L'ULTIMA  BATTAGLIA

 

Alla cara memoria di

S   i   l   v   i   o.      

Nell'attesa        

 

 

Mai che si possa mangiare una minestra in pace, in questo pozzo di squallore, penso con rabbia  mentre cerco di finire ciò che ho nel piatto. Non è davvero un granché  (non lo è mai), ma almeno sembra metterti in corpo quel calore "interno" che l'ambiente circostante non può darti, a dispetto dei termosifoni che vanno a tutta forza: come fai a non sentirti gelare, quando tutto intorno a te sembra pietrificato, a cominciare dalle facce di alcuni fra quelli che sono in questo stanzone.

E, come se non bastasse, ecco che a guastarti l'appetito (che già scarseggia) arriva Armando. Spalanca la porta della sala comune, che si richiude alle sue spalle dopo aver fatto entrare una zaffata dal sentore inconfondibile del mondo di fuori: un odore dolciastro e sensuale a cui la gente come noi non è più abituata. Qualcuno, infatti, si è girato verso la porta, il naso teso a cogliere effluvi quasi impercettibili; altri si sono interrotti mentre parlavano sottovoce con un vicino, come in attesa di non si sa che. Ogni minima variazione del grigiore della giornata è fonte di malcelata eccitazione; persino l'ingresso importuno di un nuovo coscritto come Armando.

Che fa scorrere un ampio sguardo semicircolare  su di noi, scaraventati in prima linea dagli eventi, come lui, in attesa di uscire a scaglioni per l'assalto finale. Sembra seccato, più che altro, dal genere di compagni che gli sono toccati in sorte. Si sofferma su di me con uno dei suoi mezzi sorrisi beffardi.

- Come! Anche tu... Allora non ti sono servite a molto le tue conoscenze altolocate, per evitare la prima linea.

Gli restituisco il sorrisetto: - Come non è servita a te la tua spensierata incoscienza.

- Appunto! Ho sempre sostenuto che non c'è niente che possa davvero aiutarci ad evitare di essere assegnati  al fronte. E allora tanto vale non darsene pensiero, alla faccia del destino.

E fin qui potrei anche essere d'accordo. Ma poi, come chi non sa resistere alla tentazione di portare prove alla sua tesi, costi quel che costi, indica Pietro al pubblico ludibrio (e questo non posso lasciartelo fare, amico): - Guarda lui, per esempio: aveva rotto le palle a tutti - oltre che a sé stesso - con la sua mania per un tipo di vita il più possibile lontano da rischi e tentazioni. Beh, adesso è qui con noi, con me, con te, con Marino (che almeno un po' ce la siamo spassata), ad aspettare il momento in cui  - molto prima di quanto credesse - dovrà andare a farsi fottere dal nemico. -

Lascialo in pace! - mi alzo e lo fisso duramente. -  E' facile per te, che non sei nella sua situazione.

Pare che il colpo sia andato a segno: abbassa lo sguardo a va a sedersi su una delle panche in fondo alla sala, nella zona dove sono raccolti quelli che non faranno parte della prossima ondata; l'ondata di Pietro, di quanti fra poco saranno a contatto col nemico.

Il brutto è che il cinismo di Armando non è passato come acqua fresca; sono certo che più d'uno  (e anch'io maledizione) tra quelli che conoscono Pietro avrà pensato la stessa cosa.

Mi giro verso di lui: Pietro siede tranquillo e silenzioso, proprio sotto una delle lampade a muro che gli illumina la testa ormai in gran parte priva dei capelli che aveva quando lo conobbi, in quella che mi sembra un'altra vita; il profilo affilato, arabeggiante, appare quasi ieratico nella sua immobilità. Sì, certo, sembra una beffa che sia stato scelto per il gruppo di prima linea proprio lui, che aveva studiato con ogni cura i sistemi migliori per evitare l'arruolamento. Eppure - dica quello che gli pare Armando - da quasi dieci anni sta combattendo con una determinazione degna dei guerrieri più duri. Finora ce l'aveva fatta, quasi incredibilmente, a riportare indietro ogni volta quelle quattro ossa del suo corpo magro; ma adesso, questione di giorni, di ore forse, dovrà uscire per l'appuntamento decisivo col nemico, quello a cui nessuno di noi soldati vuole pensare perché, salvo un miracolo, non c'è ritorno.

La ragazza che gli siede accanto, una recluta molto più giovane di lui, ora si sta alzando: un sorriso, una stretta di mano energica, come si usa fra di noi, e si allontana rapida. La sua età, penso con una punta d'invidia, le lascia buone speranze di non essere scelta troppo presto per la missione cui sono destinati, solitamente, i veterani come Pietro. O come me.

