La Cassetta di Re Gioacchino

 

 
 

 

 
 
 
 
 

III.

 

     

 

Quel primo pomeriggio domenicale del 7 ottobre 1999, il barone Sigfrido da Klagenfurt stava percorrendo in treno i pochi chilometri che lo separavano dalla stazione centrale di Napoli. Proveniva da Roma, anzi, per maggior precisione, da Bologna, ove il sabato precedente aveva partecipato a un importante raduno di correligionari, dedicato al problema dei beni trattenuti nelle banche svizzere, appartenenti ai perseguitati scomparsi nell'olocausto. Quella sera discorsi e conversazioni si erano protratti sino assai tardi dopo la cena, e il barone era rientrato in albergo verso l'una di notte.

Come lo vide, il portiere lo avvisò di una telefonata dalla propria moglie, la quale aveva da fargli una comunicazione importante, e che gli telefonasse a qualsiasi ora.

Il barone, stanchissimo, attese di essere disteso sul letto e digitò il numero.

-  Cosa è successo? - chiese, a bassa voce.

-  Non lo sai? Non hai acceso la televisione? - La donna, un po' gridava, un po' mormorava.

-  Per favore, sono a pezzi... la riunione era importantissima... c'era gente venuta apposta dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall'Inghilterra... è in atto una causa contro le banche svizzere...

-  La notizia che ti do io è più importante...  abbassò di molto la voce, come a rivelare un segreto - ... Sono usciti!... - sussurrò.

-  Chi è uscito?

-  I numeri pitagorici... tutti e sei!

Il barone agghiacciò al pensiero che l'attività di quel giorno gli aveva completamente tolto di mente l'incombenza della giocata. Era la prima volta che ciò accadeva, da che il Superenalotto era stato istituito.

-  Ne sei proprio sicura? Hai guardato bene?

-  Non sto facendo altro... non ho cenato.

Accadeva abbastanza spesso che anche la moglie giocasse gli stessi numeri per conto proprio.

-  La giocata c'è? - chiese.

-  La giocata c'è!... Bravo marito mio! - gridò.

-  E quant'è la vincita?

-  Trentasette... trentasette miliardi - e questo lo disse con voce che appena si udiva.

-  Trentasette - pensò il barone - ... numero pitagorico universale - e questa riflessione lo illuse un po'. - Certo, è una bella cifra - rispose - ... ma non farne pubblicità.

-  Ho informato solo Valeria e Sam.

Erano costoro i figli di quella coppia, la prima cristiana, l'altro giudeo, dai quali avevano avuto quattro nipoti, anch'essi equamente distribuiti nei campi numerico e religioso.

-  Comunque non fare nulla... mandami Sam alla stazione, nel pomeriggio, verso le quindici e quaranta.

Il barone non guidava l'automobile e il figlio avrebbe dovuto ricondurlo a Saviano.

-  Stai pure tranquillo.

-  Tu hai giocato?

-  Sì, ho giocato anch'io.

-  Bene... - e al barone parve di sentirsi un po' sollevato, ma non ebbe l'animo di approfondire.

-  Stai calma e aspetta... buonanotte.

Il pensiero frullava, ma alla fine la stanchezza lo vinse e si addormentò.

 

*  *  *

 

Lo Intercity da Roma arrivò abbastanza in orario e lo spingi spingi dei passeggeri iniziò già da prima che le ruote fossero ferme e lo sportello aperto. Il barone ne scese a piccolissimi passi, sospinto da una folla marciante che, arrivata sul marciapiede, ne cozzava un'altra in attesa. Scorse subito il figlio, Samuele, esponente del ramo ebraico della famiglia. Era già oltre la cinquantina e aveva un aspetto diverso da quello del padre; ugualmente bruno, ma più alto e massiccio; aveva preso dal nonno materno.

Intravvisto il padre, gli corse incontro e lo abbracciò tirando a sè la valigetta quarantott'ore ch'egli recava seco.

-  Hai sentito? Trentasette miliardi - gli disse, mentre accostava la propria faccia a quella del genitore. Trovandolo stranamente serioso, pensò: - Capisco, è una responsabilità troppo grande - Poi aggiunse, con un largo sorriso: - C'è una sorpresa per te... ti aspettano da Figaro... tutti!

-  Quali tutti?

-  Ma gli avventori della domenica... e c'è anche Iole, che in ogni caso devo passare a prendere.

Iole era la figlia di Sam: ventidue anni, bellezza carnale in fiore, studentessa nella Orientale, sommava in sè la compostezza apparente delle contadine meridionali (che durava non più di due o tre minuti) alla naturale vivace spontaneità delle ragazze viennesi, delle quali portava il sangue.

