NICCOLO'  MACHIAVELLI

 
  

 

 

 

 

 

Sulla  corruzione

 

 
 

 

 

 

dai Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio.

Capo XVIII. In che modo nelle citta' corrotte si potesse mantenere uno Stato libero essendovi, o non essendo, ordinarvelo.

 

Io credo che non sia fuora di proposito, ne' disforme dal soprascritto discorso considerare se in una citta' corrotta si puo' mantenere lo Stato libero, sendovi; o quando e' non vi fusse, se vi si puo' ordinare. 

Sopra la quale cosa dico che gli e' molto difficile fare l'uno o l'altro; e benche' sia quasi impossibile darne regola, perche' sarebbe necessario procedere secondo i gradi della corruzione, non dimanco essendo bene ragionare d'ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro. E presupporro' una citta' corrottissima, donde verro' ad accrescere piu' tale difficulta': perche' non si truovano  ne' leggi ne' ordini che bastino a frenare una universale corruzione. 

Perche' cosi' come gli buoni costumi per mantenersi hanno bisogno delle leggi, cosi' le leggi per osservarsi hanno bisogno de' buoni costumi. Oltre a di questo, gli ordini e le leggi fatte in una repubblica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono dipoi piu' a proposito, divenuti che ei sono rei. E se le leggi secondo gli accidenti in una citta' variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi [ordini: di regola, "ordinamenti" (es. la legislazione istituzionale - Consolato, Senato, etc. -), ma si pu� intendere anche come "classi sociali precostituite" N.d.R.]: il che fa che le nuove leggi non bastano, perch� gli ordini che stanno saldi le corrompono.

E per dare ad intendere meglio questa parte, dico che in Roma era l'ordine del governo, o vero dello Stato, e le leggi dipoi che, con i magistrati, frenavano i cittadini.

L'ordine dello Stato era l'autorit� del Popolo, del Senato, de' Tribuni, de' Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati ed il modo di fare le leggi.

Questi ordini poco o nulla variarono negli accidenti. Variarono le leggi che frenavano i cittadini, come fu la legge degli [contro gli] adulterii, la suntuaria [contro il lusso ostentato], quella della ambizione [contro i brogli elettorali], e molte altre, secondo che, di mano in mano, i cittadini diventavano corrotti.

Ma tenendo fermo gli ordini dello Stato, che nella corruzione non erano piu' buoni, quelle legge che si rinnovavano a mantenere gli uomini buoni; ma sarebbono bene giovate se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini.

E che sia il vero che tali ordini nella citta' corrotta non fossero buoni, si vede espresso in doi capi principali quanto al creare i magistrati e le leggi. Non dava il popolo romano il consolato e gli altri primi gradi della citta', se non a quelli che lo domandavano. Questo ordine fu nel principio buono, perche' e' non gli domandavano se non quelli che se ne giudicavano degni, ed averne la repulsa era ignominioso; si' che per esserne giudicati degni ognuno operava bene.

Divento' questo modo, poi, nella citta' corrotta, perniziosissimo: perche' non quelli che avevano piu' virtu', ma quelli che avevano piu' potenza domandavano i magistrati, e gl'impotenti, comecche' virtuosi, se ne astenevano di domandarli, per paura.

Vennesi a questo inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi [un po' alla volta], come si cade in tutti gli altri inconvenienti: perche', avendo i romani domata l'Africa e l'Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ubbidienza, erano divenuti sicuri delle liberta' loro, ne' pareva loro avere piu' nimici che dovesseno fare loro paura. Questa sicurta' e questa debolezza de' nimici fece che il popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava piu' la virtu', ma la grazia, tirando a quel grado quelli che meglio sapevano intrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i nimici. 

Dipoi, da quelli che avevano piu' grazia, ei discesono [si ridusserro] a darlo a quelli che avevano piu' potenza. Talche' i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi.

Poteva uno tribuno e qualunque altro cittadino proporre al Popolo una legge, sopra la quale ogni cittadino poteva parlare o in favore o in contro, innanzi che la si deliberasse. [In genere, cio' accadeva durante il periodo monarchico elettivo, sino alla morte di Anco Marzio o, se si vuole, sino all'inizio del sesto Re Servio Tullio.  La legge approvata nei comizi delle tribu', sarebbe passata al Senato. E' chiaro che estrapolando dal discorso del Machiavelli - che praticamente si chiude con la catastrofe dell'Impero - per illustrare bene queste prassi ci si  dovrebbe soffermare su troppe variabili].

