LEONARDO DA VINCI

 

   FAVOLE  E  NOVELLE

 

 
 

 

 F A V O L E

 
  
 
 
 
 

IL TORRENTE.   Il torrente portò tanto di terra e pietre che fu costretto a mutar sito.

 

LA CARTA E L'INCHIOSTRO.   Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura nerezza dell'inchiostro, di quello si duole; il quale mostra che per le parole che sono sopra di lei composte, essere cagione della conservazione di quella.

 

L'ACQUA.   Trovandosi l'acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di montare sopra l'aria e, confortata dal foco elemento, elevatasi in sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell'aria.

Montata in alto, giunse in fra l'aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s'uniscono e fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga.

E cade dal cielo; onde fu poi bevuta dalla terra secca, dove, lungo tempo incarcerata, fece penitenza del suo peccato.

 

LA FIAMMA E LA CANDELA.   Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de' bicchieri, e veduto a sè avvicinarsi una candela in un bello e lustrante candeliere, con gran desiderio si sforzavano accostarsi a quella. Infra le quali una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi da entro a uno voto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l'appositi fori d'una piccola fessura, alla candela, che vicina l'era, si gittò, e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno tentò tornare nella fornace donde partita s'era, perchè fu costretta a morire e mancare insieme colla candela: onde al fine, con pianti e pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle in isplendevole e lunga vita e bellezza.

 

LA PALLA DI NEVE.   La palla di neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della neve, tanto più moltiplicò la sua magnitudine.

 

LA PIETRA.   Una pietra, nuovamente per l'acqua scoperta, di bella grandezza, si stava sopra un certo loco riservato, dove terminava un dilettevole boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d'erbe, di vari fiori di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre che, nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:

- Che fo io qui con queste erbe? Io voglio con queste mie sorelle in compagnia abitare. - E giù lasciatasi cadere, infra le desiderate compagne finì il suo volubile corso.

E stata alquanto, cominciò a essere dalle rote dei carri, dai piè dei ferrati cavalli e de' viandanti, a essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna volta si levava alcuno pezzo, quando coperta da fango e sterco di qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s'era, in quel loco di solitaria e tranquilla pace.

Così accade a quelli che dalla vita solitaria contemplativa vogliono venire ad abitare nella città, infra i popoli pieni d'infiniti mali.

 

IL RASOIO.   Uscendo un giorno il rasoro di quel manico, col quale si fa guaina a sè medesimo, e postosi al sole, vide il sole ispecchiarsi nel suo corpo; della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò seco medesimo a dire:

- Or tornerò io più a quella bottega, della quale nuovamente uscito sono? Certo no; non piaccia alli Dei che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d'animo!

- Che pazzia sarebbe quella, la qual mi conducessi a radere le insaponate barbe de' rustici villani e fare meccaniche operazioni! O è questo un corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passar la mia vita.

E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all'aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè fatto a similitudine d'una srugginente sega, e la sua superficie non ispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo:

- Oh! quanto meglio era esercitare col barbiere il mi' perduto taglio di tanta sottilità! Dov'è la lustrante superficie? Certo la fastidiosa e brutta ruggine l'ha consumata!

Questo medesimo accade nelli ingegni che in scambio dello esercizio si danno all'ozio; i quali, a similitudine del sopraddetto rasoro, perdono la tagliente sua suttilità, e la ruggine dell'ignoranza guasta la sua forma.

 

IL GIGLIO.   Il giglio si mise sopra la ripa di Tesino (il fiume Ticino) e la corrente tirò la ripa insieme col giglio.

 

IL NOCE.   Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de' sua frutti, ogni omo lo lapidava.

 

IL FICO.   Il fico, stando senza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto.

 

LA PIANTA E IL PALO.   La pianta si dole del palo secco e vecchio che se l'era posto a lato, e de' pali secchi che la circondano: l'uno la mantiene diritta, l'altri la guardano dalla trista compagnia.

 

IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.   Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante che li son d'intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo interrotto, lo gittò per terra sradicato.

 

LA VITALBA.   La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare coi sua rami  la comune strada, e appiccicarsi all'opposta siepe; onde dai viandanti poi fu rotta.

