La Cassetta di Re Gioacchino

 
  

 

 
  
 
 

VII.

 

 

                   

 

Il vero scandalo esplose la mattina di lunedì 15 ottobre, successivo al banchetto offerto da donna Mafalda Augusta di San Sebastiano al Vesuvio agli iscritti del Circolo "Amici di Re Gioacchino", unica sede in Napoli.

La banca di Napoli ricevette da New York l'informazione che l'ammontare del fondo residuo riscuotibile dalla signora Mafalda etc. non superava i duecento milioni di lire italiane, e presentò in riassunto le giustificazioni delle trasmigrazioni di capitale "da banca a banca", fra Londra, Amburgo, Singapore e la stessa New York.

Il notaio Gaetano Pellicanò e il direttore Vincenzo Aniello i quali, in situazione diversa, sarebbero stati i primi ad essere sospettati, si avvalsero subito della seconda copia della dichiarazione notarile firmata in casa della presidentessa centenaria, per denunciare personalmente l'ispettore van Angull Federico di sospetta simulazione di smarrimento e di effettiva indebita appropriazione. Decisero entrambi, di comune accordo, di tacere la cosa a donna Mafalda, allo scopo di evitarle un dolore forte che, considerate le condizioni della vegliarda, avrebbe potuto anche farla morire.

La denuncia fu consegnata alla questura centrale di Napoli già verso le dieci e mezza e, di conseguenza, dopo pochi minuti, come regolare pratica d'ufficio, via fax, finì sul tavolo da lavoro del vice questore Vitaliano Bornaccioni, comandante il commissariato di pubblica sicurezza di via Manzoni.

Era costui persona di ottima intelligenza e sensibilità, capace di comprendere bene fatti, persone e situazioni. Coloro che tagliano con l'accetta il carattere di poliziotti e carabinieri, spesso non sanno che i migliori fra essi, proprio in virtù della professione che svolgono, sono ottimi sociologi di campo "naturali", che solo meriterebbero di essere più incoraggiati, dalle loro scuole interne, a coltivare tale cultura.

Bornaccioni, che si era sempre fidato del proprio "commissario olandese" e ne aveva stima, fu il primo a sorprendersi e, visto che quella mattina van Angull era in sede, mandò a chiamarlo.

Federico raccontò tutto sinceramente, non nascondendo, nè i propri errori, nè la confusione creata nel tentativo di rimediarli.

-  Sovente - commentò il questore - nel nostro lavoro diamo poca importanza alle negligenze, che consideriamo inciampi inevitabili della "routine"... Nessuno è perfetto, ammettiamo, e naturalmente nemmeno noi... poi però può accadere che una lettera, aperta dopo mezz'ora anziché subito, produca la morte di una persona, o peggio.

-  Ero convinto di trattare su quattro milioni di lire, che se avessi perduto avrei potuto rimettere io - si giustificò il nostro - ... ma soprattutto pensavo di dover rendere conto soltanto a donna Mafalda e al notaio... non avevo alcuna ragione di temere dal barone Klagenfurt, su queste basi.

-  E infatti ti è stato restituito un milione in più - concluse il questore - ... però avresti dovuto aprire la cassetta e leggere bene la lettera, prima di muoverti.

-  L'ordine di recarmi il più in fretta possibile in casa del barone venne da questi uffici.

-  Lo so - replicò il questore - telefonò la moglie e disse che si era sparato... allertammo un'ambulanza e poi la dovemmo disdire perchè la donna telefonò un'altra volta dicendo che suo marito aveva sbagliato mira, ma che teneva una pistola in mano e chiedeva di te per aiuto e consiglio... così ti mandammo.

-  E così andai - concluse Federico - ed è per questo che non feci in tempo a esaminare il contenuto della cassetta.

-  Dal punto di vista professionale, a parte la questione della cassetta, il tuo comportamento è stato lodevole... del resto sei apprezzato proprio per la capacità che hai di giudicare autonomamente le situazioni e risolverle... però stavolta... mannaggia a te... come si fa a mettere in mano a un estraneo una cassetta con otto miliardi di lire dentro e dirgli... portamela in giro per la Campania in taxì... ma come si fa!

