TRATTATO di Messer Giovanni della Casa, cognominato GALATEO, nel quale, sotto la persona d' un vecchio idiota ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de' modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione.

 

1.

capi  1 - 6.

 

NOTA:  Chi leggesse per pura curiosità della scrittura tardo rinascimentale, (medio 1500), non tenga conto degli accenti (nel testo tutti gravi, come giustamente sostiene, ancor oggi, chi scrive con rispetto della grammatica), ne' della punteggiatura, considerata invece caotica, e rabberciata un poco da noi.

Per il giudizio complessivo sulle vecchie usanze, veda il lettore. Certo, nell' insieme, si hanno conoscenze e insegnamenti  tuttora utili, tranne forse per  ciò che riguarda l' uso dello stare a tavola.

Per una migliore comprensione dello spirito dell' opera, si suggerisce la biografia dell' autore; facile a ricercarsi, a chi già non l' abbia. 

Tuttavia il testo nulla ha a vedere con la personalità del medesimo.

ATTENZIONE  Se la scrittura non si vedesse, ricoprire col tasto sinistro, come se si volesse copiare.

 

 

 

CAPO  I.

 

Proemio.

Si propone la materia di cui deve trattarsi:

paragone della buona costumatezza con altre virtù

più splendide, utilità della presente dottrina e facilità di praticarla.

 

Conciossiacosa  che tu incominci pur ora quel viaggio, del quale io ho la maggior parte, siccome tu vedi, fornito; cioè questa vita mortale; amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando un altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, camminando per essa, possi agevolmente o cadere, o come che sia errare; acciocché tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con salute dell' anima tua, e con laude e onore della tua onorevole e nobile famiglia.

 

E perciò che la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più principali, e più sottili ammaestramenti, riserbandogli a più convenevole tempo, io incomincierò da quello che per avventura potrebbe a molti parer frivolo; cioè quello che io stimo che si convenga di fare, per potere in comunicando, ed in usando con le genti, essere costumato e piacevole, e sì di bella maniera: il che nondimeno è o virtù, o cosa molto a virtù somigliante.

 

E come che l' esser liberale, o costante, o magnanimo sia per sé senza alcun fallo più laudabil cosa e maggiore, che non  l' essere avvenente e costumato; nondimeno forse che la dolcezza dei costumi, e la convenevolezza de'modi e delle maniera e delle parole giovano non meno a' possessori di esse, che la grandezza dell' animo e la sicurezza altresì a loro possessori non fanno.

 Perciocché queste si convengono esercitare ogni dì molte volte; essendo a ciascuno necessario di usare con gli altri uomini ogni dì, ed ogni dì favellare con esso loro. Ma la giustizia, la fortezza, e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado.

 Ne' il largo e il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente; anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono costretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera.

 

Adunque quanto quelle di grandezza, e quasi di peso vincono queste; tanto queste in numero ed in ispessezza avanzano quelle; e potre' ti, se egli stesse bene di farlo, nominare di molti i quali, essendo per altro di poca stima, sono stati, e tuttavia sono apprezzati assai, per cagion della loro piacevole e graziosa maniera. Solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spazio addietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù, che io ho dette: e come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benevolenza di coloro co' quali noi viviamo; così per lo contrario i zotici e rozzi incitano altrui ad odio e disprezzo di noi.

 

Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza ed alla rozzezza de' costumi, siccome a quel peccato, che a loro è paruto leggieri, e certo egli non è grave; noi veggiamo nondimeno che la natura stessa ce ne castiga con aspra disciplina; privandoci per questa cagione del consorzio e delle benivolenza degli uomini.

 

E certo, come i peccati gravi più nuocono; così questi leggieri più noia, o noia almeno più spesso: e sì come gli uomini temono le fiere selvatiche; e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono, e le mosche, niuno timore hanno e nondimeno per la continua noia che eglino ricevono da loro, più spesso si rammaricano di questi, che di quelle non fanno: così addiviene che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini e i rincrescevoli, quanto i malvagi, e più.