Era questo ordine buono quando i cittadini erano buoni: perch� sempre fu bene che ciascuno che intende uno bene per il pubblico lo possa proporre, ed e' bene che ciascuno sopra quello possa dire l'opinione sua, accio' che il popolo, inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio.

Ma diventati i cittadini cattivi, divento' tale ordine pessimo: perche' solo i potenti proponevano leggi, non per la comune liberta', ma per la potenza loro, e contro a quelle non poteva parlare alcuno per paura di quelli; talche' il popolo veniva o ingannato o sforzato a deliberare la sua rovina.

Era necessario pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera, che cosi' come aveva nel processo del vivere suo fatte nuove leggi, l'avesse fatto nuovi ordini; perche' altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in uno suggetto cattivo che in uno buono, ne' puo' essere la forma simile in una materia al tutto contraria.

Ma perch� questi ordini, o e' si hanno a rinnovare tutti a un tratto, scoperti che sono non esser pi� buoni, o a poco a poco in prima che si conoschino per ciascuno, dico che l'una a l'altra di questa due cose e' quasi impossibile. Perche', a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno prudente che vegga questo inconveniente assai discosto, e quando e' nasce. Di questi tali e' facilissima cosa che in una citta' non ne surga mai nessuno, e quando pure ve ne surgessi, non potrebbe persuadere mai a altri quello che egli proprio intendesse; perche' gli uomini usi a vivere in un modo non lo vogliono variare, e tanto piu' non veggendo il male in viso, ma avendo a essere a loro mostro per coniettura.

Quanto all'innovare questi ordini a un tratto, quando ciascuno conosce che non sono buoni, dico che questa inutilita' che facilmente si conosce e' difficile a correggerla; perche' a fare questo non basta usare termini ordinari, essendo i modi ordinari cattivi, ma e' necessario venire allo straordinario, come e' alla violenza ed all'armi, e diventare innanzi a ogni cosa principe di quella citta' e poterne disporre a suo modo.

E perche' il riordinare una citta' al vivere politico presuppone uno uomo buono.

E diventare per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo, per questo si trovera' che rarissime volte accaggia che uno buono, per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia diventare principe, e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella autorita' bene che gli ha male acquistata.

[In queste righe Machiavelli smentisce il luogo comune che gli viene attribuito, d'essere il promotore della morale fondata sopra il principio secondo il quale il fine giustifica il mezzo. Il principio morale non c'e': esiste soltanto l'esempio storico sulla Casata dei Borgia, espresso ne "Il Principe"].

Da tutte le soprascritte cose nasce la difficulta' o impossibilita', che e' nelle citta' corrotte, a mantenervi una repubblica o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla pi� verso lo Stato regio che verso lo Stato popolare, acciocch� quegli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti, fussero da una podest� quasi regia in qualche modo frenati. 

E a volergli fare per altre vie diventare buoni, sarebbe, o crudelissima impresa, o al tutto impossibile, come io dissi di sopra che fece Cleomene il quale, se per essere solo ammazzo' gli Efori [a Sparta], e se Romolo per le medesime cagioni ammazzo' il fratello e Tito Tazio Sabino, e dipoi usarono bene quella loro autorita', nondimeno si debbe avvertire che l'uno o l'altro di costoro non avevano il suggetto di quella corruzione macchiato, della quale in questo capitolo ragioniamo, e per� poterono volere, e volendo , colorire il disegno loro.

[Intende Machiavelli che, nonostante fossero assurti al potere mediante omicidi, sia Romolo che Cleomene, poterono ugualmente, in seguito, mostrarsi virtuosi, soltanto pero' in quanto i loro popoli non erano ancora corrotti].

 

A stare a quanto si puo' intuire da questo passo del Machiavelli, se ne deve dedurre che, una volta corrotto che sia lo Stato (inteso come corruzione di popolo, di tale forza da non accettare piu' leggi buone), allora la Storia e' finita e non se ne esce piu' senza un lungo periodo di oscurita': Machiavelli si riferisce al periodo  post-romano, almeno da dopo il tentativo di riconquista dell'Italia da parte di Giustiniano imperatore d'Oriente; prevede la fine del Rinascimento e la successiva decadenza italiana. 

Cosi' fu, infatti, dopo la morte dello stesso Machiavelli, avvenuta a un solo mese dal sacco di Roma (maggio, e poi giugno del 1527). 

 

Il Risorgimento non riusci' a "fare gli italiani", impresa facile a muovere fantasia e volonta', ma difficile da portare a termine, che tuttavia sarebbe riuscita se le conseguenze dei negativi avvenimenti degli anni '40 dello scorso secolo non avessero riportato nel Meridione, Mafia, Camorra e 'N drangheta, e da li' tutte le concrete giustificazioni del Nord al desiderio di Secessione. E visto che l'occasione era ghiotta, piu' tardi ci si mise anche "Alleanza Cattolica" (il cosiddetto "pensiero forte") a perorare la ricostruzione del Vecchio Stato Pontificio dell'Italia centrale.

