IL PASTORE E LA FIGLIA DEL DIO DEL FIUME I fatti che qui si raccontano si svolsero nel tempo remoto della Pangea, quando tutte le terre del nostro pianeta erano unite in un solo continente e i dinosauri erano di là da venire. Esisteva allora una generazione umana ormai estinta, la quale condivideva la propria vita con altre creature intelligenti, purtroppo scomparse, delle quali è pervenuto a noi solamente un mitico ricordo; erano queste gli gnomi, gli elfi e i nani. Non però le fate, le streghe, gli orchi e i giganti, i quali appartengono a una letteratura favolistica successiva, anzi, abbastanza recente. Particolare caratteristica di quel tempo era che gli dèi, pur non avendo nome, erano visibili e a volte si intrattenevano con le altre creature e con gli uomini. Nella Pangea, contrariamente a quel che si ritiene fra i più, gli dèi erano entità dal carattere semplice; curavano il buon andamento dell'armonia in natura e sapevano condurre le cose senza magnificare le loro opere, né pretendere doni o ringraziamenti, e si sarebbero vergognate a farsi vedere a non lavorare. C'era un dio che sovrintendeva ai campi e alle messi, uno che regolava la pioggia, uno che armonizzava i movimenti del mare; ce n'era uno che comandava ai venti; c'erano il dio del giorno e la dea della notte, che però non erano sposi; e poi tanti ancora, nessuno nemico dell'altro, ma tutti scrupolosi e operosi, tant'è che al tempo sarebbe stato quasi impossibile agli umani essere afflitti da siccità, o da tempeste, da inondazioni o dal fuoco. Le nazioni erano soltanto tre, o quattro se vogliamo aggiungervi la grande isola del Pacifico oggi chiamata Australia. Esse si prolungavano dal massiccio centrale della Pangea, identificabile oggi, si dice, nelle montagne del Polo Sud. Sebbene volgessero verso l'unica direzione del Nord, non sarebbe stato difficile definire quelle terre secondo l'uso dell'oggi, visto che la loro grandezza dava un valore anche all'Est e all'Ovest. Esse sarebbero diventate, in futuro, l'Eurasia, l'Africa e l'America, con mari e oceani connessi. Essendo la terra tutta unita, come si è detto, ad ognuno dei regni spettava quasi lo stesso spazio di costa, e non vi erano naviganti che si avventurassero fuori vista di terra, nemmeno per arrivare in Australia, che stava a sè, aveva costumi suoi propri e non si conosceva neanche assai bene. Viveva in quel tempo, nelle alte montagne del centro, un pastore di capre chiamato Thanatos, giovane e assai bello d'aspetto, il quale usava condurre il suo gregge ad abbeverarsi in alto, in un luogo un po' impervio, ma erboso, ricco delle acque della sorgente del maggior fiume di quella terra, chiamato Mardolce, il quale, scaturendo da lì, l'attraversava tutta circuendola in anse e successive circumvoluzioni, arrivando al mare dopo un percorso immenso, pari al doppio del Mississippi e del Nilo congiunti. Grazie alle acque di questo fiume, che percorreva tutte tre le nazioni, la navigazione interna della Pangea era assai attiva ed i commerci prosperavano. Un solo dio sovrintendeva alle acque interne, le quali comprendevano anche altri fiumi, ma nessuno così grande. Questo dio aveva una figlia, anch'essa bellissima e anch'essa priva di nome, la quale spesso si intratteneva a fior d'acqua nel punto in cui la sorgente scaturiva, ed anzi era questo il motivo dell'assiduità del pastore il quale, per raggiungere il luogo, sacrificava ad esso la fatica necessaria a raggiungerlo. Alle capre, però, non dispiaceva arrampicarsi, anche perchè ciò soddisfaceva la loro natura e, tutto sommato, pascolavano e si abbeveravano meglio. Il tutto era capitato per caso. Thanatos, un giorno, aveva abbandonato le capre alla custodia del cane Tibò e si era arrampicato più su, spinto soltanto dalla curiosità di veder la sorgente. Le capre, alle quali nemmeno dispiaceva salire, lo avevano seguito e il luogo era divenuto un'abitudine fissa, sia per il pastore che per gli animali. Fu lì che Thanatos si accorse, per la prima volta, della giovane dèa, visibile soltanto nel riflesso dell'acqua, impercettibile al tatto, acqua anche lei. Nello scoprirsi, entrambi avevano esclamato di meraviglia, ma nessuno dei due si era ritirato, ed anzi, dopo i primi istanti di mutismo, avevano cominciato a parlare e si erano trattenuti in conversazione per tutto il giorno. Da allora gli incontri fra Thanatos e la dea erano divenuti frequenti, pur se non quotidiani. Ognuno dei due aveva raccontato di sè e la fanciulla, che aveva spesso percorso il fiume seguendo il padre, aveva raccontato di meravigliosi paesi, di grandi foreste e città, di tutte le cose importanti che gli uomini avevano fatto e in virtù delle quali vivevano. Thanatos l'ascoltava due volte rapito, una volta per il suono della voce di lei, un'altra perchè egli del mondo conosceva ben poco. - Dimmi il tuo nome - ripeteva ogni tanto alla giovane dea, ma costei si schermiva, poiché la legge divina impediva che ciò fosse rivelato. Un giorno la piccola dea narrò al padre dei propri colloqui e del piacere che provava a intrattenersi con una figura umana. Il dio, però, non aveva condiviso quell'entusiasmo. - Tu sei fatta d'acqua - le aveva detto - ed è male indurre un umano a innamorarsi di te, anche se, nel riflesso, sei una creatura umana anche tu, ed anche assai bella. Sarebbe perciò preferibile che tu evitassi la sorgente, che altrimenti finiresti per far soffrire, e soffrire tu stessa. Dopo di che la fanciulla obbediente aveva parlato per l'ultima volta al pastore. - Io sono fatta d'acqua - gli aveva detto - e mi sono accorta che il tuo interesse per me è eccessivo e non si confà a un umano. Del resto, anch'io mi sento attratta da te, e nemmeno questo è bene che sia. - Dimmi almeno il tuo nome - le aveva ripetuto il pastore - così che io ti possa in qualche modo invocare. - Io non ho nome - aveva insistito la fanciulla - e lo sai bene che gli dèi non ne hanno. Così dicendo, pur