DOVE CI ASPETTA IL TEMPO

 

Faceva caldo come oggi, quel giorno di tre anni fa; il caldo umido  delle mie parti, la “Puglia sitibonda”, dove tra luglio e agosto il termometro si impenna sopra i trenta gradi e l’aria rovente ti stringe nel suo abbraccio, rendendoti assetato d’ombra. A quest’ora ero nella mia auto, stivata di moglie, figlio adolescente, madre e borsoni vari.

Mi trovavo al sud per trascorrere un paio di settimane nella città dove sono nato, nella grande casa di mia madre, che ormai vive sola. Il giorno prima avevo detto:  Domani andiamo tutti a V.: faremo il bagno lì anziché sulla spiaggia fuori città; vedrete che mare: tutta un’altra cosa”. E così ci eravamo imbarcati in auto sotto il sole di luglio.

-  Certo che se avessi fatto installare uno straccio di condizionatore – aveva borbottato mia moglie – ora non ci staremmo squagliando come candeline sulla torta.

- Potevamo andare alla solita spiaggia… - aveva incalzato Marco.

Io guidavo in silenzio, sforzandomi di non prestare orecchio alle lamentele di Lidia e di mio figlio. Non mi andava di ammettere che la gita era stata un’idea sballata, neanche con me stesso: ormai ho imparato a evitare queste trappole, che dalle piccole recriminazioni trascinano a un bilancio degli errori commessi nelle scelte fondamentali. Come trasferirmi al Nord per aprire un’attività commerciale, inseguendo un miraggio di guadagni facili; risultato: un’azienda fallita e le brillanti speranze congelate in un impieguccio statale.

Sì, faceva proprio caldo quando finalmente arrivammo a V.: un sole che esplodeva in cielo, sul bianco abbacinante delle case e della sabbia. Tanto che ci sembrò un’oasi nel deserto quel piccolo parcheggio poco distante dalla spiaggia, sotto un fitto pergolato, accanto a una trattoria.

Non avevo molti motivi di essere allegro, mentre scendevo dall’auto, ma non potei fare a meno di ricambiare il sorriso della posteggiatrice che ci venne incontro: una donna solare come il paesaggio che la circondava: bionda, sui venticinque, piuttosto piccola di statura ma dalle forme generosamente rotonde. E improvvisamente fu come se si sbloccassero i ricordi: alla biondina si sovrappose l’immagine di un’altra ragazza…altre ragazze di trent’anni prima…i tempi dell’università e…ITALO!

                  

…Italo Ragno! Il nome dell’amico quasi dimenticato mi si stampa davanti agli occhi come se lo leggessi su di un’insegna. Ma certo, come ho fatto a non pensarci: questo è proprio il suo paese.

D’un tratto mi sembra di averlo salutato soltanto la sera prima, sotto la pensione per studenti dove alloggiava, e mi prende quasi una smania di rivederlo ora, subito. Lidia mi guarda incuriosita.

-  Che succede? Hai una faccia…

-  No, niente, mi sono ricordato proprio adesso che qui vive un mio compagno di università. – Senta – chiedo alla belloccia – conosce per caso un certo signor Italo Ragno?

-  Veramente io non sono del posto. Forse il padrone del ristorante…

Entro nel locale dopo aver pregato i miei di pazientare un momento: ormai sono incapace di rimandare, devo sapere che ne è di Italo, dove si trova, che fa. Come se volessi farmi perdonare quegli anni di oblio. Il padrone mi accoglie cordialmente.

-  Italo Ragno… - si gratta il mento perplesso – il nome non mi è nuovo, ma non riesco a ricordare dove…Non è che si è trasferito qui da poco?

Scuoto la testa con un sorriso stentato.

-  Fa niente, grazie lo stesso.

Sto già per andarmene quando spunta una bimbetta di sei sette/anni, con un’aria sorniona e gongolante da “io-so-una-cosa-che-voi-non-sapete”.

-  Quel signore fa il professore in quella scuola lì!

E indica con un ditino la scuola media sull’altro lato della strada.

