RIGO  CAMERANO

 

 

R A C C O N T I    M E T A F I S I C I

 

 

 

DIALOGO FRA LA MORTE

 

E UNA SANTA ITALIANA

 

 

 

Quest'ultimo racconto è anch'esso ambientato in quella parte del regno di Cronos riservata alle forme leggere. Ci si immagina, inoltre, che i fatti quivi narrati accadano in un tempo molto avanzato rispetto a quello delle nostre altre storie, e che si svolgano anche al termine di uno spazio indicibilmente esteso, sino quasi i confini del Nous.

Lo spazio parallelo, come è stato già scritto, è la parte sottile del regno di Cronos, e quindi anch'esso, come la Terra e tutti gli altri corpi dell'universo, costretto alle leggi del nascere e del morire.

Anche le Morti quindi, che per natura sono spiriti vivi, alla fine del loro tempo, muoiono.

 

Quando Moebius arrivò, questa volta stentando (poiché era diventato assai vecchio e sapeva di stare compiendo il suo ultimo viaggio), sulla cima di un monte chiamato Ararat - avendo quello terreno preso il nome da esso - luogo ove, per tradizione, tutte le Morti vanno nell' ultimo giorno della loro vita, trovò ad attenderlo una Santa italiana che da sé si era data l'incarico di assistere quel moribondo insigne.

E' usanza normale, nell'Ade, che tutte le morti spirituali siano assistite. Nel caso particolare, sul monte Ararat, luogo riservato alle Morti, si danno il turno volontari eccellenti provenienti da ogni regione dell'universo.

La Santa italiana di cui qui si scrive, noi la immaginiamo vera; siccome questa è però una storia inventata, e quindi falsa, per il rispetto che le si deve, non la nomineremo, pur se il lettore un po' colto capirà subito di chi si tratta.

 

Appena Moebius fu in cima, cominciò lei a parlare.

-  Eri visibile dall'orizzonte della  pianura - gli disse - e ti ho visto stentare a salire quassù. -

-  Il tempo è corto - rispose la Morte - e ci se ne accorge solo quando le forze vengono meno. -

Occorre sapere che dal monte Ararat celeste è possibile ammirare l'universo intero, avvicinandone anche, quando lo si voglia, i particolari. Le notti, poi, sono azzurre, e non nere o blue scuro, sicché vi si può osservare in profondità, assai meglio che nelle notti terrestri.

-  Vorrei distendermi - proseguì la Morte - e la Santa lo accompagnò a un disadorno altare di pietra, limitato da un cuscino anch'esso di pietra. -

Quando una forma celeste muore, i nuclei centrali di ogni atomo del suo corpo perdono la loro carica attrattiva, sicché, fuggendo elettroni e nucleoni per ogni parte, l'effetto che se ne ha è quello di una rapidissima consumazione, senza fiamma e senza residuo di cenere.

Siccome nell'universo nulla si perde, gli stessi quanta vaganti, intesi come corpi materiali ricaricati dal successivo movimento, andranno poi ad alimentare i semi generatori delle forme le più svariate, mentre lo spirito vivo rimarrà in sé stesso più in alto.

Non esiste, nel mondo parallelo, il senso del "morire" quale noi lo intendiamo qui sulla Terra. Esiste, piuttosto, il senso dei possibili mutamenti d'aspetto della forma individua. Ciò accade perchè, come è stato già scritto nella leggenda di Biancofiore, gli spiriti sono in quantità assai minore rispetto alle forme, ed anzi, più si sale e più il numero d'essi diminuisce. Più forme vive possono, infatti, confluire in uno stesso spirito.

Giunti nel Nous, mente e materia danno origine all'Uno, che tale è ritenuto, fin dai tempi più antichi, il numero di Dio.

Se infatti Dio fosse Due, i due, per essere forme distinguibili, dovrebbero muoversi autonomamente, e quindi darebbero origine al movimento, e perciò al tempo, ovvero alla divisione fra mente e materia.

Il Due, pertanto, è il numero di Cronos, ed è per questo motivo che nel suo regno, anche a livello elevato, esistono ancora i maschi e le femmine.

 

Moebius guardava lontano, sforzandosi di arrivare sino al fondo del firmamento.

-  Quanta strada - mormorò, quasi senza accorgersi di parlare.

La Santa appoggiò le mani sulla sua fronte, con dita sensibili, e confermò a sua volta.

-  Quanta strada. -

-  Un solo attimo, una volta che sia percorsa - completò la Morte.

Guardando il Cielo, Moebius sentiva il richiamo di tutte le sue esperienze passate, anche di quelle ancestrali, comuni a tutti, quelle impossibili a ricordare singolarmente, persino a spiriti di natura molto elevata.

Ringraziò la Santa d'esser venuta e realizzò che la Morte avrebbe forse meritato di morire da sola, così come le era piaciuto di vivere... Pensò a tutti i propri demeriti e alle proprie colpe, sia alle reali che a quelle ritenute tali solo da lui.

