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G A L A T E O

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capi 7 - 12.

 

CAPO  VII

Come debba ognuno vestire per non mostrare dispregio degli altri.

Ben vestito dee andar ciascuno, secondo la sua condizione, e secondo la sua età; perciocché, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente. E perciò solevano i cittadini di Padova prendersi in onta quando alcun gentiluomo viniziano andava per la loro città in saio; quasi gli fosse avviso di essere in contado.

E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni, ma si dee l' uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini e lasciarsi volgere alle usanze, come che forse meno comode, meno leggiadre che le antiche per avventura non erano o non gli parevano a lui.

E se tutta la tua città avrà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera. O dove gli altri cittadini erano con la barba, tagliarti tu, perciocché questo è contraddire gli altri; la qual cosa, cioé contraddire nel costume con le persone, non si dee fare, se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso, imperocché questo, innanzi ad ogni altro cattivo vezzo, ci rende odiosi al più delle persone.

 

Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti; ma da secondarle mezzanamente, acciocché tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia [sopravveste invernale, o da lavoro] lunga in fino sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più che la cintura.

Perciocché, come avviene a chi ha il viso forte, rincagnato, che altro non è a dire che averlo contro l' usanza, secondo la quale la natura gli fa ne' più; che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui, così interviene a coloro che hanno vestiti non secondo l' usanza dei più, ma secondo l' appetito loro, con belle zazzere lunghe; o che la barba l' hanno raccorciata o rasa; o che portano le cuffie o certi berrettoni grandi, alla tedesca; che ciascuno si volge a mirarli; e fassi a loro cerchio come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono.

 

Vogliono essere ancora le veste accettate, e che bene stiano alla persona; perché coloro che hanno le veste ricche e nobili, ma in maniera sconce, che elle non paiono fatte a loro dosso, fanno segno dell' una delle due cose; o che eglino di niuna considerazione abbiano di dover piacere, ne'  dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia ne' grazia, ne' misura alcuna.

 

Costoro adunque co' loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano; che poca stima facciano di loro, e perciò sono mal volentieri ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi.

 

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CAPO  VIII.

 

Di quelli che sconciano ogni compagnia, e dei ritrosi e strani.

Quanto sia odiosa la superbia, e come si debba schivare ogni cosa che a superbia possa attribuirsi.

 

Sono poi certi altri che più oltre procedono, che la suspezione [sospetto]. Anzi vengono a fatti e alle opere sì che con esso loro non si può durare in guisa alcuna; perciocché eglino sempre sono l' indugio, lo sconcio e il disagio di tutta la compagnia; i quali non sono mai presti, mai sono in assetto, ne' mai a lor senno adagiati.

 Anzi, quando qualcuno è per ire a tavola, e sono preste le vivande, e l'acqua data alle mani, essi chieggono che loro sia portato da scrivere o chiedere da orinare, o non hanno fatto esercizio [religioso], e dicono: Egli è buon' ora: ben potete indugiare un poco sì; che fretta è questa stamane? E tengono impacciata tutta la brigata, sì come quelli che hanno risguardo solo a sé stessi e all' agio loro; e altrui niuna considerazione cade loro nell' animo.

Oltre a ciò vogliono in ciascuna cosa essere avvantaggiati dagli altri, e coricarsi nei migliori letti, e nelle più belle camere; e sedersi nei più comodi, e più orrevoli [onorevoli] luoghi; e prima degli altri essere serviti e adagiati; a' quali niuna cosa piace giammai, se non quelle che essi hanno divisato; a tutte le altre torcono il grifo [fanno le smorfie]; e par loro di dover essere attesi a mangiare, a cavalcare, a giuocare, a sollazzare.

Alcuni altri sono sì bizzarri e ritrosi e strani, che niuna cosa a lor modo si può fare, e sempre rispondono con mal viso, che che loro si dica; e mai non rifinano di garrire [clamare con voce stridula] a fanti loro, e di sgridarli, e tengono in continua tribolazione tutta la brigata:

- A bell' ora mi chiamasti stamane! - Guata [guarda con attenzione] qui, come tu nettasti ben questa scarpetta: ed anco non venisti meco alla chiesa:

- bestia; io non so a che io mi tenga che io non ti rompa cotesto mostaccio [muso].