senza nascondere lo strazio interno, era scomparsa. Il pastore era rimasto a piangere e, per il resto della giornata, non aveva toccato cibo continuando così per ulteriori sette giorni e notti durante i quali aveva riportato le sue caprette alle scaturigini dell'acqua entro la quale, per la prima volta, aveva osservato il volto della fanciulla divina, attendendo invano che gli si rivelasse di nuovo. Ogni volta faceva maggior fatica a salire, finché il settimo giorno lo sforzo lo vinse, e svenne. L'ottavo si risvegliò entro una piccola abitazione di elfi i quali, avendolo trovato nelle sue tristi condizioni, ne avevano provato compassione e, sollevatolo in volo, lo avevano portato sulle cime degli alberi di una foresta in valle, piuttosto lontano da lì. Gli elfi della Pangea erano creature dei boschi e dell'aria, alate e assai piccole, però molto forti e magiche, tanto che ne bastarono cinque o sei, aiutate da un cavallino, per sollevarlo e trasportarlo in volo. Sebbene alati, non frequentavano i monti se non di rado, e Thanatos doveva ritenersi fortunato ad essere stato salvato da loro. L'ottavo giorno, infatti, sarebbe morto se i suoi salvatori non lo avessero nutrito con zuppe di funghi e tartufi, miele, pappe reali e marmellate varie, cibi dei quali essi avevano riserve abbondanti. Ricostruiti i fatti per i quali il ragazzo si sarebbe lasciato morire, si misero a commentarli fra loro. - Avrebbe dovuto pensare alle capre - diceva agli altri quello che sembrava il più anziano e che, nel nostro modo di osservare i volti, avrebbe potuto avere non più di una quarantina d'anni. E' noto che i folletti, sebbene possano vivere molto a lungo, mostrano sempre un aspetto giovane. - Il suo cane Tibò non ce la farà a tenere unite le capre - proseguiva un altro - Esse si disperderanno e continueranno a trovare cibo, ma Tibò soffrirà molto per l'assenza del suo padrone e sicuramente morirà di fame. Il luogo ove Thanatos si trovava era la sede di un gruppo di elfi escursionisti, ricavata in una capanna costruita, come tutte le abitazioni di quelle stravaganti creature, sulla cima di uno degli alberi più alti di quella foresta. Era stato trattato bene, come si è letto, ma la camera in cui si trovava gli andava stretta. Stava disteso sul pavimento, sopra alcuni tappeti adatti a lui, nuca appoggiata ad una parete ed alluci sulla parete opposta. I suoi soccorritori stavano raramente fermi e preferivano conversare svolazzandogli intorno, però con garbo, cercando di non infastidirlo, né urtarlo. Erano in pari numero, maschi e femmine. - Se mi riporterete sul monte - ripeteva Thanatos ad ogni raro momento di silenzio - continuerò a badare alle mie caprette e non mi farò più del male. Gli elfi, forse per l'abitudine querula di quelle piccole creature, rispondevano indirettamente, continuando a parlare fra loro. - E' ancora debole - commentava una che sembrava una bimba - e poi non è intellettualmente stabile: finirebbe per lasciarsi morire di nuovo. - Consigliatemi - insisteva Thanatos - ditemi come fare per almeno conoscere il nome della figlia del dio del fiume. - Chi può sapere questo? - intervenne uno - se gli dèi avessero un nome non sarebbero più liberi, diverrebbero nostri servi: il dio delle foreste in genere è un vero dio, ma il dio della foresta Bamba sarebbe un nostro impiegato. Intervenne di nuovo il più anziano, che sembrava il capo di quel gruppetto sportivo. - In effetti, se gli suggerissimo un incarico la sua mente si svagherebbe ed egli non penserebbe più al suicidio. Gli altri lo approvarono, ed egli si rivolse, finalmente, a Thanatos. - Dopo che ti avremo riportato sulle montagne - gli disse l'elfo - libera le tue caprette, prendi il tuo cane e recati nella dimora del grande nano d'Eurasia. E' la persona più sapiente della Pangea ed è l'unico che, se dovesse prenderti a benvolere, potrebbe veramente aiutarti. Thanatos si mostrò soddisfatto della proposta, tanto che gli elfi, vedendolo così interessato, giudicarono che non corresse più alcun pericolo, per cui dopo alcuni giorni, trascorso il tempo minimo per rimetterlo in forze, lo ricondussero in volo proprio nel luogo ove lo avevano trovato. Tornato all'ovile, trovò che Tibò, che era un cane assai più saggio del suo padrone, dopo un paio d'ore d'attesa era sceso a valle, alla casa che ospitava i familiari di Thanatos, padre, madre, sorelle e fratelli. Accorsi questi ultimi, diedero inizio alle ricerche ed uno di essi lo sostituì alle caprette, sicchè nulla di quanto gli elfi avevano temuto accadde. Quando Thanatos riapparve e vide che tutto era a posto, senza dar troppe spiegazioni chiese ai fratelli di continuare a sostituirlo ancora per qualche tempo, che lui doveva recarsi dal grande nano d'Eurasia a chieder consiglio. - Porterò Tibò con me - disse, ma il padre gli replicò: - Prendi un cavallo, che Tibò sarà più utile qui. Senza discutere, Thanatos salì a cavallo e, fornito di un po' di denaro e di viveri, si mise in viaggio dirigendosi verso la direzione del sorgere del sole, poiché era da lì che, dalle grandi montagne si entrava in Eurasia. Cavalcò per più giorni, senza però faticar troppo a cercar la strada, poiché nel territorio eurasiatico la dimora del grande nano era nota a tutti. Era comunque la prima volta ch'egli percorreva la pianura, e tutto per lui era nuovo e straordinario. Aveva imparato a fermarsi nelle buone osterie e a spendere poco: a mezzogiorno mangiava al sacco ed alla sera dormiva al coperto. Viaggiava, comunque, diretto, e dopo una settimana arrivò. La dimora del grande nano era costruita sulla cima di un monte isolato che si elevava sulla pianura e la dominava in tutte le direzioni. Era un castello imponente, ma non sfarzoso, costruito con massi squadrati che imponevano, in chi li vedeva per la prima volta, se non meraviglia, rispetto. Quando Thanatos giunse al portone, a piedi, poiché l'ultimo tratto era impervio, strapiombante e