G A L A T E O

3.

capi  13 - 18.

 

 

 CAPO  XIII

 

Delle bugie; delle millanterie; e della umiltà affettata.

Quanto spiacciano; e perciò debbon fuggirsi.

 

E quantunque niuna cosa paia che si possa trovare più vana de' sogni; egli ce n' ha pure più di loro leggiera; e sono le bugie; perocché di quello che l' uomo ha veduto nel sogno, pure è stato alcuna ombra, e quasi un certo sentimento; ma della bugia, ne' ombra fu mai, ne' immagine alcuna.

 

Per la qual cosa meno ancora si richiede tenere impacciati gli orecchi e la mente di chi ci ascolta con le bugie, che co' sogni, come che queste alcuna volta siano ricevute per verità; ma a lungo andare i bugiardi, non solamente non sono creduti, ma essi non sono ascoltati; siccome quelli le parole de' quali niuna sostanza hanno in sé, ne' più ne' meno come s' eglino non favellassino, ma soffiaffino.

 

E sappi che tu troverai di molti che mentono a niun cattivo fine, tirando ne' di proprio loro utile, ne' di danno o di vergogna altrui; ma perciocché la bugia per sé piace loro; come chi bee, non per sete, ma per gola del vino.

 

Alcuni altri dicono la bugia per vanagloria di sé stessi, millantandosi e dicendo di avere le meraviglie e di essere gran baccalari [sinonimo di bacellieri, dottoroni, sapientoni].

 

Puossi ancora mentire tacendo, cioè con gli atti e con l' opere; come tu puoi vedere che alcuni fanno, che essendo essi di mezzana condizione, o di vile, usano tanta solennità nei modi loro, e così vanno contegnosi, e con sì fatta prerogativa parlano, anzi parlamentano, ponendosi a sedere, pro tribunali, e pavoneggiandosi, che egli è una pena mortale pure a vederli.

 

Ed alcuni si trovano i quali, non essendo però di roba più agiati degli altri, hanno intorno al collo tante collane d' oro, e tante anella al dito, e su per li vestimenti appiccati di qua e di là, che si direbbe il Sire di Castiglione, le maniere dei quali sono piene di scede [(pagine vane) comportamenti  insulsi], e di vanagloria, la quale viene di superbia procedente da vanità, sì che queste si debbon fuggire come spiacevoli e sconvenevoli cose.

 

E sappi che in molte città e nelle migliori non si permette nelle leggi, che il ricco possa gran fatto andare più splendidamente vestito che il povero: perciocché a' poveri pare di ricevere oltraggio quando altri, eziandio pure nel sembiante, dimostra sopra di loro maggioranza.

Sì che diligentemente è da guardarsi di non cadere in queste sciocchezze.

 

Ne' dee l' uomo di sua nobiltà, ne' de' suoi onori, ne' di ricchezza, e molto meno di senno vantarsi; ne' i suoi fatti o le prodezze sue, o de' suoi passati molto magnificare, ne' ad ogni proposito annoverargli, come molti soglion fare: perciocché pare che egli in ciò significhi di volere, o contendere co' circostanti; se eglino similmente sono, o presumono di essere gentili, e agiati uomini, e valorosi, o di soperchiarli se eglino sono di minor condizione; e quasi rimproverar loro la loro viltà e miseria: la qual cosa dispiace indifferentemente a ciascuno.

 

Non dee adunque l' uomo avvilirsi, ne' fuori di modo esaltarsi, ma piuttosto è da sottrarre alcuna cosa dei suoi meriti, che punto arrogervi [sin. arrogarsi, attribuirsi] con parole; perciocché ancora il bene, quando sia soverchio, spiace.

 

E sappi che coloro che avviliscono sé stessi con le parole fuori di misura, e rifiutano gli onori che manifestamente loro si appartengono, mostrano in ciò maggiore superbia di coloro che queste cose, non ben bene loro dovute, usurpano.