 

Modi tutti sconvenevoli e dispettosi, i quali si devono fuggire come la morte; perciocché quantunque l' uomo avesse l' animo pieno di umiltà e tenesse questi modi, non per malizia, ma per trascuraggine e per cattivo uso; nondimeno perché egli si mostrerebbe superbo negli atti di fuori, converrebbe ch' egli fosse odiato dalle persone, imperroché la superbia non è altro che il non istimare altrui; e come io dissi da principio, ciascuno appetisce di essere stimato, ancora ch' egli non vaglia.

 

Egli fu, non ha gran tempo in Roma, un valoroso uomo e dotato di acutissimo ingegno e di profonda scienza, il quale ebbe nome messer Ubaldino Bandinelli.

Costui solea dire che, qualora egli andava o veniva da palagio, come che le vie fossero sempre piene di nobili Cortigiani, e di Prelati, e di Signori, e parimente di poveri uomini, e di molta gente mezzana, e minuta; nondimeno a lui non parea d' incontrar mai persona che da più fosse, ne' da meno di lui, e senza fallo pochi ne poteva vedere che quello valessero, che egli valeva.

Avendo riguardo della virtù di lui, che fu grande fuor di misura; ma tuttavia gli uomini non si deono misurare in questi affari in sì fatto braccio; e deonsi piuttosto pesare con la stadera del mugnaio, che con la bilancia dell' orafo; ed è convenevol cosa lo esser presto di accettarli, non per quello che essi veramente vagliono, ma come si fa delle monete, per quello che corrono.

 

Niuna cosa è adunque da fare nel cospetto delle persone alle quali noi desideriamo di piacere, che mostri piuttosto signoria che compagnia: anzi, vuole ciascuno nostro atto avere alcuna significazione di riverenza e di rispetto verso la compagnia nella quale siamo.

 

Per la qual cosa quello, che fatto a convenevol tempo non è biasimevole, per rispetto al luogo e alle persone è ripreso; come il dir villania a famigliari, e lo sgridarli; della qual cosa facemmo di sopra menzione; e molto più il batterli, conciossia cosa che ciò fare è uno imperiare, ed esercitare una giurisdizione; la qual cosa niuno suol fare dinanzi a coloro ch' egli riverisce, senza che se ne scandaleza la brigata e guastasene la conversazione; e maggiormente se altri farà ciò a tavola, che è luogo di allegrezza e non di scandalo.

Si che cortesemente fece Corrado Gianfigliazzi di non moltiplicare in novelle con Chichibio, per non turbare i suoi forestieri, comoché egli grande castigo avesse meritato avendo piuttosto dispiacere al suo Signore che alla Brunetta; e se Currado avesse fatto ancora meno schiamazzo che non fece, più sarebbe stato da commendare [affidare, raccomandare], che già non conveniva chiamar messer Domeneddio che entrasse per lui mallevadore delle sue minacce, sì come egli fece.

 

Ma, tornando alla nostra materia, dico che non istà bene che altri si adiri a tavola, che che si avvenga; e adirandosi nol dee mostrare, ne' del suo cruccio dee fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi; e massimamente se tu arai forestieri a mangiare con esso teco: perciocché tu gli hai chiamati a letizia ed ora gli attristi; conciossia che come gli agrumi, che altri mangia, te veggente, allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia, turba noi.

 

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CAPO  IX.

 

Quanto la ritrosia alieni l' animo altrui: che bisogna mostrare di portare amore agli altri e di curare l' amore loro.

 

Ritrosi sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri, sì come il vocabolo medesimo dimostra; che tanto è a dire "a ritroso", quanto a rovescio.