Per quantificare la corruzione ci si dovrebbe chiedere di quanto le tre organizzazioni criminali summenzionate sarebbero oggi in grado di fare eleggere sindaci o parlamentari; in ogni caso di procurare voti. 

 

Ci si puo' pertanto porre la domanda: l'Italia, in questo momento storico, � un Paese corrotto?

Intendo: quando si parla di corruzione si deve intendere sempre il popolo. Quando il popolo e' sano, un governante che, ad esempio, corrompa i giudici, non mette in pericolo lo Stato, in quanto non sarebbe difficile trovarne subito molti altri in sostituzione. Per fortuna, non e' questo un caso italiano.

 

Oggi, i punti critici da osservare sono i seguenti:

i motivi del progressivo sgretolamento del welfare, dal quale sta provenendo sfiducia nella popolazione comune per la borghesia professionale. Se e' vero cio' che si dice, ovvero che la prenotazione di un controllo ospedaliero importante, ad una persona povera richiede mesi d'attesa, mentre pagando la si puo' ottenere immediatamente (sempre all'interno dello stesso ospedale), allora puo' darsi che un segnacolo di corruzione vera nello Stato ci sia. Altrettanto vale per le parcelle dei liberi professionisti che, alcuni dicono, dal giorno della introduzione dell'euro sono spesso raddoppiate per calcoli di comodo.

Tutto cio' puo' essere anche comprensibile, se si considera la natura umana secondo variabili istintuali. La corruzione tuttavia consiste nel non capire che la fiducia nella borghesia professionale e' uno dei cardini su cui si regge la morale di un popolo.

Un altro cardine morale lo da' la Magistratura, in democrazia uno dei tre poteri liberi dello Stato.

Non si puo' negare che la sfiducia popolare nei confronti della Magistratura, oltre che in parte giustificata da ideologismi, sia stata organizzata, ormai da circa tre lustri, con l'ausilio dei mezzi di comunicazione di massa, il piu' importante dei quali la T.V. Questo tentativo, messo in atto in Italia dallo iniziare degli anni '80, sembra essere perfettamente riuscito.

Chi ha un po' d'anni di eta' ricordera' il caso Cippico, scandalo che oggi sarebbe giudicato veniale e che colpi' la Democrazia Cristiana e l'ambiente cattolico in genere. Interrogati uno a uno, i cittadini se ne vergognavano.

Oggi, gli stessi cittadini, interrogati dai mezzi pubblici, si batterebbero tutti per l'innocenza o la colpevolezza di un indagato, sulla sola base della sua appartenenza politica, senza alcuno scrupolo per la loro assoluta non conoscenza degli atti processuali correnti. 

Anche questo e' di gia' un segnale di corruzione.

Un ulteriore tarlo potrebbe minacciare  l'esercito.

Il problema della Pace nel Mondo rimane tuttora questione che riguarda "tutti" o "nessuno", e finche' non si raggiunge il "tutti", si puo' accettare la ragione del Machiavelli, secondo il quale possedere un buon esercito nazionale e' sempre conveniente a uno Stato.

Quando il pericolo e' lontano, va bene anche l'esercito del Papa che si muove soltanto a scopo misericordioso, meglio se disarmato.

Pero' in una reale situazione di "Patria in pericolo", non desiderabile, ma sempre possibile, verso quale riferimento si muoverebbe il tradizionale "sentimento d'onore" al quale, dall'inizio del mondo, tutti gli eserciti si sono sempre legati?  

Mettiamo, se ci fosse un conflitto fra il governo in carica e il Presidente della Repubblica, istituzioni rigide che dall'oggi al domani possono tuttavia modificarsi, e capovolgersi nelle persone?

O se ci fosse conflitto fra governo centrale e parlamenti regionali? 

O se l'esercito risolvesse di sentire il sentimento d'onore soltanto verso se' stesso? La corruzione generale potrebbe esserne l'argomento giustificativo. 

L'esercito per se', puo' garantire e non garantire la liberta', la vita e l'indipendenza di un popolo. Sud America docet. 

Il legame naturale fra il sentimento d'onore dell'esercito e la sua bandiera nazionale richiede che tale bandiera sia perfettamente leggibile, chiara, pulita e comprensibile a tutti, e non voglio andare avanti con questo discorso, ma chi capisce ha capito.