Per la qual cosa si potrebbe per avventura dire che Giotto non meritasse quelle commendazioni che alcun crede, per aver egli rifiutato di esser chiamato maestro, essendo egli, non solo maestro, ma senza alcun dubbio singolar maestro, secondo quei tempi.

Ora, che egli biasimo o loda si meritasse, certa cosa è che chi schifa quello che ciascun altro appetisce,mostra ch' egli in ciò tutti gli altri o biasimi o disprezzi; e lo sprezzar la gloria e l' onore che cotanto è dagli altri stimato, è un gloriarsi e onorarsi sopra tutti gli altri; conciossia ché niuno di sano intelletto rifiuti le care sue, fuori che coloro i quali delle più care di quelle stimano avere abbondanza e dovizia.

 

Per la qual cosa, ne' vantare ci dobbiamo de' nostri beni, ne' farcene beffe, che l' uno è rimproverare agli altri i loro difetti, e l' altro schernire la loro virtù; ma dee di sé ciascuno quanto può tacere, o se la opportunità ci sforza a pur dir di noi alcuna cosa, piacevol costume è di dirne il vero rimessamente, come io ti dissi sopra.

 

E perciò coloro che si dilettano di piacere alla gente, si deono astenere ad ogni poter loro da quello che molti hanno in costume di fare; i quali sì timorosamente mostrano di dire le loro openioni sopra qual si sia proposta, che egli è un morire a stento a sentirgli, massimamente se eglino sono per altro intendenti uomini, e savj.

"Signor V.S., mi perdoni se io nol saprò così dire: io parlerò da persona materiale come io sono, e secondo il mio poco sapere, grossamente,  e son certo che la V.S. si farà beffe di me; ma pure, per ubbidirla ...

E tanto penano e tanto stentano che ogni sottilissima quistione si sarebbe diffinita con molte manco parole e in più brieve tempo: perciocché mai non ne vengono a capo.

 

Tediosi medesimamente sono, e mentono con gli atti nella conversazione e usanza, alcuni che si mostrano infimi e vili; ed essendo loro manifestamente dovuto il primo luogo e il più alto, tuttavia si pongono nell' ultimo grado, ed è una fatica incomparabile a spingerli oltra; perché tratto tratto sono rinculati, a guisa di ronzino che aombri.

Perché con costoro cattivo partito ha la brigata alle mani, qualora si giugne ad alcun uscio. Perciocché eglino per cosa al mondo non voglion passare avanti; anzi, si attraversano e tornano indietro, e sì con le mani, e con le braccia si scherniscono e difendono, che ogni terzo passo è necessario ingaggiar battaglia con esso loro, e turbarne ogni sollazzo, e talora la bisogna, che si tratta.

 

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CAPO  XIV

 

Delle cerimonie: perché così si dicano, che cosa sieno e come debban praticarsi.

 

E perciò le cerimonie, le quali noi nominiamo, come tu odi, con vocabolo forestiero, siccome quelli che il nostrale non abbiamo, perocché i nostri antichi mostran che non le conoscessero, sì che non poterono porre loro alcun nome; le cerimonie dico, secondo il mio giudicio, poco si discostano dalle bugie e da sogni, per la loro vanità; sicché bene le possiamo accozzare insieme ed accoppiare nel nostro Trattato, poiché ci è nata occasione di dirne alcuna cosa.

 

Secondo che un buon uomo mi ha più volte mostrato  quelle solennità che i chierici usano dintorno agli altari, negli uffici divini, e verso Dio, e verso le cose sacre, si chiamano propriamente cerimonie; ma poiché gli uomini cominciarono da principio a riverire l' un l' altro con artificiosi modi fuori dal convenevole; ed a inchinarsi padroni e signori tra loro, inchinandosi e storcendosi, e piegandosi in segno di riverenza, e scoprendosi la testa, e nominandosi con titoli squisiti; e baciandosi le mani come se essi le avessero, a guisa di sacerdoti, sacrate.