Come sia adunque utile la ritrosia a prendere gli animi delle persone, e a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente; poscia che ella consiste in opporsi al piacere altrui, il che suol fare l' uno inimico all' altro, e non gli amici in fra di loro.

 

Perché sforzinsi di schifar questo vizio coloro che studiano di essere cari alle persone, perciocché egli genera non piacere, ne' benivolenza, ma odio e noia.

Anzi, conviensi fare dell' altrui voglia suo piacere; dove non segua danno o vergogna. Ed in ciò fare sempre e dire piuttosto a senno d' altri che a suo.

Non si vuol essere ne' rustico, ne' strano, ma piacevole e domestico, perciocché nessuna differenza sarebbe dalla mortine [mirto] al pungitopo [bacche scarlatte], se non fosse che l' una è domestica e l' altra è selvatica.

 

E sappi che colui è piacevole, i cui modi sono tali nella usanza comune, quali costumano di tenere gli amici in fra di loro. Laddove chi è strano pare in ciascun luogo straniero, che tanto viene a dire come forestiero,  siccome i domestici uomini per lo contrario pare che siano, ovunque vadano, conoscenti e amici di ciascuno.

 

Per la qualcosa conviene che altri si avvezzi a salutare e favellare, e rispondere per dolce modo, e dimostrarsi con ognuno quasi terrazzano e conoscente.

Il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai fanno buon viso, e volentieri a ogni cosa dicono di no. E non prendono in grado ne' onore ne' carezza che loro si faccia; a guisa di gente, come detto, straniera e barbara.

Non sostengono di essere visitati e accompagnati, e non si rallegrano dei motti, ne' delle piacevolezze, e tutte le profferte rifiutano:

- Messer tale m' impose dianzi che io vi salutassi per sua parte.

- Che ho io a fare de' suoi saluti?

- E Messer cotale mi domandò come voi stavate.

- Venga, e mi si cerchi il polso.

Sono adunque costoro, meritatamente, poco cari alle persone.

 

Non istà bene di esser maninconoso [pressoché con le lacrime agli occhi], ne' astratto là dove tu dimori [col pensiero fuori dal mondo].

E come che forse ciò sia da comportare [consentire] a coloro che per lungo spazio di tempo sono avvezzi nelle speculazioni delle arti che si chiamano, secondo che io ho udito dire, liberali; agli altri senza alcun fallo non si dee consentire, anzi quelli stessi, qualora vogliano pensarci, farebbono gran senno a fuggirsi dalla gente.

[Della Casa si riferiva a caratteri noti all' Inquisizione, che lui stesso, a suo tempo aveva introdotto nel territorio di Venezia].

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CAPO  X.

 

Delle cose che si oppongono all' appetito; del piacere e sollazzo che cercano gli uomini nel conversare, e primieramente de' teneri e vezzosi.

 

L' esser tenero e vezzoso anco si disdice assai, e massimamente agli uomini; perciocché l usare con sì fatta maniera di persone, non pare compagnia, ma servitù.

E certo alcuni se ne trovano che sono tanto teneri e fragili, che il vivere e il dimorar con esso loro niuna altra cosa è che impacciarsi fra tanti sottilissimi vetri.

Così temono essi ogni leggier percossa, e così conviene trattargli e riguardargli; i quali così si crucciano, se voi non foste così presto e sollecito a salutargli, a visitargli, a riverirgli, ed a risponder loro, come un altro farebbe di  una ingiuria mortale.

E se voi non date loro così ogni titolo appunto, le querele asprissime, e le inimicizia mortali nascono di presente.

- Voi diceste Messere, e non Signore: e perché non mi dite voi V.S. ? - Io chiamo pur voi il signor tale, io: ed anco non debbi il mio luogo a tavola. E ieri non vi degnaste di venire per me a casa, com' io venni a trovar voi l' altrieri. Questi non sono modi da tenere a un mio pari.

 

Costoro veramente recano le persone a tale, che non è chi gli possa patir di vedere, perciò che troppo amano sé medesimi fuor di misura; ed in ciò occupati, poco di spazio avanza loro di poter amare altrui.

