G A L A T E O

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capi  25 - 30.

 

 

CAPO  XXV

 

Raccontato il fatto d' uno scultore, si scusa l' autore di non saper praticare ciò che sa insegnare.

Quindi prende occasione di confortare il suo udito ad avezzarsi al buon costume nell' età tenera.

Spiega l' eccellenza della ragione e la forza sua contra le inclinazioni della natura: ed epiloga brevemente il detto sin ora.

 

Secondo che racconta una molto antica cronica, egli fu già nelle parti della Morea un buono uomo scultore, il quale per la sua chiara fama, siccome io credo, fu chiamato per soprannome, Maestro Chiarissimo.

Costui, essendo già di anni pieno, distese certo suo trattato, e in quello raccolse tutti gli ammaestramenti dell' arte sua, sì come colui che ottimamente gli sapea, dimostrando come misurar si dovessero le membra umane, sì ciascuno da sé, sì l' uno rispetto all' altro, acciocché fossero in fra sé rispondenti.

Il quale suo volume egli chiamò "il Regolo", volendo significare che, secondo quello si dovessero dirizzare e regolare le statue che per lo innanzi si farebbono per gli altri maestri, come le travi e le pietre e le mura si misurano con esso il regolo.

 

Ma conciossia che il dire è molto più agevol cosa che il fare e l' operare; e oltre a ciò la maggior parte degli uomini, massimamente di noi laici e idioti, abbia sempre i sentimenti più presti che lo intelletto, e conseguentemente meglio apprendiamo le cose singolari e gli esempi, che le generali e i sillogismi.

La qual parola deve dire in più aperto volgare le ragioni.

Perciò, avendo il sopraddetto valentuomo risguardo alla natura degli artefici, male atta agli ammaestramenti generali, e per mostrare ancor più chiaramente la sua eccellenza, provvedutosi di un fine marmo, con lunga fatica ne formò una statua così regolata in ogni suo membro, e in ciascuna parte, come gli ammaestramenti del suo trattato divisavano e come il libro aveva nominato. Così nominò la statua, pur "Regolo" chiamandola.

 

Ora, fosse piacer di Dio che a me venisse fatta almeno in parte l' una sola delle due cose che il sopraddetto nobile Scultore e Maestro seppe fare perfettamente, cioè il raccozzare in questo volume quasi le debite misure dell' arte della quale io tratto: perocché l' altra, di fare il secondo Regolo, cioè di tenere e osservare ne' miei costumi le sopraddette misure, componendone quasi visibile esempio e materiale statua, non posso io guari oggimai fare.

Conciossia che nelle cose appartenenti alle maniere e costumi degli uomini non basti aver la scienza e la regola, ma convenga oltre a ciò, per metterle ad effetto, l' uso.

Il quale non si può acquistare in un momento, ne' in breve spazio di tempo, ma conviensi fare in molti e molti anni, e a me ne avanzano, come tu vedi, oggimai pochi.

Ma non pertanto non dei tu prestare meno fede a questi ammaestramenti, che bene può l' uomo insegnare ad altri quella via per la quale camminando, egli stesso errò. Anzi, per avventura, coloro che si smarrirono hanno meglio ritenuto nella memoria i fallaci sentieri dubbiosi, che chi si tenne pure per la diritta.

 

E se nella mia fanciullezza, quando gli animi sono teneri e arrendevoli, coloro a' quali caleva di me avessero saputo piegare i miei costumi, forse alquanto naturalmente duri e rozzi, e ammollirli e polirgli, io sarei per avventura tale divenuto qual io ora procuro di render te, il quale mi dei essere non meno che figliol caro.

Che, quantunque le forze della natura siano grandi, nondimeno ella pure è assai spesso vinta e corretta dalla usanza.

 

Ma vuolsi tosto incominciare a farsele incontro e a rintuzzarla prima che ella prenda soverchio potere e baldanza. Ma le più persone nol fanno; anzi, dietro all' appetito sviate, e senza contrasto seguendolo dovunque esso le torca, credono d' ubbidire alla natura, quasi la ragione non sia degli uomini natural cosa.

Anzi ha ella, siccome donna e maestra, potere di mutar le corrotte usanze e di sovvertire e di sollevare la natura, ove ch' ella inclini, o caggia alcuna volta.

