LA LEGGENDA DI BIANCOFIORE Quanto sarà descritto si svolse a due secoli e mezzo da oggi, in un paesino del Cilento chiamato Capaccio, situato in zona turisticamente importante, al tempo assai meno, ma ugualmente toccato dalla fortuna di innalzarsi sopra il livello della allora pericolosa e mefitica palude di Paestum e di godere la protezione di due opportuni rilievi: i monti Soprano e Sottano, che ancora oggi la rinserrano da Nord e Sud, suoi giganti guardiani. Viveva al tempo, in una casa isolata fuori paese, annessa a una bufalara e ad un laboratorio di mozzarelle, ricotte e latticini in genere, un vecchio proprietario vedovo, nonno di due nipoti, essendo da anni morti anche la sua unica figlia e il marito di lei. Erano, i giovani, Cosimo e Chiara, appena più che ventenni, lui robusto e intelligente collaboratore del nonno, capace di dare ordini precisi ai pochi garzoni e braccianti di quella impresa domestica; lei, di carattere attivo, benché schivo e fantasioso, educata in una scuola di suore in Napoli, presso le quali aveva però mostrato di non voler rimanere. L’abitudine che aveva sua madre, di vestirla sempre di bianco quand’era bimba, le aveva procurato il soprannome di Biancofiore. Nonno Ciro, così si chiamava il vecchio, era nato col destino del servo, si diceva anche allora bracciante agricolo, e i tempi non gli avrebbero mai permesso di superare la propria condizione sociale, se non fosse entrato nelle simpatie di un tal padre Celso, sacerdote dell’ordine benedettino, il quale, ricevuta dalla cancelleria vescovile di Capaccio, lettera che lo comandava priore di una ricca abbazia nel napoletano, aveva voluto con sé qualcuno del suo paese del quale potersi fidare, e al quale affidare un incarico da vergaro. Era il 1720, diciassette anni prima della incoronazione di Carlo terzo di Borbone al Reame delle due Sicilie; tempi incerti e tribolati per la popolazione, (se pure di grandi ingegni quali Vico e Pietro Giannone), ma non per la classe ecclesiastica, protetta, qualcuno dice oltre il merito, da entrambi i rami della Casa d’Asburgo, sia da quello spagnolo che dal ramo austriaco. Verso la metà del XVIII secolo, asceso al trono il Borbone e scemata di molto la protezione regale al clero, Ciro si trovò a desiderare di ritornare alla propria Capaccio, tanto più che aveva potuto raggranellare alcune centinaia di ducati d’argento, e qualche decina d’oro, sufficienti ad acquistare, oltre alla bufalara e al laboratorio, anche una cinquantina di ettari di terra un po’ dura, ma bene adattabile a fichi, peri, mandorli, noci e prodotti del suolo, quali soprattutto carciofi, pomodori e fagioli. Sebbene la produzione non fosse abbondante, l’esperienza maturata in anni di lavoro nelle campagne napoletane consentiva a Ciro di disporre di alcuni acquirenti sicuri nelle città di Salerno e Napoli, nelle quali faceva arrivare i suoi prodotti, in particolare mozzarelle e, a Napoli, i fichi secchi, in quegli anni venuti di moda. La vita nelle campagne del regno, vista con gli occhi dell’oggi può apparire contraddittoria poiché, volente o no, il medioevo, proprio da allora, aveva iniziato a perdere forza. Correvano, infatti, tempi “illuminati”, e già gli studi del Genovesi e del Filangieri ponevano, o avrebbero posto in risalto la necessità di assegnare al feudo funzione di bene pubblico. Dal 1636 Capaccio apparteneva alla famiglia Doria che l’aveva acquistata, secondo l’uso feudale “con tutti gli abitanti dentro”. Era, il feudatario, padrone, oltre che della terra e degli uomini, anche di tutti i mestieri che provenivano agli abitanti dall’uso del suo territorio e del suo mare, sicché si doveva pagare una rendita fissa per l’uso delle barche da pesca, del pascolo, del macello, in particolare per ogni tipo di attività esercitata in quel luogo, cosa però che procurava anche guadagno e forza agli imprenditori più coraggiosi, insieme col desiderio di