GIULIO  DENES

 

 
 

 

Fronte del porto

in epoca austroungarica

 

Stralcio dall'inedito: "Una giovinezza a Fiume".

Memorie raccontate da Giulio Dènes e scritte da Giulio Scala

 

 

PRIMA PARTE

 

 
 

 
 
 
 
 

 

Sono nato a Fiume il 16 aprile 1901 da famiglia d'origine ungherese. Mio padre, di nome Giacomo, era un grosso importatore di granaglie. Il suo vero nome era Chajim ben Jòszef, in famiglia lo chiamavano Jakob.

Nel cimitero ebraico di Fiume, sulla sua tomba una grande lapide in pietra bianca del Carso reca la scritta: "Giacomo Denes morto il 6 novembre 1928". 

 

Giacomo era il dodicesimo figlio di Joszef Dènes, piccolo proprietario terriero in uno "Shtetl", il piccolo tipico villaggio auto -sufficiente  ebreo-orientale (askenazi) non lontano dalla città di Bèkèscaba in Ungheria. 

Joszef, che aveva avuto dodici figli da tre mogli (era rimasto due volte vedovo; la prima moglie era morta di tubercolosi, la seconda di parto) non si era sempre chiamato Dènes, ma il nome di famiglia era Goldfinger. Poichè nell'Europa Centro-Orientale (Bèkèskaba è nell'Ungheria Orientale, al confine con la Romania) l'innato timore delle secolari periodiche persecuzioni delle popolazioni di religione mosaica, dei "pògrom", era un componente endemico della psiche ebraica, Joszef, per "mimetizzare" la sua famiglia ed i suoi discendenti (e la Storia del Secolo XX gli diede ragione), si era spogliato del cognome tipico ebraico e  aveva assunto il nome di Dènes, che in Ungheria è sempre stato un nome molto comune, come Dubois a Parigi, Schmidt a Francoforte o Bianchi a Milano.

 

Quale ultimo e più giovane figlio, Jakob non aveva diritto ad alcuna eredità paterna, ammesso che ce ne fosse una.

Appena sposato decise perciò di emigrare in patria e lasciò lo Shtetl (che come tutti gli Shtetl in Europa Orientale si sarebbe poi disgregato nella Prima e Seconda Grande Guerra) per andare a vivere a Fiume. (Da tale modello, sotto forma di proprietà cooperativa, sarebbe poi nato il Kibbutz israeliano. N.d.R.).

 

Giacomo arrivò a Fiume in una fredda e chiara mattina del dicembre 1896, con la ferrovia Budapest - Mare Adriatico.

Aveva 28 anni e con lui era la sua ventunenne moglie Risa (Rèzl bàsz Szorl) nata a Gyoer in Ungheria, dove si erano sposati nel giugno della stesso anno.

Al suo arrivo Risa era incinta di sei mesi del suo primogenito Ferencz (Francesco) (Jehude Lew ben Chajim).

 

Fiume era, nel 1896, l'unico porto sul mare del Regno d'Ungheria. Una città elegante, di vita brillante, ricca di traffici e di commerci, un posto insomma pieno di possibilità per un giovane ebreo pieno di iniziativa, che aveva appena fondato una famiglia.

In città, le offerte di lavoro per un giovane volonteroso non mancavano, e così entrò, quale "giovane di ufficio", nell'Agenzia Traffico Granaglie del vecchio ebreo viennese Salomon Weiss. Costui fungeva da sensale per le importazioni di cereali che arrivavano a Fiume con le navi d' oltremare e che poi venivano distribuiti sui mercati dell'Austria-Ungheria e dell' Europa Orientale.

Il vecchio prese a benvolere questo giovane, piccolo di statura, ma intelligente e pieno di buona volontà, e quando, dopo alcuni anni morì vedovo e senza figli, lo nominò suo erede.

Giacomo assunse la gestione della ditta, che fece prosperare, raggiungendo un notevole benessere economico per sè, la moglie ed i suoi quattro figli.

 

Essendosi impratichito nei commerci marittimi, estese l'attività di senseria ed intermediazione della ditta, e cominciò a noleggiare in proprio le navi che caricavano grano a Buenos Aires o Bahia Blanca in Argentina e lo scaricavano a Fiume, da dove i carichi proseguivano per destinazioni in Austria, Ungheria, Romania e in tutto lo hinterland dell'Impero Austro-Ungarico.

La sua figura, in redingote (o Gehrock, come si diceva quella volta), cappello e bastone, era nota nell'ambiente del porto, dove lui, a voce alta, sollecitava gli scaricatori portuali a lavorare più in fretta. 

Mio padre non era eccessivamente osservante, ma ciònonostante andava, il Sabbath, a pregare e cantare in Sinagoga, e la vigilia del Sabbath, il venerdì sera, a casa nostra si accendeva sempre il Menorah, il candelabro a sette bracci.

