Vetrinetta di antiche novelle

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Matteo Bandello. Nato nel 1485 in Castelnuovo Scrivia, presso Tortona, morì ad Agen (Francia) nel 1560 o 62. Di famiglia illustre (suo zio Vincenzo era generale dei Domenicani), studiò nell'Università di Pavia e, dal 1505 fu frate domenicano.

Viaggiò molto in Italia e conobbe le corti dei Bentivoglio, Sforza, Gonzaga (dei cui Luigi fu segretario); fu accolto in Ischia dalla regina Beatrice d’Aragona vedova di Mattia Corvino sovrano d’Ungheria; seguì Cesare Fregoso capitano dei Veneziani, nelle sue imprese, finchè costui non fu ucciso, nel 1541, dai sicari di Carlo V.

Riparato in Francia insieme alla vedova del Fregoso, divenne infine vescovo di Agen, luogo ove morì.

Le novelle del Bandello, pubblicate nel 1554 e nel 1573 in tre e poi in quattro volumi, costituiscono, a opinione del Morpurgo, la più vasta e importante raccolta novellistica italiana dopo il Decamerone. Trasse da Luigi da Porto ed ancor prima da Masuccio Salernitano, la storia famosa di Romeo e Giulietta; narrò di Ugo e Parisina ed a lui si ispirò anche Sem Benelli per la sua “Cena delle Beffe”.

 

 
 
 

Il diavolo in chiesa

 

Nel venerabil convento di San Domenico in Modena, essendo priore del luogo frate Agostino Moro da Brescia, avvenne che la terza festa di Pasqua un eccellente predicatore, che tutta la quadragesima (quaresima) aveva, con general soddisfacimento di tutta la città, predicato nella chiesa d’esso convento, pigliò, come costumano molti, licenza con quelle cerimonie che per l’ordinario fanno i predicatori.

E sapendosi per la città che quella doveva essere l’ultima predicazione del padre, vi concorse tutta la città, che pareva che in quella chiesa fosse la plenaria indulgenza; e tanto fu la calca e numerosità di gente, che la chiesa, per l’alito di tanti uomini e donne, resto tanto calda e ardente che, finita la predica, che era durata, avendo predicato dopo desinare, fin quasi a le ventidue ore, con grandissima difficoltà i frati dissero vespro e la compieta (preghiera per scongiurare le tentazioni notturne) insieme.

Il sagrestano, che era persona discreta ed avveduta, per disfogare la chiesa, aperse tutte le finestre che ci sono e gli usci, e stette più tardi che potè a serrar la porta grande d’essa chiesa. E tanto più che quella sera medesima  bisognò, nel cominciar della notte, seppellirvi un reo uomo di molto triste fama e del quale s’era detto per tutto che il diavolo gli era visibilmente apparito nella sua infermità, e ciascuno credeva che dovesse esser portato via in anima e corpo.

Finite l’esequie di questo reo uomo, il sagrestano, fermata la porta grande della chiesa, lasciò aperta quella che ha l’adito sul primo chiostro, a ciò che nella notte la chiesa meglio si rinfrescasse.

Era, quella stessa sera, venuto un frate che aveva predicato in montagna, ed aveva le sue cosucce portate suso un asinello nero come pece, e l’aveva riposto in una stalletta. Il quale asino, dopo che tutti furono a dormire, non so come, si partì dalla stalla e andò dentro il chiostro, dove l’erbetta era tenera e grassa e quivi stette buona pezza, pascendo l’erbetta d’esso chiostro. Da poi, avendo forse sete, andò per tutto fiutando, e s’avvenne al vaso dell’acqua benedetta, la quale tutta bevve, come poi il dì seguente i frati s’avvidero.

Pasciuto che fu e cavatosi la sete, andò su la sepoltura del reo uomo seppellito la sera innanzi, che tutta era coperta d’arena, e quivi, più volte aggirandosi, si distese per riposarvi.

E’ consuetudine che sonato il matutino, i novizi se ne vanno al coro e quivi apprestano le candele e i libri per cantar l’ufficio. Andarono dunque a l’ora del matutino due giovinetti per preparar ciò che era bisogno, e passati per la sagrestia, ne l’uscir di quella per andare al coro, videro messer l’asino disteso su la sepoltura, con gli occhi che assembravano due gran carboni ardenti, e duo orecchiacce lunghe che proprio rappresentavano duo corna.

Le tenebre, fomento ed aita del timore, il sepelito frescamente in quel luogo, col vedervi su quella orribile, a quella ora, bestia, levarono di sorte il giudizio ai timidi giovani che, senza pensare più innanzi, credettero fermamente quella bestia essere il diavolo. Onde, spaventati, si mossero quanto più le gambe ne gli poterono portare, a fuggir via, tenendosi ben avventurato colui che più forte se ne fuggiva.