 

Per la qual cosa nessuno può dubitare, che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini, o nei romitorii, ma nelle città, e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il saper essere ne' suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole: senza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi; i quali mancando, esse nulla o poco adoperano: dove questa, senza altro patrimonio, è ricca e possente, sì come quella che consiste in parole e in atti solamente.

 

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CAPO  II.

 

In che consista l' essere scostumato: quali atti sieno spiacevoli a que' co' quali si usa.

Si dividono questi  secondo il numero delle potenze dell' anima, alle quali si può render noia.

 

Il che acciocché tu agevolmente apprenda di fare; dei sapere che a te conviene temperare e ordinare i tuoi modi, non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co' quali tu usi; ed a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente: perciocché chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare più tosto buffone, o giucolare, o per avventura lusinghiero, che costumato gentiluomo: siccome per lo contrario  chi di piacere, o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero, è zotico e scostumato e disavvenente.

 

Adunque conciossia che le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo riguardo all' altrui, e non al nostro diletto; se noi investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente i più degli uomini, e quali quelle che noiano, potremo agevolmente trovare quali modi sieno da schivarsi nel vivere con essi loro, e quali sieno da eleggersi.

 

Diciamo adunque che ciascuno atto che è di noia ad alcuno dei sensi, e ciò che è contrario all' appetito; ed oltre a ciò quello che rappresenta alla immaginazione cose male da lei gradite, e similmente ciò che lo intelletto have a schifo spiace e non si dee fare.

 

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CAPO  III.

 

Si principia a trattare di ciò che rende noia a' sensi,

e per mezzo loro alla immaginazione,

ad alcuna cosa, anche all' appetito.

 

Perciocché, non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide e fetide, o schife, o stomachevoli, ma il nominarlo anco si disdice; e non pure il farle, o il ricordarle dispiace, ma eziandio il ridurle nella immaginazione altrui con alcun atto, suol forte noiar le persone.

 

E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien loro voglia.

 

Similmente, non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel cospetto degli uomini; ne' quelle finite, rivestirsi nella loro presenza.

Ne' pure quindi tornando si laverà egli, per mio consiglio, le mani dinanzi ad onesta brigata; conciossia che la cagione per la quale egli se le lava rappresenti nella immaginazion di coloro alcuna bruttura.

 

E per la medesima cagione non è dicevol costume quando ad alcuno vien veduto per via, come occorre alle volte, cosa stomachevole, il rivolgersi ai compagni e mostrarla loro.

 

E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima istanza, pure accostandocela al naso, e dicendo:

- Deh, sentite di grazia come questo pute; - anzi, dovrebbon dire: non la

fiutate, acciocché pute.

 

E come questi e simili modi annoian que' sensi a' quali appartengono, così il dirugginare i denti, il sufolare, lo stridere,  e lo stroppicciar pietre aspre, e il fregar ferro, spiace agli orecchi, e deosene l' uomo astenere più che può.

 

E non solo questo, ma deesi l' uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata e difforme , dalla qual cosa pochi sono che si riguardino; anzi pare che chi meno è a ciò atto naturalmente, più spesso il faccia.

 

Sono ancora di quelli che tossendo o starnutendo, fanno sì fatto strepito, che assordano altrui; e di quelli che in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso ai circostanti.

 

E trovasi anco tale che sbadigliando urla, o ragghia come asino.

E tale con la bocca tuttavia aperta vuol pur dire, e seguitare suo ragionamento, e manda fuori quella voce, o piuttosto quel rumore che fa il mutolo quando egli si sforza di favellare. Le quali sconce maniere si voglion fuggire come noiose all' udire e al vedere.

Anzi, dee l' uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare.

Oltra le predette cose, ancora per ciò che pare che venga da cotal rincrescimento, e da tedio; e che colui che così spesso sbadiglia, amerebbe di esser più tosto in altra parte che quivi, e che la brigata ove egli è, e i ragionamenti e i modi loro gli rincrescano.

