STEFANO  SCURLA

 

 

Il naufragio del bark austro-ungarico "Stefano" alla costa Nord Ovest dell'Australia.

 

PRIMA  PARTE

 

 
 
 

CAPITOLO I

 

Era il dì 31 luglio 1875, quando il bark austro - ungarico "Stefano" lasciata la rada di Cardiff, e per 60 miglia rimorchiato da un battello a vapore fino all'isola di Landy, abbandonava la costa inglese, sciogliendo le vele al vento per darsi all'alto mare.

I marinai, esperti nella manovra, fornirono ben presto l'albero di prora del trinchetto, parrocchetto, pappafigo, e contrapappafigo, quello di maestra, delle vele maestra, gabbie, pappafigo di maestra, e contramaestra; e l'albero del palo colla randa e contraranda. Il bompresso fu ammattato di quattro fiocchi e fra l'albero di maestra e di trinchetto furono distese tre vele di straglio, e due fra quello di maestra e palo.

Alle manovre fisse aggiunsero, si all'albero di poppa che a quello di prora, d'ambo le parti, le vele volanti, scopamari, i cortelazzi e cortelazzoni.

Ottimo veliero e del più bel modello, costruito con tutti i moderni perfezionamenti di solidità e rapidità, fendeva con orgoglio le onde coll'affilata sua prora. Lungo 50 metri e ½ stazzava 857 tonnellate di registro, e portava a Hong Kong milletrecento tonnellate inglesi di carbone.

Nicolò Bacich, raguseo dimorante in Fiume, & Co, ne erano gli armatori.

Lo comandava Biagio Miloslavich, raguseo anch'egli, ed ottimo marino, che in più viaggi di lungo corso aveva dato prove di abilità, di energia e di sangue freddo.

Secondo capitano era Carlo Costa, compatriota al Miloslavich, giovane colto ed istruito bravo marino, di simpatiche forme e gentili maniere.

Martino Osojnak da Fiume era il tenente, giovine di belle speranze.

Diciassette uomini, compresi i due capitani ed il tenente componevano l'equipaggio dello "Stefano", brava gente, amanti del loro mestiere, coraggiosi ed abili nella manovra d'un naviglio.

Giovanni Lovrinovich da Ragusa, era il nostromo, Domenico Antoncich da Lussinpiccolo, il carpentiere; Michele Baccich da Ragusa, cadetto; Matteo Zanetovich da Cattaro, dispensiere. Timonieri erano: Baldassare Vukasinovich da Gravosa (Ragusa); Giuseppe Perancich, da Lussinpiccolo; Gregorio Pavisich e Fortunato Bucich dal territorio di Fiume. Giovani Paolo Radovich da Potomnje, Giovanni Iurich da Oskorusno, Tommaso Dediol da, Kustice, Diod Vulovich da Dobrota (Bocche di Cattaro) e Nicolo' Brajevich da Canali presso Ragusa; mozzo Enrico Groiss da Cardiff.

Il tempo era deliziosissimo, il vento favorevole, il mare bonaccioso, la sola lunghezza delle onde avvertiva il bark di navigare sull'oceano.

Una frotta di delfini, colle rapide loro evoluzioni, tuffandosi o slanciandosi in mare con meraviglioso vigore, seguivano costantemente il naviglio, offrendo un lieto spettacolo ai marinai ai quali il propizio tempo permetteva di deliziarsi del vasto Oceano.

Erano i soli esseri animati visibili in quell'immenso spazio e rallegranti la pesante solitudine dell'equipaggio, che, lontano da ogni umano consorzio trovavasi fra cielo e terra.

È a questo immediato contatto colla natura, che il marinaio deve il suo carattere franco e religioso. Fra lui e l'Autore del creato, nulla, per così dire, si frappone; egli è sempre ai piedi del Suo trono, a Lui volge direttamente i suoi voti, le sue preghiere, i suoi ringraziamenti nel gran tempio della natura. Dal ripetuto spettacolo dell'eterne leggi del creato, apprende a rispettare le umane.

Favorito dalle correnti e dalla propizia brezza, il bark camminò gran tempo rapidamente lasciando dietro di sé le Azzorre, indi il gruppo di Madera, cui, causa la gran distanza, si poté piuttosto immaginare che vedere.

Regolata la via in modo da passare ad ovest delle Canarie soltanto fra le nuvole si scorse il maestoso picco di Tenerife dagli undici mila piedi sopra il livello del mare. Colà entrarono nella zona leggiadra degli Alisei, ed il bastimento con rapido cammino passò il tropico del Cancro.

Non tardò a seguirlo una frotta di caravelle, che erranti sulla superficie delle acque sotto ai tropici, veleggiavano per mezzo di una viscichetta attaccata al dorso, a guisa di pettine, stendendo e rattraendo di continuo sotto acqua le lunghe e molte braccia per cogliere la preda.