-  E tu come lo sai? – la apostrofa con aria finto-burbera il proprietario – Beh, comunque io proverei a controllare. Questo topolino conosce più cose di quante si penserebbe.

Sono un po’ scettico, ma ringrazio e torno dai miei.

-  Dobbiamo accamparci in questo parcheggio tutta la giornata? – Protesta mia moglie.

-  Hai ragione, ma non voglio tornarmene al nord senza aver rintracciato il mio amico: chissà quando avrò un’altra occasione di capitare qua.

-  Facciamo così, interviene mia madre – noi giriamo un po’ in paese, cerchiamo qualcosa di carino nei negozi e ci troviamo qui fra un’oretta. Va bene?

Va bene per tutti, così io posso andare subito alla scuola media che mi è stata indicata. E’ un giorno feriale e qualcuno in segreteria spero di trovarlo, anche in questa stagione di vacanze.

Al mio ingresso nell’ufficio della scuola, una donna robusta di mezza età e un uomo si voltano verso di me con aria interrogativa.

-  Scusate, mi dispiace disturbare, ma…ecco…volevo chiedere notizie di un mio amico. Si chiama…si chiama Italo Ragno.

Che mi succede? Di solito non inciampo ogni due parole. L’uomo mi viene incontro lentamente: alto, con radi capelli neri e lisci, i tratti marcati nel volto magro, le mani grandi. Prima ancora che me lo confermi sono certo che esiste una parentela fra lui e Italo: si somigliano troppo.

-  Buon giorno. Io sono Mario Ragno, suo fratello, e sono il segretario di questa scuola. Se posso esserle utile…

-  Ah bene, allora sono stato fortunato: mi trovo qui in gita con i miei e mi farebbe tanto piacere rivedere Italo – di colpo mi sono sbloccato, parlando con quest’uomo dall’aspetto flemmatico – Eravamo molto amici ai tempi dell’università. Poi io mi trasferii al nord e ci perdemmo di vista. Ma lo ricordo benissimo…un’intelligenza davvero vivace, Italo. E le idee insolite, anticonformiste che aveva: quando si lasciava andare a parlarne colpivano, soprattutto per la passione che c’era dietro.

Mi accorgo di essermi lasciato trasportare. Mi fermo, anche perché colgo l’espressione del mio interlocutore: attentissimo, quasi commosso da quello che sto dicendo; forse un po’ più di quanto sarebbe logico aspettarsi. – Sarà un tipo emotivo – penso – anche se dal suo comportamento non si direbbe.

-  Non immagina quanto mi facciano piacere le cose che ha detto: non mi sarei aspettato di incontrare un amico di Italo che lo ricorda così bene, dopo tanti anni.

Lancia un’occhiata compiaciuta alla collega, che sicuramente non sta perdendo una parola.

-  Io e suo fratello eravamo molto legati. Per esempio, negli ultimi tempi dei nostri incontri mi parlava spesso di una sua teoria circa la nostra percezione del tempo…Ma non vorrei farne perdere troppo a lei, di tempo, con le mie chiacchiere su cose che conoscerà certo meglio di me.

-  No, no, anzi, sto ascoltando con grande interesse, le assicuro: sa, non ho molte occasioni di conversare con Italo. Anche perché lui, con gli anni, si è fatto taciturno. Vada avanti, la prego.

Adesso mi pento di essermi lanciato in questo discorso e tutta la situazione mi pare leggermente grottesca.

-  Beh, non so se ricordo esattamente quello che mi diceva…Non è facile da riassumere in due parole…Ad esempio, pensiamo ai fumetti…- i due continuano a fissarmi imperturbabili – Fumetti, certo! Pagine, tavole numerate, ciascuna con tanti riquadri già disegnati…Ricordo che Italo me lo diceva con uno sguardo quasi triste: cominci a leggere e vai avanti, una tavola dopo l’altra, seguendo la successione degli avvenimenti. Ma puoi sapere d’un colpo tutto ciò che accadrà, se sfogli rapidamente l’intero fascicolo. E quindi…

Vorrei continuare, giungere alla conclusione, ma non ci riesco.