- E' un grande onore, per un assassino come me, averti vicino - disse guardandola negli occhi. -

Occorre capire che Moebius si riferiva, con tale frase, soltanto alla propria vita spirituale, poiché sulla Terra la Morte non uccide, in quanto, lì, solo la legge di Cronos lo fa. Nel regno dei corpi pesanti la Morte rappresenta il trait d'union fra la materia e lo spirito; è la grande traghettatrice, il grande Caronte invidiato soltanto per la conoscenza dei propri segreti, non per la sua figura.

Nel mondo parallelo, invece, la Morte ha un ruolo attivo: può rimandare ai semi uno spirito e può anche combattere e uccidere un altro spirito.

Non può però, secondo la Legge dell'Ade, imprigionare alcuno, eccetto che in casi particolari e per un tempo assai limitato (così come abbiam visto fare ad Hans, nel racconto su Düsseldorf). Imprigionare uno spirito può essere fatto soltanto nell'inferno, ed è per questo motivo che tale luogo  è altro da sé dall'Ade, e non esisterebbe  se la cosa non trovasse giustificazione nella legge di Cronos, entro la quale, però, alla fine, il diavolo rimane imprigionato lui stesso, e con  forza sulla quale la Morte potrà sempre avere la meglio.

Tutti gli altri luoghi dell'Ade, paradisi, città e contadi, pur reggendosi spesso  con leggi autonome e originali, riconoscono la libertà dello spirito come legge di Dio e vi si adeguano. 

 

Sebbene la Morte fosse salita sulla cima del   monte Ararat nella sua veste anonima di soldato, la Santa, che aveva avuto il vescovo Cumberland quale compagno nel Paradiso Cristiano Unito, era venuta apposta per lui, ed ora gli si mostrava col volto della sua vita terrena,  cosa che aveva reso il morente oltremodo sorpreso e felice.

-  Non puoi sapere che gioia mi dai, a vederti dopo tanto gran tempo, ed a sapere che il Paradiso non si è scordato di me - le disse, continuando a guardarla. -

-  Nel tempo della mia vita sulla Terra ero una ragazza molto ingenua, che parlava d'impulso e spesso non era creduta... altro che dottoressa della Chiesa... giunta nell'Ade, mi accorsi subito che l'ambiente era completamente diverso da quello da me immaginato. -

Moebius rifletté che la Santa traeva da esperienze più antiche delle sue e che avrebbe potuto ancora insegnargli molto.

-  Per prima cosa - continuò lei - realizzai che il mondo era molto più vasto, e l'animo umano assai più profondo di quanto a me fosse apparso; sappiamo infatti che, sulla Terra, una gran parte del valore dell'uomo va perso, o resta inespresso. Quando morii, penso di anoressia, il mondo classico e romano, per non parlare di tutto il mondo alessandrino e orientale, qui prevaleva ancora... Avevo immaginato di morire e volare fra le braccia di Gesù Cristo... e mi ritrovai sola... senza alcuno della mia famiglia che mi  attendesse... mentre la città celeste era tutt'altro che quella sognata... Gli spiriti vivi, anche i più giovani, stavano con la testa più agli antichi romani e ai greci che al cosiddetto "medio evo" che essi, nella lor vita privata, pur senza farlo apparire, avevano abbondantemente superato... e non parlo soltanto dei laici, ma persino di frati e preti innamorati degli Autori dei testi antichi contenuti nelle biblioteche conventuali: filosofi e scrittori pagani, al tempo erano diventati i santi alla moda del giorno, interrogati, ascoltati e coccolati da tutti. I frati copisti, anch'essi fra gli uomini più ricercati e invidiati, e non solo nell'ambiente dei giovani.

Chiesi dei papi, almeno di quelli che io avevo conosciuto e con i quali mi ero intrattenuta epistolarmente... ai semi anch'essi. La sola consolazione, la sola amicizia vera la ebbi da coloro che mi avevano aiutata a scrivere, o che avevano scritto ciò che io dettavo. Costoro furono fra i pochissimi cari che mi ritrovai vicino quali persone vive... furono essi che, una volta di più, mi istruirono e mi consigliarono di presentarmi alle porte del Paradiso cristiano a chiedere aiuto.

Ricordo che vi arrivai timorosa, dopo lunghissima strada percorsa sbagliando spesso. Chiesi di frate Francesco, il quale aveva già sentito parlare di me e arrivò subito... Tu non puoi immaginare quanto timore e gioia insieme provai a vedere gli angeli per la prima volta. -

-  Sanno tutti che non fosti riconosciuta subito e che la Chiesa terrena ti fece Santa assai tardi - interruppe Moebius. -

-  Il Paradiso mi accolse bene, e praticamente mi fece Santa subito. Al tempo, il Guardiano della Porta era sempre San Pietro, anche se tutta l'intelligenza del luogo faceva, anche allora, capo agli evangelisti e non ai Papi, o ai mistici, od ai teologi degli ordini più importanti. Lo stesso Santo Francesco era allora una figura modesta, come, tutto sommato, lo è ancora, dato che  a lui piace così.