Ma noi non l' ascoltiamo per lo più, e così per lo più siamo simili a coloro a chi Dio non la diede, cioè alle bestie, nelle quali nondimeno adopera pure alcuna cosa, non la loro ragione, che niuna ne hanno per sé medesime, ma la nostra.

Come tu puoi vedere che i cavalli fanno, che molte volte, anzi sempre, sarebbon per natura selvatichi, e il loro maestro li rende mansueti, e oltre a ciò quasi dotti e costumati, perciocché molti ne andrebbono con duro trotto, ed egli insegna loro d' andare con soave passo, e di stare, e di correre, e di girare, e di saltare insegna egli similmente a molti. Ed essi l' apprendono, come tu sai che fanno.

 

Ora, se il cavallo, il cane, gli uccelli, e molti altri animali ancora più fieri di questi, si sottomettono all' altrui ragione, e ubbidisconla, e imparano quello che la loro natura non sapea, anzi repugnava, e divengono quasi virtuosi e prudenti quanto la loro condizione sostiene, non per natura, ma per costume; quanto si dee credere, che noi diverremmo migliori per gli ammaestramenti della nostra ragione medesima, se noi le dessimo orecchie.

 

Ma i sensi amano e appetiscono il diletto presente, quale egli si sia, e la noia hanno in odio e indugiano, e perciò schifano anco la ragione, e par loro amara, conciossia che ella apparecchi loro innanzi, non il piacere, molte volte nocivo, ma il bene, sempre faticoso e di amaro sapore al gusto ancora corretto.

Perciocché, mentre noi viviamo secondo il senso, sì siamo noi simili al poverello infermo, cui ogni cibo, quantunque delicato e soave, pare agro o salso, e duolsi della servente o del cuoco, che niuna colpa hanno di ciò, imperroché egli sente pure la sua propria amaritudine, in che egli ha la lingua rinvolta, con la quale si gusta, e non quella del cibo.

Così la ragione, che per sé è dolce, pare amara a noi per lo nostro sapore e non per quello di lei.

E perciò, sì come teneri e vezzosi, rifiutiamo di assaggiarla, e ricopriamo la nostra viltà col dire che la natura non ha sprone o freno, che la si possa né spingere ne' ritenere.   E certo, se i buoi e gli asini, o forse i porci favellassero, io credo che non potrebbon profferire gran fatto più sconcia ne' più sconvenevole sentenza di questa.

 

Noi ci saremmo pur fanciulli e negli anni maturi e nella ultima vecchiezza; e così vanegeremmo canuti, come noi facciamo bambini, se non fosse la ragione, che insieme con l' età cresce in noi; e cresciuta, ne rende quasi di bestie uomini, sicché ella ha pure sopra i sensi e sopra l' appetito forza e potere.

Ed è nostra cattività, e non il suo difetto, se noi trasandiamo nella vita e nei costumi.

 

Non è adunque vero che incontro alla natura non abbia freno ne' maestro; anzi, ve ne ha due, che l' uno è il costume, e l' altro è la ragione.

Ma come io t' ho detto poco al di sopra, ella non può di scostumato far costumato senza la usanza, la quale è quasi parto e portato del tempo.

 

Per la qual cosa si vuole tosto incominciare ad ascoltarla, non solamente perché così ha l' uomo più lungo spazio di avvezzarsi ad essere quale ella insegna, ed a divenire suo domestico, e ad essere de' suoi. Ma ancora perocché la tenera età, siccome pura, più agevolmente si tigne d' ogni colore; e anco perché quelle cose, alle quali altri si avvezza prima, sogliono sempre piacere di più.

 

E per quella cagione si dice che Diodato, sommo maestro di proferir le commedie, volle essere tuttavia il primo a proferire egli la sua, comeché degli altri che dovessero dire innanzi a lui, non fosse da far molta stima; ma non voleva che la voce sua trovasse le orecchie altrui avvezze ad altro suono, quantunque verso di sé peggior del suo.

 

Poiché io non posso accordare l' opera con le parole, per quelle cagioni che io ti ho detto, come il Maestro Chiarissimo fece, il quale seppe così fare, come in segnare; assai mi fia l' aver detto in qualche parte quello che si dee fare; poiché in nessuna parte non vaglio a farlo io.

Ma perciocché in vedendo il buio si copnosce qual' é la luce, e in udendo il silenzio s' impara che sia il suono; sì mirando le mie poco aggradevoli e poco oscure maniere, scorgere quale sia la luce de' piacevoli e laudevoli costumi.

