EUGENIO  RAGONE

 

 

 

PREFAZIONE

 

 

il pianeta Nettuno

  

 

 

UN MALE TUTT'ALTRO CHE OSCURO

 

 

Esistono delle malattie che potrebbero dirsi epocali. Il "mal d'Africa" dei nostri nonni è una di quelle.

Il fascino imperioso che il continente nero esercita su certi animi, promana, certo, in ogni epoca, ma non è un caso se esso diventò quasi un’epidemia in un determinato periodo del nostro passato: evidentemente, in quel momento storico, le coscienze più sensibili associavano alla vitalità selvaggia ed incontaminata dell’Africa, all’incanto struggente delle sue notti, l’idea di libertà assoluta da ogni vincolo e di ritorno ad uno stato di essenzialità primigenia, barbara e purificatrice. Una “dipendenza” che non cessava di tormentare coloro che ne erano affetti, finché non li riportava nelle grandi savane, inducendoli a lasciarsi alle spalle le elaborate costruzioni esistenziali della società cosiddetta civile.

Qualcosa del genere, io credo, è accaduto a quelli della mia generazione. Solo che la nostra Africa si chiamava futuro.

Negli anni tra il secondo conflitto mondiale e lo sbarco sulla luna, molti di noi avevano proiettato i propri sogni di un mondo migliore, di una vita ricca di sorprese e fascinazioni, nel “continente futuro”. Un futuro che ognuno auspicava e presentiva a suo modo, si capisce, ma che, a livello collettivo, si incanalava soprattutto su due binari: le lotte politiche ed il progresso scientifico/tecnologico.

Della prima utopia non è qui il caso di parlare: sappiamo tutti che sfociò nelle magmatiche, entusiasmanti rivendicazioni del Sessantotto e tutti abbiamo visto come, purtroppo, sia andata a finire (almeno per ora).

Ma quelli che riponevano – anche o soprattutto – le loro aspettative nell’utopia scientifica erano, magari fin da bambini, in attesa dell’epifania della scienza; e in particolare dell’astronautica che in quegli anni, appunto, nasceva ufficialmente con il lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik I, nell’ottobre del 1957. Lo spazio cosmico si identificava, per noi, con lo spazio della nostra libertà e delle nostre speranze; e, quindi, con il futuro visto come terra promessa.

Una forma letteraria più di tutte, la cosiddetta fantascienza, esprimeva da tempo (ma soprattutto in quegli anni) le domande senza risposta, i dubbi, le aspettative dell’uomo contemporaneo all’avvicinarsi di quello che egli avvertiva come un cambiamento epocale. Ed era quindi inevitabile che i lettori più accaniti di questo filone narrativo fossero affetti dal mal di futuro.

Singolare malattia, in verità, che faceva ardere dal desiderio di tornare a visitare i non ancora raggiunti deserti marziani descritti da Bradbury, o faceva rimpiangere le società non ancora sorte raccontate da Simak.

Per questo, il 21 luglio del 1969,  lo sbarco sulla luna  giunse troppo presto – o forse troppo tardi, chissà – quando i “sani” non erano ancora pronti ad accettare quel che seguì: un’arida serie di missioni scientifiche ben presto cessate, una volta raggiunti gli obiettivi politico-militari. Paradossalmente, la conquista della luna, inseguita attesa  vagheggiata da millenni, segnò per molti l’allontanamento dalle splendide e assurde speranze legate alla conquista dello spazio. Pareva legittimo chiedersi:  “Tutto qui?”

Legittimo per molti, ma non per i malati di mal di futuro! Per loro si era solo spostata la collocazione dell’oggetto concupito: se non in un futuro prossimo, la terra promessa doveva certamente esistere un po’ più in là nel tempo; e, se non nello spazio cosmico, le meraviglie ed i misteri attesi esistevano in quello che Ballard definì “lo Spazio Interno”, l’abisso insondabile che è dentro di noi.

Così le storie di fantascienza slittarono, un po’ alla volta, di tono e di obiettivo: sempre più spesso gli autori e i lettori, anziché intraprendere mirabolanti viaggi tra stelle e pianeti, si attrezzarono per le altrettanto incerte e spericolate discese nel profondo del proprio io; con sempre maggiore consapevolezza diressero le loro cronosfere verso tempi via via più vicini al nostro, fino ad approdare su ipotesi di futuro talmente simili al presente da sembrare quasi lo specchio deformante di realtà e di condizioni umane che ben conoscevano.

Una rinuncia a materializzare, attraverso i mondi della fantascienza, le ingenue e consolatorie utopie dei precursori? Non proprio. Piuttosto la fisiologica maturazione tematica e – perché no? – stilistica delle storie narrate dalle nuove generazioni di scrittori che, insieme con i loro lettori, cominciavano a guardare il mondo con occhi adulti.

Ma,  si badi bene, per gli ammalati di futuro questo non voleva dire rinunciare alla terra promessa, sia che si trovasse su un lontano pianeta, sia che ci aspettasse in un’epoca di là da venire; significava soltanto prendere coscienza che lunga e dolorosa è la strada per giungervi, molto più di quanto si fosse immaginato negli anni verdi.

 

I racconti di questa piccola raccolta sono tutti, sia pure in forma e misura diverse, contaminati dal mal di futuro. Ma su di essi ho ben poco da dire: sulla genesi di un’idea, di una trama, di un personaggio, il lettore non ha il diritto di sapere (e del resto non gli servirebbe a nulla) più di quanto riesca ad intuire leggendo il racconto; e sul significato del racconto l’autore non ha il diritto di dire (e comunque a nulla gli gioverebbe) più di quanto riesca ad esprimere con la narrazione.

Perciò posso solo sperare che qualcosa di chi ha scritto queste pagine entri in risonanza con qualcos’altro che già si trova nella mente di chi legge; e che da questa felice circostanza nasca una terza cosa che non appartiene all’uno più di quanto appartenga all’altro. Ma che, alla fine, non dispiaccia a nessuno dei due.

Il che, tutto sommato, è quasi il meglio che ci si possa ragionevolmente augurare, quando si mette al mondo una nuova creatura. Figlio o libro che sia.

 

                                                           Eugenio Ragone

 


Bari, novembre 1998.

 

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