(1775  -  1831)

 

 

 

 DEAD WALKING

 

(MAN AND WOMAN)

 

Dalla “Storia del reame di Napoli”, di Pietro Colletta (1834)

Libro primo, capo primo, paragrafo undecimo:

 

 
 

 

 

In dieci anni, dal 1720 al 30, non avvennero in Napoli cose memorabili, fuorché tremuoti, eruzioni vulcaniche, diluvi ed altre meteore distruggitrici. Ma nella vicina Sicilia, l’anno 1724, fatto atroce apportò tanto spavento al regno, che io credo mio debito il narrarlo a fine che resti saldo nella memoria di chi leggerà; e i Napoletani si confermino nell’odio giusto alla inquisizione; oggidì che per l’alleanza dell’imperio assoluto al sacerdozio, la superstizione, l’ipocrisia, la falsa venerazione dell’antichità spingono verso tempi e costumi aborriti, e vedesi quel tremendo Uffizio, chiamato Santo, risorgere in non pochi luoghi d’Italia, tacito ancora e discreto, ma per tornare, se fortuna lo aiuta, sanguinario e crudele quanto né tristi secoli di universale ignoranza.

Andarono soggetti al Santo Uffizio, l’anno 1699, fra Romualdo, laico Agostiniano, e suora Geltrude bizzoca di San Benedetto: quegli per quietismo, molinismo, eresia; questa per orgoglio, vanità, temerità, ipocrisia. Ambo folli, però che il frate, con le molte sentenze contrarie a’ dogmi o alle pratiche del cristianesimo, diceva ricever angeli messaggeri da Dio, parlare con essi, esser egli profeta, essere infallibile: e la Geltrude, tener commercio di spirito e corporale con Dio, essere pura e santa, avere inteso dalla Vergine Maria non far peccato godendo in oscenità col confessore; ed altri assai sconvolgimenti di ragione.

I santi inquisitori ed i teologi del Santo-Uffizio avevano disputato più volte con quei miseri, che ostinati, come mentecatti ripetevano deliri ed eresie.

Chiusi nelle prigioni, la donna per 25 anni, il frate per 18 (attesochè gli altri sette li passò a penitenza nei conventi di San Domenico) tollerarono i martorii più acerbi, la tortura, il flagello, il digiuno, la sete; e alla fine giunse il sospirato momento del supplicio. Avvegnachè gl’inquisitori condannarono entrambo alla morte, per sentenze confermate dal vescovo di Albaracin, stanziato a Vienna, e del grande inquisitore della Spagna ; dopo di che il devoto imperatore Carlo VI comandò che quelle condanne fossero eseguite con la pompa dell’Atto di Fede. Le quali sentenze amplificavano il santissimo tribunale, la dolcezza, la mansuetudine, la benignità de’ santi inquisitori: e incontro a sensi tanto umani e pietosi, la malvagità, la irreligione, la ostinatezza de’ due colpevoli. Poi dicevano la necessità di mantenere le discipline della sacrosanta cattolica religione, e spegnere lo scandalo, e vendicare lo sdegno de’ cristiani.

Il dì 6 di aprile di quell’anno 1724, nella piazza di Sant’Erasmo, la maggiore della città di Palermo, fu preparato il supplizio. Vedevi nel mezzo croce altissima di color bianco e da’ lati due roghi chiusi, alto ciascuno dieci braccia, coperti da macchina di legno a forma di palco, alla quale ascendevasi per gradinata; un tronco sporgeva dal coperchio di ogni rogo: altari da luogo in luogo, e tribune riccamente ornate stavano disposte ad anfiteatro dirimpetto alla croce; e nel mezzo, edificio più alto, più vasto, ricchissimo di ornamenti per velluti, nastri dorati ed emblemi di religione. Questo era per gli inquisitori; le altre logge per il viceré, l’arcivescovo, il senato, e per i nobili, il clero, i magistrati, le dame della città: il terreno per il popolo.

A’ primi albori le campane sonavano a penitenza: poi mossero le processioni di frati, di preti, le confraternite; che, traversando le vie della città, fatto giro intorno alla croce, si schierarono all’assegnato luogo. Popolata la piazza sin dalla prima luce, riempivano le tribune genti che, a corpi o spicciolate, con abiti di gala, venivano al sacrificio: era pieno lo spettacolo; si attendevano le vittime.

Già scorso di due ore il mezzo del giorno, mense innumerevoli ed abbondanti coprirono le tribune, così che la scena preparata a mestizia mutò ad allegrezza. Fra’ quali tripudii giunse prima la misera Geltrude, legata sopra un carro, con vesti luride, chiome sparse e gran berretto di carta che diceva il nome, scritto con dipinte fiamme d’inferno.