 

Al trattamento de' quali, che tosto oggimai sarà suo fine, ritornando, diciamo che i modi piacevoli sono quelli che porgon diletto, o almeno non recano noia ad alcun de' sentimenti, ne all' appetito, ne' alla immaginazione di coloro co' quali noi usiamo; e di questi noi abbiam favellato fin da ora.

 

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CAPO  XXVI

 

Volendo sporre quali cose abbiano a fuggirsi perché spiacevoli all' intelletto, dice prima che l' uomo è vago della bellezza e della proporzione.

Descrive che cosa sia la bellezza e come questa si trovi non solo ne' corpi, ma in ogni favellare ed operare.

 

Ma tu dèi oltre a ciò sapere che gli uomini sono molto vaghi della bellezza e della misura, e della convenevolezza e, per lo contrario, delle sozze cose, e contraffatte e difformi sono schifi, e questo è spezial nostro privilegio.

Che gli altri animali non sanno  conoscere che sia ne' bellezza, ne' misura alcuna; e perciò, come cose non comuni con le bestie, ma proprio nostre, dobbiam noi apprezzarle per sé medesime, e averle care assai; e coloro che vie più maggior sentimento hanno d' uomo, siccome questi che più acconci sono a conoscerle.

 

E comeché malagevolmente isprimere appunto si possa che cosa bellezza sia, nondimeno, acciocché tu pure abbi qualche contrassegno dell' esser di lei, voglio che sappi che dove la convenevole misura fra le parti verso di sé, e fra le parti e 'l tutto, quivi è la bellezza, e quella cosa veramente bella si può chiamare, in cui la detta misura si trova.

 

E per quello che io altre volte ne intesi da un dotto e scienziato uomo, vuole essere la bellezza UNO, quanto si può il più, e la bruttezza per lo contrario è MOLTI, si come tu vedi che sono i visi delle belle e delle leggiadre giovani; perciocché le fattezze di ciascuna di loro paiono create pure per uno stesso viso, il che nelle brutte non addiviene.

Perciocché avendo elle gli occhi, per avventura, molto grossi e rilevati, e 'l naso piccolo, e le guance paffute, e la bocca piatta, e 'l mento in fuori, e la pelle bruna, pare che quel viso non sia di una sola donna, ma sia composto di visi di molte, e fatto di pezzi.

 

E trovassene di quelle, i membri delle quali sono bellissimi a riguardare ciascuno per sé, ma tutti insieme sono spiacevoli e sozzi, non per altro se non che sono fattezze di più belle donne, e non di questa una; sicché pare che ella le abbia prese in prestanza da questa e da quell' altra.

 

E per avventura che quel dipintore che ebbe ignude dinanzi a sé le fanciulle calabresi, niuna altra cosa fece che riconoscere in molte i membri che esse avevano quasi accattato, chi una, chi un altra, da una sola, alla quale, fatto restituire da ciascuno il suo, la si pose a ritrarre immaginando che tale e così unita dovesse essere la bellezza di Venere.

 

Ne' voglio io che tu pensi, che ciò avvenga de' visi delle membra, o de' corpi solamente.

Anzi, interviene e nel favellare, e nell' operare ne' più ne' meno.

Che, se tu vedessi una nobile donna e ornata, posata a lavar suoi stovigli nel rigagnolo della via pubblica, comeché per altro non ti calesse di lei, sì ti dispiacerebbe ella in ciò, che ella non si mostrerebbe pure una, ma più.

Perciocché lo esser suo sarebbe di monda e di nobile donna, e l' operare sarebbe di vile e di lorda femmina; ne' perciò ti verrebbe di lei ne' odore, ne' sapore aspero, ne' suono, ne' colore alcuno spiacevole, ne' altramente farebbe noia al suo appetito, ma dispiacerebbeti per sé quello sconcio e sconvenevol modo, e diviso atto,

 

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CAPO  XXVII

 

Che le cose che spiacciono a' sensi ed all' appetito, 

spiacciono ancora allo intelletto;

per qual cagione, nonostante si sia di quelle

separatamente parlato di sopra.

 

Convienti adunque guardar eziandio da queste disordinate e sconvenevoli maniere, con pari studio, anzi con maggiore, che da quelle delle quali io t' ho fin qui detto, perciocché egli è più malagevole a conoscer quando altri erra in queste, che quando si erra in quelle.