liberarsi dai gravami feudali. Il comune, i cui amministratori erano, comunque, componenti del clero, o nobili titolati dalle università liberali, gestiva autonomamente il bilancio, una parte cospicua del quale, conteggiabile in centinaia di ducati l’anno, era restituita al feudatario. Era assente in quel tempo, e lo sarà ancora per decine d’anni dopo l’abolizione del feudalesimo, il concetto di “Stato” inteso come bene e possesso di una comunità libera. Esisteva tuttavia, negli anni in cui si svolgevano i nostri fatti, la proprietà privata della terra, ottenuta per acquisto recente, come dimostra il catasto onciario della città di Agropoli (1754), nel quale i “contribuenti che vivono del proprio” dovevano denunciare le rendite che provenivano loro da beni quali terre, molini, fabbriche, animali, etc. Cominciava ad affermarsi anche l’uso dell’enfiteusi, ovvero il diritto perpetuo a utilizzare un fondo pagando periodicamente un corrispettivo in denaro. In breve, cominciava ad affermarsi anche nelle campagne e nei piccoli centri, un barlume di borghesia, o almeno, la situazione sociale per lo sviluppo della medesima. Aveva il vecchio anche altri parenti che gli venivano da una sua antica cugina defunta, la cui figlia, ormai anziana e malata di febbre palustre, era madre anche lei di quattro figli, tre sposati ed oltre la trentina, fra i quali una femmina, che si chiamava Rita; il quarto, Ruberto, della stessa età di Cosimo e un anno più grande di Chiara. Non avendo avuto le occasioni del vecchio Ciro, erano rimasti legati alla terra e poveri. Due famiglie a Capaccio vecchio, in zona oggi amenissima, meno salubre al tempo, servivano una proprietà baronale concessa in enfiteusi a una famiglia del luogo. Rita, con suo marito e un figlio piccolo, in paese, viveva insieme alla madre e al fratello minore. I due uomini erano braccianti agricoli occasionali e lavoravano saltuariamente, spesso lontano, guadagnando insieme appena di che far vivere tutti. Fra le due famiglie non correva buon sangue, soprattutto a causa della differenza delle condizioni economiche che costringevano i meno abbienti a chiedere di lavorare per Ciro in modo non saltuario. Ma quest’ultimo diffidava. - La zona è povera – diceva – e non ci sono i clienti di Napoli. Lì i baroni acquistavano, qui vogliono essere “donati” per il passaggio attraverso le loro terre. Oltre ai normali balzelli, il parroco vuole la decima…che forse è anche stata abolita…mentre a Napoli eravamo noi a riceverla…E poi – aggiungeva quand’era in vena di confidenze - …parente male al dente…non lavora e comanda. A complicare ancor più la situazione ci si era messo Ruby, così lo chiamavano in casa, il quale chiedeva continuamente a Chiara di sposarlo, mentre a lei non piaceva. - Non è il mio tipo – confidava al fratello Cosimo – e poi…nemmeno io piaccio a lui…non mi nasconde di volermi solo per l’eredità del nonno. Rita non era brutta, ma nemmeno bellissima, soprattutto era asciutta, poco carnale, e forse avrebbe attratto un uomo più casalingo e meno esuberante di quel suo secondo cugino. Nonno Ciro, comunque, diventava sempre più vecchio e debole, quasi immobilizzato dall'artrosi, e ci si aspettava veramente che dovesse morire, mentre Ruby si faceva sempre più arrogante e insistente. Si dichiarava pubblicamente già fidanzato e scoraggiava, con violenza e millanteria, chiunque volesse avvicinarsi a Chiara. In verità, le occasioni di incontrare un giovane di proprio gusto non sarebbero mancate a quest’ultima poiché, tutto sommato, era pur sempre un ottimo partito e qualche prescelto, nella sua mente, probabilmente c’era. Nessuno però aveva il coraggio di affrontare Ruby per amore di lei. Infine, Chiara ne parlò al fratello. - Non nasconde di volermi soltanto per quella parte di roba che a me verrà dopo la morte del nonno…non conversa, non si confida e mi tratta già male…mi vuole e basta. Un giorno Ruby