Convoiavano il carro, tirato da bovi neri e preceduto da lunga processione di frati, molti principi e duchi sopra cavalli superbi; e dietro, cavalcati a mule bianche, seguivano tre padri inquisitori.

Giunto il corteggio, e consegnata la donna ad altri frati domenicani e teologi per le ultime e finte pratiche di conversione, ricomparve corteggio simile al primo per il frate Romualdo: ed allora gl’inquisitori sederono nella magnifica ordinata tribuna.

Compiute le formalità, bandito ad alta voce l’ostinato proponimento de’ colpevoli, lette le sentenze in latino, prima la donna salì al palco, e due frati manigoldi la legarono al tronco, e diedero fuoco alle chiome, imboitate innanzi di unguenti resinosi acciò le fiamme durassero vive intorno al capo: indi bruciarono le vesti, anch’esse intrise di catrame, e partirono. La misera rimasta sola sul palco, e le ardevano intorno e sotto i piedi le fiamme, cadde col coperchio del rogo; e scomparso il corpo, rimasero ai sensi degli spettatori i gemiti di lei; le fiamme, il fumo, che andavano ad oscurare l’alta croce di Cristo svergognata.

Così, fra Romualdo morì nell’altro rogo, dopo aver visto il martirio della compagna. Tra gli spettatori notavasi un drappello sordido, mesto, di 26 prigioni del Santo Uffizio, voluti presenti alla cerimonia: soli fra tutti che piangessero di quei casi, perciocché gli altri, sia viltà, o ignoranza, o religion falsa, o empia superstizione, applaudivano l’infame olocausto.

Erano i tre inquisitori frati spagnoli: degli allegri assistenti non dirò i nomi, però che i nipoti, assai migliori degli avi, arrossirebbero; ma sono in altre carte registrati; che raramente le pubbliche virtù, più raramente i falli rimangono nascosti.

Descrisse quell’atto in grosso volume Antonio Mongitore; e dal dire e dalle sentenze si palesò divoto e partigiano del Santo Uffizio: egli, lodato per altre opere e soprattutto per la biblioteca siciliana, chiaro mostrò che la dolcezza delle lettere umane era stata in lui vinta dagli errori del tempo e dalla intolleranza del suo stato: era canonico della cattedrale.

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I fatti quivi narrati, e tutti gli altri consimili, spesso catalogati quali “prodotti dei tempi”, sono piuttosto prodotti ideologici, conseguenze e manifestazioni di culture incomunicabili.

E’ pensabile che anche le recenti polemiche che hanno riguardato alcuni casi di condanne a morte eseguite negli Stati Uniti d’America, ultimo quello della Virginia, siano state condotte da noi italiani, pur se con fronte capovolto, probabilmente con tali metodi.

Intendo, intervenendo sul caso singolo, appunto in modo incomunicabile, sul fondamento di affermazioni mal provate e mal controllabili, chiamando a sostegno il popolo, o illudendoci di farlo, abbiamo forse percorso un vicolo cieco e ci siamo dovuti fermare scornati e  “col morto in casa”.

Gli è che non possediamo (noi europei), una tale tranquillità di coscienza da sfidare il mondo su questi temi. Soprattutto quando dimentichiamo che l’abolizione della pena di morte è conseguenza logica della cultura liberale, del principio di tolleranza e comunicabilità che ci provengono dalle primissime dichiarazioni dei diritti dell’uomo. Su questi punti gli americani dovrebbero essere i primi a sentirsi in contraddizione.

Tuttavia gli Stati Uniti, dal tempo di Giorgio Washington e Beniamino Franklin, ovvero da qualche decina d’anni dai fatti sopranarrati, hanno applicato la pena di morte soltanto contro persone colpevoli di crimini veri, di gravi violazioni del codice penale in uso, non di  pensieri e convinzioni. Anche considerando il 100% di errori giudiziari e trasgressioni volute da giudici indegni (esemplare il caso Sacco e Vanzetti), il principio rimarrebbe.

Noi europei, ad esclusione forse del Regno Unito e, nel XX secolo, di poche altre nazioni, abbiamo applicato la pena di morte per reati di pensiero, assai spesso su galantuomini, e ciò sino a poche decine di anni fa. Chiunque può fare ricerche su questo campo, e troverebbe l’abbinamento fisso: cultura ideologica dominante = pena di morte per reati d’opinione. Vai a destra, a sinistra, in cielo, e lo trovi.

Dimostrare che un condannato, ritenuto colpevole di un reato efferato, è invece innocente, è cosa lodevole, ma non risolve il problema di fondo.

Si risolverebbe molto di più, attivando una polemica civile, senza la presunzione di chi nasconde complessi di colpa.

                  

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B A S E                H O M E

 

 

F  I  N  E