E' certo, come che l' uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare, nondimeno se egli è soprappresso da alcun diletto, o da alcun pensiero, egli non ha a mente di farlo; ma, scioperato essendo, ed accidioso, facilmente se ne ricorda.

E perciò quando altri sbadiglia colà ove siano persone oziose, e senza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente, quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello, che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati.

Ed io ho sentito molte volte dire a savii letterati che tanto viene a dire in latino sbadigliante, quanto neghittoso e trascurato.

Vuolsi adunque fuggire questo costume spiacevole, come io ho detto, agli occhi, e all' udire ed allo appetito; perciocché usandolo, non solo facciamo segno che la compagnia con la quale dimoriamo, ci sia poco a grado.

Ma diamo ancora alcuno indizio cattivo di noi medesimi, cioé di avere addormentato animo e sonnacchioso. La qual cosa ci rende poco amabili a coloro coi quali usiamo.

 

Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi dentro, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cèlabro; che sono stomachevoli modi, ed atti a fare che non altri ci ami; ma se qualcuno ci amasse, si disinnamori, sì come testimonia lo spirito del Labirinto [lo spirito di complicazione], chi che egli si fosse, il quale, per ispegnere l' amore onde Messer Giovanni Boccaccio ardea di quella sua male da lui conosciuta donna, gli racconta com' ella covava la cenere sedendosi sulle calcagna, e tossiva ed isputava farfalloni.

 

Sconveniente costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha da bere,o su la vivanda che altri dee mangiare, per cagion di fiutarla. Anzi, non vorre' io che egli fiutasse per quello che egli stesso dee bersi o mangiarsi, poscia che dal naso possono cader di quelle cose che l' uomo have a schifo; eziandio che allora non caggino.

 

Ne' per mio consiglio porgerai tu a bere altrui quel bicchiere di vino al quale tu arai posto bocca ed assaggiatolo; salvo che egli non fosse teco più che domestico.

 

E molto meno si dee porgere pera, o altro frutto, nel quale tu arai dato di morso.

E non guardare perché le sopraddette piccole cose ti paiono di picciolo momento; perocché anche le leggieri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere.

 

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CAPO  IV

 

Per far conoscere quanto non siano da trascurarsi

le minute cose delle quali ha parlato,

racconta l' autore ciò che fece M. Galateo al conte Ricciardo, per comando del Vescovo di Verona.

 

E sappi che in Verona ebbe già un vescovo molto savio di scrittura e di senno naturale, il cui nome fu Messer Giovanni Matteo Giberti, il quale, fra gli altri suoi laudevoli costumi, si fu cortese e liberale assai a nobili gentiluomini che andavano e venivano a lui, onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabbondante, ma mezzana, quale conviene a chierico.

 

Avvenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo nomato Conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col Vescovo, e con la famiglia di lui, la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati. E perciò che gentilissimo cavaliere parea loro, e di bellissime maniere, molto lo commendarono ed apprezzarono.

 

Se non che un picciolo difetto avea ne' suoi modi, del quale essendosi in Vescovo (che intendente signore era) avveduto; ed avutone consiglio con alcuno dei suoi più domestichi, proposero da farne avveduto il Conte, come che temessero di fargliene noia.

 

Per la qual cosa, avendo già il Conte preso commiato, e dovendosi partir la mattina seguente, il Vescovo, chiamato un suo discreto familiare, gl' impose che, montato a cavallo col Conte, per modo di accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via e, quando il tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse e dire quello che essi avevano proposto tra loro.

 

Era il detto famigliare uomo già pieno d' anni, molto scienziato, e oltre ad ogni credenza piacevole, e ben parlante, e di generoso aspetto; e molto avea, de' suoi dì, usato alle corti de' grandi Signori; il quale fu, e forse ancora è chiamato, M. Galateo, a petizion del quale, e per suo consiglio, presi io da prima a dettar questo presente Trattato.