-  Ma per me erano soltanto quattro milioni - insisté Federico, ma il superiore lo interruppe.

-  Veniamo al concreto - troncò - ... in settimana dovrai aspettarti un avviso di garanzia dal giudice, il quale valuterà questi fatti in modo molto diverso dal mio, che ti conosco da molti anni... intanto sei seriamente sospettato di furto... e anch'io ti sospetterei... che otto miliardi, sia pure in lirette, non sono uno scherzo e possono far gola alla persona più onesta.

Federico abbassò il capo ed il questore continuò.

-  Intanto, al giudice dovrai presentar delle prove... e come sai, un conto è la verità, un conto sono le prove... Ora... se il responsabile di tutto è il barone Klagenfurt, come sembra che sia... la prima cosa che lui farà sarà quella di negare d'aver visto la cassetta.

-  Probabilmente ho commesso qualche altro errore - ammise Federico continuando a tener bassa la testa - ... pensando di dovermi giustificare soltanto con il notaio, ho cercato di convincere il maresciallo Tiraboschi, della stazione carabinieri di San Giorgio, ad aggiungere, nel suo verbale, che la cassetta era in macchina ed era andata bruciata... Lui accettò soltanto di scrivere... "Si presenta e afferma..." non "era lì e vide"... Capite?... Però io feci questo per dar giustificazione a un atto notarile, non per discolparmi davanti a un giudice.

-  Eh già... cosa pensavi avrebbe fatto il maresciallo? Lui deve riferire su quello che vede - ribadì il questore. - Per concludere... appena il Klagenfurt negherà avanti al giudice, sia la cassetta che la tua presenza, il tassista farà altrettanto e il maresciallo confermerà i suoi appunti... in quel momento tu sarai, non con uno, ma con tutti due i piedi in prigione.

Respirò profondo e guardò Federico - Tirati sù - gli disse, e quando vide il volto di Federico ben sollevato davanti a lui, proseguì:

-  Per prima cosa, trova il barone e vedi che aria tira, che intenzioni ha... se non vorrà sentir parlare della cassetta, vorrà dire che il colpevole è lui... cosa per me comprensibile considerando la situazione in cui si trovava... bisognerà però vedere se lo sarà per il giudice... in tale caso, comunque, sarà facile che l'incidente e l'incendio siano dolosi... allora premi sull'autista... torna da Tiraboschi e chiedigli in modo determinato di eseguire serie indagini sull'incidente... ne faremo anche noi... poi passa dal barbiere... sarà facile che Klagenfurt rivoglia i soldi, se non altro per dimostrare che lui è ancora povero... lì potresti trovare degli alleati e forse qualche utile confidenza. Quanto a scoprire chi abbia veramente vinto i 37 miliardi e mezzo, ne verremo a capo appena sarà consegnata la schedina... non perdere tempo su questo... Muoviti in fretta, perchè potresti essere fermato in qualsiasi momento.

Così dicendo il vice questore congedò il  sottoposto, il quale uscì ed entrò nella sua scassatissima, ma di motore efficiente, Alfa 33. Si sedette al volante, ma non mise in moto. Digitò invece il numero del proprio appartamento in San Giorgio, ma non trovò risposta.

Compose il numero della casa dei Klagenfurt a Saviano, e rispose il barone in persona; il suo tono era sicuro, come chi già s'aspettasse d'esser chiamato.

-  Commissario, quale onore...

-  Siete tornato a casa?... E non temete più gli strozzini?

-  Si, ma... avrebbero potuto colpirmi ovunque... tanto vale aspettare la morte qua... il vostro appartamento è stato lasciato bello e ordinato quale l'abbiamo trovato.

-  Barò... non esageriamo... verrò a farvi visita oggi stesso.

-  Io sto qua... sono anziano... per divertimento non viaggio.

-  Va bene così.

-  Federico mutò idea repentinamente; scese di macchina e si avviò a piedi verso la bottega del barbiere, che dal commissariato non era molto distante.

Osservò la vetrina. Il cartello pro - Klagenfurt campeggiava ancora, e accanto ad esso una foto di lui a testa imparruccata, che quasi non lo si riconosceva più.  PARRUCCHINI  KLAGENFURT, PRODUZIONE  LOCALE era scritto.