 

Un ulteriore indicatore di corruzione popolare e' dato dalla sottoproletarizzazione della Societa' Civile, voluta contemporaneamente, sia da quella parte del Capitalismo globale che sembra non avere ancora acquistato coscienza della propria importanza etica, sia dal cosiddetto "rivoluzionarismo di professione" che non ha piu' bisogno, come nel 1917, del proletario che difende la propria fabbrica con il fucile, ma del borghese sottoproletario che brucia la bandiera americana e che inneggia ai kamikaze di Nassirija.

Ne consegue che il proletariato non si riconosce piu' tale, e la riprova ne � che mai come adesso lo sciopero selvaggio e' diventato una prassi, e non si ha cura di disagi e sofferenze create alla comunita' dei cittadini.

Un tempo si raccomandava, ai lavoratori, la coscienza di classe. Oggi si tende a far credere che gli operai non esistano piu' e che l'imborghesimento generale sia un prodotto naturale dei tempi. 

Il sottoproletariato viene definito "borghesia" e posto al vertice morale dei valori etici della societa'. Da qui allo scadimento nella morale pedestremente mercantile del "mors tua, vita mea" il passo e' breve.

Oggi l'epoca globale ha reso la classe operaia, almeno nell'Occidente, piu' accomodante nei rapporti col capitale, piu' satolla, ma anche meno cosciente di se'. E' uso affermare che la classe dei lavoratori non esista e che l'imborghesimento della Societ� Civile sia totale.

Anche se fino a un certo punto cio' puo' apparire giustificato, occorre considerare che tale "accomodamento" ha comportato anche il raggiungimento di un massimo grado di conflittualit� fra classe operaia e societa' civile, nel senso che la conflittualita' non si risolve piu' nel senso classico, fra "padrone e operaio", ma si e' spostata in modo perverso verso il basso, coinvolgendo le cose che nel conflitto non c'entrano.

Possiamo capire come la classe lavoratrice europea si sia abituata a non essere tenuta in considerazione, n

e' dal "Potere", ne' dalla Societa' Civile. Migliorata, rispetto a 100 anni fa, la propria posizione economica, si sente borghese senza pero' possedere le conoscenze e le abitudini di tale classe che, come tutte le classi, nobilta' compresa, e' difficile a esser copiata nella sua parte migliore. Molto piu' facilmente nella peggiore.

In breve, ci si e' studiati di far dimenticare alla classe lavoratrice che la sua parte migliore (indispensabile al buon funzionamento dello Stato e del Mondo) vale, sia quella della buona borghesia, sia quella della buona nobilta'.

Privato della propria coscienza di classe, il proletario diventa persona giuridica incapace di pensiero autonomo, che potra' essere, al meglio, preso per mano e "salvato" dall'intellettuale borghese il quale desidera soltanto che egli guadagni di piu'. Cosa che determina accettazione del proprio senso di inferiorita' sociale, irrecuperabile e permanente.

La riconquista, da parte dei proletari, della propria coscienza di classe e della propria autonomia,fa parte, a nostro avviso, della terapia indispensabile alla ricostruzione morale della societa' civile, alla quale tutte le classi sociali appartengono. E' infatti indispensabile, ad una societa' civile, possedere operai evoluti che si riconoscano responsabili e proprietari di se' stessi, che sappiano costruirsi da soli i propri sindacati e che sappiano trattare con la controparte in modo paritetico e collaborativo, non per creare sindacati "gialli", ma per entrare nel cervello del capitalismo ed essere influenti da li'.

Il mondo economico globale dovra' saper guardare con due occhi, ed e' evidente che cio' richiede una classe lavoratrice di statura responsabile.

Alla classe operaia moderna spetta oggi l'autoriconoscimento della propria capacita' di penetrare la Societa' Civile e di esserne, per certe parti, di esempio e guida.

Spetta alla classe operaia moderna il maggiore impulso alla costruzione della Pace fra i popoli, piu' che mai indispensabile in un mondo globalizzato costantemente minacciato dal pericolo della distruzione termonucleare.

Sappiamo da Machiavelli che non bastano soltanto le leggi per modificare i comportamenti di un popolo, quand'esso sia completamente corrotto. Finche' non lo diventa, sara' necessario, oltre alla Nuova Legge, anche l'esempio di differenti comportamenti da parte di quella porzione di popolo che si sia resa conto di dove noi si sia veramente caduti.

Abbiamo ancora, in Italia, una maggioranza silenziosa (ahime' spesso tale per inconsapevolezza) che, al momento opportuno, sapra' mostrare di esistere?

 

Nota di Redazione del 21 novembre 2004.

 

F  I  N  E

 

 

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