 

LA VITE E L'ALBERO VECCHIO.   La vite, invecchiata sopra l'albero vecchio, cade insieme con la ruina d'esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con quella.

 

IL SALICE E LA VITE.   Il salice, per li sua lunghi germinamenti, vuol crescere da superare ciascuna altra pianta. Per avere fatto compagnia con la vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.

 

IL CEDRO.   Avendo il cedro desiderio di fare bello e grande frutto in nella sommità di sè, lo mise a seguizione (compimento) con tutte le forze del suo omore; il quale frutto, cresciuto, fu cagione di fare declinare la elevata e diritta cima.

 

IL PERSICO.   Il persico, avendo invidia della gran quantità de' frutti visti fare al noce suo vicino, deliberato di fare il simile, si caricò de' sua in modo tale che 'l peso di detti frutti lo tirò disradicato e rotto alla piana terra.

 

L'OLMO E IL FICO.   Stando il fico vicino all'olmo, e riguardando i suoi rami essere senza frutti, e avere ardimento di tenere il sole a' sua acerba fichi, gli disse: - O Olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età e vedrai dove ti troverai.

I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l'olmo lo domandò dicendo: - O fico, quanto era meglio stare senza figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato!

 

LE PIANTE E IL PERO.   Vedendo il lauro e il mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: - O pero! Ove vai tu? Ov'è la superbia che avevi quando avea i tuoi maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra con le tue folte chiome!

Allora il pero rispose: - io ne vo coll'agricola, che mi taglia e mi porterà a bottega d'ottimo scultore, il quale mi farà con su' arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e dagli omini adorato in vece di Giove; e tu metti in punto a rimanere ispesso storpiata e pelata de' tua rami, i quali mi sieno da li omini, per onorarmi, posti d'intorno.

 

LA RETE.   La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de' pesci.

 

NASCE ROVINA DAL SEGUIRE FALSO SPLENDORE.   Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di volere comodamente volare per l'aria, vinto dalla dilettevole fiamma della candela, deliberò di volare su quella, e 'l suo giocondo movimento fu cagione di subita tristizia.

Imperocchè 'n detto lume si consumarono le sottili ali, e 'l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a pie' del candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lacrime dai bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: - O falsa luce! Quanti come me debbi tu avere, nei passati tempi, miserabilmente ingannati! Oh! S'i pure volevo vedere la luce, non dovev'io conoscere il sole dal falso lume dello sporco sevo?

 

IL CASTAGNO E IL FICO.   Vedendo il castagno l'omo sopra il fico, il quale piegava verso di sè i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, i quali metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio disse:

- O fico! Quanto se' tu men di me obbligato dalla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e, non contentandosi di tanto beneficiarmi, ch'ella ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell'uomo non mi possino nuocere?

Allora il fico cominciò, coi sua figlioli, a ridere e, ferme le risa, disse: - Conosci l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi con le pertiche e pietre e sterpi, trarti in fra tua rami, farti povero de' tua frutti, e quelli caduti, pesti co' piedi e co' sassi, in modo che'  frutti tua escino, stracciati e storpiati, fora dell'amata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi.

 

IL ROVISTICO E IL MERLO.   Il rovistico (ligustro) sendo stimolato, nelli sua sottili rami ripieni di novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso rammarico inverso essa merla, pregando quella che, poichè lei li toglieva i suoi diletta frutti, il meno non lo privassi delle foglie, le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che con l'acute unghie non scorticasse e disvestisse la sua tenera pelle. A quale la merla, con villane parole, rispose:

- Oh! taci selvatico sterpo! Non sai che la natura t'ha fatti produrre questi frutti per mio nutrimento? Non vedi che se' al mondo per servirmi di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata, nutrimento e cibo del foco?

Le quali parole, ascoltate dall'albero pazientemente, non senza lacrime, infra poco tempo - il merlo preso dalla ragna (rete) e colti de' rami per fare gabbia, per incarcerare esso merlo - toccò, infra l'altri rami, al sottile rovistice a fare le vimini della gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, si mosse tali parole: - O merlo! I' son qui non ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione che tu me bruciato!