Mia madre, una donna magra e alta, con lo sguardo fermo, era molto severa con i figli, non tollerava sciocchezze e - come tutte le famiglie ebree a Fiume - aveva una donna di servizio cristiana che anche il Sabbath, quando ogni attività in casa si fermava, accendeva le lampade, cucinava e svolgeva tutti i lavori domestici.

In casa, noi parlavamo ungherese, ma forse più italiano, che era la lingua del commercio e della navigazione a Fiume. Benché i miei genitori conoscessero il jiddisch, la lingua degli ebrei dell'Europa orientale, non ricordo di averlo mai sentito parlare in casa.

 

Finii il Liceo italiano (materie d'insegnamento erano anche la lingua tedesca (lingua ufficiale dell'Impero Austro-Ungarico) e la lingua ungherese.

Noi, ragazzi, il croato lo avevamo imparato dalle nostre donne di servizio che venivano, quasi senza eccezioni, dal circondario del contado di Fiume, tutto di lingua croata.

Poi cominciai a studiare medicina a Vienna e quindi passai a Bologna dove conseguii la laurea.

 

Dai moli del porto di Fiume vi era la quotidiana partenza delle piccole navi della Società di Navigazione "Ungaro-Croata" per le isole di Veglia e di Cherso e per la lunga costa dalmata.

Trasportavano merci e passeggeri; erano costoro piccoli commercianti e contadini che portavano la loro mercanzia al mercato di Fiume. Le navi, di stazza modesta, con lo scafo e la ciminiera pitturati di nero, recavano sul fumaiolo i colori della Società: una striscia rossa con la stella bianca.

Alcuni di questi piroscafi erano destinati anche alla navigazione fluviale, dovendo raggiungere il fiume Drina e risalirne il corso; avendo quindi la chiglia piatta, mal sopportavano il mare agitato.

Oltre a questi modestissimi vaporetti, la flotta sociale era costituita da "navi bianche" e, tra queste, due particolarmente importanti, con ampio salone e ponte superiore spazioso, riservato, quale belvedere, ai turisti.

Una era la "SIRALY", (pron. scìragli), nome ungherese che significa "gabbiano". Svolgeva quotidianamente il servizio locale Fiume-Abbazia, intensificando le corse nelle giornate festive.

La distanza (10 km) veniva percorsa in circa 35 minuti, costeggiando gli stabilimenti balneari di Cantrida e la vasta cava di pietre di Preluca, la quale ha fornito il materiale per la costruzione dei moli e delle banchine del porto di Fiume.

 

Negli anni lontani, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio della Prima Guerra Mondiale, Abbazia costituiva, per noi fiumani, l'Estero, in quanto era sotto l'Impero austriaco, mentre i fiumani erano cittadini del Corpo Separato del Regno di Ungheria. 

Quindi, di là, bandiere giallo-nere; da noi, accanto a quello fiumano, il tricolore ungherese, mai separati l'uno dall'altro in occasione delle feste nazionali.

Ad Abbazia, predominio della lingua tedesca, da noi il nostro dialetto veneto, con qualche accenno e vaga conoscenza dell'ungherese e del croato.

Altre caratteristiche: accanto alla saliera, nei ristoranti e nelle trattorie, a Fiume, rosseggiava la paprika; ad Abbazia, invece, nereggiava il pepe macinato. In Abbazia, grandi boccali di birra accanto ai "würstel"; da noi la birra piccola con il "gulas" (pron. gulasc) a mezza mattinata, in Riva.

 

L'altra nave, giustificato orgoglio della "Ungaro- Croata", era la veloce "bianca" in servizio Fiume - Venezia. Era la "Hegedus Sàndor", un piroscafo veloce e moderno, resistente a tutte le condizioni meteorologiche avverse, non infrequenti nella stagione invernale.

Il nome ricordava un uomo politico  magiaro, benemerito a Fiume, e per i fiumani la nave costituiva indubbiamente un vanto. Era il mezzo più idoneo e confortevole per raggiungere la Regina dell'Adriatico e sostituiva sia le linee ferroviarie che quelle automobilistiche, allora praticamente inesistenti.

La corsa era giornaliera. Si partiva nella tarda serata, quasi sempre puntualmente, alle ore 22, dovendo attendere le carrozze del direttissimo da Budapest.

Di solito, due carrozze riservate a quel tipo di viaggiatori, venivano trainate dalla Stazione ferroviaria fino al binario accanto alla nave, ed i passeggeri, senza perder tempo, salivano sul piroscafo tutto illuminato a festa, con le caldaie sotto pressione, sul molo inondato dalla luce cruda delle scintillanti, alte lampade ad arco.

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FINE DELLA PRIMA PARTE

(seconda parte)

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