Conciossia che più agevole cosa si veggia essere il sentire, che lo 'ntendere; ma nondimeno può bene spesso avvenire che quello che spiace ai sensi spiaccia eziandio allo intelletto, ma non per la medesima cagione.

Come io ti dissi di sopra, mostrandoti che l' uomo si dee vestire alla usanza che si vestono gli altri, acciocché non mostri di riprenderli e di correggerli, la qual cosa è di noia allo appetito della più gente, che ama esser lodata.

Ma ella dispiace, eziandio, al giudicio degli uomini indipendenti; perciocché i panni che sono di un altro millesimno, non si accordano con la persona che è pur di questo.

 

E similmente sono spiacevoli coloro che si vestono al rigattiere, che mostra che il farsetto si voglia azzuffar co' calzari, sì male gli stanno i panni indosso.

 

Sicché molte di quelle cose che si sono dette di sopra, o per avventura tutte dirittamente, si possono qui replicare, conciossia cosa che in quelle non si sia questa misura servata, della quale noi al presente novelliamo, ne' recato in uno e accordato insieme il tempo e 'l luogo. e l' opera, e la persona, come si conviene di fare.

Perciocché la mente degli uomini lo aggradisce e prendene piacere e diletto, ma holle [còlle - con le - (cose)] volute piuttosto accozzare e divisare sotto quella quasi insegna de' sensi e dello appetito, che assegnarle all' intelletto, acciocché qualcuno le possa riconoscere più agevolmente.

 

Conciossia che il sentire e l' appetire sia cosa agevole a fare a ciascuno. Ma intendere non possa così generalmente ognuno, maggiormente questo che noi chiamiamo bellezza, e leggiadria, e avvenentezza.

 

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CAPO  XXVIII

 

Che in tutte le azioni dee il buon costume cercare

la leggiadria e la convenevolezza;

cose sconcie essere in prima tutti i vizi, e perciò da fuggirsi.

Si divisano in particolare molte cose che deggiono farsi con modi acconci, e distintamente si parla delle vesti.

 

Non si dee adunque l' uomo contentare di fare le cose buone, ma dee studiare di farle anco leggiadre.

E non è altro leggiadria, che una cotale quasi luce che risplende dalla convenevolezza delle cose, che sono ben composte e ben divisate l' una con l' altra, e tutte insieme.

Senza la qual misura, eziandio, il bene non è bello, e la bellezza non è piacevole.

 

E siccome le vivande, quantunque sane e salutifere, non piacerebbono agli invitati se elle o niun sapore avessero, o lo avessero cattivo, così sono alcuna volta i costumi delle persone, comeché in per sè stessi, in niuna cosa nocivi, nondimeno sciocchi e amari se altri non li condisce di una cotale dolcezza, la quale si chiama, siccome io credo, grazia e leggiadria.

 

Per la qual cosa ciascun vizio per sè, senza altra cagione, conviene che dispiaccia altrui, conciossia che i vizii siano cose sconce e sconvenevoli, sì che gli animi temperati e composti sentono della loro sconvenevolezza, dispiacere e noia.

 

Perché, innanzi ad ogni altra cosa conviene, a chi ama di essere piacevole in conversando con la gente, il fuggire i vizii, e i più sozzi, come lussuria, avarizia, crudeltà, e gli altri, de' quali alcuni sono vili, come lo essere goloso, e lo inebriarsi; alcuni laidi, come lo essere lussurioso; alcuni scellerati, come lo essere micidiali, e similmente gli altri, ciascuno in sé stesso, e per la sua proprietà è schifato dalle persone, chi più e chi meno, ma tutti generalmente siccome disordinate cose, rendono l' uomo, nell' usar con gli altri, spiacevole, come io ti mostrai anco di sopra.

 

Ma perché io non presi a mostrarti i peccati, ma gli errori degli uomini, non dee esser mia presente cura il trattar della natura de' vizi e delle virtù, ma solamente degli acconci e degli sconci modi che noi l' uno con l' altro usiamo.

Uno de' quali sconci fu quello del conte Ricciardo, del quale io t' ho sopra narrato, che come difforme e male accordato con gli altri costumi di lui belli e misurati, quel valoroso Vescovo, come buono e ammaestrato cantore suole, le false voci, tantosto ebbe sentito.