Fermata la macchina a mezzo chilometro dalla barbieria, cosa normale in Napoli, quando i due giunsero il barone si accorse che, nell'unica vetrina di quel negozio, era stato posto in bella evidenza un cartoncino celeste sul quale, in bei caratteri neri a stampatello, era scritto: QUI SI FA LA BARBA AL BARONE KLAGENFURT.

Non se ne compiacque di molto, ed ancor meno quando, dopo avere timidamente aperto la porta nella quale appariva la scritta CHIUSO, fu accolto da un'ovazione da stadio.

  Avevo chiesto di non dir nulla - pensò, nascondendo l'irritazione, ma poi si ritrovò a sfoggiare un largo sorriso di compiacimento.

C'erano tutti gli enalottisti già noti, meno il garzone, ma in più, ovviamente, la signorina Iole e suo padre.

Il primo a parlare fu il bibliotecario Pierini, che andò incontro al barone con fare da anfitrione, anticipando Figaro.

-  La baronessa ci ha istruiti di tutto - disse garbatamente, ma non senza enfasi - ... gran gentildonna... abbiamo parlato con lei al telefono. Ed ha insistito affinché vostro figlio ci liquidasse subito.

-  Vi dico in verità - rispose il barone rivolgendosi a tutti - che la giornata di ieri è stata fin troppo faticosa, e che non sono nemmeno riuscito a controllare i numeri.

-  Per carità - soccorse l'ambasciatore, e sbandierò "Il Mattino" già aperto alla pagina giusta - Eccoli qua tutti e sei... non uno di meno...ed ecco la prova della vincita... "Uscito in Napoli un "sei" da 37 miliardi e 600 milioni".

Il barone lesse per bene numerose volte, e pensò: - Allora è vero... Assuntina ha giocato... - E poi rivolto al figlio: - Tu hai portato gli assegni?

-  Quattro assegni da novantaquattro milioni... col patto del segreto assoluto

-  E chi ha firmato? Non ti ha detto chi le ha dato il denaro?

-  Eh barò, non pazziamo - rise l'ambasciatore - coi vostri agganci... trecentosettanta milioni sono quisquiccole.

-  Il barone ha maniglie in campagna e in città - esclamò con enfasi il barbiere, lasciando intendere di saperne molto di più, ma il bibliotecario Pierini, sempre attento, lo interruppe e si rivolse al barone in tono basso e serioso.

-  Vostra moglie ha fatto benissimo a liquidarci subito... pensate alle chiacchiere che se ne sarebbero fatte, anche bonariamente... ora invece è tutto sotto controllo... e non badi agli sciocchi - poi più forte esclamò: - Sciampagn, sciampagn... ne abbiamo prese non più di due bottiglie per tutti... meglio non mostrare spreco eccessivo.

-  I dolcetti di pasta reale - aggiunse Iole - non più di due vassoi - e Ciro Taruffo che, come talent scout cinematografico, le stava sempre accanto, aggiunse: - Compostezza... un ricevimento sommerso.

I bicchieri erano veri calici di cristallo portati da casa dall'ambasciatore, rilavati e sciacquati in barbieria.

A questo punto, però, potremmo anche lasciare i nostri al rinfresco e riprendere il barone lungo la strada verso Saviano, paesino ridente dell'interland vesuviano, ov'egli era proprietario di una villetta a due piani, ubicata appena un po' fuori paese.

 

 

 

 

A bordo di una Lancia delta, vecchiotta ma ben tenuta, Sam guidava con Iole al fianco e nonno Sigfrido dietro. Il barone, come è stato già scritto, non possedeva patente automobilistica e ormai vedeva Napoli solo una volta ogni due settimane, servendosi della strada ferrata locale.

La barbieria è per me una distrazione - diceva - e infatti la verità era che a Saviano aveva poca compagnia e si annoiava.

-  Chi ha dato alla mamma il denaro da distribuire così munificamente e tanto in fretta? - chiese, rivolgendosi al figlio. Ma la risposta non fu incoraggiante.

-  Stamane, in casa vostra, c'erano alcune persone importanti, che lei ti dirà - disse Sam - ... A me ha dato niente... salvo il versamento di una caparra da un miliardo di lire per una villa settecentesca in via Manzoni.

-  Caparra da un miliardo? - Il barone, non ancora completamente rassicurato, cominciò a sudar freddo.

-  E un'altra per zia Valeria - aggiunse Iole.

-  E chi ha dato i soldi alla mamma?... Lo Stato paga non prima di due o tre mesi.

-  Sempre quelle persone importanti - ripetè Sam, e il barone zittì, rapito in un vortice di pensieri contrastanti, aspettative di timori e gioie, speranze ed oscuri presentimenti.

-  Se Assuntina ha vinto - pensò - farò un pellegrinaggio a Gerusalemme e me ne starò un giorno avanti al muro del pianto - ma nemmeno questo pensiero lo consolava.

