli ospiti affinché avessero potuto goderne a piacimento. Si passò quindi assieme tutto quel dì, e necessariamente l'argomento principale del ragionare furono le avventure dei nostri due naufraghi, da ciascuno intese con raccapriccio.

A mezzodì poi, fu servito il desinare che riuscì splendido e squisito, ed alternata la conversazione col giuoco, si chiuse la giornata, con una passeggiata al piazzale, d'intorno la casa. Quanto gusto, quante comodità in così piccola cerchia e tutto con esemplare decenza!

La casa non s'innalza oltre il pian terreno, una vasta e ben arieggiata sala ne è il centro e mette adito a quattro stanze laterali, comode abbastanza e fornite con molto buon gusto. Là vicino è la stalla dei cavalli, mentre le casette dei servitori e le stalle del bestiame minuto, sono a qualche distanza.

La stessa sera furono di partenza, ma nel girare il Sud dell'isola investitisi sopra un banco di sabbia, dovettero passare tutta la notte in serio timore, finché, felicemente liberati la mattina seguente riuscirono di abbandonare l'isola, dandosi all'alto mare.

 

X.     XI.

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