pericoloso agli umani, poco adatto ai cavalli, il grande nano, che viveva con una piccola corte di nani consiglieri e inservienti umani, lo fece introdurre rapidamente e si meravigliò di vederlo fresco e poco affaticato. A sua volta Thanatos si stupì d'essere ricevuto senza anticamera, né altre complicazioni, ed entro sè si compiacque della modestia e della mano di quel grand'uomo, peraltro assai piccolo di statura. Sapeva, per averlo sentito dire nelle osterie, che il grande nano aveva fatto costruire a sue spese la sfarzosa dimora del re d'Eurasia, e che il re stesso non avrebbe preso alcuna decisione senza prima consultarlo. - Gli uomini della pianura stentano molto a salire quassù - esclamò il grande nano appena lo vide - e immagino che tu provenga dai monti, e che tu abbia viaggiato gran tempo per arrivare. Fece rifocillare il ragazzo, ed alla fine della colazione, con molta affabilità, gli chiese di rivelargli il motivo della sua visita. Thanatos cominciò a narrare della sua vita alpestre, e quando giunse a dire dei propri incontri con la figlia del dio del fiume, il grande nano ebbe una espressione di gradita sorpresa. Continuò ad ascoltarlo con sempre maggiore interesse e infine con emozionata attenzione. - Non puoi sapere quanto questo racconto mi giunga gradito - disse, dopo che Thanatos ebbe concluso - Io sto cercando da lunghi anni di venire a capo di tutto ciò che riguarda il problema del nome degli dèi. - So che se rivelassero il loro nome - interruppe Thanatos - gli dèi morirebbero. Così mi disse la fanciulla del fiume. - Sono fandonie - tagliò corto il nano - Sono scuse. La realtà è che gli dèi sono sì potenti, e forse colti di cose fisiche, ma per il resto anche molto ignoranti. Per essi tutto ha lo stesso valore: considerano il cielo, l'acqua, l'erba soltanto per la loro materia; non vanno in profondo: non capiscono, ad esempio, che un panorama africano può emozionare diversamente due persone, se solo una di esse è africana. E' evidente che, se avessimo dèi "nostri", tali differenze sarebbero finalmente capite, diverrebbero evidenti e comprensibili... Non possediamo un dio "nostro", non è assai grave tutto ciò? E per averlo basterebbe che qualche dio attuale dicesse: Ecco, io mi chiamo così. - Respirò, e chiese a Thanatos se desiderasse qualcosa. Intuito che il ragazzo avrebbe preferito continuare ad ascoltarlo, proseguì: - Ad esempio, se la figlia del dio del fiume volesse seguirti, noi potremmo darle il nome di dea Eurasia... e diverrebbe la dea di tutte le acque della nostra terra, onorata e riverita come si conviene, ...altro che una semplice epifania sull'acqua. Thanatos ascoltava con estremo interesse, poiché le parole del nano avevano riacceso la sua speranza e condotto il suo animo all'entusiasmo. - Ho deciso di aiutarti - concluse il nano fra la felicità del ragazzo, e per cominciare ne informerò il re. Domattina ti comunicherò i risultati ottenuti. Detto questo lo congedò, e Thanatos, assai soddisfatto seguì un servo che lo condusse, attraverso lunghi corridoi, ad una stanza silenziosa e appartata il cui mobile preminente era costituito da un letto morbido sopra il quale, rapidamente, si addormentò. Nel frattempo il nano aveva informato il re dell'accaduto e, senza fornire troppe spiegazioni, aveva chiesto per Thanatos credenziali da ambasciatore e una divisa da alfiere, cose che gli furono inviate in poche ore, nonostante il palazzo reale fosse distante alcune centinaia di chilometri. I motivi di tanta rapidità erano due: il primo, l'enorme ascendenza che il grande nano aveva sul re (si dava, infatti, per certo, che fosse stato lui stesso a insediarlo sul trono); il secondo, che nella Pangea del tempo, i servizi postali aerei erano affidati agli elfi, i quali disponevano sia di cavallini alati assai veloci e resistenti, sia di renne portapacchi, non alate ma ancor più veloci; tutti bene addestrati a questi scopi. Non esistevano, tuttavia, veri servizi passeggeri simili a quelli che conosciamo noi oggi, poiché il motore meccanico non esisteva e non si potevano immaginare, nonostante tutto, carichi troppo gravosi. Quella notte Thanatos dormì pesantemente, poiché le emozioni del giorno precedente avevano un poco esaurito i suoi nervi e generato stanchezza. Fu svegliato, comunque, col sole già alto. - Il grande nano ti vuole fra un'ora - gli disse un servo - preparati al meglio e rifocillati. Thanatos eseguì e nel tempo stabilito si presentò. Lo studio del grande nano era occupato da alcuni altri nani, evidentemente segretari e consiglieri. - Ho informato il re del tuo caso - iniziò subito il nano - e ho deciso di inviarti, quale ambasciatore e alfiere, dalla regina degli gnomi a chiedere udienza presso il dio delle acque dolci, al quale dovrai esporre sinceramente il tuo caso, chiedendo di udire anche il parere della di lui figlia. Dirai che le tue richieste sono sostenute da me e dal re dell'Eurasia...Se il parere di lei sarà positivo, non ci sarà bisogno del consenso del padre. Una scorta segreta di elfi soldati la prenderà in volo e la condurrà, dapprima in questo palazzo e poi nella reggia...Per ottenere ciò basterà che tu, con un pretesto, la faccia uscire da sottoterra, luogo nel quale gli gnomi hanno potere e gli elfi no...La fanciulla sarà immediatamente purificata dell'acqua non buona contenuta in lei, riceverà un bellissimo nome appropriato alla sua importanza di dea ed avrà in dono le acque dolci d'Eurasia, comprensive di tutti fiumi, laghi, cascate, acque ferme e correnti...Tu diverrai il suo sposo e il titolo di ambasciatore e alfiere ti rimarrà in perpetuo, trasmissibile ai figli, i quali diverranno, per di più, semidei. - A udir quelle parole, Thanatos non stava in sè, ma il nano raffreddò un po' il suo entusiasmo. - Non pensare che la tua impresa sia facile - gli disse - la regina degli gnomi non è nostra amica e cercherà di deviarti; però, se tu mostrerai a lei la