MONTESQUIEU | ||
LIBRO XIX.
Commentario di Robert Derathé 1 - 18 | ||
1. Questo libro, tra i più lunghi de Lo Spirito delle Leggi, è uno dei più importanti, se non il più importante. E' in tutti i casi quello che ha attirato l'attenzione di Hegel e dei sociologi. Il governo più conforme alla natura - scrive Montesquieu - è quello il cui particolare carattere si accorda meglio al carattere del popolo per cui è stabilito, (Libro I., cap. III.). Il libro XIX è la spiegazione e la giustificazione di questa massima. L'autore, in effetti, vi studia i fattori che costituiscono lo spirito generale di una nazione e mostra come la legislazione si deve adattare a tale spirito generale. Come R. Shackleton ha indicato (Montesquieu, A Critical Biography. Opera citata nella edizione Rizzoli 1999, pp. 316-317) la nozione di Spirito generale è antica nell'opera di Montesquieu. La si ritrova nel frammento De la politique (composto verso il 1725): In tutte le società, che non sono che un'unione di spirito, si forma un carattere comune. Quest'anima universale assume un modo di pensare che è l'effetto di una catena di infinite cause, che di secolo in secolo si moltiplicano e si combinano" (O.C. Nagel, t. III, pp. 168-169). Più nettamente formulata si trova anche nel cap. XXII delle Considerations: "In ogni nazione c'è uno spirito generale sul quale si fonda la potenza stessa: quando essa va contro questo spirito va contro sé stessa, e necessariamente si arresta". In questi passi Montesquieu parla dello spirito generale senza indicare da cosa è composto, e solo in seguito enumera i fattori che costituiscono o condizionano questo spirito generale. Dopo le due formulazioni provvisorie delle Pensées (Nagel nn. 542 e 854, Pléiade nn. 645 e 1903) quella definitiva si trova nel capo IV di questo libro: "Molte cose governano gli uomini, il clima, la religione, le leggi, le massime del governo, gli esempi dell'antichità, i costumi, le usanze; se ne forma uno spirito generale che ne è il risultato". Così precisato, lo spirito generale di una nazione limita o condiziona l'iniziativa dei legislatori, che devono adattarvisi e non possono prescrivere ciò che vogliono o desiderano. Nessuna legislazione può diventare effettiva se urta lo spirito generale della nazione. e già le Considérations lo affermavano con nettezza. Questa concezione di Montesquieu ha avuto una vasta risonanza. Ne troviamo un'eco in Rousseau, tuttavia con un'angolazione un po' diversa e tendente al nazionalismo. Per lui lo spirito generale di una nazione diventa "il carattere nazionale" che il legislatore e gli educatori devono preoccuparsi di formare o conservare (cfr. Projet de constitution pour la Corse e Considérations sur le governement de Pologne, cap. III; Opera Completa di J.J. Rousseau, Bibliothèque de la Pléiade, t. III, pp. 913 e 960. Hegel si colloca da un altro punto di vista per sottolineare l'importanza e la novità dell'insegnamento di Montesquieu. Tale insegnamento consiste "nel non considerare la legislazione in generale e le sue determinazioni particolari isolaramente e in modo astratto, ma nel prenderli come elementi di una totalità, in rapporto con tutte le altre determinazioni che costituiscono il carattere di una nazione e di un'epoca". (Filosofia del diritto, 1821, par. 3). Hegel ha precisato il suo pensiero in un articolo meno noto: "Maniera di trattare scientificamente il diritto naturale" (in: Scritti di Filosofia del Diritto, a cura di A. Negri, Laterza, Bari, 1962, pp. 118-119): "In questo senso Montesquieu ha fondato la sua immortale opera sull'intuizione dell'individualità e del carattere dei popoli. e pur non essendosi elevato alla vivente idea, pure non ha dedotto le singole istituzioni e leggi della cosiddetta ragione, né le ha estratte dall'esperienza per elevarle poi in qualche modo all'universale, ma soltanto dal carattere dell'intero e della sua individualità ha concepito sia i superiori rapporti del diritto statuale, sia le inferiori determinazioni dei rapporti civili, fino ai testamenti, alle leggi matrimoniali, ecc; e con ciò ai teorici empirici che pretendono di riconoscere come provenienti dalla ragione le accidentalità dei loro sistemi dello Stato e delle Leggi, e che pretendono di averle estratte dall'intelletto umano stesso, oppure anche dalla generale esperienza, in modo ad essi comprensibile, ha dimostrato che la ragione e l'intelletto umano e l'esperienza, da cui derivano le leggi