Mi fermo, deciso a piantarla lì. Mi è parso però che l’impiegata abbia smesso di lavorare, manifestando un chiaro interesse; e Mario Ragno ha ascoltato in silenzio, lo sguardo fisso nel vuoto, con piccoli cenni di assenso ogni tanto. Non fa commenti quando termino.

-  Immagino che sia venuto qui perché ha saputo che mio fratello insegna matematica in questa scuola.

-   Si, e se lei vuole dirmi dove posso trovarlo…

-  Ma certo. In questa stagione ha l’abitudine di andare con sua moglie alla Spiaggia del Pellicano. Non è distante: se ci va subito è facile che lo trovi. Comunque le scrivo il numero di telefono di casa sua.

Lo ringrazio, prendo il foglietto e poi recupero i miei: non hanno perso tempo, a giudicare dai pacchetti multicolori che portano. Cerco di indirizzarli verso la spiaggia indicatami, con il pretesto che mi è stata raccomandata come la migliore della zona. Ma c’è un imprevisto: Lidia ha saputo che tra poco parte un battello per il giro turistico del litorale e non vuol perderselo, in ciò appoggiata da Marco.

-  Ma la traversata dura più di tre ore – cerco di dissuaderli – e il bagno che dovevamo fare?

Ormai non c’è verso di convincerli, ed io non me la sento di dirgli che adesso m’importa solo di ritrovare il mio amico. Mi tocca accompagnarli e restare con loro fino a pomeriggio inoltrato, rimuginando i fatti della giornata. Soprattutto l’incontro con i due della segreteria: mi fa pensare a quelle vignette dove bisogna scoprire il particolare sbagliato, ben nascosto nel disegno.

E’ ormai l’imbrunire quando ci prepariamo a rientrare. Prima di andarmene, però, voglio almeno telefonare a Italo; di vederlo se ne parlerà una prossima volta…Se ci sarà. Lo chiamo dal primo locale che incontriamo, mentre i miei chiacchierano, seduti davanti a un gelato.

Gli squilli, all’altro capo, sono appena percettibili, ed anche la voce femminile che finalmente mi risponde pare venga da lontananze astronomiche. Mi presento e dico il motivo della telefonata. Lei ha un tono affabile: sembra quasi che aspettasse questa chiamata.

-  Sono certa che a mio marito farà molto piacere incontrare un suo vecchio amico…Perché spero che verrà a trovarci, naturalmente. Noi siamo rimasti sempre qui, in paese, da quando ci siamo sposati, e abbiamo poche occasioni di rivedere le persone che frequentavamo da ragazzi. In fondo tutti e due siamo un po’ pigri e molto abitudinari…Facciamo vita ritirata, come si dice.

-  Sono in Puglia di passaggio, signora, la ringrazio per l’invito, ma tra qualche giorno riparto per il nord e non so quando mi capiterà di tornare da queste parti. Mi piacerebbe poter salutare Italo almeno per telefono. E’ in casa?

-   No, purtroppo, ora non c’è…

-   Sa dirmi quando potrei trovarlo?

Dall’altra parte un silenzio che mi sembra un po’ troppo lungo, durante il quale non mi giunge alcun suono; tanto che dico “Pronto!”, credendo che sia caduta la linea.

-  Sì, pronto – riprende la voce con la stessa inflessione cordiale – provi pure più tardi, quando vuole, non si preoccupi, noi non andiamo mai a letto prima di mezzanotte.

Torno dai miei un po’ deluso, deciso a riprendere subito il viaggio.

-  Ma si può sapere chi è questo amico che stai cercando da quando siamo arrivati a V.? – Chiede Lidia mentre quasi li sospingo in macchina e avvio il motore: non so perché, ma adesso ho fretta di sentirmi tra le mura rassicuranti della casa di mia madre.

-  Non l’hai mai visto; quando tu ed io ci conoscemmo, non lo frequentavo già da un pezzo.