Giunti in dormitorio, ansando e non potendo quasi formar parola, incontrarono alcuni frati che se n’andavano al coro, tra i quali era il maestro dei novizi. Egli, veggendo, per lo lume che tutte le notti arde in dormitorio, costoro tornarsene indietro, disse loro perché non andavano ad apprestar l’ufficio; i quali, con perturbata e timida voce, gli risposero che, su la sepoltura dell’interrato la sera, avevano visibilmente veduto il nemico dell’umana natura.

Il buon maestro, che non era perciò il più animoso uomo del mondo, cominciò a tremar di paura, e stava fra due se doveva discendere o no. Su questo arrivò frà Giovanni Mascarello, cantore e ottimo musico, il quale, sentendo questo, animosamente se n’andò giù. E come entrò in chiesa e vide quella bestia, che aveva disteso le orecchie per lo strepito che aveva sentito, se gli rappresentò innanzi il morto e la sua malvagia vita, e subito, rivolgendo le spalle, serrò l’uscio della sagrestia e corse di lungo di sopra, gridando quanto più poteva: - Patres mei, egli è il diavolo e il nemico de l'umana natura! - E più fiate replicava simili parole. 

Egli ha una grandissima voce e gridava sì forte che non vi fu frate che non lo sentisse.

Il priore, che allora usciva fuor della cella, se fece innanzi e a frà Giovanni disse: - Che pazzie son queste, cantore, che voi dite? Tacete e non fate a quest’ora cotesti romori

Padre – rispose allora il cantore - io non farnetico, ma vi dico che il diavolo è in chiesa, ed io visibilmente con questi miei occhi l’ho veduto su la sepoltura di quell’uomo di così mala fama, che iersera seppellimmo. E credo che sia venuto per portarsene all’inferno il corpo di costui. Questi dui giovani anco l’hanno veduto.

Domandato dal priore che cosa vista avessero, dissero il medesimo che frà Giovanni detto avea. Il perché il priore, pigliati seco alquanti di quei frati che quivi il romore aveva ragugnati, scese giù ed entrò in chiesa. Ed avendo tutti la immaginazione di ciò che avevano inteso, si pensavano senza dubbio, come videro l’asino, di veder il demonio infernale. Il perché tutti, tremando, si fecero il segno della croce e ritornarono in sagrestia, ove il priore, fatto un poco di consiglio con quei frati che quivi erano, fece sonar a capitolo (a generale convocazione).

Ed essendo tutti i frati uniti insieme, fece loro una esortazione, pregandoli tutti a far buon animo, e non temere questa apparizione diabolica. Esortati ed animati, i frati andarono tutti di brigata in sagrestia, ove si vestirono de le vesti sacre e pigliarono tutte le reliquie che avevano. E avendo ciascuno qualche santa cosa in mano, con la croce innanzi, uscirono processionalmente, cantando divotamente la Salve Regina.

Per tutto questo messer l’asino , che se ne stava a suo bell’agio, punto non si mosse dal luogo che preso aveva. V’erano pochi che ardissero alzar gli occhi verso la bestia, e tutti erano così fermati in opinione che il demonio si fosse, che non vi fu mai nessuno che dell’asino s’accorgesse.

Finita di cantar la Salve Regina, nè per tutto ciò l'asino levandosi, si fece il priore dare il libro de li esorcismi, che si adopera a cacciar gli spiriti maligni dai corpi degli spiritati, e lesse tutte quelle virtuose parole che a simil ufficio si convengano. Né per tutto questo l'asino fece vista di volersi levare.

A la fine il priore prese l’aspersorio dell’acqua santa, ed alquanto più del solito accostatosi all’asino, alzata la mano, quello cominciò col segno della croce a spruzzare d’acqua benedetta e, per la fissa immaginazione che in capo avea, mai non s’avvide che non demonio, ma asino era. Ora, avendolo due o tre volte assai bene inacquato, o che messer l’asino sentisse la frigidezza dell’acqua o pur che dubitasse col bastone de l’aspersorio esser battuto, veggendo tante volte il priore aver levato la mano come se bastonarlo il volesse, addrizzatosi in piè, con orribile ragghiar asinino, che con gran voce mandò fuori,  tutta bruttò la sepoltura. Onde, con questi ridicoli atti diede al priore e a’ frati il segno che non era il diavolo, ma messer l’asino. In questo, tutti i buoni frati rimasero con un palmo di naso, e non sapevano che si dire né che si fare.

A la fine tutto si risolse in gran riso, e parve loro gran cosa che giovani e vecchi, filosofi e teologi, tutti restassero de la vista d’un asino scornati. E certo si può dire che la immaginazione profonda di cose triste nuoce assai, e che è meglio con ragionevole audacia investigar il vero che inconsideratamente intrar in timore e creder a l’altrui fantasie.

 

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