La Cassetta di Re Gioacchino

 
  

 
 
  
 
 

II.

 

  

 

Per capire almeno un poco chi sia il barone Sigfrido da Klagenfurt e come c'entri nella nostra storia, occorre fare un passo indietro di un paio di settimane soltanto e rimanere in Napoli.

Chi fosse entrato, infatti, nella bottega da barbiere "da Figaro" in piazza Mazzini una domenica mattina si e una no, avrebbe trovato il barone in compagnia di un gruppetto ben definito di gentiluomini, conciateste compreso, che si davano appuntamento fisso per una spuntatina e una barba.

Erano tali persone, oltre al barone Klagenfurt già nominato, ma ancora assente nell'iniziare di questa scena, l'ambasciatore Gennaro Costantinopolo, lo scrittore cinematografico Ciro Taruffo, entrambi napoletani, il bibliotecario Pierino Pierini, originario marchigiano.

Per età erano in scala, dal giovanissimo trentenne cinematografico, al più posato ambasciatore, all'anziano bibliotecario e all'ormai tramontante barone, sempre attivo e di buona testa, come vedremo. Facevano corona a questo gruppetto il barbiere, che chiameremo "Figaro", con il suo giovane apprendista. La bottega era piccola, con due poltrone, una sola occupabile, che l'altra attendeva il secondo tonsore, che forse sarebbe stato atteso a lungo in quanto "antieconomico".

Il motivo di quegli appuntamenti sistematici era giustificato dal fatto che quelle cinque persone, barbiere compreso, erano legate da un patto d'onore. Caduta un giorno la conversazione sul tema "Superenalotto", chi raccontando i propri sogni, chi teorizzando la smorfia, ognuno vantando la propria esperienza, giunsero all'accordo che chi avesse vinto avrebbe ripartito fra gli altri quattro l'uno per cento della somma ottenuta.

Ciascuno vantava la propria parte: il barbiere avrebbe ricevuto il beneficio dal nonno morto; il cinematografico dalla traduzione in numeri del migliore fra i suoi soggetti; l'ambasciatore dalla sua devozione a San Gennaro, del quale portava il nome; il bibliotecario da una sestina che gli era giunta da Francesco Petrarca in persona, evocato, diceva, in seduta medianica; il barone Klagenfurt dai numeri pitagorici, intorno ai quali poi si dirà.

Iniziata la scena, alla poltrona stava il bibliotecario, occupato nella biblioteca universitaria della "Suor Orsola Benincasa". Professionalmente era molto stimato: capace, si diceva, di giudicare un libro senza leggerlo nè aprirlo... - Mi è sufficiente - usava dire - conoscere il nome dell'autore e della casa editrice per sapere quanto valga ciò che vi è dentro.

Avvolto nel suo lenzuolo, osservando la compagnia dallo specchio, si rivolse al giovane Ciro Taruffo. Era costui commesso di Rinascente, dilettante di soggetti cinematografici che spediva a registi suoi amici, ricevendone incoraggiamenti per il futuro.

-  Avete qualche nuovo soggetto da raccontarci? - chiese il bibliotecario.

-  Ne sto iniziando due nuovi contemporaneamente... li ho in testa, ma non vorrei anticiparli.

-  Approfitta della presenza di don Pierino - incoraggiò l'ambasciatore - che lui potrà darti un giudizio preciso.

Era, l'ambasciatore, un imprenditore benestante che aveva in proprio un banco d'alimentarista nel mercato di Antignano,  sovrastato da una vistosa insegna che recitava: GENNARO COSTANTINOPOLO AMBASCIATORE CASEARIO. Si raccontava di lui che, proprio in virtù di una identica scritta fatta stampare sulle fiancate della propria "Mercedes" di seconda mano, ma ben tenuta, un giorno scampò a una multa uscendo sorridente dall'automobile, dicendo al vigile: - Sono un ambasciatore... Ambasciator non pate pena. - E il vigile si scusò.

Anche il barbiere insistette.

-  Signor Ciro, fateci pregustare i nuovi film in anteprima.