Fu alcuno che, non avendo questa nuova e stolta usanza ancora nome, la chiamò "cerimonia", credo io per istrazio; sì come il bere e il godere si nominano per beffa "trionfare".

La quale usanza, senza alcun dubbio a noi non è originale, ma forestiera e barbara, e da poco tempo in qua, onde che sia trapassata in Italia, la qual misera, con le opere e con gli effetti, abbassata ed avvilita, è cresciuta solamente e onorata nelle parole vane e ne' superflui titoli.

 

Sono dunque le cerimonie, se noi vogliamo aver risguardo alla intenzione di coloro che le usano, una vana significazione di onore e di riverenza verso colui a cui essi le fanno, posta ne' sembianti e nelle parole, dintorno a titoli e alle proferte: divo vana, in quanto noi onoriamo in vista coloro i quali in niuna riverenza abbiamo; e talvolta li abbiamo in dispregio, e nondimeno per non iscostarci dal costume degli altri, diciamo loro Illustrissimo, Signor tale, e lo Eccellentissimo Signor cotale, e similmente ci proferiamo alle volte a tale per deditissimi servitori, che noi ameremmo di disservire piuttosto che servire.

 

Sarebbono adunque le cerimonie non solo bugie, si come io dissi, ma eziandio scelleratezze e tradimenti.

Ma perciocché queste sopradette parole e questi titoli hanno perduto il loro vigore e guasta, come il ferro, la tempera loro per il continuo adoperarli che noi facciamo, non si dee aver di loro quella sottile considerazione che si ha delle altre parole, ne' con quel rigore intenderle, e che ciò sia vero lo dimostra manifestamente quello che tutto dì interviene a ciascuno; perciocché, se noi riscontriamo alcuno mai più da noi non veduto, al quale per qualche accidente ci convenga favellare, senza altra considerazione aver de' suoi meriti, il più delle volte, per non dir poco, diciamo troppo, e chiamiamolo gentiluomo e signore, a tal ora che egli sarà calzolaio o barbiere, solo che egli sia alquanto in arnese.

E siccome anticamente si solevano avere i titoli determinati e distinti per privilegio del Papa, o quello dello imperadore, i quali titoli tacer non si potevano senza oltraggio o ingiuria del privilegiato, ne' per lo contrario attribuire senza scherno a chi non aveva quel cotal privilegio, così oggidì si deono più liberamente usare i detti titoli, e le altre significazioni d' onore a titoli somiglianti, perciocché la usanza, troppo possente signore, ne ha largamente gli uomini del nostro tempo privilegiati.

 

Questa usanza adunque, così di fuori bella e appariscente, è di dentro del tutto vana, e consiste in sembianti senza effetto e in parole senza significato, ma non pertanto a noi non è lecito di mutarla, anzi, ne siamo astretti, poiché ella non è peccato nostro, ma del secolo, di secondare, ma vuolsi ciò fare discretamente.

 

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CAPO  XV.

 

Si dividono tre generi di cerimonie.

Quelle che si fanno per proprio utile sono affatto indegne dell' uomo costumato.

 

Per la qual cosa è da aver considerazione che le cerimonie si fanno,  o per utile, o per vanità, o per debito.

Ed ogni bugia che si dice per utilità propria, è fraude, e peccato, e disonesta cosa, cosicché mai non si menta onestamente: e questo peccato commettono i lusinghieri, i quali si contraffanno in forma di amici, secondando le vostre voglie, quali che sieno; non acciocché noi vogliamo, ma acciocché noi facciamo lor bene, e non per piacerci, ma per ingannarci.

 

E quantunque sì fatto vizio sia per avventura piacevole nella usanza, nondimeno, perciocché verso di sé è abbominevole e nocivo, non si conviene agli uomini costumati, perocché non è lecito porger diletto nocendo.

E se le cerimonie sono, come noi dicemmo, bugie e lusinghe false, quante volte le usiamo a fine di guadagno, tante volte operiamo come disleali e malvagi uomini.

Sicché, per sì fatta cagione, niuna cerimonia si dee usare.