era salito sulla scala esterna che, dalla corte, portava al piano superiore della parte privata della costruzione, ove stava la stanza di Chiara, e pretendeva di entrare. Siccome insisteva, dapprima a scherzo, poi con sempre maggior decisione, Chiara chiamò il fratello, che accorse subito e intimò a Ruby di andarsene. I due vennero alle mani in cima alla scala e fu proprio la violenza sconsiderata di Ruby a sbilanciarlo e a permettere a Cosma, più forte e attento, di spingerlo giù sino a fargli batter la testa sull’ultimo gradino. Purtroppo, a volte, succedono cose che mai vorremmo accadessero. Ruby rimase immobile, con gli occhi aperti, come se stesse ancora guardando. Cosma, paralizzato, non rispondeva al garzone di stalla che, corso fuori, gli suggeriva di nascondersi in chiesa. Alla fine, qualcuno avvisò le guardie. - Io non volevo – ripeteva sinceramente Cosma – non volevo ammazzarlo. La cosa fece immensa impressione in paese. Il fatto fu portato a conoscenza del feudatario il quale, essendo Cosma di famiglia proprietaria, passò il caso ai giudici di Salerno. Al colpevole fu riconosciuta la non volontarietà, ma la condanna fu ugualmente pesante: quindici anni. Anche la famiglia di Ruby fu inesorabile e Rita pretese che a Chiara fosse proibito di partecipare al funerale e chieder perdono. Dopo tal fatto Chiara non si fece più vedere in paese, salvo che per la prima messa del mattino, che la costringeva a uscire di casa alle cinque e mezzo e a percorrere i due chilometri necessari a raggiungere la chiesa di San Pietro. Non la fermavano nemmeno i giorni di pioggia o neve. - Voglio dedicare la mia esistenza al Signore e alle opere buone – ripeteva fra sé durante il percorso, e il parroco, sentendo in confessione sempre le stesse cose, aveva deciso di darle l’ostia senza confessarla più. - Salvo casi particolari – le aveva detto. Rimase ad accudire il nonno ormai inabile, seppur lucido, sostituendolo nella bufalara, nel caseificio e in campagna, consentendogli di controllare ancora personalmente l’economia delle sue proprietà. Faceva da sé anche i lavori di casa, aiutata soltanto da una vecchia, fedele fantesca, che si diceva fosse stata, ai suoi tempi, l’amante di Ciro. Garzoni e operai si erano abituati a vederla fra loro, gentile e amabile, e la trattavano con rispettosa confidenza chiamandola, come avevano visto fare al suo nonno, con il soprannome di Biancofiore. Passarono così sette anni, e la famiglia offesa sembrava esser venuta a qualche volontà di riavvicinamento e pacificazione, peraltro ormai non più rifiutata. Due giovanette, figlie dei due fratelli di Rita, erano state mandate ad accudire il nonno, così come anch’esse lo chiamavano, e per alleggerire, in tal modo, il lavoro di Chiara. Si erano anche offerti di procurare un intendente, ma il nonno, pur nella propria debolezza fisica, era rimasto irremovibile. - Devo pensare a Cosma, a quando uscirà di prigione – confidava a Chiara – e lasciava intendere che alla sua morte tutto sarebbe rimasto a lei, certo che solo così facendo il proprio nipote non avrebbe corso il rischio di rimanere disconosciuto. - Se entrano quelli – confidava – Cosma avrà difficoltà a rimanere nella sua stessa casa e Chiara sarà trattata da estranea fra le sue mura. Un giorno Rita si presentò da sola. Erano passati ormai nove anni da che Ruby era morto e Cosma stava in carcere. Chiara la ricevette con molta emozione; dopo qualche attimo di titubanza, si abbracciarono. - La mamma sta sempre peggio – le disse subito Rita – le febbri sono sempre più alte e la malaria ormai vince. Lo speziale l’aveva trovata eccessivamente pallida e aveva diagnosticato un aggravamento dovuto a carenza di quelli che oggi sono definiti i “globuli rossi”. - Dobbiamo togliere il sangue infetto – aveva detto il dottore – ma non possiamo farlo senza aggiungere sangue nuovo. – Ordinò, pertanto, sanguinaccio di porco e bove, da