stessa sincerità di sentimenti che hai mostrato con me, non se la sentirà di negarti un colloquio col dio del fiume e sua figlia...A questo punto basterà che tu convinca la giovane a uscire...portala fuori e il resto lo troverai predisposto. - Si intrattenne ancora molto a parlare dell'importanza dell'Eurasia e della gloria che attendeva il ragazzo, qualora avesse portato a buon fine l'impresa. Infine spiegò a Thanatos il da farsi pratico. - Avrai una scorta militare - gli disse - ma di essa non ti curare: rimarrà sempre in volo e a grande distanza. - Poi spiegò: - Un alfiere è un cavaliere che ha ricevuto dal re un incarico particolare; nel caso tuo un incarico da ambasciatore, per cui non sarai personalmente armato, ma munito soltanto di credenziali le quali ti preserveranno, comunque, da qualsiasi offesa. Indosserai abiti pesanti, da viaggio, un bagaglio con un abito da presentazione, una borsa di denaro...non ti farai mai vedere a mangiare al sacco o a riposare sul ciglio...non sei più un pastore e dovrai badare alla tua dignità. I servi hanno recuperato il tuo cavallo e ti riaccompagneranno lungo il tratto difficile...poi torna pure normalmente a casa...la Regina degli gnomi - spiegò - abita sotterra e l'ingresso della sua caverna è presso la sorgente del fiume Mardolce...Entra lì e quando gli gnomi ti fermeranno e ti chiederanno chi sei e cosa vuoi, dirai che sei l'ambasciatore del re d'Eurasia, amico e protetto del grande nano del monte sommo, e che sei lì per chiedere udienza alla loro regina. Thanatos, che mai si sarebbe aspettato un risultato così lusinghiero, si profuse a tal punto in ringraziamenti, da farsi venire le lacrime agli occhi. Il grande nano, al vederlo così, sempre più convinto di trovarsi davanti a un bambino ingenuo, si schermiva e sorrideva. Lo salutò alla fine, e gli augurò buon esito. Quando Thanatos, dopo i sette giorni del ritorno, si ripresentò a genitori e fratelli, non fu riconosciuto e dovette parzialmente svestirsi per mostrare chi era. - Rappresento il re dell'Eurasia e il grande nano del monte sommo, la più eminente creatura che io abbia mai conosciuto - disse, e per quel giorno in casa si fece festa; ma il dì seguente un soldato degli elfi si fece vedere di buon mattino e, senza parlare, gli rammentò il motivo per il quale era arrivato sin lì. Thanatos si rivestì con gli abiti da cerimonia che la sartoria della reggia aveva scelto per lui, ulteriormente stirati dalla propria madre, si rifocillò in fretta e salì rapidamente sul vecchio cavallo di famiglia il quale conosceva a memoria la strada che conduceva alla grotta. Raggiuntane l'imboccatura, lo lasciò slegato, in modo che, per qualsiasi evenienza, potesse tornare alla propria stalla. Entrato nella caverna, dovette inoltrarsi parecchio prima di incontrare gli gnomi; alla fine, però, fu fermato e, qualificatosi per ciò che rappresentava, chiese di parlare con la regina. La caverna che, nell'ingresso, mostrava l'aspetto di un anfratto roccioso poco ospitale, nell'interno si ingigantiva di ampi saloni naturali entro i quali una illuminazione opportuna di fiaccole e fuochi magici sempiterni, faceva risaltare la bellezza multicolore di stalattiti e stalagmiti scendenti e ascendenti dalle volte e dal suolo. In quel luogo Thanatos potè rendersi conto delle differenze fra le creature intelligenti non simili a lui che, nel volgere di pochi giorni, aveva incontrato. I nani vivevano esclusivamente in superficie; glabri in volto, erano, in confronto agli gnomi, assai alti, sebbene non superassero il metro. Deboli e poco adatti ai lavori manuali, preferivano di gran lunga gli studi teorici, specie di scienze umane, entro le quali emergevano. Tale particolarità aveva dato, anzi, ai nani, fama di superiorità culturale sugli uomini, sebbene questi ultimi conoscessero meglio i mestieri pratici. Gli gnomi, invece, dal punto di vista morfologico, si avvicinavano di più agli elfi. Tutte queste creature erano, tuttavia, antropomorfe, questo sia chiaro. Gli gnomi maschi, prevalentemente barbuti, vestivano proprio come siamo abituati a vederli oggi sui libri di fiabe; Le femmine, tutte in abiti lunghi, pudichi, di ispirazione medioevale. Solo alcuni superavano i 40 centimetri, mentre la maggioranza appena arrivava a tale misura. Contrariamente ai nani e similmente agli elfi (i quali erano ancora più piccoli, 25 cm. circa, in media), erano fortissimi e magici anch'essi sotto la terra, così come gli elfi lo erano nell'aria. I nani, a loro volta, non erano magici, ma avevano fama di esserlo assai più di tutte le altre creature. La magia degli gnomi, infatti, si perdeva sopra la superficie del suolo e nell'aria, mentre quella degli elfi non valeva sotterra. La magia dei nani, invece, non si perdeva mai, appunto perchè era una magia millantata e non esisteva nella realtà. Nonostante questo, però, quasi tutti gli umani credevano nel maggiore potere dei nani, e forse ciò essi avevano veramente. Eccellenti lavoratori, agli gnomi si doveva la regolarità della crescita dell'erba nei campi e lo sviluppo degli alberi dei boschi e delle foreste; il calore del fuoco dei vulcani, la consistenza e la diversità delle rocce, il vapore dell'acqua e, grazie a questa, anche il volume dell'aria, mentre allo spazio sovrintendeva un dio, il quale nemmeno lui aveva nome. Caratteristica degli gnomi, cosa che li distingueva da tutti gli altri esseri intelligenti della Pangea, era d'avere un rapporto diretto con gli dèi, dei quali erano, praticamente, gli operai. Ad essi, più che a qualsiasi altra creatura, era concesso vederli e intrattenervisi. Chiesto che ebbe, una seconda volta ad un funzionario, di parlare con la regina, le sue credenziali gli consentirono di vederla immediatamente. La regina, che si chiamava Ker, si fece trovare seduta al centro di un ampio tavolo rettangolare, costruito a misura umana, sul piano del quale era stato adattato un piccolo e lussuoso