GIULIO DENES

 
 
 

 

Fronte del porto

in epoca austroungarica

 

Stralcio dall'inedito: "Una giovinezza a Fiume".

Memorie raccontate da Giulio Dènes e scritte da Giulio Scala

 

 

SECONDA  PARTE

 

 
  
 
 

 
 

 

Il porto di Fiume, importante per i collegamenti dei Paesi europei, in particolare quelli danubiani, con le Americhe e l'Oriente (India e Giappone) accoglieva - di passaggio, anche le navi "triestine", le navi cioè del "Lloyd Austriaco" (poi Lloyd Triestino), che facevano scalo nel nostro porto per imbarcare carichi provenienti dal nostro retroterra.

Poichè Fiume aveva anche una importante Società di Navigazione propria, la "ADRIA", il porto aveva - negli anni precedenti il primo conflitto mondiale - una attività quasi febbrile.

Avevano notevole importanza le importazioni dai Paesi dell'America del Sud, le ricchezze dell'Argentina, dell'Uruguay, del Cile..., Paesi che esportavano in quegli anni cereali, carne, fosfati, concimi ed altri prodotti forniti all'Europa, carente di queste materie prime.

Pur nella mia giovane età, conoscevo bene ciò che avveniva nel nostro porto, avendo vissuto, sin dalla prima infanzia, in mezzo a persone impegnate nella importazione ed esportazione di merci per via di mare, su bastimenti di grosso tonnellaggio.

Si sentiva un po' dappertutto, nell'aria, il profumo, l'intenso odore aromatico proveniente dalle cantine dei depositi di vini arrivati dai Paesi mediterranei, in particolare dalla Grecia su navi di tonnellaggio più modesto, scafi con ancora, alberi, sartie e vele, però snelli e veloci in quanto forniti di motori di notevole potenza.

Tali navi, con il loro carico di botti, non destavano in me curiosità alcuna, e mai vi salii a ficcanasare. Erano di proprietà dei genitori, molto benestanti, di un mio compagno di scuola, gente piuttosto riservata, come lo era, del resto, tale mio condiscepolo.

 

Un'altra merce abbondava a Fiume in esportazione in quegli anni: la merce umana. Erano centinaia, anzi migliaia gli emigranti che arrivavano dall'interno del vasto Impero Austro-Ungarico. In prevalenza erano i meno fortunati fra i sudditi della Monarchia, che lasciavano la loro misera esistenza vissuta in Bucovina, Polonia russa, Slovacchia, e partivano con la speranza di crearsi una nuova vita, meno penosa, oltre l'Oceano.

Emigravano allora in massa in Argentina - scarsa di mano d'opera - dove venivano accolti a braccia aperte, ricevendo gratuitamente terre da coltivare e da allevare il bestiame.

A Fiume dovevano attendere l'arrivo della nave, alloggiando in un edificio a loro riservato: il Palazzo degli Emigranti, all'inizio della zona industriale, vicino al faro. Si vedeva questa povera gente portarsi dietro, in grossi fagotti, tutto il loro avere, per ripartire con speranza e fiducia verso il nuovo mondo.

Per noi lo spettacolo non destava interesse alcuno: ci eravamo infatti ormai abituati al passaggio di questi mesti cortei di povera gente, silenziosa ed anche addolorata per dover lasciare il loro vecchio, seppure misero mondo.

 

La mia vacanza nel vasto porto era un vero vagabondaggio solitario tra la gente occupata nello scaricare le stive delle navi trans-atlantiche. Giravo  da solo e nessuno badava a me, ragazzo, per nulla intimidito in mezzo alle montagne di sacchi, di botti e di casse.

Osservavo gli uomini pesatori, e le donne occupate a cucire gli strappi dai sacchi per impedire che il grano ed il granoturco uscissero dalle ampie ferite. Ciononostante si camminava lo stesso su uno strato di merce fuoruscita dai sacchi, riempiti fino alla strozza.

Il rumore saturava l'aria con il cigolio delle gru, le urla di comandi ed ordini, tanto da dover gridare per farsi capire anche in basso, lungo le murate delle grosse navi.

Io non ero però del tutto sconosciuto. Alcune tra le operaie mi facevano cenni di saluto. Mi avevano incontrato nell'ufficio di mio padre e mi avevano portato a casa qualche regalo: un sacchetto di mandarini, di noccioline americane, di fichi secchi. 

Passavo rapidamente e mi preparavo a salire su una delle mie navi preferite.

 

Con molta disinvoltura mi bilanciavo sul passaggio teso tra la banchina e la murata della "mia" nave accostata al molo.

Tali navi erano riservate al solo trasporto dei passeggeri per le Americhe. Appartenevano tutte alla Società di Navigazione inglese CUNARD, ed erano lì pronte ad accogliere la schiera degli emigranti.

Nessuno mi impediva di girare liberamente nei saloni, lungo i corridoi, fino a scendere nelle parti della nave dove si trovavano gli ambienti riservati ai viaggiatori delle classi di lusso.

La cucina, tutta decorata, era sistemata nel ponte più basso, ed accanto c'era la Sala di Ginnastica, con giochi "motorizzati": c'era il cavallo a movimento progressivo (trotto, galoppo), del quale mettevo in azione il motore. C'era pure la Sala di Scrittura, dove approfittavo di qualche foglio di carta da lettere e busta intestata, per scrivere agli amici.