 

Conviensi adunque alle costumate persone. avere riguardo a questa natura che io t' ho detto, nello andare, nello stare, nel sedere, negli atti, nel portamento, e nel vestire, e nelle parole, e nel silenzio, e nel posare, e nell' operare.

Perché non si dee l' uomo ornare a guisa di femmina, acciocché l' ornamento non sia uno, e la persona un altro, come io veggo fare ad alcuni, che hanno i capelli e la barba inanellata col ferro caldo, e 'l viso e la gola e le mani cotanto strebbiate [levigate, deterse] e cotanto stropicciate, che si disdirebbe ad ogni signorinetta, anzi, ad ogni meretrice.

 

Non si vuole ne' putire, ne' olire [olezzare], acciocché il gentile non renda odore di poltroniero, ne' dal maschio venga odore di femmina o di meretrice.

Ne' perciò stimo io che alla tua età si disdichino alcuni odoruzzi semplici di acque stillate.

 

I tuoi panni convien che sieno secondo il costume degli altri di tuo tempo o di tua condizione, per le cagioni che io ho detto sopra, che noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno; ma il tempo le crea, e consumale altresì il tempo.

 

Puossi bene ciascuno appropriare l' usanza comune. Che se tu arai, per avventura, le gambe molto lunghe, e le robe si usino corte, potrai far la tua roba, non delle più, ma delle meno corte; e se alcuno le avesse, o troppo sottili, o grosse fuor di modo, o forse torte; non deve farsi le calze di colori molto accesi, ne' molto vaghi, per non invitare altrui a mirare il tuo difetto.

 

Niuna tua vesta vuole essere molto leggiadra, ne' molto fregiata, affinché non si dica che tu ti porti le calze di Ganimede, o che tu ti sii messo il farsetto di Cupido, ma quale ella si sia, vuole essere assettata alla persona, e starti bene; acciocché non paia che tu abbi indosso i panni di un altro.

E soprattutto confarsi alla tua condizione, acciocché il chierico non sia vestito da soldato, e il soldato da giocolare.

 

Essendo Castruccio in Roma, con Lodovico il Bavero in molta gloria e trionfo, Duca di Lucca e di Pistoia e Conte di Palazzo, e Senatore di Roma, e Signore e Maestro della Corte del detto Bavero, per leggiadria e grandigia si fece una roba di sciàmito cremesi [un completo di lusso di color rosso vivo], e innanzi al petto un motto a lettere d' oro "Egli è come Dio vuole" , e nelle spalle di dietro, simili lettere che diceano: "E sarà come Dio vorrà".

Questa roba, credo io, che tu stesso conoschi, che si sarebbe più confatta al trombetto di Castruccio, che ella non si confece a lui. E quantunque i re siano sciolti da ogni legge, non saprei tuttavia lodare il Re Manfredi in ciò che egli sempre si vestì di drappi verdi.

 

Dobbiamo adunque procacciare che la vesta bene stia non solo al dosso, ma ancora al grado di chi la porta, e oltre a ciò, che ella si convenga eziandio alla contrada ove noi dimoriamo. Conciossia cosa che, siccome in altri Paesi sono altre misure, e nondimeno il vendere, e il comprare, e il mercatantare ha luogo in ciascuna terra;  così sono in diverse contrade diverse usanze, e pure in ogni paese può l' uomo usare, e ripararsi acconciamente.

 

Le penne che i Napoletani e gli Spagnuoli usano di portare in capo, e le pompe e i ricami male hanno luogo tra le robe degli uomini gravi, e tra gli abiti cittadini, e molto meno le armi e le maglie: sicché quello che in Verona, per avventura converrebbe, si disdirà in Vinegia, perciocché questi così fregiati, e così impennati ed armati, non istanno bene in quella veneranda città pacifica e moderata; anzi, paiono quasi ortica e lappole [piante che si appiccicano alle vesti, o al vello degli animali] tra le erbe dolci e domestiche degli orti, e perciò sono poco ricevuti nelle nobili brigate, siccome difformi da loro.

 

Non dee l' uomo nobile correre per via, ne' troppo affrettarsi, che ciò conviene a palafreniere, e non a gentiluomo. Senza che l' uomo si affanna, e suda, e ansa, le quali cose sono disdicevoli a così fatte persone.

Ne' perciò si dee andare sì lento, ne' sì contegnoso, come femmina, o come sposa.

