GIULIO SCALA

 
  

 

Memorie di un Commissario di bordo

 

PRIMA  PARTE

 
 
 

 

 

Negli anni dal 1955 al 1963 ho esercitato uno dei tanti mestieri e professioni della mia (grazie, abbastanza finora) lunga vita, dopo il nostro Esodo. In tale periodo ero Commissario di Bordo sulle navi passeggeri. Oggi si conoscono soltanto le navi da crociera e la gente si sposta da Roma a New York, o da Milano a Sydney, in aereo.

Quella volta le linee aeree erano all'inizio e chi voleva andare oltremare prendeva la nave. Le navi, quindi, erano un traffico "di linea", come si diceva. 

Nei primi anni ero imbarcato su una linea "di lusso", e cioè con il Lloyd Triestino, da Genova a Hong Kong.

Poi fui su navi che portavano gli emigranti nelle Terre Promesse. Dopo il secondo conflitto, per innumerevoli profughi da tutti i Paesi europei, senza casa e senza mezzi di sostentamento, organizzazioni internazionali  (come la I.R.O. - International Refugee Organisation) mandavano questa povera gente oltremare, dove c'era lavoro e dove queste vittime della guerra, da loro certamente non voluta, si creavano una nuova esistenza.

 

Ho portato emigranti in Canada, Venezuela, Australia.

 

Il mio primo viaggio per l'Australia lo effettuai verso il 1957 sulla motonave "Neptunia" del Lloyd Triestino, una nave da 11.000 tonnellate, che ospitava circa 800 passeggeri: un numero molto ristretto in una Prima Classe ed il resto in "Classe Turistica" (così si chiamava, anche se quei disgraziati tutto erano, meno che turisti).

I "turisti" dormivano in dormitori che si chiamavano "cameroni" con una cinquantina di posti in letti "a castello", un po' come i trasporti truppe dei soldati americani che venivano in Europa a farsi ammazzare. Più tardi, nella guerra del Viet Nam, mandavano i giovani americani ad Hanoi, a farsi ammazzare con l'aereo.

La "Neptunia" non aveva aria condizionata e - attraversando il Mar Rosso - nei locali interni e nei "cameroni" la temperatura saliva a livelli molto alti, certamente ben oltre i 40-45 gradi centigradi.

 

Le sale dormitorio da 50 letti erano ovviamente separate per uomini e per donne. Tali "locali", adattati a dormitorio, non erano altro che stive di carico della nave. Nel viaggio di ritorno Australia - Italia, i letti venivano smontati e le stive riempite di balle di lana grezza, allora principale merce di esportazione australiana.

I porti d'imbarco della Neptunia in Italia erano Genova, Napoli e Messina. Ci fu un ministro della Marina Mercantile, calabrese, che per motivi elettorali dichiarò che non poteva permettere che i poveri emigranti calabresi dovessero recarsi sino a Messina per imbarcarsi per l'Australia, e fece fare scalo una volta alla nave, oltre che a Messina, anche a Reggio Calabria che, come san tutti, è proprio di fronte al porto siciliano.

Poiché il porto di Reggio, quella volta, era estremamente piccolo ed era estremamente difficile e pericoloso farvi entrare una nave da undicimila tonnellate, per un miracolo la Neptunia non si sfracellò sugli scogli.

Qui finì il progetto e la buona intenzione del Ministro, tesa a evitare ai suoi conterranei l'attraversamento dello Stretto.

 

A bordo avevamo un cappellano, un prete cattolico il quale, senza posa, giorno e notte, metteva in guardia le donne sui pericoli che le attendevano in un Paese straniero e - forse - senza Dio.

 

Molte fra le donne siciliane (e calabresi) partivano dal loro paese e villaggio (dall'interno della Sicilia, Calabria e Lucania) vestite di nero, con il fazzoletto in testa e con le calze (nere) lunghe.

Durante il viaggio, sulla nave, le possibilità di lavarsi erano limitate, e d'altra parte, per queste pie e caste donne, il lavarsi, specialmente in punti non visibili, era una cosa forse anche peccaminosa.

 

Così queste donne attraversavano il Mar Rosso (che non si apriva più come usava fare quando Mosè lo attraversò con gli ebrei in fuga dall'Egitto, anche loro verso la Terra Promessa) dormendo in questi locali, con temperature allucinanti, senza cambiarsi mai d'abito, senza fare abluzioni (e senza levarsi le calze  nere e lunghe). Lascio alla vostra immaginazione la intensità degli effluvi e degli odori che si potevano godere in un camerone con una cinquantina di donne in tale condizione.

Onde evitare e prevenire epidemie, eccetera, ogni mattina facevamo uscire tutti dai dormitori, uomini e donne, ed il Nostromo (la persona più importante a bordo dopo il comandante) con una squadra di marinai (senza maschere antigas) entrava nei locali e li lavava a fondo con manichette (tubi flessibili dei pompieri), con forti getti d'acqua mista a cloro.