 

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CAPO  XVI.

 

Le cerimonie che si fanno per debito non deggiono mai lasciarsi. 

Autorità e forza dell' uso. Cautele da osservarsi nel praticarle.

L' eccedere è adulazione indegna del gentiluomo.

Questa fa la terza specie di cerimonie, che sono per vanità.

Quanto l' adulazione sia noiosa e spiacevole.

 

Restami a dire di quelle che si fanno per debito, e di quelle che si fanno per vanità.

Le prime, non istà bene in alcun modo lasciare che non si facciano; perciocché chi le lascia, non solo spiace, ma egli fa ingiuria ; e molte volte è occorso che egli si è venuto a trar fuori le spade solo per questo: che un cittadino non ha così onorato l' altro per via, come si doveva onorare.

Perciocché le forze della usanza sono grandissime, come io dissi, e vogliono essere legge in simili affari.

 

Per la qual cosa, chi dice "Voi" ad uno solo, purché colui non sia di infima condizione, di niente gli è cortese del suo; anzi, se egli dicesse "Tu", gli torrebbe di quello di lui, e farebbe oltraggio ed ingiuria nominandolo con quella parola, con la quale è usanza nominare i poltroni ed i contadini.

 

E se bene altre nazioni e altri secoli ebbero in ciò altri costumi, noi abbiamo pur questi, e non ci ha luogo il disputare quale delle due usanze sia migliore; ma convienci ubbidire, non alla buona, ma alla moderna usanza. Siccome noi siamo ubbidienti alle leggi, eziandio, meno che buone, perfino che il Comune, o chi ha podestà di farlo, non le abbia mutate.

Laonde bisogna che noi raccogliamo diligentemente gli atti e le parole con le quali l' uso e il costume moderno suole, e ricevere, e salutare, e nominare, nella terra ove noi dimoriamo, ciascuna maniera d' uomini; e quelle, in comunicando con le persone, osserviamo.

 

E nonostante che l' Ammiraglio, sì come il costume dei suoi tempi per avventura portava, favellando col Re Pietro d' Aragona, gli dicesse molte volte "Tu"; diremo pur noi a nostri Re "Vostra Maestà" e "la Serenità Vostra", così a bocca, come per lettere.

Anzi, si come egli servò l' uso del suo secolo, così dobbiamo noi non disubbidire a quello del nostro.

 

E con queste nomino io cerimonie debite, conciossia che elle non procedono dal nostro volere, ne' dal nostro arbitrio liberamente, ma ci sono imposte dalla legge, cioè dalla usanza comune.

E nelle cose che niuna scelleratezza hanno in sè, ma piuttosto alcuna apparenza di cortesia, si vuole, anzi si conviene ubbidire ai costumi comuni, e non disputare, ne' piatire [contendere in giudizio] con esse loro.

 

E quanto il baciare, per segno di riverenza, si convenga dirittamente solo alle reliquie de' santi corpi e delle altre cose sacre, nondimeno, se la tua contrada avrà in uso di dire nelle dipartenze, - Signore, io vi bacio la mano - o - Io son vostro servitore - o ancora - Vostro schiavo in catena - non dei essere tu più schifo degli altri. Anzi, e partendo e scrivendo, dei salutare, non come la ragione, ma come l' usanza vuole che tu facci. E non come si soleva o si doveva fare, ma come si fa.

E non dire - E di che è egli signore? - o - E' costui forse divenuto mio parrocchiano, che io gli debba così baciar le mani? -

Perciocché colui che è usato di sentirsi dire Signore dagli altri, e di dire egli similmente Signore agli altri, intende che tu lo sprezzi e che tu gli dica villania quando tu il chiami per il suo nome, o che tu gli di' Messere, o gli dai del Voi  per lo capo.