Entrò e si presentò subito per quel che era. Ottenuta assicurazione che ad ogni pagamento per avvenuta prestazione veniva correttamente rilasciata ricevuta fiscale, chiese scusa ai pochi clienti presenti e chiese a Figaro di seguirlo fuori, per un breve scambio di opinioni.

Il barbiere non obiettò. Federico volle sapere del Superenalotto e dei patti, e quando seppe che le somme dovute erano state regolarmente pagate, disse:

-  Ma voi sapete che il barone Klagenfurt non ha vinto?

-  Oh, certamente... è venuto lui stesso a dircelo, e a scusarsi... però ha voluto tenere ugualmente fede alla sua parola e ci ha tutti rassicurati... Non sarà chiesta restituzione... ve ne do parola di barone... Così disse.

-  E voi che ne pensate?

-  Io dico... Viva il barone Klagenfurt che si fa parrucchini e capelli da noi.

-  Sapreste dirmi i nomi degli altri beneficiati?

-  Certamente... dopo di me l'ambasciatore Gennaro Costantinopolo, che lavora al mercato di Antignano... lo scrittore Ciro Taruffo, che lavora alla Rinascente... Il bibliotecario Pierino Pierini...

-  Che lavora nel porto mercantile - interruppe Federico.

-  No... che lavora nella biblioteca universitaria della Suor Orsola Benincasa... studioso insigne... patrioto dell'Italia centrale... marchigiano.

E' sufficiente così - chiuse Federico, che poi si allontanò pensando che forse, prima di mettersi in moto verso Saviano, gli sarebbe convenuto sapere come la pensava quest'ultimo nominato, l'unica persona probabilmente seria - così lui giudicò - di tutto quel gruppo.

Tornò perciò sui suoi passi, risalì in automobile e ripartì seguendo la volontà del traffico, verso la sede della Suor Orsola, che da dov'era la si raggiunge in salita.

La biblioteca, della quale il Pierini era capo catalogatore, può essere vista in internet senza spostarsi dal sito di Rigo Camerano, per cui eviteremo di farne una descrizione.

Quando il nostro ispettore vi entrò, bussando e chiedendo educatamente il permesso (è solo nella sala di lettura che non bisogna far ciò), trovò il Pierini di spalle, alla macchina da scrivere elettronica, intento a correggere alcune schede di catalogo arrivategli da altri impiegati.

Udito che si trattava di un ispettore di polizia, si voltò, interruppe il proprio lavoro e si portò verso la scrivania, invitando il visitatore a sedersi di fronte a lui. Guardò il nostro negli occhi sollevando il capo senza parlare, col guardo esplicito di chi chiede spiegazione di novità che non conosce.

Federico espose il suo caso, poi domandò come potesse essere giudicato il comportamento del Klagenfurt che, pur non vincendo, aveva regalato trecento sessanta milioni senza coercizione alcuna che ve lo costringesse.

-  Avrebbe potuto chiedere i soldi indietro - concluse.

Il bibliotecario se ne stette alcuni secondi a meditare, poi disse.

In verità, è piuttosto difficile che due sestine  uguali siano giocate da due persone diverse, sconosciute fra loro... eppoi entrambe in Napoli... Secondo me il barone ha vinto... solo che non vuol farlo sapere... e noi stiamo al gioco.

-  E l'altra persona?

-  Un prestanome, senz'altro.

Federico scosse il capo in segno di diniego.

-  Non la vedo così - mormorò - perchè non è sorprendente che una stessa sestina sia giocata da due persone diverse sconosciute fra loro, se la medesima è pubblicamente nota... come mi sembra sia tale la sestina pitagorica.

Il bibliotecario si scoperse, sorpreso, a meditare su sè stesso.

-  In verità, conosco i numeri pitagorici - affermò pensieroso - ... ma non mi sono mai pensato nei panni del possibile vincitore... questo è strano.

-  Sicchè voi non siete il vero fortunato? - chiese Federico sorridendo.

-  Vi pare che me ne starei qui, a batter schede?