Forse dovrei approfittare di questo momento favorevole per avvicinarmi al mio amico: chissà se ce ne sarà un altro prima della battaglia. Lo sbircio da lontano: pare assorto in un suo pensiero che non può condividere con nessuno. Da quando ha saputo di essere stato designato per la prossima ondata, si è comportato con grande dignità; abbiamo parlato ogni giorno di tante piccole e grandi cose, come facevamo prima, come si fa tra vecchi amici che si conoscono da una vita eppure hanno sempre qualcosa da dirsi, qualcosa di cui ridere o su cui riflettere insieme, senza mai provare noia o stanchezza. Come se l'assalto cui prenderà parte fra poco fosse un evento ancora lontano.

Lontano... Mi sono chiesto spesso se saprò essere così forte, quando toccherà a me.

Mi avvicino, proponendomi di mantenere sotto controllo la voce e di non sorridere in modo forzato, come si fa con i bambini o con i condannati senza speranza, ma non è facile.

- Simpatica quella recluta che ti stava parlando. Carina. Certo è un peccato quando le arruolano così giovani... La conoscevi già?

Pietro alza la testa e mi guarda con quell'espressione che ha da un po' di tempo ormai, né triste né falsamente allegra; come se volesse cautamente protendersi verso chi  o cosa gli sta intorno, per afferrare ogni briciola di realtà senza darlo a vedere:

- Ci siamo conosciuti l'anno scorso, quando lei era appena arrivata e io ero già un veterano. Sì, è una ragazza molto socievole; piena di energia e voglia di vivere. Ha una madre e un fidanzato che l'aspettano.

Non aggiunge altro sull'argomento, e neanch'io. Perché tra noi combattenti non parliamo mai delle possibilità che abbiamo  - o che hanno i compagni - di rimandare la chiamata per l'ultima battaglia o di evitarla addirittura. Così discorriamo per qualche minuto di cose senza importanza: come hai dormito stanotte, il rancio della sera era peggio del solito, se non arrivasse ogni tanto qualcosa da casa... Cose così, tanto per non dire quello che vorresti dire e che l'altro sa già: coraggio, ti voglio bene, spero con tutto il cuore che la chiamata non sia per stanotte o per domani e neanche (ma questo sarebbe già troppo) per questo mese...

Poi lo saluto - non stringergli la mano come se fosse l'ultima volta! - e torno al mio posto, sull'altro lato dello stanzone, con quelli che non sono in lista per i prossimi assalti. Qualcuno si sta già preparando per la notte, qualche altro legge o gioca a carte con i vicini o guarda la tv; io mi siedo un attimo a pensare.

Penso a quello che accadrà tra qualche giorno, forse; o forse tra qualche ora. Quando senza preavviso si aprirà la porta della sala ed entreranno gli aiutanti nelle loro divise bianche: saranno due o quattro o più, a seconda di quanti verranno prelevati dalla nostra camerata, si dirigeranno verso i posti occupati da Pietro e dagli altri, li vestiranno per l'ultima volta delle loro uniformi  (rituale che non può certo servire a proteggerli dai colpi del nemico) e li accompagneranno fuori. Poi verrà spalancato il portone che dà direttamente sulla linea del fuoco, l'uscita riservata ai designati per l'Ultima Battaglia. Ed essi si avvieranno, chi con coraggio come Pietro, chi con umana debolezza, ad affrontare l'ultima prova.

E poco importa che lo chiamino Carcinoma o Sclerosi Multipla, o Tumore del Pancreas o con uno dei mille altri nomi con cui è conosciuto il Nemico: quando il momento arriva si è comunque soli a fissarlo, perché agli altri  (a me, a noi, per ora) non è permesso vederlo.

Perciò, quando Pietro e i suoi compagni varcheranno il Grande Portone, entrando nel Buio, tutti noi ci gireremo dall'altra parte -. come prescrive il nostro cerimoniale - rallegrandoci segretamente di non essere stati scelti, per questa volta, assaporando a pieni polmoni l'aria che ancora ci attraversa, vergognandoci,  piangendo,  gioendo   disprezzandoci giustificandoci per essere stati risparmiati.

 

Eugenio Ragone        

Bari, 25 agosto 2005.

 

Premio Speciale della Giuria per la migliore opera presentata nel Concorso Letterario "Osservatorio" nella Città di Bari.

 

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