 

E queste parole di signoria e di servitù, e le altre a queste simiglianti, come io di sopra ti dissi, hanno perduta gran parte della loro amarezza e, sì come alcune erbe nell' acqua, si sono quasi macerate e rammorbidite, dimorando nelle bocche degli uomini; sicché non si debbono abbominare [respingere come abominio], come alcuni rustici e zotici fanno, i quali vorrebbero che altri cominciasse le lettere che si scrivono agli Imperadori ed ai Re, a questo modo: cioè - Se tu e i tuoi figliuoli siete sani, bene sta; anch' io sono sano - affermando che cotale era il principio delle lettere de' Latini, uomini scriventi al Comune loro di Roma.

Alla ragione de' quali chi andasse dietro, ricondurrebbe passo passo il secolo a vivere di ghiande.

Sono da osservare eziandio, in queste cerimonie debite, alcuni ammaestramenti, acciocché altri non paia ne' vano, ne' superbo.

 

E prima si dee aver riguardo al Paese dove l' uom vive, perciocché ogni usanza non è buona in ogni Paese; e forse quello che si usa per li Napoletani, la città de' quali è abbondevole di uomini di gran lignaggio, e di Baroni d' alto affare, non si confarebbe per avventura  ne' ai Lucchesi ne' a Fiorentini, i quali, per lo più, sono mercatanti e semplici gentiluomini, senza avere fra loro ne' Prencipi, ne' Marchesi, ne' Barone alcuno.

Sicché le maniere di Napoli, signorili e pompose, rapportate a Firenze, come i panni del grande messi indosso al picciolo, sarebbono soprabbondanti e superflui, ne' più ne' meno come i modi de' Fiorentini alla nobiltà de' Napoletani, e forse alla loro natura sarebbeono miseri e ristretti.

 

Ne' perché i gentiluomini Viniziani si lusinghino fuor di modo l' un l' altro per cagion de' loro uffici e de' loro squittinii [versi d' uccelli (uso del "ciò")], sarebbe egli bene che i buoni uomini di Rovigo, o i cittadini di Asolo, tenessero quella medesima solennità di riverirsi insieme per nonnulla; comeché quella contrada, s' io non m' inganno, sia alquanto trasandata in queste sì fatte ciance, sì come scioperate, o forse avendole apprese da Vinegia loro donna, imperocché ciascuno volentieri seguita i vestigi del suo Signore, ancora senza saper perché.

 

Oltre a ciò, bisogna avere riguardo al tempo, all' età, alle condizioni di colui con cui usiamo le cirimonie, e alla nostra. E con gli infaccendati mozzarle del tutto, o almeno accorciarle più che l' uom può; e piuttosto accennarle che esprimerle; il che i Cortigiani di Roma sanno ottimamente fare; ma in alcuni altri luoghi le cirimonie sono di grande sconcio alle faccende, e di molto tedio.

 

- Copritevi - dice il giudice impacciato, al qual manca il tempo.

E colui il qual fatte prima alquante riverenze, con grande stropiccio di piedi, rispondendo adagio, dice: -

-  Signor mio, io sto ben così.

-  Ma pur - dice il giudice - copritevi.

E quegli, torcendosi due o tre volte per ciascun lato e piegandosi fino a terra, con molta gravità, risponde:

- Prego la S. V. che mi lasci fare il debito mio.

E dura questa battaglia tanto; e tanto tempo si consuma che il giudice in poco più arebbe potuto sbrigarsi di ogni sua faccenda quella mattina.

 

Adunque, benché sia debito di ciascun minore onorare i giudici, e l' altre persone di qualche grado; nondimeno, dove il tempo nol sofferisce, divien noioso atto, e deesi fuggire, o modificare.

 

Ne' quelle medesime cerimonie si convengono a' giovani, secondo il loro essere, che agli attempati fra loro; ne' alla gente minuta e mezzana si confanno quelle che i grandi usano l' uno con l' altro.

 

Ne' gli uomini di grande virtù ed eccellenza soglion farne molte; ne' amare o ricercare che molte ne siano fatte loro; sì come quelli che male possono impiegar le cose, vane il pensiero.