-  E gli amici di barbieria? Anch'essi erano al corrente.

-  No... è gente sempliciotta... si sarebbero rivelati... figuriamoci!

-  E gli altri studiosi?

-  Non sono molti quelli che conoscono Pitagora... almeno in questa università... Il professor Wintersteiner... che però sta a Milano... Nelle altre università... ancora pochi... e poi non sono certo giocatori... si gioca giusto qui in una università povera... - sorrise - ...a meno che non si voglia indagare sulle suore... per le quali però Pitagora è soltanto un pagano, e fuggono al sentirlo nominare.

Federico si alzò, strinse la mano del bibliotecario, e uscì.

E' impossibile che il barone abbia vinto realmente - pensò, incamminandosi in strada - la notte del sette erano entrambi sinceri, lui e la moglie... poi è capitata l'occasione, ed erano troppo nei guai per lasciarsela sfuggire... Ad ogni modo, una cosa è certa: sulla barbieria non c'è da fare affidamento.

Con questi pensieri risalì in macchina e si avviò verso Saviano.

 

 

Quando arrivò, a mattinata inoltrata, fu accolto subito da Assuntina e introdotto nel salotto ove, di lì a poco, apparve il barone.

-  Fra un quarto d'ora c'è il pranzo - disse Assuntina - Volete rimanere con noi?

Federico si schermì. Il barone appariva tranquillo.

-  Il barone non teme, nè la camorra, nè me - pensò Federico, osservandolo. Poi disse: - La vostra situazione è migliorata, deduco... e ne sono compiaciuto.

-  Sì, lo ammetto, sospirò il barone - grazie alla intercessione di Assuntina ho ricevuto la perdonanza da Alessandro Manzoni e, tramite lui, anche dagli usurai e rappresentanti di ville... Dio ce ne scampi... in quali ambasce ci eravamo cacciati... rimanete a pranzo!

-  E i soci di barbieria? - chiese Federico - Mi risulta che anche lì avete condonato a tutti.

-  Una bonificata... solo questione di vanità... il carisma del barone Sigfrido da Klagenfurt si espande... tutto qui.

-  Ma voi avevate, nella banca di Roma, non più di centoventi milioni... e ne avete distribuiti più di trecentosessanta... il resto dove lo avete preso?... Vedo che i mobili di casa non sono stati venduti.

Il barone sospirò profondo, come chi si stia liberando da un peso.

-  Sì, lo confesso... ho mentito... Una parte cospicua dei miei risparmi era custodita in una banca di MonteCarlo... ormai vuota... potete controllare.

-  E a quanto ammontano adesso i vostri risparmi? A otto miliardi di lire?

-  No, solo a qualche decina di milioni.

-  E la cassetta?... Della cassetta di Re Gioacchino che vi ho affidato nella notte fra la domenica e il lunedì della settimana passata... che ne è stato?

-  Quale cassetta? - fece il barone trasecolando, e la cosa innervosì non poco Federico, nonostante avesse dovuto aspettarsela.

-  La cassetta bruciata nell'incendio del taxì.

-  Nel taxì non c'era alcuna cassetta. Nessuno può dire di averla vista... nè il taxista, nè il maresciallo dei carabinieri...

-  Barò, non pazziamo... con me potete parlare liberamente... ora non siamo davanti al giudice... qui siamo in tre.

-  A parte il fatto che siamo in quattro... io, voi, Assuntina ed il registratore mignon che tenete nascosto dentro la fodera della vostra giacca... a parte questo, della cassetta non ne so nulla.

A quelle parole, irritato, Federico si alzò, si tolse la giacca e la consegnò ad Assuntina, che sedeva più in là.

-  Controllate... controllate pure... e voi, barò, perquisitemi.

-  Io non palpeggio uomini, si schermì costui, e fece cenno a Federico di tornare a sedere. - Tu, Assuntì - aggiunse - lascia stare la giacca e ritorna in cucina, che si brucerà tutto.

-  Ho spento, non sapendo se dovessi aggiungere una pietanza - rispose la donna restituendo la giacca a Federico, il quale la reinfilò.