consumarsi, quanto più possibile, a pranzo e a cena. Questa del sanguinaccio, però, Rita non l’aveva detta. - Occorrerebbe sangue nuovo, da sostituire al vecchio – le aveva mormorato soltanto. Chiara, felice di potere intervenire concretamente, si offrì per il pagamento dello speziale, cosa che avrebbe voluto fare da tempo, ma che non se l’era mai sentita di proporre. - Andrebbe bene il sangue di una donna robusta…da farle bere – proseguì Rita, e Chiara si offrì di pagare anche questo. - Come si fa? - Chiese, e Rita spiegò che, in paese, il barbiere faceva anche il cavasangue. Lo speziale non se ne impiccia – aggiunse – ma il barbiere ha lavorato nelle infermerie dell’esercito, ed è assai bravo. Ha già tolto molto sangue a mia madre, un bicchiere alla volta, senza dolore. Discussero allora su quale potesse essere la donna più adatta alla bisogna, e dopo alcune proposte, Chiara disse: - Permetti che sia io la prima ad offrire un bicchiere del mio sangue a tua madre. Sarà nulla in confronto a ciò che vi ho fatto. Rita, sulle prime, si schermì, ma infine accettò e le due donne si lasciarono con un nuovo abbraccio. Il mattino successivo il barbiere arrivò col materiale necessario: un bisturi, una grossa candela ed un’ampolla di vetro da un quarto, dal collo largo quanto un bicchierino da liquore. Incise una vena del braccio sinistro e, appena il sangue iniziò a gocciolare, avvicinò la fiamma della candela all’imboccatura dell’ampolla, provocando un vuoto parziale che permise poi al sangue, per depressione, di fluire più decisamente sino al riempimento del recipiente. Alla fine, mise un unguento sulla ferita, fasciò il braccio e si congedò. - Doman l’altro la ferita sarà ancora aperta, e non dovrò toccarvi col ferro – disse – e Chiara chiese quanto doveva. - Quattro carlini in barbieria, cinque in casa…ma non pensateci…tornerò doman l’altro e faremo un conto alla fine. Chiara non ebbe il coraggio di dire ciò che realmente pensava, ovvero che quello che aveva fatto era stato soltanto un segno di omaggio. Rimase zitta, fece un cenno di saluto col capo e l’uomo se ne andò. Quando Rita si recò in barbieria a prelevare l’ampolla, il barbiere le disse che aveva preso accordo per i giorni successivi, uno sì ed uno no. Non parlò: prese con sé il contenitore e lo portò in casa alla madre la quale, al solo vederlo, si ribellò fieramente. - Io bere sangue umano?…Sei pazza?…Preferisco morire subito. Così, il sangue di Chiara finì nel cesso. Due giorni dopo il tonsore si ripresentò, e la scena si ripetè per un mese. Il conto era salito a 75 carlini e il sangue di Chiara continuava a finire nel cesso. Una mattina Chiara chiese di confessarsi, e si confidò. - E’ una cosa che devo fare, poiché sono in debito grande, ma entro me qualcosa si oppone…non sono degna di quello che faccio… - La generosità piace a Dio – la confortava il confessore – e un giorno avrai la tua ricompensa – Poi aggiunse: - Mangia, mangia bene, e vedrai che il sangue ritornerà sempre abbondante. Ma Chiara mai era stata una gran mangiona. Per giunta, in quel mese, anche il nonno morì, e Chiara ne ebbe un dolore immenso. Tornò a confessarsi. - Ho trascurato il nonno, che è morto anche a causa di ciò…venendo meno ai miei doveri quotidiani ho tolto a lui i suoi interessi di vita… Ma il parroco chiese: - Come si sente la donna che stai aiutando? - Sta meglio – rispose Chiara, e il sacerdote ne fu sollevato. - Vedi? – disse – il Signore premia le tue buone azioni…e tu mangia…mangia quanto ne puoi. Chiara, però, sopraffatta da quanto accadeva intorno a lei, non mangiava più. Era diventata unica erede di tutte le proprietà, poiché il nonno aveva provveduto da assai gran tempo a questa bisogna. La fantesca soltanto sembrava preoccuparsi seriamente di lei. - Quello che stai facendo è male - le diceva - devi pensare a te stessa e a Cosma, per quando tornerà. Ma i rapporti intercorsi fra la fantesca