 

LA NOCE E IL CAMPANILE.   Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale suo becco, pregò esso muro, per quella grazia che Dio li aveva dato dell'essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di tanto onorevole sono, che la dovessi soccorrere, perchè, poi che la non era potuta accadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e essere nella grassa terra ricoperta dalle sue cadenti foglie, che non la volessi lui abbandonare; imperò ch'ella trovandosi nel fiero becco della fiera cornacchia, ch'ella si votò, che, scampando da essa, voleva finire la vita sua in un piccolo buso.

Alle quali parole il muro, mosso a compassione, fu contento ricettarla nel loco ov'era caduta. E in fra poco tempo la noce cominciò ad aprirsi e mettere radici infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio, e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri e cacciare le antiche pietre de' loro vecchi lochi.

Allora il muro tardi e indarno pianse la cagione del suo danno e, in breve aperto, rovinò gran parte delle sue membra.

 

IL SALICE E LA ZUCCA.   Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere i suoi sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e drizzarsi in cielo per cagione della vite e di qualunque pianta era lì visina, sempre elli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla immaginazione; e stando in continua cogitazione e ricercando con quella l'universo delle piante, con la quale di quelle esso collegare si potessi, che non avessi bisogno dell'aiuto de' sua legami; e stando alquanto in questa nutritiva immaginazione, con subito assalimento li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami  per grande allegrezza, parendogli avere trovato compagnia al suo disiato proposito - imperò che quella è più atta a legare altri, che esser legata - e fatto tal deliberazione, drizzò i sua rami inverso il cielo, attendea spettare qualche amichevole uccello che li fusse a tal desiderio mezzano. In fra i quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di quella:

- O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a questi giorni, da mattina, in e' mia rami trovasti, quando l'affamato falcone crudele e rapace te voleva divorare; e per quelli riposi che sopra me spesso hai usato, quando l'alie tue a te riposo chiedevano; e per quelli piaceri che, in fra detti mia rami, scherzando con le tue compagne ne' tua amori, già hai usato; io ti priego, che tu trovi la zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di' a quelle che, nate ch'elle sieno, ch'io le tratterò non altrimenti che se dal mio corpo generate l'avessi; e similmente usa tutte quelle parole che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de' linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contento di ricevere il tuo nidio sopra il nascimento de' mia rami, insieme con la tua famiglia, senza pagamento d'alcun fitto. -

Allora la gazza, fatti e fermi alcuni capitoli (patti) di novo col salice, e massime che bisce o faine sopra sè mai non accettassi, alzato la coda e bassato la testa, e gittatasi sul ramo, rendè il suo peso all'ali, e quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là curiosamente col timon della coda drizzandosi, pervenne a una zucca, e con bel saluto e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto col piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, essi grani piantò.

Li quali, in breve tempo crescendo, cominciò collo accrescimento e aprimiento de' sua rami, a occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e del cielo. E non bastando tanto male - seguendo le zucche - cominciò, per di sconcio peso, a tirare le cime de' teneri rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli.

Allora scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione tal pensieri negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora s'aperse il vecchio e voto gambo del salice in due parti, insino alle sue radici e, caduto in due parti, indarno pianse sè medesimo, e conobbe che era nato per non avere mai bene.

 

L'AQUILA.   Volendo l'aquila schernire il gufo, rimase coll'ali impaniate e fu dall'omo presa e morta.

 

IL RAGNO.   Il ragno, volendo pigliare la mosca con le sue false reti, fu sopra quelle del calabrone crudelmente morto.

 

IL GRANCHIO.   Il granchio, stando sotto il sasso a pigliar i pesci che sotto a quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi, e col loro rotolare si sfracellò tal granchio.

 

L'ASINO E IL GHIACCIO.   Addormentatosi l'asino sopra il diaccio d'un profondo lago, il suo calore dissolvè esso diaccio, e l'asino sott'acqua a suo mal danno si destò, e subito annegò.

 

LA FORMICA E IL MIGLIO.   La formica, trovato un grano di miglio, sentendosi preso da quella, gridò: - Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi.

E così fu fatto.

 

L'OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.   Sendo l'ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore scaricata vicino al mare, pregò il ratto che al mare la conduca; e 'l ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l'uccide.