A queste ben presto s'aggiunse una schiera di pesci alati, i quali slanciandosi fuor delle onde, e battendo per alcun tempo nell'aria le pinne a mo'` di ali, non tutti rientravano nel loro elemento, perocché non pochi, traditi da un colpo d'ala mal calcolato cadevano sul ponte, scambiando così il crespo Oceano colla ristretta tegghia.

Lasciate ad ovest le isole del Capo Verde, il bastimento secondato dai costanti Alisei da Greco Levante, che di tratto in tratto moderavano l'ardore del sole allo zenit, navigando con sicurezza un mare tranquillo, raggiunse la linea dell'Equatore.

È un giorno al solito di massima allegria quello del passaggio della Linea, ed i nostri vollero celebrare giusta l'universale costumanza dei marinai, abbandonando alle acque, chiusa in una boccia, la carta contenente il nome del bark ed il dì in cui fu attraversata la linea.

Consuetudine per certo oltre ogni dire proficua a determinare la forza e la direzione delle correnti; incombendo a chi la trova di annotare il giorno ed il luogo ove fu rinvenuta e di rendere tutto ciò di pubblica notizia.

Il vento quindi girò a Scirocco Levante. Traggiungendo attraverso Ovest le correnti delle coste del Brasile ed il bark, passando l'equatore, entrava nell'emisfero australe.

Lasciata a destra l'isola Trinidad, e passato il tropico del Capricorno, fu presa la rotta col vento a Nord Ovest verso il Capo di Buona Speranza. In questa traversata fu avvistato un bark spagnolo, che segnalizzò la rotta per Montevideo.

La brezza, che frattanto era stata sempre propizia, pareva favorisse l'equipaggio nei suoi soliti trattenimenti, svegliando sul bark un giulivo commovimento. Quei che già avevano lasciato il servizio, pescavano dal bompresso le palamite che, numerose, seguivano il naviglio, mentre moltissime rondini marine gli si aggiravano attorno, e volando sfioravano l'acqua colle loro zampette munite di membrane natatorie, per afferrare i rimasugli gettati dal bark.

E coll'approssimarsi al Capo, stormi di piccioni, gabbiani ed albatri raccolti a frotte, sulle agili e leggere loro ali, agitandosi e turbinando senza posa, circondavano in tutte le direzioni il bastimento, e ghermendo con la rapidità del lampo, l'esca che lor si porgeva sugli ami, non pochi restarono vittima della propria ingordigia.

Di mano in mano frattanto, lo "Stefano" inoltrandosi su quel mare, perdeva di vista le costellazioni dell'Europa, per ammirare nuovi astri nel purissimo cielo di quell'emisfero. Quindi la grand'Orsa, seguita dalla Polare, non era più il conforto del guardiano della notte, bensì quella Croce che, indicandogli le terre polari australi, lo avvertiva esser egli ormai troppo lontano da quelle regioni, nelle quali aveva inteso del quattro stelle non viste mai fuor che alla prima gente.

Il naviglio procedeva intanto a gonfie vele come rapido cavallo che sente lo sprone e favorito dal vento fendeva le onde percorrendo il cammino con una velocità media da otto a nove nodi all'ora.

In prossimità del famoso Capo delle Tempeste, a cui Giovanni II di Portogallo diede impropriamente il nome di Buona Speranza, incominciarono gagliardi monsoni da E a N.O. passando il S. Il mare quindi ingrossò considerevolmente ed il bastimento cominciò a soffrire violenti ondulazioni per cui fu d'uopo prendere il largo.

Col crescere del vento il mare del Capo cominciò a mostrarsi in tutta la sua fierezza e sublimità . Né tardò a comparire una di quelle tempeste che furono argomento ai portoghesi per dare a questa punta meridionale dell'Africa il nome di Capo Tormentoso.

Era il dì primo Settembre 1875, il trentesimo terzo dalla partenza da Cardiff. Si dovettero ammainare le vele, ed i marinai slanciatisi sulle griselle, non senza fatica, le rotolarono in buona parte nei propri legacci sul pennone ammainato. Si lasciarono soltanto le gabbie terzarolate, il trinchetto, la trinchettina e la vela di spazzacassero.

La violenza del vento raddoppiava e tramandava acuti fischi nelle manovre fisse. Le oscillanti corde metalliche spaventevolmente risuonavano, i puntali scricchiolavano, le carrucole si urtavano, ed un cupo mugolio si faceva sentire fra gli alberi ed i cordaggi. Il naviglio scompariva intieramente nell'abisso apertosi fra due onde, indi una muraglia d'acqua sfasciandosi sulla prua inondava con irresistibile violenza tutto il ponte, e metteva nell'estrema apprensione l'equipaggio.