E in camminando troppo dimenarsi disconviene.

 

Ne' le mani vogliono tenersi spenzolate, ne' scagliare le braccia, ne' gittarle sì che paia che l' uom semini le biade nel campo.

 

Ne' fissare gli occhi altrui nel viso, come se egli vi avesse alcuna meraviglia.

 

Sono alcuni che in andando levano il piè tanto alto come cavallo che abbia spavento; e pare che tirino le gambe fuori da uno staio.

Altri percuote il piede a terra sì forte, che poco maggiore è il romore delle carra.

Tale gitta l' uno de' piedi in fuori, e tale brandisce la gamba; chi si china ad ogni passo a tirar su le calze, e chi scuote le groppe e pavoneggiasi, le quali cose spiacciono non come molto, ma come poco avvenenti.

 

Che se il tuo palafreno porta per avventura la bocca aperta, o mostra la lingua; comeché ciò alla bontà di lui non rilievi nulla; al prezzo [se fosse maggiormente apprezzato] si monterebbe assai; e troverestine molto meno; non perché egli fosse perciò men forte; ma perché egli men leggiadro ne sarebbe.

 

E se la leggiadria s' apprezza negli animali, e anche nelle cose che anima non hanno, ne' sentimento, come noi veggiamo che due cose ugualmente buone e agiate non hanno perciò uguale prezzo se l' una averà convenevoli misure, e l' altra le abbia sconvenevoli.

Quanto si dee alla maggiormente procacciare e apprezzare negli uomini!

 

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CAPO  XXIX.

 

D' alcune particolari sconvenevolezze che si potrebbero

usare a tavola.

Presa occasione, si dicono alcune cose contra

l' intemperanza nel bere.

 

Non istà bene grattarsi sedendo a tavola; e vuolsi in quel tempo guardar l' uomo più che e' può, di sputare, e se pure si fa, facciasi per acconcio modo.

Io ho più delle volte udito che si sono trovate delle nazioni così sobrie, che non isputavano giammai; ben possiamo noi tenercene per breve spazio.

 

Dobbiamo eziandio guardarci di prendere il cibo sì ingordamente, che per ciò si generi singhiozzo, o altro spiacevole atto, come fa chi s' affretta, sì che convenga che egli ansi, o soffi, con noia di tutta la brigata.

 

Non istà massimamente bene a fregarsi i denti con la tovaglia, e meno col dito, che sono atti difformi.

 

Ne' risciacquarsi la bocca e sputare il vino sta bene in palese.

 

Ne' in levandosi da tavola portar lo stecco in bocca, a guisa di uccello che faccia suo nido, o sopra l' orecchia come barbiere è gentil costume.

 

E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti, erra senza fallo, che', oltre che quello è uno strano arnese a vedere trar di seno ad un gentiluomo, e ci fa sovvenire di questi cavadenti che noi veggiamo salir sulle panche; egli mostra anco che altri sia molto apparecchiato e provveduto per i servigi della gola,e non so ben dire perché questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo.

 

Non si convien anco lo abbandonarsi sopra la mensa, ne' lo riempirsi di vivanda ambedue i lati della bocca, sì che le guancie si gonfino.

 

E non si vuol fare atto alcuno per lo quale altri mostri che gli sia grandemente piaciuta la vivanda, o 'l vino, che sono costumi da tavernieri e da Cinciglioni [non trovato].

 

Invitar coloro che sono a tavola, e dire:

- Voi non mangiate stamane - o - Voi non avete cosa che vi piaccia - o - Assaggiate di questo, o di quest' altro - non mi pare laudevol costume, tuttoché il più delle persone lo abbia per familiare e per domestico.

Perché, quantunque ciò facendo mostrino che coloro caglia di colui che essi invitano, sono eziandio molte volte cagione che quegli desini con poca libertà; perciocché gli pare che gli sia posto mente, e vergognasi.

 

Il presentare alcuna cosa del piattello che si ha dinanzi, non credo che stia bene, se non fosse molto maggiore di grado colui che la presenta, sì che il presentato ne riceva onore; perciocché tra gli uguali di condizione pare che colui che dona si faccia in un certo modo maggior dell' altro. E talora quello che altri dona,  non piace a colui che è donato; senza che mostra che il convito non sia abbondevole d' intromessi, o non sia ben divisato, quando all' uno avanza, e all' altro manca.