Per decisione degli evangelisti, al tempo delle grandi divisioni protestanti, il Paradiso non si mosse e non seguì Roma nelle vicende conciliari trentine, rimanendo quel Paradiso Cristiano Unito , spiritualmente il più forte, che tu conosci certo meglio di me. -

Moebius inclinò la testa a schermirsi, e la Santa proseguì.

-  Tale posizione pacificatrice giustificava pienamente tutte le azioni terrene della mia vita avvenute nel tempo del grande scisma, ed ognuno sa bene quanto io feci in favore della pace interna alla Chiesa. -

-  Nemmeno io ho mai considerato il Paradiso un compenso - disse la Morte - ma una strada normale, la giustificazione naturale della mia vita e dei miei pensieri. -

-  Ricordo bene il vescovo Cumberland - proseguì la Santa - e conosco la tua posizione spirituale. Non disapprovo la preferenza da te data alle scuole militari dell'Ade. So perfettamente che troppi papi e troppi santi della Terra, glorificati tali, sono finiti, in realtà nei semi. -

-  La logica della vita animale permane per molto tempo a nostro dispetto - interruppe la Morte - ...spesso il corpo comanda a istinti e sentimenti... e costoro alla mente... la mente alla ragione... Agli uomini sfugge la più logica conseguenza della natura del regno di Cronos, ovvero che ivi la vita non è una forma di verità, ma una forma di teatro. Ciò che conta non è la rappresentazione di ogni singola scena, ma quella del dramma per intero. Non venendo a capo di tale aspetto, Dio e la vita intera risultano ingiusti, sia pensando ai piaceri, sia considerando le sofferenze. Dinnanzi a Dio ogni forma si toglie dal personaggio e ridiventa Uno. Per arrivarci, tuttavia, occorre attraversare tutto il regno di Cronos. -

 

- Guardando il Cielo per la prima volta, - proseguì la Morte dopo un po' di silenzio - raramente si pensa al "prima", a tutto quel lungo trascorrere di esistenza durante il quale l'universo era ignoto alla nostra esperienza. La mente allora va a Dio come a un oggetto legato al pensiero, a un rapporto mediato fra fantasia e morale. Non ci si accorge che proprio tramite l'universo, Dio diventa, invece, un concreto. Occorre morire per accorgersi di ciò. -

In quello stesso momento Moebius ebbe un fremito prolungato che fece capire che la clessidra del tempo stava rapidamente scorrendo verso l'ultimo grano.

-  Il viaggio nel regno del Tempo è finito - disse ancora la Morte, con voce divenuta improvvisamente incerta -

-  Può darsi tu stia entrando nel Nous - rispose la Santa - o che la tua mente stia per essere accolta in un altro spirito. -

Si interruppe un istante, poi proseguì:

-  Tuttavia... è proprio l'esser vissuti nell'interno di tale nostra vecchia Legge, che ora ci pone in una luce insufficiente, rispetto a "Lui".

Tornò al silenzio, e avendogli il suo assistito chiesto a cosa si riferisse, rispose:

-  Entrando nel Nous, non sarai ancora completamente in comunione con l'Uno. Infatti, qui è il nostro limite... la corona fluente della vita si pone, di fronte all'infinito, come un frammento, e presuppone che oltre ad esso vi sia ancora qualcosa, poiché... per quanta strada si sia fatta e per quanta sapienza si sia accumulata, noi dalla Legge non siamo usciti... Quindi Dio dev'essere ancora al di là della Legge stessa, la quale è pur sempre un prodotto, non un soggetto... Il Nous è la settima porta... nulla oltre questo a intelligenza nostra. Ciò che c'è oltre non lo sappiamo, ed è nostro merito esser coscienti di non saperlo. -

La Santa si spostò verso il cuscino di pietra e si chinò su Moebius sovrastandone il volto dalla parte della nuca.

-  Prendiamo ora atto di abbandonare una Legge non eterna e rallegriamoci di essere giunti, liberi e forti, alla fine del nostro frammento... recitiamo mentalmente la nostra preghiera d'addio - disse.

Ci fu un silenzio non breve, durante il quale la Santa tenne ferma la testa del morente con entrambe le mani, così come in un tempo lontano aveva fatto, in una città italiana, nell'occasione della decapitazione di un reo che aveva convertito.

Moebius morì, recitando una preghiera d'umiliazione, lui ch'entrava nel Nous.

Passato qualche secondo, l'altare rimase vuoto e la Santa, dopo esser rimasta in preghiera per alcun tempo ancora, abbandonò il monte e ridiscese verso la ubertosa pianura.

 

 

F  I  N  E

 

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IL MOSTRO DI DÜSSELDORF

UN' AVVENTURA DI PARSIFAL 1.

UN' AVVENTURA DI PARSIFAL 2.

IL PASTORE E LA FIGLIA DEL DIO DEL FIUME

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