Il lettore non napoletano può notare, giudicando i nostri personaggi dall'età e dalla loro reale importanza sociale, come il titolo laicizzato di "don" sia superiore a quello di "signor", che può essere dato anche ai giovani quando siano a modo e bene vestiti. Il "don" non si dà mai agli sconosciuti, e può accadere che chi lo riceva da sconosciuti se ne dispiaccia; per meritarlo occorre prima essere accettati quali persone rispettabili e amiche. Per questo motivo, spesso anche il "dott." gli è ritenuto inferiore. Supera il "don" soltanto il titolo nobiliare riconosciuto.

-  Ho in mente due trame di grande effetto - iniziò Ciro in tono serioso - Il primo è un film di catastrofe; il secondo è intitolato "Susanna, la vergine di Cartagena".

-  Sentiamo prima il film di catastrofe - disse Pierini.

-  Si tratta di un'idea che m'è venuta durante il lavoro, in un momento in cui il mio reparto era vuoto...Pensate alla città del Cairo, al deserto con le piramidi e la sfinge... a un panorama grandioso...Pensate poi che la scena si sposti nell'interno del palazzo del governo egiziano... il Presidente fa entrare il ministro per il turismo e gli dice:... Molti paesi nel mondo minacciano la nostra superiorità turistica: fate qualcosa affinché essa si affermi definitivamente... Il ministro va, poi riflette: Che cosa non abbiamo noi che altri hanno?... Medita un po' e poi gli viene: la neve!

Così, fa venire dalla Germania un noto scienziato inventore del cannone da skappnell a molecola fredda "la Berta", che lui può puntare verso le nuvole provocando il raffreddamento delle medesime e la caduta della neve sopra il deserto.

-  Ma il deserto è piatto, e non vi si potrebbe sciare - interruppe Pierini.

-  No - interruppe a sua volta l'ambasciatore - ci sono le dune.

-  Ha ragione - sostenne il barbiere mentre, con il rasoio, ripuliva il collo del suo sottoposto - ... Si può salire sopra una duna e poi, giù con la slitta.

-  No, no - troncò subito Ciro Taruffo - Siete fuori strada, non avete capito niente.

-  Sentiamo - disse Pierini con tono marcatamente dubitabondo.

-  La soluzione che dite voi sarebbe degna di un film banale... in realtà che succede... lo scienziato sbaglia la formula e le nubi, invece di ammorbidirsi e nevicare, congelano e, diventando pesanti, precipitano sulla città del Cairo e sul deserto.

-  La grandine - pensò Pierini ad alta voce.

-  Macché grandine - protestò Taruffo - ... una poderosa lastra di ghiaccio larga centinaia di chilometri e spessa uno, che cade sulla città e sul deserto... nessuna possibilità di salvezza... i cammelli schiacciati... tutti i turisti morti... una scena potente e scioccante nel tempo stesso... Cosa ne dite?

-  Sentiamo Susanna - gelò Pierini, mentre gli altri si tacitavano, e poi aggiunse: - Perchè Cartagena? ... Sarebbe più esatto dire Cartagine.

-  No, no... Cartagena... il covo dei pirati nell'isola della Tortuga.

-  Allora siamo nel Maracaibo, nel diciasettesimo secolo.

-  Sì.

-  E Susanna che fa?

-  Susanna è rapita dal pirata cattivo, ed il pirata buono si batte in duello per liberarla.

-  Vince... e tutti vissero felici e contenti - concluse Pierini.

-  No, e qui sta l'effetto... vince il cattivo, e lui la mette nel bottino e la regala all'intero equipaggio.

-  Allora, il pirata buono guarisce dalle gravi ferite, ritorna e la salva.

-  No, lei scopa... e qui sta l'effetto.

-  Si dice "spazza" - precisò Pierini - spazza le camerate dei pirati e rifà i letti... il tema della umiliazione... capisco.

-  No, lei scopa veramente, nel senso fisico.

-  Ma non è vergine?

  Che c'entra? ... Si tratta di un film...vergine si dice...

-  Ah, ma allora è un film porno! - concluse Pierini chiaramente contrariato - ... la trama di un film porno nessuno la compra... lo spettatore non vuole perdere tempo in trame... e poi, di quale vergine si va cianciando?

-  Don Pierino ha ragione - conciliò l'ambasciatore - Ambienta il film veramente a Cartagine, come lui suggerisce.

-  Si, sarebbe meglio - convenne Pierini - ... la si può far rapire dal gran sacerdote di Moloch.