e il nonno dissuadevano Chiara dalle confidenze, e aveva anche rifiutato il consiglio di ricevere il medico che aveva curato le ossa del nonno. Quando il parroco seppe che Chiara si era allettata, provvide a mandarle, a suo conforto, una religiosa laica di sua conoscenza, una brava donna di mezza età, affinché le si accompagnasse, almeno di giorno. - Se dovesse aggravarsi – le aveva detto – avvisatemi subito. Chiara, infatti, smagriva, e una mattina il barbiere la trovò impallidita in modo pauroso. - Non me la sento di togliervi il sangue – le disse – Preferirei, anzi, che vi rivolgeste allo speziale, che lui saprà consigliarvi meglio. Ma Chiara protestò perché, nel profondo della sua mente, una nuova determinazione era penetrata. - Non voglio…una vita umana è in pericolo e può essere stroncata per colpa mia…ho già peccato per il nonno e per mio fratello che sta in prigione. Così, il sangue fu prelevato anche quel giorno. Il dì seguente il barbiere parlò con Rita. - Non posso continuare – le disse – o la signorina morrà. - Domattina verrò con voi – lo tranquillizzò Rita – e se sarà il caso, porterò con me lo speziale. La mattina successiva, Rita e il barbiere arrivarono puntualmente, ma lo speziale non c’era. Chiara era pallidissima e sola, poiché la sorella laica le si accompagnava soltanto nel pomeriggio. - Come sta la mamma? – Chiese, appena li vide. - Che santa donna – mormorò Rita rivolta al suo accompagnatore, che si chiamava Mario – pensa prima al prossimo, poi a sé. – Poi, rivolta a Chiara, aggiunse: - La mamma sta bene ed è guarita per merito vostro. Ed ora dovete guarire anche voi…mangiate, bevete e infischiatevene…- Poi ebbe uno sguardo di rassegnazione – Avrebbe soltanto bisogno di un’ultima dose…ma ho già trovato io la donna giusta…una vera chiattona… Ma Chiara protestò: - No…ormai ho cominciato io, e voglio finire. - Ma se non vi sentite… - No, no…voglio finire io. - Santa donna…non me ne andrò se non prometterete di mangiare, subito dopo, una bistecca grossa. - Prometto che mangerò. Rita, con espressione sollevata, fece cenno col capo a Mario, e il sangue fu prelevato. - La mamma è salva! La mamma è salva! – gioì Rita alla fine, e si accomiatò dando un bacio all’inferma. Dopo di che i due se ne andarono lieti in volto, il barbiere un po’ meno. Rimasta sola, Chiara ripiegò il capo sopra un cuscino, e pensò: - Ho salvato una vita. Ora posso morire liberata dei miei peccati. Spossata per il salasso, si addormentò. L’anziana inserviente che operava in cucina la svegliò per il pranzo, ma Chiara la mandò indietro. Nel pomeriggio giunse la sorella laica inviata dal parroco, la quale, di norma, si intratteneva fra le quattro e le cinque ore. Terminato il rosario, cercò di consolarla con argomenti pratici. - Ora che siete rimasta vergine – le disse – non pagherete più l’imposta sul lavoro. Rispose Chiara che lei pagava l’imposta sul reddito, e che il medesimo superava di gran lunga i sei ducati, misura stabilita per l’esenzione. “Rimanere vergine” significava essere capofamiglia non maritata. Analogo beneficio poteva toccare alle vedove. - Eh…sei ducati…avete ragione – mormorò l’assistente – ma se…il più tardi possibile…pensate a guarire…il Signore dovesse chiamarvi…perché lui vi vuole con sé, questo è certo…come pensereste di organizzare la proprietà?…Poiché don Ciro ha lasciato tutto soltanto a voi… - Si, ci dovrò pensare – farfugliò Chiara, e si tacque nascondendo bene l’irritazione che gli veniva da quella intromissione. La donna non se ne accorse, e proseguì. - Ad pias causas…ad pias causas – iniziò a ripetere, e Chiara, che aveva capito quelle parole, si rivoltò sul cuscino emettendo un sospiro lungo. “Ad pias causas” era il titolo che si dava ai testamenti stipulati in favore del capitolo ecclesiastico. Incerta sul significato del gesto, l’assistente iniziò a recitare un nuovo rosario, e Chiara la seguì. Quando se ne