Senza che, come io dissi da principio, gli uomini richieggano, che  nelle maniere di colo co' quali usano, sia quel piacere che può in cotale atto essere.

Ma il dimorare con sì fatte persone fastidiose, l' amicizia delle quali è leggermente, a guisa d' un sottilissimo velo, si squarcia.

Non è usare, ma servire, e perciò non solo non diletta, ma ella spiace sommamente.

 

Questa tenerezza adunque, e questi vezzosi modi, si voglion lasciare alle femmine.

 

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CAPO  XI.

 

Di quali materie dobbiamo astenerci dal favellare,

per non recar noia.

 

Nel favellare si pecca in molti e varj modi; e primieramente nella materia che si propone, la quale non vuole essere frivola, ne' vile, perciocché gli uditori non vi badano, e perciò non ne hanno diletto, anzi, scherniscono i ragionamenti, ed il ragionatore insieme.

 

Non si deve anco pigliar tema molto sottile, ne' troppo inquisito, perocché con fatica si intende dai più.

Vuolsi diligentemente guardare di far la proposta tale, che niuno della brigata ne arrossisca, o ne riceva onta.

Ne' di alcuna bruttura si dee favellare, comeché piacevole cosa paresse ad udire, perciocché alle oneste persone non istà bene studiar di piacere altrui, se non nelle oneste cose.

 

Ne' contro Dio, ne' contra Santi, ne' da dovero, ne' motteggiando, si deve mai dire alcuna cosa, quantunque peraltro fosse leggiadra e piacevole; il qual peccato assai sovente commise la nobil brigata del nostro Messer Giovanni Boccaccio ne' suoi ragionamenti, sì che ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni intendente persona.

E' nota che il parlar di Dio gabbando, non solo è difetto di scellerato uomo, ed empio, ma gli è ancora vizio di scostumata persona. Ed è cosa spiacevole a udire; e molti troverai che si fuggiranno da là, dove si parli di Dio sconciamente.

 

E non solo di Dio si convien parlare santamente, ma in ogni ragionamento dee l' uomo schifare quanto può, che le parole non siano testimonio contra la vita e le opere sue, perciocché gli uomini odiano in altrui eziandio i loro vizi medesimi.

 

Simigliantemente si disdice di favellare delle cose molto contrarie al tempo e alle persone che stanno ad udire, eziandio di quelle, che per sé e a suo tempo dette, sarebbono buone e sante.

Non si raccontino adunque le prediche di frate Nastagio alle giovani donne, quando elle hanno voglia di scherzare; come quel buono uomo che abitò non lungi da te, vicino a San Brancazio faceva.

 

Ne' a festa, ne' a tavola , si raccontino istorie maninconose, ne' di piaghe, ne' di malattie, ne' di morte, ne' di pestilenze, ne' di altra dolorosa materia si faccia menzione, o ricordo. Anzi, se altri in siffatte rammemorazioni fosse caduto, si dee, per acconcio modo, e dolce, scambiarsi quella materia e mettergli per le mani più lieto e più convenevol soggetto. Quantunque, secondo che io udj già dire ad un valente uomo nostro vicino, gli uomini abbiano molte volte bisogno di lacrimare, come di ridere.

E per tal cagione egli affermava essere state da principio trovate le dolorose favole che si chiamano tragedie; acciocché raccontate ne' teatri, come in quel tempo si costumava da fare, tirassero le lacrime agli occhi di coloro che avevano di ciò mestiere. E così eglino piangendo, della loro infirmità guarissero.

 

Ma come ciò sia, a noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui favelliamo; massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo, e non per piagnere.

Che se pure alcuno è che infermi per vaghezza di lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte; o porlo in alcun luogo al fumo.

Per la qual cosa in niuna maniera si può scusare il nostro Filostrato della proposta che egli fece, piena di doglia, o di morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga, che di letizia.

Conviene adunque fuggire di favellare di cose maninconiose; e piuttosto tacersi.