-  Sì, si può fare - meditò Ciro Taruffo rispondendo in ritardo - ... la facciamo cristiana e vergine veramente.

-  No, a Cartagine non cristiana... magari romana - obiettò Pierini.

  Sant'Agostino era cartaginese - ribatté Ciro.

-  Sì, ma allora non dovrebbe esserci il sacerdote di Moloch! - insistette Pierini che stava già cominciando a irritarsi.

-  Lassa stà Moloch e i cristiani - pacificò l'ambasciatore che, da buon commerciante, superava gli altri due in furberia e buon senso - ... Tu non dici "Moloch"... dai, a quelli che rapiscono la vergine, un costume da cattivi; alla vergine un costume da buona... e magari la fai cristiana... - e diede a Pierini, attraverso lo specchio, uno sguardo d'intesa, come a dire "cosa ne importa a noi, lascia fare" - Poi fai intervenire "il buono" e liberi la vergine dopo un sacco di botte e crolli.

-  Così andrebbe un po' meglio - commentò Pierini ancora poco convinto - però devi stare attento all'eroe: non Ercole... non Maciste... che ciò sarebbe antistorico... ma Ursus!

-  Ursus va bene - approvò Ciro Taruffo - e già vedo la scena madre: lei nel tempio pagano, in procinto di essere mangiata dal dio cattivo... Ursus e i suoi che accorrono in suo soccorso passando dall'interno della cloaca massima... all'ultimissimo istante escono e danno combattimento vincente...

-  Ma no, no! - gridò Pierini voltandosi bruscamente, a rischio di rimetterci un orecchio - Non puoi fare uscire l'eroe dal buco del cesso... sempre dall'alto! Robinùd si lancia dal lampadario, Conan scende dall'interno della torre... Così!

-  Dai retta al bibliotecario Pierini, che il lavoro ti viene bene - commentò l'ambasciatore, rivolto a Ciro.

-  Va bene, va bene - si affrettò a consentire costui. Poi, riflettendo, aggiunse - Il tema può essere migliorato... il gran sacerdote può innamorarsi della vergine... e questo darebbe profondità alla storia.

-  Sì... e ci mettiamo dentro anche il campanaro di Notre Dame - gridò Pierini, ormai al limite della pazienza.

-  No, perchè qui siamo a Cartagine, e i templi pagani non avevano le campane!

Al che, sopraffatto, il Pierini si tacque, mugugnando fra sè: - Questo film non s'ha da fare - e questa frase gli fece venire in mente il boss della camorra Alessandro Manzoni, nome che a sua volta richiamava quello del barone Sigfrido da Klagenfurt, che si diceva fosse suo amico.

-  Il barone Klagenfurt non si vede ancora - mormorò, ma proprio in quella, evocato, il barone apparve.

 

* * *

 

Era costui il più anziano del gruppo, nato probabilmente nel 1921, poiché nel 1939, finito appena il liceo a Vienna, era stato richiesto da Anton Dohrn, allora direttore della Stazione Zoologica di Napoli e amico del padre vecchio soldato austriaco, a svolgere un incarico da tecnico in biologia marina.

In quel tempo non era ancora barone, nè sarebbe mai potuto diventarlo se un paio di giorni prima del capodanno, verso la metà di settembre, proprio quando mancavano poche ore alla sua partenza per la capitale austriaca, non avesse ricevuto una telefonata da un amico di casa che gli raccomandava di non venire, che la sua famiglia era stata deportata al completo. Era, infatti, Sigfrido, di origine ebraica, ed a chiunque gli avesse chiesto il perchè di quel suo nome, avrebbe risposto che nessuno in famiglia aveva mai saputo di essere nemico del popolo tedesco e della Germania.

A tale notizia il giovane, che abbondava di quella intelligenza che viene notoriamente attribuita ai componenti della sua razza, decise di cavarsela con un colpo di furberia. Raccolto quanto poteva dei propri indumenti e tutto il poco denaro che possedeva, chiese un biglietto per Vienna, ma discese a Bologna e tornò in Napoli il giorno stesso... l'unica città in Europa ove avrebbe potuto trovare un appoggio. Era stato, infatti, raccomandato dalla famiglia ad alcuni conoscenti ebrei napoletani, dai quali confidava sarebbe stato aiutato.