tronetto. Al centro di uno dei lati lunghi, bene piantato in terra, stava un comodo sedile adatto a un visitatore umano. Altre stanze erano predisposte per visite collettive. Invitato che fu a sedere, Thanatos poteva conversare guardando direttamente nel volto la propria interlocutrice. Dopo un poco che ebbe cominciato a parlare ed a spiegare il motivo della sua visita, Ker lo interruppe. - E' da un pezzo - disse - che il grande nano insiste nella pretesa di dare nome e titolo agli dèi. Eppure sa bene che ogni dio è collegato in modo diretto e totale alle forze della natura. Ora, qualsiasi titolo toglierebbe ad essi tale collegamento e ne farebbe uno schiavo dei nani, un essere limitato dalla sua stessa parzialità. - Mi è stato però detto dal grande nano - osservò Thanatos - ch'egli vorrebbe che la principessa del fiume Mardolce divenisse la dea di tutte le acque d'Eurasia, e che a ciò non si opporrebbero neppure i re dell'America e dell'Africa, i quali ci terrebbero ad avere, anch'essi, divinità proprie e ben definite. La regina, realizzando fra sè di avere parlato a vuoto, rimarcò una espressione sgomenta. Tuttavia insistette. - Dio è uno, e lo si legge nelle sue opere, che non sono slegate: gli dèi sovrintendono alle sue parti. Non c'è differenza fra l'uno e i molti, se i molti sono parti dell'uno. In breve, gli dèi devono rimanere parti di Dio, non del gran nano... Per tale motivo non posso accettare la tua richiesta, la quale non dubito sia stata fatta da te in buona fede. L'intromissione che l'ha provocata mi obbliga, tuttavia, a respingerla. A udire quelle parole gli occhi di Thanatos cominciarono a luccicare. - Sicché non potrò vederla mai più - mormorò. Poi aggiunse: - Che c'entro io col gran nano... io non m'intendo di teologia. - Vedo che tu staresti da qualsiasi parte, pur di rivedere la fanciulla dell'acqua - pensò la regina, che rimase un poco in silenzio e quindi, convinta della buona fede del giovane, aggiunse: - Ti farò incontrare col dio delle acque dolci, padre di lei... può darsi che lui acconsenta a farti vedere, ancora una volta, sua figlia. Thanatos non si curò più di trattenere la propria commozione. - Tutti mi prendono a benvolere - pensò - sia la regina che il grande nano sono entrambi assai buoni. La regina intanto, con un cenno del capo, gli aveva fatto capire che il colloquio era finito. - Aspetta in anticamera - aggiunse soltanto - vedrò cosa posso fare. Thanatos si accomodò e dopo un poco arrivò un segretario a dirgli che, volendo, avrebbe potuto profittare di un alloggio in grotta, poiché il dio del fiume non era disponibile sul momento, né si sapeva quando lo sarebbe stato. Come al solito, era in giro per acque, ed era anche intuibile che non dovesse avere gran voglia di farsi notare ad affrettarsi ad accorrere. Intanto il comandante degli elfi militari, che si teneva in volo a notevole distanza dalla imboccatura della grotta, in posizione di controllo sia la notte che il giorno, non vedendo Thanatos uscire, ne aveva informato il grande nano. - E' buon segno - aveva commentato costui - è probabile che la regina abbia consentito al colloquio e che egli stia aspettando il dio delle acque... Intanto voi recatevi nottetempo alla sorgente e deponete sul fondo la rete magica in vostro possesso, che tirerete su al momento opportuno, rimanendo sempre assai in alto e invisibili. Il commando tornò e, nella stessa notte, per quanto di silenzio e segretezza potessero offrire i suoi membri, si mise in attività per risolvere l'ordine. Thanatos intanto aveva ricevuto una stanza a suo uso, nella quale si era spogliato dei propri abiti da ambasciatore e alfiere entro i quali, pensava, non sarebbe forse stato riconosciuto dalla sua amata. Aveva chiesto, perciò, di riavere i propri abiti da pastore, i quali stavano, come sappiamo, nella sua casa, poco lontano da lì. Libero di girovagare nella enorme grotta, aveva imparato a osservare quelle creature nello svolgimento delle loro faccende. Aveva visto crescere i semi e trasformarsi in forme complete, l'acqua entrare nelle fibre degli alberi e trasformarsi in linfa, i fiori sbocciare, e molto ancora, anche per ciò che riguarda i corpi degli animali. - Ogni essere esistente passa di qua, che lo sappia o meno - gli aveva detto uno gnomo - e passa di qua ancor prima di entrare nel mondo, poiché noi governiamo tutti i semi, sia in entrata che in uscita. Thanatos era stupito di veder tante cose delle quali, nella sua giovane vita, non aveva mai sospettato l'esistenza. Non aveva però, in quel momento, la determinazione a imparare e si era messo, anzi, a preferire coloro che lo intrattenevano futilmente. Contrariamente agli elfi, gli gnomi mostravano, nelle espressioni dei loro volti, una età superiore a quella reale, o almeno a ciò che noi umani intendiamo con tale termine. Ciò li rendeva, in apparenza, un po' comici, anche se, nel loro profondo, erano persone assai serie, paragonabili, in termini umani, a lavoratori e scienziati, così come gli elfi avrebbero potuto esserlo, per dirne una, agli artisti. Finalmente, dopo tre giorni il dio del fiume arrivò, e Thanatos dovette affrettarsi poiché, sia il dio che sua figlia, attendevano. Per incontrare le due divinità, Thanatos fu guidato dagli gnomi ai bordi di un lago sotterraneo, dal quale fuoriuscivano le acque che poi sarebbero sbucate all'aperto dando luogo alla sorgente del fiume Mardolce. Alla vista della giovane dea il ragazzo fu colto da tale commozione che perse ogni capacità comunicativa, perlomeno diretta, e rimase zitto. Altrettanto accadde alla figlia del dio, sicchè il primo a parlare fu il dio stesso. - La regina degli gnomi mi ha raccontato la vostra storia - iniziò - e già mia figlia me ne aveva accennato. Per me non conta che tu sia un modesto pastore o un ricco castellano, ma bisogna comprendere che lei non potrebbe vivere fuor d'acqua, così come tu non potresti vivere nell'interno di