 

Ne' gli artefici e le persone di bassa condizione si devono curare di usar molto solenni cerimonie verso i grandi uomini e Signori, che le hanno da loro a schifo anzi che no; perciocché da loro pare che essi ricerchino ed aspettino, piuttosto obbedienza che onore.

E per questo erra il servidore che proferisce il suo servigio al padrone; perciocché egli se lo reca ad onta, e pargli che il servidore voglia mettere in dubbio la sua signoria, quasi a lui non istia lo imporre e il comandare.

 

Questa maniera di cerimonie si vuole usare liberamente; perciocché quello che altri fa per debito, è ricevuto per pagamento, e poco grado se ne sente a colui che 'l fa; ma chi va alquanto più oltra di quello che gli è tenuto, pare che doni del suo; ed è amato e tenuto magnifico.

E vanno per la memoria di avere udito dire che un solenne uomo greco, gran versificatore, soleva dire, che chi sa accarezzar le persone con picciolo capitale, fa grosso guadagno.

 

Tu farai adunque delle cerimonie come il sarto fa de' panni, che piuttosto gli taglia vantaggiati che scarsi; ma non però sì che, dovendo tagliar una calza, ne riesca un sacco, ne' un mantello.

 

E se tu farai il somigliante verso i maggiori, sarai detto costumato e gentile, ma chi fosse in ciò soprabbondante, e scialacquatore, sarebbe biasimato sì come vano e leggieri, e forse peggio gli avverrebbe ancora, ch' egli sarebbe avuto per malvagio e per lusunghiero e, come io sento dire da questi letterati, per adulatore: il quale vizio i nostri antichi chiamavano, se io non erro, "piaggiare".

Del qual peccato niuno è più abominevole, ne' che peggio stia ad un gentiluomo.

E questa è la terza maniera di cirimonie, la qual procedere pure dalla nostra volontà e non dalla usanza.

 

Ricordiamoci adunque che le cirimonie, come io dissi da principio, naturalmente non furono necessarie; anzi, si poteva ottimamente fare senza esse, sì come la nostra nazione, non ha però gran tempo, quasi del tutto faceva.

Ma le altrui malattie hanno ammalato anco noi, e di questa infermità, e di molte altre.

Per la qual cosa, ubbidito che noi abbiamo all' usanza, tutto il rimanente in ciò è superfluità e una cotal bugia lecita; anzi, pure da quello innanzi non lecita; e perciò spiacevole cosa e tediosa agli uomini nobili che non si pascono di frasche e apparenze.

 

E sappi che io, non confidandomi della mia poca scienza, stendendo questo presente Trattato, ho voluto il parere di più valenti uomini scienziati.

 

E trovo che un Re, il cui nome fu Edipo, essendo stato cacciato dalla sua terra, andò già ad Atene, al Re Teseo, per campare la persona, che era seguitato da' suoi nemici. E dinanzi a Teseo pervenuto, sentendo favellare una sua figliola, e alla voce riconoscendola, perciocché cieco era, non badò a salutar Teseo; ma, come padre, si diede a carezzare la fanciulla. E ravvedutosi, volle di ciò con Teseo scusarsi, pregandolo gli perdonasse.

Il buono e savio Re non lo lasciò dire, ma disse egli:

- Confortati Edipo, perciocché io non onoro la vita mia con le parole d' altri, ma con le opere mie.

La qual sentenza si dee avere a mente, e come che molto piaccia agli uomini che altri gli onori, nondimeno, quando si accorgono di essere onorati artatamente, lo prendono a tedio, e più oltre lo hanno anco a dispetto, perciocché le lusinghe , o adulazioni che io debba dire, per arrota [affilare] le altre loro cattività e magagne, hanno questo difetto ancora, che i lusinghieri mostrano aperto segno di stimare che colui che essi carezzano, sia vano e arrogante, e oltre a ciò tondo e di grossa pasta, e semplice, sì che agevole sia d' invescarlo e penderlo.

 

E le cerimonie vane e isquisite e sovrabbondanti sono adulazioni poco nascose; anzi, palesi e conosciute da ciascuno.