E davanti agli occhi mi scorrono veloci ricordi di serate passate con Italo a parlare di tante cose. E poi, negli ultimi mesi, quel suo concentrarsi sul problema del tempo, in maniera quasi ossessiva…Ma doveva essersi accorto che io, su quel terreno scivoloso, non lo seguivo più; e forse anche per questo i nostri incontri cominciarono a diradarsi, fino a cessare del tutto dopo la laurea.

-  E’ un tipo molto intelligente -  continuo ad alta voce i miei pensieri – ma anche piuttosto stravagante. Mi piacerebbe conoscere sua moglie: chissà com’è una donna che si trova bene accanto a lui. Al telefono sembrava simpatica, anche se un po’ evasiva.

-  Ah, era lei la persona con cui hai parlato. Ma come hai detto che si chiama il tuo amico?

-  Italo Ragno. Tu, mamma, lo ricorderai senz’altro – guardo nel retrovisore mia madre che, interdetta, fa cenno di no con la testa – Ma sì, Italo, quello alto e un po’ impacciato, che veniva spesso a casa…Un paio di volte si è fermato anche a pranzo.

-  Ah, sì, ora ci sono – mi interrompe lei – Eh, sfido che non ci pensavo quando hai detto di volerlo rivedere: ma scusa, non è quello che scomparve tanti anni fa, durante un viaggio?

-   Ma no, che dici – ridacchio – Italo: quello…

-  Ho capito, ho capito. Non sono mica rimbambita, sai. Ma come, fosti proprio tu a farmi leggere la notizia sul giornale. Ora mi sfuggono i particolari, ma ricordo benissimo il fatto: quel povero giovane scomparso durante una crociera nel Mediterraneo… Non si è mai saputo che cosa sia successo. Alla fine conclusero che doveva essere caduto in mare per un malore, forse di notte. Tu, però, non riuscivi a convincertene.

-  Lo vedi che sei la solita pasticciona? – la aggredisco con veemenza sproporzionata – confondi fatti e persone diverse: quel nostro conoscente, morto su una nave passeggeri, non c’entra un cavolo con Italo Ragno.

-  Sì, ricordo quell’altro incidente, ma…

-  Ma cosa? Per piacere, vuoi riflettere prima di parlare? Se fossi superstizioso dovrei fare gli scongiuri ogni volta che apri bocca.

Non capisco neanch’io perché sono stato così sgarbato con mia madre. Mi accorgo solo ora che questa giornata mi ha caricato di elettricità. Il resto del viaggio si svolge in un’atmosfera un po’ tesa, con i miei che chiacchierano tra loro ed io che guido in silenzio.

A casa sembra che tutto sia stato già dimenticato. Mentre Marco guarda la tv e Lidia e mia madre preparano la cena, vado in soggiorno deciso a chiamare Italo e parlargli, finalmente. Ma la cosa è meno facile di quanto pensassi. Resto cinque minuti buoni a fissare il telefono, le mani che si mettono a sudare e il cuore che accelera. Sollevo la cornetta e compongo le prime cifre, ma poi metto giù: gli parlo, va bene, ma per dirgli cosa? Non le solite banalità, per l’amor del cielo: come te la passi, e la famiglia, giochi ancora a scacchi, dove vai in vacanza…Non con Italo, no. Questa roba funziona tra amici che sono invecchiati insieme, non tra persone che non si vedono da una vita.

Tutto sommato…ma sì, meglio fermarsi a questo incontro “per procura”, un breve tuffo nel passato che mi ha permesso di riassaporare solo il dolce di un’età piena di promesse, senza l’amaro delle speranze deluse, di un futuro intravisto che non è mai arrivato.

Esco sulla veranda, che collega il tinello alla cucina, dove mia moglie e mia madre conversano a bassa voce. C’è silenzio nel caseggiato, nella calda sera di luglio: i vicini sono quasi tutti fuori città, sicchè posso distinguere chiaramente le parole che provengono dall’altra stanza.