E potrebbe il Signor della casa prenderlosi ad onta; nondimeno in ciò si dee fare come si fa, e non come è bene fare, e vuolsi piuttosto errare con gli altri in questi sì fatti costumi, che far bene solo.

Ma, che che in ciò si convenga, non dei tu rifiutar quello che ti è porto, che pare che tu sprezzi, o che tu riprenda colui che ti 'l porge.

 

Lo invitare a bere, la quale usanza, siccome non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè far brindisi [ted. bring - portare]; è verso di sé biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, sicché non si dee fare.

E se altri invitarà te, potrai agevolmente non accettare lo invito e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziando, o pure assaggiando il vino per cortesia, senza altramente bere.

[Si intuisce che, in questo caso, l' invito viene portato a bere e basta, senza intenzione cerimoniale].

 

E quantunque questo brindisi, secondo che io ho sentito affermare a più letterati uomini, sia antica usanza stata nelle parti di Grecia, e come che essi lodino molto un buono uomo di quel tempo, che ebbe nome Socrate; perciocché egli durò a bere tutta una notte quanto la fu lunga, a gara con un altro buono uomo, che si faceva chiamare Aristofane; e la mattina vegnente, in su l' alba, una sottil misura per geometria, che nulla errò, sicché ben mostrava che 'l vino non gli aveva fatto noia. [?].

 

E tuttoché affermino, oltre a ciò, che, così come l' arrischiarsi, spesse volte, ne' pericoli della morte, fa l' uomo franco e sicuro, così lo avvezzarsi a' pericoli della scostumatezza, rende altrui temperato e costumato; e perciocché il bere del vino a quel modo, per gara abbondevolmente e soverchio, è gran battaglia alle forze del bevitore; vogliono che ciò si faccia per una cotal prova della nostra fermezza, e per avvezzare a resistere alle forti tentazioni e a vincerle; ciò non ostante a me pare il contrario, e istimo che le loro ragioni sieno assai frivole.

 

E troviamo che gli uomini letterati, per pompa di loro parlare, fanno bene spesso che il torto vince e che la ragion perde. Sicché non diamo lor fede in questo.

E anco potrebbe essere che eglino in ciò volessino scusare e ricoprire il peccato della loro terra, corrotta di questo vizio, conciossia che il riprenderla parea forse pericoloso, e temeano, non per avventura, avvenisse loro quello che era avvenuto al medesimo Socrate per il suo soverchio andare biasimando ciascuno; perciocché per invidia gli furono apposti molti articoli di eresia, e altri villani peccati.

Onde fu condannato nella persona, comeché falsamente, che di vero fu buono, e cattolico secondo la loro falsa idolatria.

Ma certo perché egli beesse cotanto vino quella notte, nessuna lode meritò, perciocché più ne avrebbe bevuto, o tenuto in tino.

E se niuna noia non gli fece, ciò fu piuttosto virtù di robusto célabro, che continenza di costumato uomo.

 

E che che si dicano le antiche croniche sopra ciò, io ringrazio Dio, che con molte altre pestilenze che ci son venute d' oltra monti, non è fino a qui pervenuta a noi questa medesima di prender non solamente in giuoco, ma eziandio in pregio lo inebriarsi.

Ne' crederò io mai che la temperanza si debba apprendere da sì fatto maestro quale è il vino e l' ebbrezza.

 

Il siniscalco [servitore anziano] da sé non dee invitare i forestieri ne' ritenergli a mangiare col suo Signore; e niuno avveduto uomo sarà che si ponga a tavola per suo invito; ma sono alle volte i famigliari sì prosontuosi, che quello che tocca al padrone, vogliono fare pure essi.

 

Le quali cose sono dette da noi in questo luogo, più per incidenza, che perché l' ordine che noi pigliammo da principio, lo richiegga.

 

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CAPO  XXX.

 

Si riferiscono altre molte azioni,

e molte maniere sconce e difformi, che devono schivarsi;

e con ciò si pone fine al trattato.

 

Non si dee alcuno spogliare, e specialmente scalzare, in pubblico, cioè là ove onesta brigata sia, che non si confà quello atto con quel luogo.

E potrebbe anche avvenire che quelle parti del corpo che si ricopruono, si scoprissero con vergogna di lui e di chi le vedesse.