Trovò, infatti, sostegno, nonostante i tempi fossero assai difficili anche per gli ebrei italiani. Fu fatta una colletta, alla quale partecipò la Sinagoga e, compiacente un cristiano, furono acquistati alcuni ettari di terra in quel di Ottaviano, che furono affidati a una famiglia bracciantile del posto, nella quale Sigfrido avrebbe dovuto comparire come un bracciante aggiunto. Gli fu detto di conservare i documenti originali, ma non mostrarli; di rimanere sempre in campagna, mai farsi vedere in paese e nascondersi in caso di indesiderate ispezioni. A guerra finita, comunque fossero andate le cose, avrebbe cercato di espatriare.

In tal modo il giovane Federico, bruno, robusto, piccolo di statura, per quattro anni rinforzò il proprio fisico nei lavori agricoli sino a che, liberato che fu dall'armata alleata, presentatosi in paese con un carisma da perseguitato e fatti i soldi vendendo alla borsa nera una parte dei beni agricoli che produceva, aumentò gli ettari di campagna, liquidò il cristiano prestanome e divenne proprietario effettivo. Dovette ciò anche al fatto d'avere messo in cinta, e poi sposato in comune qualche anno più tardi, Assuntina, figlia del proprio bracciante.

Fu così che, un po' per i soldi che aveva saputo meritatamente guadagnare, un po' per il carisma che le autorità del luogo gli riconoscevano, un po' in virtù del suocero zappatore, il popolo cominciò a nominarlo "barò", cosa che si rinforzò una ventina d'anni più tardi, quando si scoprì che la moglie Assuntina, cristiana battezzata e rimasta tale, era stata compagna di scuola, alle elementari, del boss camorrista Alessandro Manzoni, cosa che perfezionò il suo titolo nonostante egli, pubblicamente, se ne lagnasse.

Il barone Sigfrido, a settantotto anni, era ancora un uomo fisicamente valido cui la perdita della giovinezza e della maturità non avevano tolto gran che; i suoi capelli da neri erano divenuti bianchi e parlava ancora tedesco meglio dell'italiano, nonostante fosse mai più tornato nella sua terra d'origine. Non così però il napoletano stretto, che lui parlava in modo spontaneo meglio ancor del tedesco, mantenendo però, occorre dirlo, la "erre" mitteleuropea, della quale in questa scrittura, non terremo conto.

Vestiva, nella buona stagione, da quando aveva superato i sessanta, in abito monopetto, con la semplicità, ma anche con la decenza e il tono delle persone anziane che tengono ancora a ottenere rispetto.

Quando entrò nel salone fu accolto da una serie di oh! di falsa ovazione, che volevano soltanto sottolinearne il ritardo.

-  Ancora nulla? - gli chiese il barbiere.

-  Ho fatto due... ma bisogna aspettare.

Nessuna fra le sei persone presenti, compreso il garzone che però non partecipava alla società, si sarebbe mai persa la giocata di un giorno, che normalmente era eseguita la mattina stessa della estrazione, il sabato ed il mercoledì, o nella sera del giorno precedente.

-  Quali numeri sono usciti? - chiese ancora il barbiere, e il barone rispose:

-  Il quattro e il trentuno.

-  Come li calcolate i numeri pitagorici? - chiese Costantinopolo, ma al posto del barone rispose Pierini, il bibliotecario, che intanto aveva finito e stava pagando. Trattandosi di un argomento culturale, si sentiva autorizzato ad intervenire.

-  Il numero dieci, secondo Pitagora, simbolizza l'universo - precisò, scandendo le frasi - e il numero quattro la sua potenza. Infatti, 1 + 2 + 3 + 4 fanno dieci. La sestina pitagorica è quindi fatta da tutti i numeri la cui somma dà quattro, con in più il dieci, e quindi: 4, 10, 13, 22, 31, 40.

-  Perchè non tutti i numeri la cui somma fa dieci? - chiese Ciro Taruffo, e questa volta rispose il barone.

-  Perchè la giocata è secondo potenza, non secondo universo... infatti, se si vince si ha potenza... e poi il dieci non fa sestina.

Stava entrando adesso in poltrona l'ambasciatore, ma noi qui lasceremo il gruppo per riavanzare, nel prossimo capitolo, di due settimane ancora.

 

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