essa. - Gli dèi non sono immortali? - Replicò Thanatos. - Lo sono solo quando divengono completamente identificabili nelle forze naturali che rappresentano... - dopo di che proseguì: - Che mia figlia possa diventare la regina delle acque d'Eurasia e tu suo sposo, è una invenzione, se non un inganno, del grande nano...a parte tutto, devi renderti conto che il vostro matrimonio è impossibile, proprio dal punto di vista fisico. - Siccome Thanatos continuava a tacere, il suo interlocutore proseguì: - Mia figlia sarà destinata a un dio - concluse - ma siccome la vita degli dèi è molto lunga, ciò potrebbe capitare assai tardi. Non vedo perciò nulla di male a che voi continuiate a rimanere amici e a conversare lungo le rive dei fiumi, o presso le sorgenti. - Se tu lo consenti - interruppe la giovane dea - io incontrerò Thanatos sino a che lui diverrà vecchio e morrà. - Né io insisterò più per sposarla, né per unirmi a lei in alcun modo - aggiunse Thanatos, e a tali frasi il dio delle acque del fiume accondiscese con un sorriso. - Senza impegno morale nel caso ciascuno dei due mutasse idea - concluse il dio soddisfatto - ... Anche tu, Thanatos, che sei umano, avrai fra poco desiderio di discendenza... anche se ti sposassi, potreste ugualmente rimanere amici... - Thanatos non rispose, la giovane non commentò, ma tali parole tranquillizzarono i tre, e ci fu adesso un silenzio liberatorio del quale il dio approfittò. - Me ne vado - disse dopo un po' - ma voi restate pure a parlare tenendo fede alla vostra amicizia... e che sia pur lunga. Rimasti soli, Thanatos e la figlia del dio del fiume non nascosero reciprocamente la loro felicità, nonostante fossero convinti che non v'era, per essi, alcuna possibilità di unione concreta. - Torniamo alla nostra sorgente - propose la fanciulla - io la raggiungerò rapidamente seguendo l'acqua sotterranea... tu uscirai da un passaggio che gli gnomi ti indicheranno... vedremo chi farà prima. Thanatos, fuori di sè dalla gioia, pur non sapendo della rete magica, in quel momento aveva completamente dimenticato ciò che il gran nano gli aveva raccomandato di fare. - Portala fuori - gli aveva detto - e il resto lo troverai predisposto. - I due si mossero contemporaneamente in una allegra gara di velocità: la figlia del dio arrivò prima di qualche secondo, poiché gli gnomi avevano trovato, per Thanatos, una uscita, sì direttissima, ma in salita, mentre la figlia del dio del fiume aveva fatto lo stesso percorso fluidamente, sospinta soltanto dalla corrente. Arrivò, perciò, Thanatos, giusto in tempo a veder la fanciulla sua amata sollevata in alto dalla rete magica degli elfi. Non finì però di stupirsi che fu preso anch'egli, magicamente, e trasportato velocemente entro il castello del grande nano. - Bravissimo - gli disse questi appena lo vide - riprendere i tuoi vecchi abiti da pastore è stato un tocco di genio. Il giovane era ricaduto, nel volgere di alcuni brevi attimi, come si usa dire "dal sogno al mondo reale". Tuttavia non si perse d'animo. - Occorre dire agli elfi di affrettarsi - disse subito al nano - poiché la dea non potrà resistere all'asciutto più di alcuni minuti. Anche dagli elfi era venuto un tale avvertimento. - La dea si lamenta e soffre - aveva comunicato il loro comandante - e converrebbe forse reimmergerla e recuperarla spesso, facendo il viaggio a piccole tappe. - Perchè non la fate arrivare direttamente, per la magia degli elfi, come avete fatto con me? - suggerì Thanatos, ma il nano gli si voltò con ostentata stupefazione e malcelata indignazione. - Non si può - gridò con malcelato disprezzo - la figlia del dio del fiume è una dea... - poi si rivolse al capo degli elfi, con tono meno agitato. - Se la immergessimo - spiegò - il dio del fiume distruggerebbe la rete e riprenderebbe subito sua figlia. Volate piuttosto ben alti, seguendo le anse del fiume Mardolce: la vicinanza di quelle acque darà alla figlia del dio la forza necessaria a resistere al viaggio. Al che Thanatos e il comandante osservarono, quasi all'unisono, che in tal modo il viaggio sarebbe risultato lunghissimo e che la fanciulla sarebbe certamente morta. Alla qual cosa il grande nano si adirò e ordinò che il comandante fosse destituito e sostituito immediatamente. Gli gnomi intanto, osservata la scena del rapimento, si erano messi in grande agitazione e gridavano, anche perchè si sentivano traditi. La regina degli gnomi, più di tutti amareggiata, aveva avvisato contemporaneamente sia il dio del fiume che il dio dei venti, quest'ultimo affinché sconvolgesse il convoglio degli elfi. Saputo dal nuovo comandante che costoro erano in difficoltà per la tempesta di vento, il grande nano diede ordine agli elfi di portarsi fuori dal percorso del fiume. Così cadrà in terra - commentò - e per lei sarà peggio. Thanatos non nascondeva la sua sofferenza ed insisteva, senza curarsi di apparire impertinente, sulla possibilità d'itinerario diretto e rapido, come lui stesso aveva sperimentato. Ma il grande nano, questa volta, lo fulminò. - Avrei potuto fare di te il migliore dei miei cortigiani - gli disse - ma dimostri di valere ben poco. Intanto la regina degli gnomi, considerando che l'intervento del dio dei venti non era stato risolutivo, aveva chiesto al dio della pioggia di radunare le nubi, per almeno innaffiare la principessa, ma per quanto costui si sforzasse, le nubi erano troppo lente a riunirsi e gli elfi troppo veloci a evitarle. Alla fine arrivò, inesorabile, il comunicato del nuovo comandante. - La principessa è morta due volte - riferì - una fisicamente, un'altra entro il suo cuore. Alla quale notizia Thanatos pianse e il nano si adirò. - E' questo il modo di passare una informazione di carattere militare tanto importante? - commentò - E' proprio vero che degli elfi non ci si può fidare... sebbene per certi servizi siano insostituibili, se dovessi combattere sarebbe a un esercito di nani che affiderei la mia