RIGO CAMERANO
Gargantua e l'uovo della Fenice
favola per adulti in età anale
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Questa storia si svolge al tempo in cui i giganti dividevano la Terra con le persone normali, in proporzione di uno ogni qualche milione; per fortuna, che altrimenti non sarebbero bastati campi e carni a nutrirli, torrioni e castelli a ospitarli. Nella terra che un giorno lontano si sarebbe chiamata "l'Italia" viveva, insieme ad altri, un gigante famoso per le abbuffate, noto con il nome di Gargantua (l'accento non importa), che si vantava d'esser fratello di un altro gigante dallo stesso nome (l'accento qui importa), vivente in Gallia, noto anch'egli come gran mangiatore, ma non quanto il nostro, stando almeno alle vanterie di quest'ultimo.
Quel mattino, dopo aver festeggiato il matrimonio del suo unico figlio (i giganti non ne hanno mai avuti molti), e aver mangiato quanto più non si possa in porchetti, montoni e tonni, e prima in zuppe e vegetali, e poi in frutta, con noci e torte, e aver bevuto di bianco e di rosso, ed essersi fatto, alla fine, una profonda dormita, Gargantua si risvegliò con un grandissimo stimolo ad andar di corpo, cosa che fece prima ancora di lavarsi la faccia. Erano, le tazze di defecazione dei giganti in quel tempo, simili ai nostri vasi da fiori, in forma di tronco di cono rovesciato, con un buco centrale alla base, da cui poi si dipartiva lo scarico. L'acqua necessaria era assicurata da un torrente sottostante il castello in cui Gargantua abitava, dal quale, grazie a un mulino a coppe che portava su l'acqua, l'innaffiamento era assicurato in maniera costante ventiquattr' ore su ventiquattro. Il diametro superiore del vaso misurava una decina di metri, e dalla dimensione di un tal sedere il lettore può farsi un'idea della statura del nostro nel suo complesso. In quella circostanza le feci prodotte furono assai superiori al normale, considerata l'occasione festiva del giorno precedente. Il vaso fu riempito fin quasi oltre l' orlo e Gargantua sarebbe stato felice di essersi liberato di un tale ingombro se il suo pensiero non fosse rimasto interdetto nell' osservrare che la coppa non scaricava, nonostante il mulino ad acqua funzionasse perfettamente. Amareggiato da tale inconveniente, fermò la ruota, che altrimenti il pantano avrebbe inondato l'intero castello; chiamò i suoi servi - persone normali - e ne inviò un paio all'ufficio collocamento di quel territorio per ottenere il soccorso di un qualche operaio esperto in materia di cessi. Arrivarono, abbastanza speditamente, tre operai che, i servi dissero, erano stati descritti come assai bravi, i quali si misero immediatamente al lavoro. Si chiamavano essi: uno Bassolino, uno Jervolino, ed uno Pecoraro Scanio. Il lettore deve capire che qui noi si narra di tanto, ma tanto tempo fa. I tre si misero all'opera con tale impegno e manifesta buona volontà, che il gigante si fermò compiaciuto a osservarli, e tale attenzione stimolò di più ancora i tre validi lavoratori, che vollero subito venire a capo di ciò che aveva provocato l'inconveniente. Per far ciò essi salirono sull'orlo del cesso e cominciarono a percorrerlo guardando in basso e studiando. Il più sollecito, Bassolino, si sporse troppo, e avrebbe di certo perso l'equilibrio se non fosse arrivato in suo soccorso Jervolino, il quale, presolo per un braccio, lo tirò a sè. Purtroppo Jervolino era il meno robusto dei tre, e sarebbe precipitato anche lui se Pecoraro Scanio, pronto, non fosse arrivato in tempo a fermarlo. Disgraziatamente, il peso era ormai tale che neanche lui riuscì a impedire la caduta dei suoi compagni, tanto che, alla fine, tutti tre si ritrovarono a galleggiare nello sterco. Gargantua, che prima era rimasto molto speranzoso, vedendo un tal risultato rimase deluso, e si accinse, come di dovere, a tirarli fuori; senonchè gli stessi tre gli si opposero. - Siamo lavoratori onorati - gridarono - e non ci ritireremo dalla merda sino a che non saremo venuti a capo del problema. Gargantua, però, non si convinse. Persuaso del contrario, richiamò i servi e disse loro: - Tornate all' ufficio collocamento a fate venire qua il suo presidente. I servi corsero e tornarono poco dopo col presidente di quell'ufficio, che si chiamava Napolitano. . Quali operai mi avete mandato? - brontolò subito Gargantua - penso sarebbe bene sostituirli. Al che il presidente rispose: - E con chi? Permettete piuttosto a me di dare un' occhiata. Resosi conto della gravità del problema, chiese una sedia per persone normali e vi si accomodò pensieroso. In quel momento vide una grossa fenice attraversare in volo l'arco di cielo sovrastante il castello. La osservò e pensò: - Chissà dove ha il nido? - Subito dopo, però, la chiave del problema gli si rivelò alla mente ed egli si rivolse a Gargantua con preoccupazione: - Se le cose stanno come suppongo, la faccenda è grave - mormorò, e ai mise a spiegare che la stessa fenice avrebbe potuto deporre un uovo nel buco in fondo - a cesso vuoto, naturalmente - e che tale uovo avrebbe poi potuto provocare l'ingorgo. Bassolino, Jervolino e Pecoraro Scanio intanto continuavano a percorrere a nuoto la superficie del defecato, studiandosi di trovare anch'essi una soluzione. - Se l'impedimento è un uovo - esclamò Gargantua rivolto al direttore Napolitano - non mi sarà difficile, con un lungo bastone, romperlo, e poi far passare i cocci nel buco. - Non sarà facile - rispose il presidente - perchè, come è noto, tutto ciò che è prodotto dalla fenice, e la fenice stessa, rotto o morto che sia, risorge. Gargantua si procurò ugualmente un lungo bastone e cominciò a picchiare, però senza alcun risultato. - No, no - protestò il Napolitano - così non fai nulla. L'unico modo di risolvere il problema è quello di mettere un braccio dentro la merda, un tuo braccio gigante, e poi prendere l'uovo con la mano e deporlo fuori. Al che Gargantua, schifato, si rifiutò di mettere in pratica un tal consiglio. I tre operai, scoraggiati, chiesero nel frattempo di ripulirsi e, saliti sulle coppe del mulino ad acqua, si fecero trasportare nel torrente, ove continuarono a nuotare. Non mollarono però la ricerca e, risaliti, proposero: - La terra nella quale viviamo possiede diciannove altri giganti, tutti buoni e collaborativi come fratelli. Facciamo una cosa: regaliamo a ognuno di essi un secchio gigante di merda e in tal modo riusciremo a svuotare il cesso. Così fecero: ottennero dai servi diciannove secchi giganti, li riempirono di merda, composero anche una bella confezione regalo e li spedirono. I diciannove giganti, onorati e commossi, furono talmente contenti che scrissero a Gargantua per riceverne ancora. Organizzarono una bella mangiata collettiva e da allora vissero tutti felici e contenti.
Osimo, 21 gennaio 2008.
F I N E
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