Giravo, molto soddisfatto, in lungo e in largo sul "CARONIA", "CARPATIA", "PANNONIA". Una sola volta arrivò a Fiume il "LUSITANIA", con i suoi quattro fumaioli rossi. Erano tutte navi della Cunard, che avevano appunto le ciminiere di colore rosso.

 

 
 

New York, 7 settembre 1907. Il "Lusitania" in porto alla fine del viaggio d'inaugurazione.

Foto Brown Brothers, N.Y.

 
 

 

Con la mia primitiva scatola KODAK fotografai il "Lusitania" in porto e per lungo tempo conservai la copia della foto. Va qui ricordato che il "Lusitania" fu la prima nave passeggeri inglese ad essere affondata da un sottomarino tedesco, al largo di Capo Kinsale (Irlanda Meridionale) all'inizio della Prima Guerra Mondiale.

Sulle navi da me visitate si svolgeva pure un modesto commercio clandestino. Si saliva con addosso delle vecchie scarpe, ormai in sfacelo, e si comperavano a bordo le ricercate scarpe americane con la punta larga, allora di moda. Per evadere la dogana le scarpe venivano poi bene impolverate ed infangate. Del resto, lo stesso facevano i nostri vicini croati di Susak, riattraversando il ponte dopo l'acquisto di scarpe nuove a Fiume.

 

Appena venuta l'ora di mezzogiorno, segnalata con il solito colpo di "cannone", cessava immediatamente ogni attività di carico e scarico delle merci e si diffondeva per tutto il porto una strana atmosfera di silenzio, soleggiato e polveroso, quasi opprimente.

Io scesi quel giorno - mi ricordo - dalla "mia" nave Cunard, la CARONIA, e mi diressi verso una grossa nave da carico, ormai vuotata a metà. Aveva portato un abbondante carico di mais (formentone) da La Plata (Argentina), e presso la grande bilancia posta sul molo, mi attendeva mio padre, con aspetto preoccupato, in testa un ampio cappello Borsalino e con l'inseparabile ombrello grigio, al momento chiuso, ma di norma aperto contro i raggi solari, quando osservava il lavoro della gente addetta alla discarica. La sua preoccupazione riguardava proprio il carico di granoturco arrivato.

Durante la traversata oceanica una mareggiata aveva danneggiato il carico, almeno in parte, provocando una incipiente alterazione del cereale, ed ora egli teneva in mano un pugno di granoturco con odore di muffa e - naturalmente - prevedeva proteste e contestazioni.

Questi inconvenienti erano relativamente frequenti poichè tutta la merce viaggiava "alla rinfusa" (oggi si direbbe "bulk") senza eccessiva difesa, nelle vaste stive della nave, non isolate dalle infiltrazioni  di acqua marina che ricopriva il ponte della nave, con le grosse ondate spazzanti la coperta durante la traversata in mare aperto.

Eravamo nel mese di luglio. Il sole, uscito nel frattempo dalle nuvole - picchiava ora crudelmente ed a poco giovavano il largo cappello e l'ombrello grigio antisole, ora aperto, per difendere mio padre dal caldo e dalla polvere che si levava mentre la merce veniva trasportata dalle stive sul molo.

Stette lì finchè c'erano i suoi uomini a lavorare e pesare e le donne a cucire i sacchi strappati.

Si tornò a casa salendo lentamente su per la breve salita, sino a casa nostra.

 

Il silenzio delle ore di sosta era provocato dal deserto del porto; era quella l'ora dei grossi ratti, le nostre "pantigane", disposte in lunga fila, alla ricerca di cibo. Si vedevano con le gote ripiene di cibo, da vuotare nelle loro tane poste sotto il suolo dei grandi magazzini, allora costruiti semplicemente in legno, con il pavimento di terra battuta.

In seguito vennero costruiti gli attuali "rat-proof" per salvare decine di quintali di cereali.

A nulla servivano i grossi gatti, pure numerosi a non molta distanza, sugli scogli; questi si accontentavano dei rifiuti della pesca e di eventuali topolini. Le pantigane costituivano un pericolo anche per loro, e ne avevano una maledetta paura.

Utile appariva l'uso di cani importati dall'Inghilterra: erano della razza speciale dei "rattlers", abilissimi a prendere il grosso topo, spezzandogli la colonna vertebrale.

Questi spettacoli costituivano un vero divertimento, e si può dire che erano la nostra "Plaza de Toros" fiumana, di quella volta.

 

Tutte le nostre finestre si aprivano sulla breve salita.

Le persiane verdi, le caratteristiche "gelosie" regolabili, ("scuri") permettevano il ricambio delle correnti d'aria, movendo gli "sportellini" mobili. Anche la luce era così regolabile e ci permetteva inoltre di guardare fuori senza essere visti.

Come ogni anno, nel mese di luglio, il giorno 27, festa e ricorrenza di San Giacomo Apostolo, verso il tramonto, gli uomini, quei suoi collaboratori nel porto, arrivavano con chitarra, mandolini e violino e si fermavano sotto le nostre finestre per suonare la serenata dell'onomastico in onore del Signor Giacomo, loro simpatico e generoso amico. Aspettavamo sempre con piacere questo concertino (noi eravamo appunto nascosti dietro le persiane) che usciva dal cuore di questi uomini rozzi, ma così sinceri e romantici, il quale ci faceva capire come il nostro affetto e stima di figli verso un padre tanto umano, meritasse di essere vissuto intensamente.

 

Si ringrazia la C.D.E. S.p.A. del Gruppo Mondadori.

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(prima parte)

 

Memorie di un commissario di bordo   1.   2. 

 

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