Costui, cavalcando col Conte, lo ebbe tosto messo in piacevoli ragionamenti; ed in uno in altro passando, quando il tempo gli parve di dover  verso Verona tornarsi, pregandolo il Conte di accomiatarlo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo:

 

- Signor mio, il Vescovo mio signore rende  a Vostra Signoria infinite grazie dell' onore ch' egli ha da voi ricevuto; il quale designato vi siete  di entrare e di soggiornare nella sua picciola casa; ed oltre a ciò in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte, e caramente vi manda pregando che vi piaccia di riceverlo con lieto animo.

Ed il dono è questo: Voi siete il più leggiadro e il più costumato gentiluomo che mi paresse al Vescovo di vedere.

Per la qual cosa, avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere, ed esaminatele partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme, che voi fate con le labbra e con la bocca, masticando alla mensa con un nuovo strepito molto spiacevole ad udire. Questo vi manda significando il Vescovo, pregandovi che voi v' ingegniate del tutto di rimanervene; e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione ed avvertimento, perciocché egli si rende conto, niuno altro al mondo essere, che tale presente vi facesse.

 

Il Conte, che del suo difetto non si era ancora mai avveduto, udendoselo rimproverare, arrossò così un poco; ma come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse:

 

 - Direte al Vescovo, che se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno in fra di loro, quale il suo è,  eglino troppo più ricchi sarebbono , ch' essi non sono; e di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringraziatelo senza fine, assicurandolo che io del mio difetto, senza dubbio per innanzi bene e diligentemente mi guarderò; e andatevi con Dio.

 

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CAPO  V.

 

Ritornasi a trattare delle male costumanze

che spiacciono a' sensi.

 

Ora che crediamo noi, che avesse il Vescovo e la sua nobil brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci, col grifo nella broda, tutti abbandonati, non levar mai alto il viso, e mai non rimuovere gli occhi, e tanto meno le mani dalle vivande?

E con ambedue le gote gonfiate, come se essi sonassero la tromba, o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare.

I quali, imbrattandosi le mani poco meno che fino al gomito, conciano in guisa le tovagiuole, che le pezze degli agiamenti sono più nette.

Con le quali tovagliuole anco molto  spesso non si vergognano di rasciugare il sudore, che per lo affrettarsi, e per lo soverchio mangiare, gocciola, e cade loro dalla fronte e dal viso, e dintorno al collo. Ed anco di nettarsi con esse il naso, quando voglia loro ne viene.

 

Veramente questi così fatti non meritarebbono di essere ricevuti, non pure nella purissima casa di quel nobil Vescovo, ma dovrebbero essere scacciati per tutto, là ove costumati uomini fossero.

 

Dee adunque l' uomo costumato guardarsi di non ungersi le dita, sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, perciocché ella è stomachevole a vedere. Ed anco di fregarle al pane che egli dee mangiare, non pare pulito costume.

 

I nobili servidori, i quali si esercitano nel servigio della tavola; non si deono per alcuna condizione grattare il capo, ne' dinanzi al loro Signore, ne' altrove quando si mangia, ne' porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo, che si cuoprono.

Ne' pure farne sembiante, sì come alcuni trascurati familiari fanno, tenendosele in seno, e di dietro nascoste sotto a panni, ma le deono tenere in palese  e fuori d' ogni sospetto; ed averle con ogni diligenza lavate e nette, senza avervi su pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte.

 

E quelli che arrecano i piattelli, o porgono la coppa, diligentemente si astenghino in quell' ora, da sputare, da tossire, e più. Perciocché  in simili atti tanto vale, e così noia i signori la sospensione, quanto la certezza .

E perciò procurino i familiari di non dar ragione ai padroni di sospicare; perciocché quello che poteva addivenire così noia, come se egli fosse avvenuto.