Ne' pettinarsi, ne' lavarsi le mani se vuole tra le persone: che sono cose da fare nella camera, e non in palese, salvo (io dico, del lavar le mani) quando si vuole ire a tavola perciocché allora convien lavarsele in palese; quantunque tu niun bisogno ne avessi, affinché chi intinge teco nel medesimo piatto, il sappia certo.

 

Non si vuole medesimamente comparire con la cuffia della notte in capo. Ne' allacciarsi anco le calze in presenza della gente.

 

Sono alcuni che hanno per vezzo di torcer tratto tratto la bocca e gli occhi, o di gonfiar le gote, o di soffiare, o di fare col viso simili diversi atti sconci.

Costoro convien del tutto che se ne rimanghino, perciocché la dea Pallade, secondamente che già mi fu detto da certi letterati, si dilettò un tempo di sonare la cornamusa; ed era di ciò solenne maestra.

Avvenne che, sonando ella un giorno a suo diletto sopra una fonte, si specchiò nell' acqua, e avvedutasi de' nuovi atti che, sonando le conveniva fare col viso, se ne vergognò e gettò via quella cornamusa. E nel vero fece bene, perciocché non è stromento da femmine, anzi, disconviene parimente a maschi, se non fossero cotali uomini di vile condizione, che 'l fanno a prezzo, e per arte.

 

E quello che io dico degli sconci atti del viso ha similmente luogo in tutte le membra.

Che non istà bene ne' mostrar la lingua, ne' troppo stuzzicarsi la barba come molti hanno per usanza di fare.

Ne' stropicciar le mani l' una con l' altra, ne' gittar sospiri, ne' metter guai [acuti lamenti], ne' tremare o risquotersi; il che medesimamente vogliono fare alcuni.

 

Ne' prostendersi, e prostendendosi gridare per dolcezza: Oimé, oimé, come villano che si desti al pagliaio.

 

E chi fa strepito con la bocca, per segno di maraviglia, e talora di disprezzo, contraffà cosa laida, sì come tu puoi vedere.

E le cose contraffatte non sono troppe lungi dalle vere.

 

Non si vogliono fare cotali risa sciocche, ne' anco grasse o difformi. Ne' ridere per usanza, e non per bisogno.

Ne' de' tuoi medesimi motti voglio che tu ti rida, che è lodarti da te stesso. Egli tocca di ridere a chi ode, non a chi dice.

 

Non voglio io che tu ti facci a credere che, perciocché ciascuna di queste cose è un piccolo errore, tutte insieme siano un piccolo errore. Anzi, se n' è fatto e composto di molti piccioli un grande, come io dissi da principio.

E quanto minori sono, tanto più è di mestiero che altri vi affisi l' occhio, perciocché essi non si scorgono agevolmente, ma sottentrano nell' usanza, che altri non se ne avvede.

E come le spese minute, per lo continuare occultamente, consumano lo avere, così questi leggeri peccati, di nascosto guastano col numero, e con la moltitudine loro, la bella e buona creanza. Perciò non è da farsene beffe.

 

Vuolsi anco por mente, come l' uom muove il corpo massimamente in favellando, perciocché egli avviene assai spesso che altri è sì attento a quello che egli ragiona, che poco gli cale d' altro; e chi dimena i capo, e straluna gli occhi, e l' un ciglio lieva a mezzo la fronte, e l' altro china fino al mento; e tale torce la bocca, e alcuni altri sputano addosso e nel viso a coloro co' quali ragionano.

Trovansi anco di quelli che muovono fattamente le mani, come se essi ti volessero cacciar le mosche; che sono difformi maniere, e spiacevoli.

 

Io udii già raccontare (che molto ho usato con persone scienziate, come tu sai), che un valente uomo, il quale fu nominato Pindaro, soleva dire che tutto quello che ha in sè soave sapore e acconcio, fu condito per mano della Leggiadria e della Avvenentezza.

 

Ora, che debbo io dire di quelli che escono dallo scrittoio, fra la gente, con la penna all' orecchio?

E di chi porta il fazzoletto in bocca? O di chi l' una delle gambe mette su una tavola? E di chi si sputa in su le dita? E di altre innumerabili sciocchezze?

 

Le quali, ne' si potrebbero tutte raccorre, ne' io intendo di mettermi alla prova. Anzi, saranno per avventura molti che diranno queste medesime che io ho dette, essere soverchie.

 

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