 

Emigranti per le americhe.

Steamship Historical Society Library. University of Baltimore.

 

Le autorità australiane esigevano, all'arrivo della nave nei porti australiani, - ripeto, primo porto di scalo era Fremantle, ultimo Brisbane - degli elenchi dettagliati con tutti i dati anagrafici dei passeggeri immigranti. Erano dei formulari con sedici colonne, mi ricordo (questo per le Immigrations & Police Authority), inoltre - per le Autorità Doganali e di Igiene - un altro formulario altrettanto dettagliato, con tutte le cose che gli immigranti recavano seco.

Come voi ben sapete, e come probabilmente ancora in vigore oggi, la legge proibiva, nel modo più perentorio, l'importazione di materassi di lana, salumi e tante altre cose che non ricordo.

La maggioranza dei miei "passeggeri - turisti" provenienti dalle regioni dell'Italia Meridionale, Sicilia, Calabria, Campania, Lucania, Molise, eccetera, era composta da poveri contadini dell'interno della regione, i quali non sapevano né leggere, né scrivere.

 

Nella stagione estiva (europea), da maggio a settembre in India e nell'Oceano Indiano soffia, com'è noto, il Monsone. Gli abitanti dell'India ne sono felici (inondazioni a parte) perchè, dopo sette mesi di siccità, finalmente piove (e come!).

Sul mare questo monsone è un vento molto forte e le navi del Lloyd Triestino che andavano in Australia e che si chiamavano "Australia", "Neptunia" e "Oceania", erano state costruite nei cantieri di Monfalcone e - al contrario delle navi di costruzione britannica - lunghe e relativamente strette - erano piuttosto corte e alte di sovrastrutture. Con il monsone di traverso (che soffia da Sud-Sud-Est) ballavano e sbandavano come un ubriaco  che usciva il sabato sera dopo avere incassato la paga settimanale dalla nota Osteria "Andemo da Spada", in via Roma, nella nostra Fiume di una volta.

 

Quindi gli "interrogatori" ai passeggeri, onde poter compilare i suindicati formulari per le Autorità Australiane, dovevano da noi venir effettuati in Mar Rosso, prima di passare il Capo Guardafui, dopo il quale si entrava nella zona del monsone.

Poichè - come ho già raccontato - la nave era priva di aria condizionata e la temperatura, specialmente di giorno, con il sole era, in Mar Rosso, proibitiva, dovevamo organizzare i nostri interrogatori sopracoperta, all'aperto, sotto una tenda, dove spirava un po' di brezza marina.

 

Ancora un particolare: sulle navi del Lloyd Triestino, con principio di equità la ripartizione delle cabine e sale di soggiorno per i passeggeri di bordo era suddivisa nel modo seguente: i due terzi della nave (verso prua), per i pochissimi passeggeri di prima classe. La classe turistica  (750 - 800 emigranti) era ridotta a un terzo della nave, verso poppa, sopra le eliche, dove il movimento della nave sulle onde si faceva più sentire.

Allora noi mettevamo un tavolinetto sul ponte di coperta, a poppa, con una macchina da scrivere Olivetti "a carrello grande", pesantissima, per poterci appunto infilare le matrici dei formulari a sedici colonne ( che poi venivano stampate e riprodotte in molte copie per i  Funzionari Australiani nei vari porti, con un sistema "a spirito" (spirito de brusàr si  chiamava da noi a Fiume, e aveva una puzza tremenda) e, davanti a noi "sfilavano" i capifamiglia ai quali chiedevamo i dati da inserire nei formulari. 

Il mio italiano (a parte il dialetto fiumano o quello veneto che io parlo oggi) è sempre stato piuttosto buono (ho fatto anche l'Università), ma questi uomini, in particolare quelli provenienti dall'interno della Lucania, quando rivolgevo loro la parola in italiano, non mi capivano assolutamente. Logicamente, io non capivo loro.

La soluzione: il mio assistente (gli Assistenti del Commissario di Bordo, con il grado di sottufficiale, avevano quella volta la qualifica ufficiale di "Amanuense" (residuo delle navi di Cristoforo Colombo).

Il mio amanuense era un certo Loffredo, che era nato appunto il Lucania e che quindi parlava ambedue le lingue, l'italiano e il lucano.

Loffredo era un meraviglioso "interprete simultaneo" e non ebbi mai problemi con la gente lucana.

 

Incominciava l'interrogatorio. La maggioranza dei dati basilari li potevamo prendere dal passaporto. I problemi (gravi) incominciavano quando dovevamo compilare i formulari per la Australian Customs.