 

Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca giammai, che i loro bambini, e la donna, e la balia loro.

- Il fanciullo mio mi fece ieri sera tanto ridere: udite: voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di Momo mio: la donna mia è cotale: la Cecchina disse: certo voi non crederesti del cervello che ella ha.

Niuno è sì scioperato che possa, ne' rispondere, ne' badare a sì fatte sciocchezze; e viensi a noia ad ognuno.

 

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CAPO  XII.

 

Si riprova distintamente l' uso di raccontare i sogni

nelle conversazioni.

 

Male fanno ancora quelli che, tratto tratto, si pongono a recitare i sogni loro, con tanta affezione e facendone sì gran maraviglia, ch' è uno isfinimento di cuore a sentirli. Massimamente che costoro sono per lo più tali, che perduta opera sarebbe lo ascoltare qualunque, se la loro prodezza fatta si fosse quando vegghiarono.

Non si dee adunque noiare altrui con sì vile materia, come i sogni sono, specialmente sciocchi, come l' uom li fa, generalmente.

 

E come ch' io senta dire assai spesso, che gli antichi savj lasciarono ne' loro libri più e più sogni scritti con alto intendimento, e con molta vaghezza; non perciò si conviene a noi idioti, ne' al comune popolo, di ciò fare ne' suoi ragionamenti.

 

E certo di quanti sogni io abbia mai sentito riferire, comeché io a pochi soffera di dare orecchie; niuno me ne parve mai d' udire che meritasse che per lui si rompesse silenzio.

Fuori solamente uno, che ne vide il buon messer Flaminio Tamarozzo, gentiluomo romano, e non mica idiota, ne' materiale, ma scienziato, e di acuto ingegno.  Al quale dormendo egli pareva di sedersi nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino; nella quale poco stante, quale si fosse la cagione, levatosi l popolo a romore, andava ogni cosa a ruba; e chi sceglieva un lattovaro [unguento dall' albero di lattovario - Boccaccio], chi una confezione, chi una cosa, chi un' altra, e mangiavasi di presente, sì che in poco d' ora, ne' ampolla, ne' pentola, ne' bossolo, ne' alberello vi rimanea che voto non fosse e rasciutto.

Una guastadetta  [una piccola guastada, recipiente in forma di caraffa - Boccaccio.] v' era, assai picciola, e tutta piena di un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi ne volesse.

E non stette guari che egli vide un uomo, grande di statura, antico, e con venerabile aspetto, il quale, riguardando le scatole, ed il vasellamento dello spezial cattivello; e trovando quale voto e quale versato, e la maggior parte rotto, gli venne veduto la guastadetta che io dissi; perché, postalasi a bocca, tutto quel liquore si ebbe tantosto bevuto, sì che gocciola non ve ne rimase.

 E dopo questo, se ne uscì quindi come gli altri avean fatto.

 

Della qual cosa pareva a Messer Flaminio di maravigliarsi grandemente. Perché, rivolto allo Speziale, gli addimandava: - Maestro, questi chi è? E per qual cagione sì saporitamente l' acqua della guastadetta bevve egli tutta, la quale tutti gli altri avevano rifiutata?

A cui parea che lo speziale rispondesse: Figliolo, questi è Messer Domeneddio, e l' acqua da lui solo bevuta, e da ciascun altro, come tu vedesti, schifata e rifiutata, fu la discrezione. La quale, siccome tu puoi aver conosciuto, gli uomini non vogliono assaggiare, per cosa al mondo.

 

Questi così fatti sogni, dico io bene potersi raccontare, e con molta dilettazione, e frutto ascoltare: perciocché più si rassomigliano a pensiero di ben desta, che a visione di addormentata mente; o virtù sensitiva, che dir debbiamo.

Ma gli altri sogni senza forma, e senza sentimento, quali la maggior de' nostri pari gli fanno (perciocché i buoni e gli scienziati sono eziandio quando dormono, migliori e più savi che i rei e che gli idioti), si deono dimenticare e da noi insieme col sonno, licenziare.

 

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