-  Della cassetta non ne so nulla - ripetè ancora il barone in tono perentorio. E contemporaneamente pensò: - Il sono ebreo, napoletano e tedesco, e in questo affare non mi lascerò certo sopraffare da uno sbarbatello di ispettore olandese.

Federico si sforzò di apparire calmo.

-  Voi capite - disse con voce bassa rivolto a entrambi - che dalla legge sono sospettato di essere stato io a rubare l'eredità di donna Mafalda e a impadronirmi delle quote destinate ai soci del circolo "Amici di Re Gioacchino"... la mia vita ne è già professionalmente distrutta... e non solo professionalmente... e quando la vostra sembrava tale, io feci molto per togliervi dai guai.

-  O' guaglione ha ragione - disse donna Assuntina volgendosi al marito - bisogna fare qualcosa.

-  Certo... niente tragedie - confortò il barone - in caso grave, per qualsiasi evenienza, saremo a vostra disposizione...

-  ... E una raccomandazione ad Alessandro Manzoni non si nega a nessuno! - proseguì Federico caricando la voce e riprendendo ad innervosirsi. Poi, volgendosi ad Assuntina, disse: - Peccato distruggere la cassetta... se ne sarebbe potuto fare un bel portagioie.

-  Certo... - iniziò Assuntina, ma il barone, fiutato il pericolo, la interruppe immediatamente.

-  Potete perquisire... Non vi chiedo mandati... Assuntì, accompagnalo in camera da letto... e dove vuole.

-  Lo so che non siete fesso - commentò Federico con tono che tornava sul rassegnato - ... vi propongo una via d'uscita.

-  Dite, dite.

-  Facciamo metà per uno.

Il barone ebbe un sobbalzo e si levò in piedi avvicinandosi all'ispettore, e gridando.

-  Io la cassetta non l'ho mai vista... la cassetta non c'è!...

Al che sentendo, Federico si alzò a sua volta, al colmo dell'ira e indignazione.

-  Allora fai schifo! - urlò - ... Allora aveva ragione il Führer!

-  Il barone strabuzzò... allungò il braccio destro e tese l'indice verso la porta.

-  Esci di qui!... Fuori di casa mia! - gridò, con quanto fiato aveva in gola.

Federico mise una mano sulla spalliera della poltrona vuota nella quale lui stesso si era seduto, e la rovesciò con un botto secco che spaventò Assuntina.

-  Pace! implorò costei mettendosi in mezzo - Siamo tutti religiosi! - Poi mise entrambe le mani sulle spalle di Federico, e con voce sinceramente spaventata, mormorò:

-  Io sono con voi... io sono con voi... non temete, che tutto si aggiusta.

-  Allora ditemi... dov'è la cassetta?

-  La cassetta non c'è.

Al che Federico levò gli occhi al cielo e fece un "Mhmm" profondo, mentre il barone continuava a ripetere: - Esci di qui! - con l'indice teso in direzione dell'uscio, verso il quale il nostro effettivamente si avviò, non senza prima essersi voltato mentre si accingeva a superarlo.

-  Non pensate di potervela cavare - gridò - Io sono il detective van Fan... - "Cosa mi tocca dire" - pensò, e subito si interruppe.

Con tale animo, comunque, scomparve, mentre il barone e sua moglie rimanevano nella stanza, messa a soqquadro.

-  Lascia... la poltrona la levo io - disse il barone alla moglie - Ma che impudenza... e poi, cosa ti è venuto in mente di dirgli... Io sono con voi... cosa intendevi?

-  Sono buona cristiana - rispose Assuntina e o' guaglione ha ragione... tu lo sai bene.

-  Ma che dici? Lui se la caverà... la polizia troverà un sistema... ma noi... ci avrebbero ammazzati, lo sai?... Nonostante i tuoi grandi protettori... e poi, non dimenticare che tutto è accaduto per colpa tua, per le tue stupide grandezzate.

Assuntina si tacque e il barone proseguì.

-  E' la lotta delle necessità... questo è il mondo.

Con tali frasi i due si quietarono, riaggiustarono alla meglio la stanza e se ne tornarono in cucina, ove il pranzo era già stato preparato e si raffreddava.

 

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   VII.   Conclusione

 

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