-   … ma sì Lidia – sta dicendo mia madre – so anch’io che quel ragazzo,  che annegò nella piscina di una nave passeggeri, non c’entra con la sparizione del suo amico. Quando l’ha descritto mi è tornato tutto in mente: l’ho ospitato volentieri a casa più di una volta. Era gentile e intelligente; un po’ goffo, forse, tanto da fare quasi tenerezza. Ricordo che un giorno ci portò due bottiglie di un vino straniero che doveva avere pagato chissà quanto, ma che al nostro palato risultò imbevibile. Poverino… Quando leggemmo la notizia della sua strana scomparsa (quanti anni saranno passati? Più di venti, sicuramente) Sandro rimase come stordito per parecchi giorni. Certe volte, quando mi parlava di lui, avevo l’impressione che volesse aggiungere qualcosa di importante, ma poi cambiava discorso. Anche a mio marito dispiacque molto la sua fine, e ne discutevamo spesso. Figurati se lo confondo con un altro.

-   Ma com’è possibile, mamma – obietta mia moglie, con la voce che comincia a incrinarsi – hai sentito tu stessa che ha parlato con il fratello, la moglie…

-  Beh… - e mi sembra di cogliere una sfumatura d’imbarazzo nella risposta – così la racconta lui; ma tu le hai ascoltate, queste persone?

-  Mamma, per carità – ora Lidia sembra proprio spaventata – non mettermi paura… Sandro non è pazzo! Io non…

-   Ma no, che cosa hai capito, gioia mia, non volevo dire questo. Ma sai bene che tuo marito ha sempre avuto fantasia da vendere. E poi è appassionato di scacchi e di tanti altri giochi raffinati… Ecco, diciamo che per lui la vita, in un certo senso, è un gioco complesso, di cui sta ancora cercando di scoprire le regole. Può darsi che oggi abbia voluto… cambiarle un poco, costruendo, ad uso degli altri, un destino diverso per il suo amico. E pazienza se proprio lui non potrà crederci: in fondo, è quello che fa un attore quando commuove o diverte, simulando emozioni a beneficio degli spettatori.

Non sospettavo tutto questo acume psicologico, in mia madre. Per un momento mi monta la rabbia. Torno verso il telefono, intenzionato a farla finita con questa storia: adesso gliela faccio vedere io a Madame Freud; la farò parlare direttamente con Italo, o almeno con sua moglie. Compongo il numero, picchiando sui tasti.

Ma al secondo squillo riattacco. Che spero di fare, accidenti? Voglio munirmi di una prova facendo ascoltare ai miei una voce anonima e lontana che confermi il mio racconto: puerile! Sarebbe fin troppo facile obiettare che il “fantasioso” Sandro ha preordinato questo gioco/terapia esistenziale con la complicità di un paio di amici. Non farei che rendermi ridicolo.

E poi c’è dell’altro. E’ inutile cercare di barare con me stesso: i discorsi di mia madre mi hanno messo addosso una strana inquietudine: fin dal primo accenno alla presunta scomparsa del mio amico, mi è sembrato come se delle dita gelide e dure mi frugassero le viscere. Qualcosa che va ben oltre una semplice reazione emotiva e che mi ha fatto balenare, per brevi istanti, brandelli di quasi-ricordi sepolti da un’eternità. Quel riferimento al vino strano regalato da Italo, poi, è stato un pugno nello stomaco: è possibile che qualcuno rammenti così bene un particolare del genere, ma confonda quella persona con un’altra?

Del resto, ammettiamo per un momento che mia madre ricordi giusto e che io abbia rimosso inconsciamente la scomparsa di Italo: rimane il fatto che ho parlato con suo fratello, con sua moglie; e la donna della segreteria ha sentito ciò che diceva Mario Ragno di Italo… Ipotesi pazzesche mi vorticano in testa: uno scherzo idiota al forestiero di passaggio (ma allora anche la bambina del ristorante…); una folle congiura degli affetti, per continuare a far vivere, in qualche modo, chi non c’è più; un colossale equivoco basato su omonimie e coincidenze…Tutte assurdità, è evidente. E dunque… Dunque è mia madre che si sbaglia, non c’è altra spiegazione.