causa. Nonostante avesse realmente desiderato e predisposto la morte della figlia del dio del fiume, non si sentiva abbastanza sicuro da poterne apertamente gioire. A questo punto Thanatos, che stava alle spalle del nano, fuori di sè dal dolore, con un balzo gli fu addosso e gli avrebbe messo le mani alla gola se alcuni servi robusti non lo avessero trattenuto e sospinto a terra. - Vile - gridava - il tuo scopo era quello di uccidere...e ti sei avvalso di me... - ma il nano, rimessosi, ordinò che lo scaraventassero fuori del castello, in malo modo. - Povero pastorello imbecille - gli gridò, mentre i servi lo maltrattavano - che non hai saputo capire che l'interesse superiore stava coincidendo con il tuo personale... Và, misero innamorato, và a piangere... - Poi, quando la porta grande si rinchiuse e Thanatos si trovò definitivamente all'aperto, non libero, ma inseguito dai feroci cani del nano dai quali riuscì a sfuggire solo grazie al terreno impervio e alla propria natura di montanaro, continuò rivolto ai suoi: - Il mondo sarà sempre contro di lui... un uomo così sarà sempre odiato... e in tempi futuri ben volentieri a lui taglieranno la testa - alle quali parole tutti manifestamente approvarono. Gli dèi intanto, preso atto della gravità del gesto di ribellione compiuto dal grande nano, il quale aveva, praticamente, assunto in proprio la responsabilità della morte della principessa delle acque dolci, si erano radunati nella grotta della regina degli gnomi, per stabilire il comportamento da assumere e concertare il da farsi. Che il grande nano avesse volutamente e proditoriamente fatto rapire la figlia del dio di tutte le acque dolci della Pangea al solo scopo di farla morire, questo era fuori discussione. Perchè lo avesse fatto, era da stabilirsi. Si era servito, per effettuare il suo piano, di una squadra di militari elfi, i quali avevano svolto il loro compito, forse contro coscienza, ma con zelo, contraddittorietà tipica di quelle creature. Si considerava la posizione di Thanatos, e che fosse stato ingannato in buona fede lo ritenevano soprattutto la regina e il dio del monte, che aveva assistito a tutti gli incontri, fin dal principio. Il padre, affranto, non si pronunciava, ma queste erano, in quel momento, considerazioni secondarie. Per il rispetto dovuto alla regina Ker, tutti gli dèi, in quella riunione, avevano assunto dimensioni da gnomo, senza però addobbarsi alla loro guisa. La regina, che presiedeva, diede, all'inizio, la parola al dio del fiume, il quale, preso atto del dolore sincero che l'assemblea tutta provava, ringraziò, ma si dichiarò indisponibile a considerazioni lucide e fredde che, in quella occasione si sarebbero invece dovute esprimere. In seguito la regina diede la parola a chi lo volesse, e si alzò a parlare il dio dei venti, il medesimo il cui intervento in favore della principessa del fiume aveva avuto cattivo esito. - Dovremmo continuare a far guerra al nano. - disse costui - Io personalmente potrei distruggere il suo castello e folgorare lui stesso. Neanche fuggendo il gran nano troverebbe quartiere, né sopra la terra, né sotto, ove l'esercito degli gnomi lo prenderebbe, né naturalmente sopra le acque, né quelle dolci, né quelle salate - e a tali parole il dio del mare oceano fece un segno d'assenso col capo. La regina chiese allora la conta, ma sebbene i favorevoli alla guerra fossero in numero superiore ai contrari, pure v'era una gran quantità che non si esprimeva e che avrebbe preferito udire qualche altra opinione. Del resto, la regina stessa aveva detto che, se gli gnomi avessero dovuto trasformarsi in esercito, molti dei loro usuali lavori avrebbero dovuto essere abbandonati, e che ciò avrebbe influito negativamente sulla economia generale della Pangea. Si alzò il dio dei monti a dire che, in ogni caso, gli gnomi sarebbero stati difesi dalle loro montagne. Alla fine, però, non arrivando l'assemblea a una risoluzione decisa, fu invitato a parlare il dio dell'universo il quale, sovrintendendo a tutte le cose sovraterrene, pianeti, costellazioni e il resto, era considerato il meno direttamente coinvolto, e di conseguenza il più attendibile. - Bisogna accettare - iniziò a dire il dio dell'universo - che il grande nano abbia vinto la prima parte della sua battaglia, poiché la sua intenzione era di sconvolgere... ed egli ha sconvolto... l'equilibrio delle forze naturali, la loro apparente, inarrestabile, armonia... - Noi sappiamo - continuò - che cinque sono le forme intelligenti della natura: gli gnomi - e qui guardò la regina con sorridente deferenza - gli elfi, i nani, gli uomini e gli dèi... La pace fra le forme viventi crea l'armonia spirituale allo stesso modo di quanto il bilanciamento delle forze fisiche determina l'equilibrio in natura... - Tacque un momento e si guardò intorno per accertarsi che l'attenzione fosse raccolta - ... L'equilibrio, però - proseguì - per qualcuno ha un difetto: presuppone che nessuno comandi, che le cose vadano avanti un poco da sè, e ciò può far ritenere che il numero infinito, non potendo essere conteggiato, sia equivalente allo zero... Il grande nano, per quanto io ne sappia osservando dall'alto, sta scrivendo un libro importante. E non è il solo: altri grandi nani dell'Africa e dell'America sono oggi con lui, anche se domani si osteggeranno. A nostro dispetto dobbiamo considerare che le forze naturali "fanno", ma non "creano" una legge scritta del fare, la quale dev'essere lentamente scoperta attraverso il lavoro e il pensiero delle forme intelligenti. Si può ammettere perciò che sia grande il desiderio di creare la verità prima ancora che la medesima sia scoperta... Il grande nano ha calcolato tutto: se noi ora gli muovessimo guerra l'armonia ne sarebbe comunque sconvolta, né potremmo mai vincere senza realizzare di aver provocato noi stessi lo sconvolgimento della natura... La rivoluzione che porta il gran nano sta qui: il Dio