andò e rimase sola, si ritrovò spontaneamente a piangere. Non c’era ormai più nessuno accanto a lei che l’amasse realmente. Sul tardi respinse la cena e rifiutò anche la compagnia dell’ultima fedele fantesca che le si offriva per vegliarla la notte. Qui fece male, poiché le relazioni carnali, fra persone sensibili, provocano legami molto profondi, anche a nostro dispetto. Verso le quattro del mattino, spirò, e la vecchia inserviente, alle cinque e mezzo la trovò morta. Quando lo seppe, il parroco si irritò molto. - L’avete lasciata morire in assenza di sacramenti! – gridò all’assistente, ma al funerale il suo tono era più pacato. - Chiara oggi è salita in Cielo…ci vede e ci benedice – predicò. Infine, la cassa fu posta su un carrettone e trasportata nel cimitero; quindi, deposta sotterra, accanto alla fossa del nonno. Rita si mostrò affranta e pensò lei alle spese del funerale. In quei giorni si era informata e sapeva di poter entrare nella proprietà insieme alle famiglie dei due suoi fratelli, salvo poi preparare le carte per la denuncia del fatto compiuto. Quanto a sua madre, la malaria la tolse dal mondo pochi giorni dopo, ma la cosa era attesa, per cui la famiglia non si turbò. - Dio è giusto, commentò alla fine Rita, una sera dopo la cena, poiché Chiara era sorella di un carcerato assassino e il vecchio ingordo voleva tutto per sé…ma per fortuna la giustizia celeste esiste. Esortò il suo unico figliolo a recitare la preghiere della notte e lo condusse a letto. Quando Chiara si risvegliò, nel mondo parallelo, scoprì d’essere un’altra persona, vestita come una dama del millecento, con accanto deposti, in ordine, su alcuni cuscini, elmo, spada e addirittura una cotta a maglia di ferro. Non si meravigliò d’esser sé stessa, pur ricordando ciò ch’era accaduto in Terra, e si ritrovò come chi si sveglia da un sogno. Occorre sapere che, così come noi sulla Terra possediamo, più o meno nel profondo, istinti e caratteri di varie specialità di animali, dai quali ci separiamo soltanto per l’intelletto, così ogni spirito vivo, nel mondo parallelo, può racchiudere in sé carattere e spirito di molte persone veramente esistite. Possono esservi persino estrinsecazioni letterarie, quand’esse siano veramente umane: ad esempio, vi si potrebbero incontrar don Abbondio, Renzo e Lucia, Agnese e fra Cristoforo. La creatura risvegliata era Biancofiore, sorella di Parsifal, insieme al quale, ai suoi tempi, aveva partecipato, pur lei, alla ricerca del Graal. La sua leggenda racconta che morì dopo essersi sacrificata volontariamente allo scopo di salvare la vita di una donna ammalata di lebbra. Cosciente del sacrificio di Chiara, studiandosi di trarne nuovo insegnamento, chiamò a sé i cavalieri del Graal: Sir Galahad, Lancillotto, Bors, Galvano e suo fratello Parsifal. Accorse solo Galvano, che era il più vicino; gli altri addussero scuse. Come si valutano la forza e il merito di uno spirito vivo che sta sulla Terra? – Gli domandò Biancofiore. Per me, dipende da ciò che ti lasci dietro – rispose Galvano – poiché, alla fine, tutto è unità: Terra, Mondo parallelo e Mondo superiore…La nostra avventura è segnata, salvo che per la morte, che ancora, anche nel nostro mondo, ha forza.…Quest’avventura potrà essere soltanto più lunga o più breve, più dolorosa o felice, soprattutto a seconda di ciò che noi produciamo, non solo a seconda di come ci comportiamo, o siamo. Una Terra che non producesse più spiriti vivi, farebbe morire anche tutti noi. Alle parole di Galvano, Biancofiore non replicò, per cui la nostra storia finisce qui. * Le informazioni storiche contenute in questo racconto sono state ricavate da siti culturali delle città di Capaccio e Agropoli. ____________ IL MOSTRO DI DUSSELDORF UN' AVVENTURA DI PARSIFAL 1. UN' AVVENTURA DI PARSIFAL 2. IL PASTORE E LA FIGLIA DEL DIO DEL FIUME LA LEGGENDA DI BIANCOFIOREDIALOGO FRA LA MORTE E UNA SANTA ITALIANA HOME BASE |