 

E se talora avrai posto a scaldare pera dintorno al focolare, o arrostito pane in sulla brage, tu non dei soffiare entro, perché egli sia alquanto ceneroso, perciocché si dice  che "mai vento non fu senza acqua".

Anzi, tu lo dei leggermente percuotere nel piattello, o con altro argomento percuoterne la cenere.

 

Non offerirai il tuo moccichino, come che egli sia di bucato, a persona: perciocché quegli a cui tu lo proferi, nol sa, e potrebbe averne a schifo.

 

Quando si favella con alcuno, non se gli dee l' uomo avvicinare, sì che gli aliti nel viso; perciocché molti troverai che non amano di sentire il fiato, quantunque cattivo odore non ne venisse.

 

Questi modi, ed altri simili, sono spiacevoli, e vuolsi schifargli, perciocché posson noiare alcuno dei sentimenti di coloro co' quali usiamo, come io dissi di sopra.

 

Facciamo ora menzione di quelli che, senza noia d' alcuno sentimento, spiacciono allo appetito delle più persone, quando si fanno.

 

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CAPO  VI.

 

Per passare l' Autore a parlare di ciò che spiace

all' appetito, spiega prima che cosa appetiscano gli uomini

nel comunicare insieme.

Quali cose deggiano schivarsi

perché dinotano poca stima della conversazione.

 

Tu dei sapere che gli uomini, naturalmente, appetiscono più cose, e varie; perciocché alcuni vogliono sodisfare all' ira, alcuni alla gola, altri alla libidine, altri alla avarizia, ed altri ad altri appetiti.

Ma in comunicando solamente in fra di loro, non pare che chieggano, ne possano chiedere, ne' appetire alcune delle sopradette cose, conciossiaché elle non consistano nelle maniere, o ne' modi e nel favellar delle persone, ma in altro.

 

Appetiscono adunque quello che può concedere loro questo atto del comunicare insieme; e ciò pare che sia benivolenza, onore e sollazzo, e alcuna altra cosa ad esse simigliante.

Perché non si dee dire, ne' fare cosa per la quale altri dia segno di poco amare, o di poco apprezzare coloro co' quali si dimora.

Laonde, poco gentil pare che sia quello, che molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà, dove onesta brigata si segga e ragioni; perciocché così facendo, dimostrano che poco gli apprezzino e poco lor caglia di loro e de' loro ragionamenti.

Senza che, chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcuno atto spiacevole ad udire, o a vedere: e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi.

 

E per questa cagione medesima, il drizzarsi ove gli altri seggano e favellino, e passeggiar per la camera, pare noiosa usanza.

 

Sono ancora di quelli che così si dimenano, e scontorconsi, e prostendonsi, e sbadigliano rivolgendosi ora in su l' un lato, ed ora su l' altro, che pare che gli pigli la febbre in quell' ora. Segno evidente che, quella brigata con cui sono, rincresce loro.

 

Male fanno similmente coloro che, ad ora ad ora, si traggono una lettera dalla scarsella, e la leggono.

Peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie, quasi che egli abbia quella brigata per nulla, e però si procacci altro sollazzo, per trapassare il tempo.

 

Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano, cioè cantarsi fra' denti, o suonare il temburino con le dita, o dimenare le gambe; perciocché questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d' altrui.

 

Oltre a ciò, non si vuol l' uomo recare in guisa che egli mostri le spalle altrui; ne' tenere alto l' una gamba, sì che quelle parti che i vestimenti ricuoprono, si possano vedere, acciocché cotali atti non si soglion fare se non tra quelle persone che l' uom non riverisce.

Vero è che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de' suoi familiari, o ancora in presenza di un amico di minor condizione di lui, mostrerebbe, non superbia, ma amore e dimestichezza.

 

Dee l' uomo recarsi sopra di sé, e non appoggiarsi, non aggravarsi addosso altrui.

E quando favella, non dee punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola dicendo:

- Non dissi io vero? - eh voi? - eh messer tale?" - e tuttavia vi frugano col gomito.

 

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Continua

 

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