E qui si vedeva il secolare scetticismo verso i "Signori" di questa povera gente, da secoli sottomessa dai feudatari, dai preti, dai politici, dalla Mafia, Camorra, N'drangheta (Sacra Corona in Puglia). Alle mie domande sulle cose in loro possesso rispondevano a monosillabi (tradotti dal fedele Loffredo), e si vedeva in loro letteralmente la paura che qualcuno, con autorità e potere, potesse portar via loro qualcosa, come, da sempre - era successo nei loro paesi e villaggi.

 

Le domande: "Avete voi salumi, insaccati?..." non approdavano a nulla. Allora il mio assistente, con molta pazienza, incominciava a spiegare loro che tali alimentari era meglio se li avessero mangiati prima di arrivare in Australia, poichè le Autorità sanitarie li avrebbero distrutti.

Con tanta - ripeto - pazienza e forza di convinzione nel colloquio (sempre in lingua lucana) si riusciva a far capire la cosa agli interessati, ed allora grandi mangiate, a bordo, di coppa, soppressata, salciccia, eccetera.

 

Altra colonna sul formulario: "Valuta in possesso allo sbarco". E qui la cosa era estremamente difficile. 

Sempre quella paura antica di venir derubati, li faceva rispondere: "Non ho soldi". Allora noi si cercava di far loro capire che sarebbero stati meglio accolti dalle Autorità di Immigrazione se avessero dichiarato di essere in possesso di una certa somma di denaro, piuttosto che non se avessero detto di avere niente.

Finalmente, dopo un'ora di domande e spiegazioni, un emigrante che per tutto il tempo aveva giurato di non avere una lira, diceva: - Si, ho mille dollari (USA) - che quella volta era una somma ragguardevole e rappresentava per quella povera gente anni ed anni di risparmi.

 

Parlando di monsone e maltempo, logicamente i nostri emigranti dei quali - come già dicevo - la maggior parte proveniva dall'interno della Lucania, Irpinia, ecc., soffrivano spaventosamente il Mal di Mare.

Appena passato il Guardafui, nel periodo del monsone, la nave cominciava a muoversi, rollio e soprattutto beccheggio (quando la prua va su e giù come un "ottovolante" delle "Montagne Russe" al Luna Park), allora vedevi la coperta della nave - che si chiamava "passeggiata" - letteralmente ricoperta da corpi inanimati, lungo distesi, che si lamentavano di stare morendo (avete mai provato un vero mal di mare?) e rifiutava ogni cibo e bevanda.

Alla domanda: "che cosa volete mangiare?" rispondevano "Ulive Nivere" (olive nere), che evidentemente erano l'unico alimento che questa gente consumava in casi di malattie gravi dell'apparato digerente.

 

E qui viene il bello. Eravamo negli anni Cinquanta, ed il periodo storico era antecedente di quarant'anni alle cosiddette "mani pulite". 

Un po' di malcostume era presente dappertutto. Sulle navi, in generale, ognuno cercava di "arrangiarsi" (la grande Virtù / Difetto di noi italiani. Noi Commissari di Bordo (Secondo e Terzo Commissario) ci "arrangiavamo", ad esempio, senza creare molti danni, "arrotondando" i cambi di valute. Pochi centesimi per ogni operazione, che, a fine viaggio, costituivano un ricavo extra.

Dove c'era più di tutto da gestire "pro domo mea" era sul vitto (o come si diceva in termine marittimo, sulla "panatica"). 

Il libro "Gestione viveri" era in tre copie (per un onesto controllo). Una copia l'aveva il Capo Cambusiere, una il Commissario di Bordo ed una il Comandante.

Ebbene, non appena entravamo nella Zona del monsone e la nave incominciava a rollare ed a beccheggiare, fino a che la nave prendeva il mare "di prua", cioè aveva la prua rivolta verso la direzione del monsone e delle onde, il movimento era più sopportabile. Non appena prendevamo il mare "di traverso" (cosa che un bravo navigante a vela o a vapore evita di fare, per la sicurezza dell'imbarcazione), cioè la nave presentava la fiancata al vento e alle onde, sopravveniva un rollio che mandava tutto e tutti a bordo a sbattere; piatti e posate sui tavoli in Sala da Pranzo volavano via ed i passeggeri si sentivano così male, che ogni pranzo era impossibile.

Allora, voi non mi crederete - alle ore dei pasti, verso le 13 per il pranzo ed alle 19 per la cena - il Comandante, in combutta (mi sia scusata la brutta parola) con Commissario e Cambusiere, faceva alterare leggermente per breve tempo la rotta, prendendo il mare "di traverso" e risparmiando così ogni volta centinaia di razioni di viveri che andavano ad impinguare le tasche dei suddetti signori.

Io credo che queste cose, anche se a distanza di quaranta e passa anni, bisogna dirle e farle conoscere.

 

Giulio Scala

 

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FINE DELLA PRIMA PARTE

(seconda parte)

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