 

IL FALCONE E L'ANATRA.   Il falcone, non potendo sopportare con pazienza il nascondere che fa l'anatra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua, volle, come quella, sott'acqua seguitare, e bagnatosi le penne, rimase in essa acqua: e l'anatra levatasi in aria, schernìa il falcone, che annegava.

 

L'OSTRICA E IL GRANCHIO.   Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s'apre tutta, e quando il granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca; e questa non si può rinserrare, ond'è cibo di esso granchio.

Così fa chi apre la bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore.

 

I TORDI E LA CIVETTA.   I tordi si rallegrarono forte vedendo che l'omo prese la civetta e le tolse la libertà, quella legando con forti rami ai sua piedi. La qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la libertà ai tordi, ma la loro propria vita.

Detta per quelle terre che si rallegrano di veder perdere la libertà ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte la vita.

 

LA SCIMMIA E L'UCCELLETTO.   Trovando la scimmia uno nido di piccoli uccelli, tutta allegra appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo pigliare il minore.

Essendo piena d'allegrezza, con esso in mano se n'andò al suo ricetto; e cominciando a considerare questo uccelletto, lo cominciò a baciare; e per lo sviscerato amore, tanto lo baciò e rivolse e strinse, ch'ella gli tolse la vita.

E' detta per quelli che, per non castigare i figlioli, capitano male.

 

IL CANE E LA PULCE.   Dormendo il cane sopra la pelle d'un castrone, una delle sue pulci, sentendo l'odore di unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di miglior vita e più sicura da denti unghia e del cane, che pascersi del cane; e senz'altri pensieri abbandonò il cane. E, entrata infra la folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici de' peli; la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v'era spazio dove la pulce potesse saggiare tal pelle.

Onde, dopo lungo travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento e amari pianti, a morirsi di fame.

 

IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO.   Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione, dalla donnola, la quale con continua vigilanza attendea alla sua disfazione; e per uno piccolo spiracolo riguardava il suo gran periculo.

Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa donnola, e immediate l'ebbe divorata.

Allora il ratto, fatto sacrificio a Giove d'alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità; e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la quale subito, insieme colla vita, fu dalle feroci unghia e denti della gatta privato.

 

IL RAGNO E L'UVA.   Il ragno, stando infra l'uve, pigliava le mosche che in su tali uve si pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll'uve.

 

IL RAGNO E IL GRAPPOLO D'UVA.   Trovato il ragno uno grappolo d'uva, il quale per la sua dolcezza era molto visitato da ave e diverse qualità di mosche, li parve avere trovato loco molto comodo al suo inganno.

E calatosi giù per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de' grani dell'uve, assaltava, come ladrone, i miseri animali che da lui non si guardavano.

E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, colta essa uva e messa con l'altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l'uva fu laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.

Favola della lingua morsa dai denti.

 

IL VILLANO E LA VITE.   Vedendo il villano la utilità che resultava dalla vite, le dette molti sostentaculi da sostenerla in alto; e preso il frutto, levò le pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de' sua sostentaculi.

 

LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.   Trovandosi il vino, il divino licore dell'uva, in una aurea e ricca tazza, e sopra la tavole di Maumetto, montato in gloria di tanto onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a sè medesimo.

Che fo io? Di che mi rallegro io? Non m'avvedo essere vicino alla mia morte e lasciare l'aurea abitazione della tazza, e entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi di odorifero e suave licore in brutta e trista orina?

E non bastando tanto male, ch'io ancora debba sì lungamente giacere in e' brutti ricettacoli coll'altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane interiora? - Gridò inverso il cielo chiedendo vendetta di tanto danno, e che si ponesse oramai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese  producea le più belle e migliori uve di tutto l'altro mondo, che il meno esse non fussino in vino condotte.

Allora Giove fece che il beuto vino da Maumetto elevò l'anima sua inverso il celabro, che lo fece matto, e partorì tanto errori che, tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico bevesi vino.

E fu lasciato poi libere le viti co' sua frutti.

 

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Si veda:        www.odyssee.net/pcbcr/vinci.html 

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