totale, da ora, non sarà più forza pari entro la quale vivono tutti. Da oggi Dio sarà costruito a misura di nano. Nessun nostro sforzo potrà impedire questo. Si tacque, si guardò intorno, poi continuò. - Il consiglio che io do - concluse - è quello di abbandonare la Pangea. Noi siamo eterni: la Terra è un ambiente caduco, quindi imperfetto. Perciò andiamocene: il grande nano ha reso soltanto manifesta una situazione che, prima o poi si sarebbe comunque evidenziata. Tali parole provocarono nell'assemblea un notevole fermento che la divise in gruppetti dialoganti ognuno dei quali sviluppava un problema proprio, e ci volle almeno una mezza oretta affinché gli strumenti si raccordassero e tornasse, nella sala, almeno un moderato silenzio. La parola toccava, di prassi, alla regina. - Se gli dèi se ne andranno - mormorò - il grande nano riterrà di aver vinto... anzi, avrà vinto, ed imporrà la sua legge. Ciò significherà: discordia sempiterna e sangue sino alle stelle. Senza contare che noi gnomi saremo perseguitati. Tornò a parlare il dio dell'universo. - Voi avete, sopra la Terra, intendo mare e Pangea, operato sinora secondo le leggi dell'armonia, leggi che io stesso osservo per primo in ambiente eterno... Ma sarebbe possibile che tali leggi rimanessero eterne in ambiente caduco? Ignoranza e infelicità entrano anch'esse nell'armonia di un ambiente caduco. Può darsi che si sia sbagliato noi a sostenere la Terra con le leggi del cielo. La regina si accorse che il parere dell'assemblea andava velocemente orientandosi sulla opinioni del dio dell'universo, per cui insistette. - E che ne sarà degli gnomi? - Gli gnomi, almeno all'inizio, saranno certamente perseguitati - rispose il dio dell' universo - e fors'anche, per un po' di tempo, scompariranno. Uomini ed elfi si adatteranno meglio, sebbene anche in essi riapparirà, sovente, la nostalgia della vecchia Pangea... Nel lungo periodo, però, gli gnomi saranno protetti, poiché in un'armonia imperfetta, insieme a ignoranza e infelicità, entra anche la necessità di giustizia. La regina non si sentì sufficientemente rassicurata e gli dèi, per tranquillizzarla, accordarono tutti la loro protezione agli gnomi. Ciò le fu sufficiente, poiché sapeva che, se pure essi si fossero allontanati, tuttavia mai sarebbero morti. Quando i grandi nani d'Eurasia, Africa e America seppero ufficialmente che gli dèi se n'erano andati, fu ordinata, in tutta la Pangea, gran festa come per una grande vittoria in battaglia. Corsero finalmente per il mondo i grandi libri della legge, che erano negligentemente mancati in passato. Ed ogni legge legava un popolo, il quale era riconoscibile per vari particolari caratteri della sua propria natura. Da tutto ciò furono esclusi gli gnomi, ed anzi, il grande nano d'Eurasia ordinò che fosse posta una grande pietra davanti all'imboccatura di ogni loro caverna, in modo che nessuno potesse mai più entrarvi, né uscirvi. - Da oggi gli dèi non esistono più - fece divulgare il gran nano - e tutto sarà sottoposto alla nostra legge, la quale è, da ora, la sola vera legge di Dio. Obbedienza, dunque, per nani, uomini ed elfi, scomparsa degli gnomi. Spedì pertanto un esercito di nani a individuare le uscite secondarie di tutte le caverne di gnomi, allo scopo di tapparle con gettate di cemento e massi. La regina degli gnomi, dal canto suo, pure sentendosi minacciata di prigionia eterna per sè e il suo popolo, tuttavia era abbastanza sicura che ciò mai sarebbe potuto accadere. - Gli gnomi troveranno sempre nuove uscite - aveva pensato fra sè - e se non ve ne saranno, le inventeranno... - tuttavia non era tranquilla e aveva chiesto consiglio al dio dell'universo il quale, a nome di tutti gli dèi, disse. - Le leggi della natura sono indistruttibili, e gli dèi che le rappresentano lo sono altrettanto. Tutti insieme, intelligenze, leggi naturali e cose, sono ciò che le genti, in tutti i tempi, osserveranno pensando a Dio. Perciò non temere... ecco cosa faremo... per prima cosa, il grande masso posto dai nani all'ingresso della tua caverna sarà frantumato, e dalla tua porta, piuttosto che esserne respinte, entreranno tutte le creature. La tua caverna sarà chiamata Ade, e tu sarai una forma di verità alla quale sarà data la conoscenza di alcune cose reali che saranno invece negate agli umani... La Terra diverrà un territorio manifestamente disarmonico, che però gli uomini avranno la costante necessità di armonizzare. Questa contraddizione sarà la prima causa del dolore umano, ma non potrà essere sostenuta in eterno... per questo motivo gli gnomi non scompariranno... Non temere, perciò, più i nani... Ti sarà dato in difesa un guerriero invincibile che sceglierai tu stessa e che noi istruiremo e alleveremo... Costui proteggerà te e tutte le forme spirituali viventi... La tua caverna rimarrà ferma sui monti, così come lo è ora: da questo momento saranno l' Eurasia, l'Africa e l'America ad allontanarsi da te. Finite che furono le parole del dio dell'universo, avvenne un gran terremoto e la grande deriva dei continenti iniziò. La regina Ker scelse come figlio adottivo, difensore e guerriero, il pastorello Thanatos, il quale, per volere degli dèi, divenne immortale e invincibile ai demoni. La deriva dei continenti durò milioni d'anni, la Pangea perse il suo nome e tutte le razze intelligenti che l'abitavano scomparvero, per riapparire dopo l'estinzione dei dinosauri. Rimasero però, ancora riconoscibili nel loro aspetto profondo, gnomi, elfi, uomini e nani, i quali, proprio come milioni di anni fa, nascono ancora. La caverna dell'Ade rimase sempre al suo posto e tutto accadde come il dio dell'universo aveva predetto. ____________ IL MOSTRO DI DÜSSELDORF UN' AVVENTURA DI PARSIFAL 1. UN' AVVENTURA DI PARSIFAL 2. IL PASTORE E LA FIGLIA DEL DIO DEL FIUME LA LEGGENDA DI BIANCOFIORE LA VERA STORIA DEL PARADISO TERRESTRE E DEGLI ANGELI CADUTI DIALOGO FRA LA MORTE E UNA SANTA ITALIANA HOME BASE |