In modo tale che coloro che le fanno a fine di guadagno, oltra quello che io dissi di sopra della loro malvagità, sono eziandio spiacevoli e noiosi.

 

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CAPO  XVII

 

D' altre cerimonie vane e superflue:

essere queste indicio di poco talento e di natura villana.

 

Ma c' è un' altra maniera di cerimoniose persone, le quali di ciò fanno arte e mercatanzia, e tengonne libro e ragione.

Alla tal maniera di persone un ghigno, ed alla cotale un riso; e il più gentile sederà in una seggiola, e il meno sulla panchetta; le quali cerimonie credo che sieno state trasportate di Spagna in Italia; ma il nostro terreno le ha male ricevute, e poco ci sono allignate.

Conciossia che questa distinzione di nobiltà, così appunto, a noi è noiosa, e perciò non si dee alcuno far giudice a decidere chi è più nobile e chi meno.

 

Ne' vendere si deono le cerimonie e le carezze, siccome io ho veduto molti Signori fare nelle corti loro, sforzandoli di consegnarle agli sventurati servitori per salario.

 

E sicuramente coloro che si dilettano di usar cirimonie assai fuora del convenevole, lo fanno per leggerezza e per vanità; come uomini di poco valore; ed è perciò che queste ciance s' imparano di fare assai agevolmente, e pure hanno un poco di bella mostra.

Essi le apprendono con grande studio; ma le cose gravi non possono imparare, come deboli a tanto peso, e vorrebbono che la conversazione si spendesse tutta in ciò, sì come quelli che non sanno più avanti, e che sotto quel peso di polìta buccia niuno sugo hanno, e a toccarli sono vizzi e mucidi; e perciò amerebbono che l' usar con le persone non procedesse più addentro di quella prima vista. E di questi troverai tu grandissimo numero.

 

Alcuni altri sono che soprabbondano in parole e in atti cortesi, per supplire al difetto della loro cattività e della villania, e ristretta natura loro. Avvisando, se essi fossero sì scarsi e selvatici con le parole, come sono con le opere, gli uomini non dovergli poter sofferire.

 

E nel vero così è che tu troverai, che per l' una di queste due cagioni, i più abbondano di cerimonie superflue, e non per altro; le quali generalmente noiano il più degli uomini, perciocché per loro s' impedisce altrui di vivere a suo senno, cioè la libertà, la quale ciascuno appetisce innanzi ad ogni altra cosa.

 

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CAPO  XVIII

 

Della maldicenza: del contraddire gli altri:

del dare consigli, del riprendere e correggere gli altrui difetti.

Ognuna di tali cose essere noiosa.

 

D' altrui, ne' delle altrui cose non si dee dir male; tutto che paia  che a ciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante l' invidia, che noi per lo più portiamo al bene e all' onore l' un dell' altro; ma poi alla fine ognuno fugge il bue che cozza, e le persone schifano l' amicizia de' maldicenti, facendo ragione che quello ch' essi dicono d' altri a noi, quello dichino di noi ad altri.

 

Ed alcuni che si oppongono ad ogni parola, e quistionano, mostrano che male conoscono la natura degli uomini; che ciascuno ama la vittoria, e lo esser vinto odia, non meno nel favellare che nello adoprare.

Senza che il porsi volentieri al contrario ad altri, è opera di nimistà, e non di amicizia.

Per la qual cosa, colui che ama d' essere amichevole e dolce nel conversare, non dee avere così presto il: - Non fu così - e lo - Anzi, sta come vi dico io - ne' il mettere su de' pegni; anzi, si dee sforzare di essere arrendevole alle opere degli altri, d' intorno a quelle cose che poco rilevano, perciocché la vittoria, in sì fatti casi torna in danno. Conciossia che, vincendo la frivola questione, si perde assai spesso il caro amico, e diviensi tedioso alle persone, sì che non osano di usare con esso noi, per non essere ognora con esso noi alla schermaglia.