Imbrogliato tosto il trinchetto, furono anche ammainate le gabbie ed i fiocchi. Il rollio sbatteva così fortemente, che talora le aste di trinchetto andavano a toccare le creste delle gigantesche onde; sicché era affatto impossibile stare in piedi. Furono quindi tesi due gherlini lungo il ponte su cui, con sforzi convulsi, si afferravano i marinai, per non essere trascinati dalle onde. Quei del timone vennero assicurati con una corda legata attorno alle reni.

Si corse quindi alle pompe per rigettare l'acqua che entrava nel bastimento per trentadue centimetri in ventiquattro ore. Non si vedeva più terra. Erano a trecento miglia al sud del Capo, ed il bastimento, che oltrepassava le onde, solcandole con la prua affilata, immergevasi come enorme cetaceo, con una velocità da tre a quattro nodi all'ora. Compagna nella lotta come nella direzione era a loro una nave inglese.

Schiere di procellarie, i funebri uccelli delle tempeste, e di giganteschi albatri dal nero colore, quasi presaghi della futura sorte del naviglio, trastullavansi fra gli scatenati venti volandogli d'attorno.

E pria che una qualche speranza di salvezza volesse brillare nell'animo di quegli sciagurati, dovettero scorrere ben otto di cosifatti giorni. Finalmente il dì 9 settembre successe a quell'uragano una maneggevole brezza cui, quasi foriera di giorni migliori, l'equipaggio salutò esultante muovendo sollecito a porre il bark sotto il trinchetto, le gabbie, i pappafighi, i fiocchi, la randa e le vele di straglio. Allora cambiarono rotta, dirigendosi verso levante un po' più per avvistare da trentatré miglia al sud dell'isola di Amsterdam, l'isolotto di St. Paul; importantissimo a chi naviga alle Indie Orientali, alla China, all'Australia, o alla Nuova Zelanda, e per le osservazioni magnetiche e per regolare i cronometri onde dar così una giusta direzione alla rotta del bastimento.

In meno di venticinque giorni il bark filò dal Capo a St. Paul 2900 miglia. Le fitte nebbie addensatesi su quel punto impedirono d'avvistare l'isolotto; si passò quindi da mezzodì, lasciandolo a tramontana del bark.

Si dovette tirare colla rotta verso la costa occidentale dell'Australia, accompagnati quasi sempre dagli abilissimi pinguini abitanti quell'isola e quali, forniti di ali simili a pinne di pesce, passano buona parte della loro vita nell'acqua, che conseguentemente è considerata siccome loro primo elemento.

Secoloro svolazzava la conterranea rondine del mare, dal becco e dai piedi corallini, dal capo nero e dalle penne d'un bel grigio argentato. L'aria intanto si schiariva sotto l'influenza del vento e la nebbia andava dissipandosi. Trovandosi quindi in quelle regioni, quando l'inverno era per dar luogo alla primavera (21 settembre) perocché il sole volgevasi al polo antartico: rammemorando che nelle patrie regioni allora lo state lo cedeva all'autunno.

Dopo i giorni tristissimi del verno, lo "Stefano" altri trentadue ne contò di questa bella età dell'anno, navigando l'oceano Indiano, finché (23 ottobre) consultate le carte, si riconobbe non lontana la costa del continente australiano. Ed era necessario avvistare quella terra per regolare i cronografi, non avendolo fatto a St. Paul. Così, e non altrimenti, avrebbero potuto avere sicuro il punto di partenza per dirigersi ad uno di quegli angusti passaggi di levante, entrare oltre Ombay nel mar Pacifico, e passare finalmente al sud delle Filippine.

Il vento di ovest favoriva il cammino del bark. Comecché accompagnato da grosse onde, pure non si aveva ragione di lamentarsi degli elementi. Camminava rapidamente da undici a dodici nodi all'ora ma coll'approssimarsi al continente australiano, il vento girò a sud.

Il 26 di mattina fu segnalato uno schooner inglese che bordeggiava colla prua rivolta a scirocco e nel pomeriggio, dalla cima dell'armatura, fu scoperta la costa dell'Australia. La rapida traversata di 2200m da St. Paul fino a questa costa, fu compiuta felicemente in meno di un mese. Un mese ancora quindi ed ora sperabile di raggiungere con tempo propizio la meta del viaggio. E per non correre pericolo sulle tante rocce sottomarine che contraddistinguono quella costa bassa, sabbiosa e d'aspetto selvaggio, fu disposto di cambiare la rotta, governando il bastimento a tramontana quarta maestro. Continuò quindi regolarmente il suo cammino con il vento in poppa.

Traversato per la seconda volta il tropico del Capricorno, e fatto il pasto della sera, la parte libera della ciurma prese riposo; gli altri rimasero alla guardia.

 

I.    II.

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