Mi piacerebbe tanto crederci; vorrei convincermene, ma non ci riesco più. Devo parlare immediatamente con qualcuno: Italo, sua moglie, suo fratello…

Ma, mentre sto per lanciarmi verso il telefono, un pensiero, tanto logico quanto spietato, mi ferma: a ben riflettere, nessuna delle ipotesi precedenti potrebbe essere smentita da quello che sentirò ( o crederò di sentire, dio mio!) all’altro capo del filo. Sono in trappola, maledizione…

 

…E a questo punto, quando stavo per dubitare di me stesso, per fortuna  prevalse il buon senso: all’inferno, mi dissi, io non sono pazzo, di questo sono convinte anche mia madre e mia moglie. Quel che devo fare è tornare da loro, di là, e vivere come ho sempre vissuto finora, convincendomi che deve esistere una spiegazione logica e forse banale per tutta la faccenda.

Ed è stato così che ho potuto difendere la mia integrità mentale  in questi tre anni, fino ad oggi. Fino a un’ora fa. Quando mio figlio mi ha portato una cartolina dicendo candidamente:

-   Nella cassetta della posta c’era questa; dev’essere di quel tuo amico di V.

Ho afferrato di slancio la veduta a colori della spiaggia sotto il sole; sul retro, una frase sibillina: “meglio tardi che mai”; e, sotto, la firma “Italo”, con quella sua grafia inconfondibile.

Me ne sono venuto lentamente in studio, come frastornato, la cartolina tra le mani. Me lo rivedo davanti, giovane e irrequieto. “Come i fumetti, Sandro!” mi sembra di riascoltare; la sua è la solita voce a metà fra timidezza, convinzione, ironia. “Li puoi guardare di corsa, e sapere tutto subito. Ho sempre avuto il sospetto che anche i protagonisti conoscano già la storia nel suo insieme, dal momento che sono presenti in tutte le tavole…”

La frase che rileggo sulla cartolina può voler dire tante cose: un modo di scusarsi  per non essersi fatto vivo prima, la promessa di un prossimo incontro, la soddisfazione di chi ha raggiunto la meta prefissata, l’assenso per qualcosa che finalmente anch’io avrei capito…

In questi anni non ho potuto fare a meno di rivoltare in tutti i versi, nella mia mente, quell’episodio indimenticabile.  Ho cercato di immaginare come potrebbe essere una vita come quella cui accennava il mio amico: vivere avendo coscienza di ciò che accade nella tavola 14 e, contemporaneamente, nella 21 e in altre ancora. Avremmo una comprensione superiore della nostra esistenza, vivendola “simultaneamente”? O forse non riusciremmo più a raccapezzarci, impossibilitati a separare momenti lieti e tristi, persone che ci sono vicine e altre che non ci sono più?

Forse una risposta potrebbe darla Italo. Forse. In questo momento non mi sento sicuro di nulla. Posso dire comunque che questa cartolina è arrivata al momento giusto: fino a qualche mese fa avrei dovuto reprimere a fatica l’ingenuo impulso di mostrarla come prova (e di che, poi?). Adesso invece sorrido  mentre la straccio in tanti pezzettini, senza nemmeno chiedermi chi abbia dato il mio indirizzo al mittente: è solo una conferma di qualcosa che già sospettavo, ma che mi sarebbe difficile condividere con qualcuno.

Siamo diventati troppo razionali, troppo cartesiani. Chi accetterebbe l’idea che si possa essere qui e altrove contemporaneamente; o che sia possibile esistere e non esistere al tempo stesso, a seconda del “punto di vista” da cui ci considerano gli altri?

E se poi gli “altri” diventano “prossimo”, e sono coinvolti affettivamente?

Gli orientali ritengono che nessuno possa sfuggire al proprio destino. Io sono pronto ormai ad andare incontro al mio. Tra una settimana, come avevo stabilito, porterò Lidia e Marco nella mia città natale, e dopo qualche giorno farò una capatina a V.

Ma stavolta da solo. 

 

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PREMESSA

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FELICE VIAGGIO, SIGNOR LUZI

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LA PARTITA DI PADRE FRANCIS

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