E chiamanci per soprannome Messer Vinciguerra, e Ser Contrapponi, o Ser Tuttesalle, e talora il Dottor Sottile.

E se pure una volta avviene che altri disputi invitato dalla compagnia, si vuol fare per dolce modo, e non si vuol essere ingordo della dolcezza del vincere, che lì uomo se la trangugi; ma conviene lasciarne a ciascuno la parte sua. E torto o ragione che l' uomo abbia, si dee consentire al parere de' più, o de' più importuni, e loro lasciare il campo, sicché altri, e non tu, sia quello che si dibatta, e che sudi e trafeli; che sono sconci modi e sconvenevoli ad uomini costumati, sicché se ne acquista odio e malavoglienza.

Oltre a ciò sono spiacevoli, per la sconvenevolezza loro, la quale per sé stessa è noiosa agli animi ben composti, siccome noi faremo, per avventura, poco appresso.

 

Ma il più della gente invaghisce di sé stessa, che essa mette in abbandono il piacere altrui; e per mostrarsi sottili, e intendenti, e savii, consigliano, e riprendono, e inritrosiscono a spada tratta, e a niuna sentenza si accordano, se non alla loro medesima.

 

Il profferire il tuo consiglio, non richiesto, niun' altra cosa è che un dire di esser più savio di colui che tu consigli; anzi, un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza.

Per la qual cosa non si dee ciò fare con ogni conoscente, ma solo con gli amici più stretti, e verso le persone il governo e reggimento delle quali a noi appartiene, o veramente quando gran pericolo soprastesse ad alcuno, eziandio a noi straniero.

Ma nella comune usanza si dee l' uomo astenere di tanto di tanto dar consiglio, e di tanto metter compenso alla bisogna altrui; nel quale errore cadono molti, e più spesso i meno intendenti.

Perciocché agli uomini di grossa pasta poche cose si volgon per la mente, sicché non penano guari a deliberarsi. Come quelli che pochi partiti da esaminare hanno alle mani; ma come che ciò sia, chi va proferendo e seminando il suo buon consiglio, mostra di portar openione che il senno a lui avanzi, e ad altri manchi.

 

E fermamente sono alcuni che così vagheggiano questa loro saviezza, che il non seguire i loro conforti non è altro che un volersi azzuffare con esso loro, e dicono:

- Bene sta: il consiglio dei poveri non è accettato - e - Il tale vuol fare a suo senno - e - Il tale non mi ascolta.

Come se il richiedere che altri ubbidisca il tuo consiglio non sia maggiore arroganza che non il voler pur seguire il suo proprio.

 

Simil peccato a questo commettono coloro che imprendono a correggere i difetti degli uomini, o a riprendergli, e di ogni cosa vogliono dar sentenza finale e porre a ciascuno la legge in mano.

- La tal cosa non si vuol fare - e - Voi diceste la tal parola - e - Stoglietevi dal così fare e dal così dire - e - Il vino che voi bevete non vi è sano, anzi, vuol esser vermiglio - e - Dovreste usare del tal lattovaro [unguento] e delle cotali pillole - ...

E mai non finano di riprendere, ne' di correggere.

 

E lasciamo stare che a tal ora si affaticano a purgare l' altrui campo, che il loro medesimo è tutto pieno di pruni e di ortica; ma egli è troppo gran seccaggine il sentirli.

E siccome pochi o niuno a cui soffera l' animo di fare la sua vita col medico o col confessore, e molto meno col giudice di malefizio, così non si trova chi si arrischi di avere la costoro dimestichezza; perciocché ciascuno ama la libertà, della quale essi ci privano, e parci esser col maestro.

 

Per la qual cosa non è dilettevol costume lo esser così voglioso di correggere e di ammaestrare altrui; e deesi lasciare che ciò che si faccia da maestri e da' padri, da' quali pure e perciò i figliuoli e discepoli si scantonano tanto volentieri, quanto tu sai che' e fanno.

 

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Continua

 

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