Quando fermarono davanti casa, e scesero, videro Donna Assuntina in attesa sul balcone alto. Cullava in braccio un bel mazzo di rose, che lanciò sul marito appena lo trovò a tiro.

Il barone lo prese al volo, ma si punse sul naso.

-  Avresti potuto cavarmi un occhio! - vociò, ma la moglie non gli badò.

-  Oggi tutto, oggi tutto... - e così ripetendo rientrò, e discese in gran fretta.

Aperto il portoncino, si gettò fra le braccia del marito.

-  Bravo il mio uomo... bravo il mio uomo - e poi al figlio e alla nipote... - Salite! - ma Sam, che ci teneva ad arrivare a Napoli prima di buio, si limitò a un cenno di saluto, imitato da Iole. Capovolse la direzione e ripartì.

Risaliti che furono, il barone si schermì un poco dalle smancerie della donna, la spinse in salotto, depose la quarantott'ore e sedette.

Siccome Assuntina voleva a ogni costo accomodarsi nella stessa poltrona di lui, fu costretto a respingerla e a gridarle un comando:

-  Mettiti lì, siediti e ascolta... non fare la pazza.

-  Ascolto... ma stanotte farò la pazza.

-  Stai zitta un momento... - e qui assunse un tono severo - Ti avevo detto di non far nulla prima del mio arrivo... cos'è questa storia del rinfresco al barbiere, della caparra per le ville settecentesche... e non so quant'altre diavolerie avrai combinato... voglio ascoltare tranquillamente.

Assuntina si ricompose, tornò mentalmente ai suoi settant'anni suonati, si levò in piedi, prese due bicchieri da una vetrinetta, una bottiglia d'amaro dolciastro dal buffet, riempì sino a un terzo e, dopo averne offerta una dose al suo uomo, si distese comodamente sulla poltrona di fronte alla sua.

-  Ti spiego - iniziò - ... stamattina alle sette... dico alle sette... squilla il telefono:... "Pronto? Parlo con la baronessa Klagenfurt? Sono Costantinopolo, l'ambasciatore caseario... Vi ricordate di me?"... Non aggiungo altro... Sam e Valeria, ieri sera, i numeri li avevano letti prima che uscissero... e volevano entrambi la stessa cosa: una villa del Settecento... non per loro, naturalmente, ma per i nostri nipoti.

-  E già... che baroni saremmo senza una villa del Settecento?... Ma poi, come hai fatto a trovare i soldi?

-  Non ho finito... Sempre ieri sera, subito dopo i figlioli, indovina chi si fa vivo?... Alessandro Manzoni in persona... "Assuntì", mi dice... "sono usciti i numeri pitagorici... li avete giocati?

-  Alessandro Manzoni - riflettè ad alta voce il barone - che ne sapeva lui dei numeri pitagorici?... Va beh... vai avanti.

-  Che potevo rispondere? - proseguì Assuntina - Dissi di sì, che li avevamo giocati... Allora lui disse che se il fatto si fosse saputo non avremmo più avuto pace.

Respirò, bevve un sorso di amaro dolciastro e proseguì.

-  Io risposi che il problema non era urgente e che i soldi, nel caso, li avremmo avuti entro qualche mese, ma lui spiegò che proprio lì covava il pericolo, e che non c'era tempo da perdere... "Metti che qualcuno di questi banditelli non organizzati cominci a chiedere soldi... tu che fai?... Ti rivolgi a me?... O ti rivolgi alla polizia?... Intanto non hai pagato e passi dalla parte del torto...Invece tu, tranquilla, li prendi in contropiede... e ti garantisci il silenzio... accetti un anticipo e ti impegni con noi... non ti toccherà più nessuno... di quanti soldi avresti bisogno?" - Bevve un altro sorso.

-  Io feci il conto - proseguì - e calcolai... Trecentosettanta alla compagnia del barbiere, più mille e mille le ville... più mille a Manzoni per la protezione e il silenzio a vita...

-  E l'interesse sul prestito? - interruppe il barone - E' qui che bisogna stare attenti, specialmente riguardo ai tempi di restituzione.

-  No, Alessandro è stato preciso... mille anche lì a forfait, senza tasso e senza limite di tempo sulla restituzione.

-  Sicché - concluse il barone calcolando mentalmente - sarebbero in tutto quattro miliardi più 370 milioni e sei... e poi, come hai fatto?

-  Stamattina alle dieci, presenti Sam e Valeria, sono arrivate tre persone: una, Alessandro Manzoni, un'altra un rappresentante dell'immobiliare che cura le ville del Settecento... l'ultima, il direttore di una finanziaria privata...

-  O' strozzino - interruppe il barone.

-  ... che garantì l'autenticità di tutti passaggi. Furono compilati quattro assegni da mille milioni l'uno, che furono consegnati subito... più altri quattro da novantaquattro milioni, che Sam prese e portò, la mattina stessa, in barbieria, ove poi fu organizzato il rinfresco che sai.

-  Beh, tutto sommato - concluse con un sospiro liberatorio il barone - ti sei portata saggiamente - abbiamo perso due miliardi puliti, ma avremmo potuto anche vincerne trentacinque invece che trentasette... - e finalmente il barone liberò la propria allegrezza trattenuta dal dubbio di tante ore.

-  Ora hai il permesso di accomodarti nella poltrona con me... e tante coccole.

-  Abbiamo speso quattro miliardi e mezzo in meno di un'ora - rideva Assuntina.

-  E tu non hai fatto un poco di cresta?  Non hai imbrogliato?

-  No, nemmeno una lira... - e ridevano entrambi.

Fu la donna, comunque, a smettere per prima.

-  Non è finita - disse - bisogna ancora pensare alla consegna della ricevuta delle giocate.

Il barone fulmineamente gelò. Si rese conto che la sicura allegria della moglie lo aveva contaminato.

-  Hai detto di avere giocato anche tu? - chiese in tono sommesso.

-  Sì, ma i miei numeri scemi non sono usciti... - e rideva.

Il barone barcollò, piegò la testa su un fianco e rimase inebetito a occhi aperti.

-  Che hai?... Che hai?... La gioia si domina... sii uomo, tirati sù... - e corse alla bottiglia dell'amaro dolciastro.

-  Assuntì... io sabato non ho giocato!

A questo punto gelò anche lei.

-   Ma che dici?... Tu non hai mai mancato una giocata!

-  Mi dicesti che avevi giocato anche tu... - ma il barone all'improvviso ebbe un ripensamento - E allora, chi ha vinto?... I numeri sono usciti a Napoli, e ottener due sestine uguali indipendenti... eppoi in una stessa città... è cosa matematicamente impossibile... Quindi tu hai giocato e hai vinto - qui Sigfrido si mise a gridare - ...e facevi scena... dì subito che sei già pronta a scappare con il tuo amante!

-  Quale amante... disgraziato?!

-  Alessandro Manzoni... come altrimenti avrebbe potuto saperne dei numeri pitagorici?

Assuntina si mise a piangere, e avrebbe voluto graffiare l'uomo che le stava davanti, ma all' improvviso ammutolì e perse le forze. Il barone a sua volta, realizzando di avere gridato a vanvera, preso da compassione si adoperò a rianimarla. Tornata in sè la donna, nella stanza ci fu una situazione di assoluto silenzio e calma apparente.

Prova a telefonare a Manzoni - disse il barone dopo qualche minuto - e fai annullare tutti gli assegni.

Assuntina si riprese e raggiunse il telefono che lì, nel salotto, era adattato su un tavolino a mezzo metro da lei. Lentamente digitò un numero: la segreteria telefonica possedeva un sistema di "viva voce".

-  E' difficilissimo trovarlo - mormorò. 

Invece Manzoni rispose subito, sebbene non immediatamente in prima persona. La donna raccontò l'accaduto con voce che denunciava la grande emozione del momento. Altrettanto umanamente rispose il boss, che era uomo sensibile, e in quel frangente quasi piangeva.

-  Anche tu credi alla leggenda del camorrista?... Ma lo sai chi veramente sono io?... un prestanome... Chi domina incontrastata è l'usura... e adesso i soldi sono usciti da lì... vedi... non posso nemmeno condonarti il mio credito, poichè, dopo ciò che mi dici, io quei soldi li vedrò mai.

-  Ma le ville? - si fece sentire il barone dalla poltrona.

-  Le ville lo stesso... - gli assegni sono stati pagati dagli strozzini, verso i quali io sono un seme di cece e loro la macina.

Terminata la litania, Assuntina depose il ricevitore, chinò il capo e continuò a singhiozzare.

Il primo a riprendersi e a realizzare la gravità della situazione fu il barone.

-  Assuntì, ho fatto male a suggerirti di telefonare... Ora Manzoni sarà costretto a restituire l'assegno da mille ricevuto stamane e a riferire subito tutto... Siamo in pericolo di vita, e forse abbiamo solo stanotte per cavarcela in qualche modo.

-  Telefoniamo a Sam e al marito di Valeria...

-  No, per carità... sarebbe il caos... aspetta... - Tirò a sé l'agendina telefonica che si trovava a portata di mano e cercò un nome: - Ecco... fai questo numero... E' il commissariato di via Manzoni... domanda dell'ispettore olandese... inventa qualcosa... dì che mi sono sparato... ma che venga subito.

Assuntina cominciò a digitare, e così facendo collegò la nostra storia alla parte finale del primo capitolo.

 

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