determinate, non costituiscono a priori alcuna ragione o intelletto umano, né alcuna esperienza a priori che sia assolutamente universale, ma sono esclusivamente e solamente la vivente individualità di un popolo, una individualità le cui più alte determinatezze debbono a loro volta essere concepite come provenienti da una più universale necessità". Coloro che, come Durkheim e G. Gurvic' hanno parlato della sociologia giuridica di Montesquieu, si sono riferiti al libro XIX e hanno preso in considerazione soprattutto la distinzione operata da Montesquieu tra leggi e costumi, (cfr. capp. XII e XIV) e l'hanno criticata. Durkheim muove a Montesquieu il rimprovero di non aver visto che "le leggi non differiscono per natura dai costumi, ma derivano da quelli" (La contribution de Montesquieu à la constitution de la science sociale, tesi latina tradotta da A. Cuvillier, in E. Durkheim Montesquieu et Rousseau précurseurs de la sociologie. Parigi, 1953, p. 85. G. Gurvic' è forse ancora più severo: "La sociologia giuridica di Montesquieu non fa che studiare le condizioni dell'adeguamento dei precetti legali al particolare tipo di società che devono reggere. Dà consigli pratici ai legislatore sul modo di legiferare, indicando gli ostacoli che provengono dall'ambiente sociale. Una simile concezione è evidentemente antisociologica, non soltanto perché pone il legislatore, e più in generale lo Stato, al di là della società reale, ma perché la regolamentazione giuridica è posta al di fuori della vivente spontaneità sociale. Questo "legalismo" (o positivismo giuridico), del tutto opposto allo spirito sociologico, che per il resto attraversa l'opera di Montesquieu, colpisce come una clamorosa contraddizione". (La sociologie juridique de Montesquieu, in "Revue de Mètaphysique et de Morale, ottobre 1939, pp. 624-625
2. Laziani, o Lazi: abitanti dell'antica Colchide, a sud del Caucaso.
3. Si tratta di uno dei figli di Fraate, Vonone, tenuto come ostaggio a Roma da Augusto, che lo fece salire sul trono alla morte del padre. La citazione latina di Tacito della nota contiene un errore: "Il principe era alla mano, mite e affabile, possedeva virtù sconosciute ai Parti, ma anche dei vizi insoliti".
4. L'antico regno del Pegù oggi fa parte della Birmania. La città di Pegù è segnata nella carta del mondo allegata a "Lo Spirito delle Leggi".
5. Secondo J. Dedieu (Montesquieu et la tradition politique anglaise pp. 295-298) Montesquieu è ispirato da una osservazione di Thomas Gordon - Discours historiques, critiques et politiques sur Tacite, tradotto dall'inglese, Amsterdam 1751, t. III, p. 143, IX discorso: "Cesare e Augusto conoscevano così bene la propensione del popolo per le usanze e le norme del passato, che, mentre riducevano Roma in schiavitù, lasciarono ai magistrati la loro antica denominazione e gli aspetti esteriori dell' autorità e della dignità". J. Dedieu (pp. 296, sgg.) mostra che Montesquieu ha utilizzato ampiamente, per questo XIX libro, l'opera di Gordon, la cui prima edizione, tradotta in francese, è stata pubblicata nel 1742. Segnaliamo infine che Montesquieu ha preso il testo di questo paragrafo da una delle sue Pensées (Nagel n. 677, Pléiade n. 145).
6. Secondo R. Shackleton (Montesquieu, A Critical...p. 316) questo importante testo è stato redatto tra il 1740 e il 1743. Troviamo nelle Pensées due redazioni anteriori, sensibilmente differenti, dove non compare l'espressione "spirito generale". La prima risale agli anni 1731-1733: "Gli Stati sono governati da cinque cose differenti: la religione,le massime generali del governo, le leggi particolari, i costumi e le usanze. Tutte cose che hanno un mutuo rapporto: se se ne cambia una, le altre seguono lentamente, il che introduce, ovunque una sorta di dissonanza" (Pensées, Nagel n. 543, Pléiade n. 645). La seconda redazione è degli anni 1733-1738: "Gli uomini sono governati da cinque cose differenti: il clima, le usanze, i costumi, la religione e le leggi. In ogni nazione, a seconda del prevalere dell'una, le altre decrescono. Il clima predomina sui Selvaggi; le usanze governano i Cinesi; le leggi tiranneggiano il Giappone; i costumi condizionavano un tempo i Romani e i Lacedemoni; e la religione è oggi onnipotente nel Mezzogiorno d'Europa" (ibid. Nagel n. 854, Pléiade n. 1903). Abbiamo citato questi testi per esteso perché ci presentano le tappe successive del pensiero di Montesquieu su un problema che gli stava particolarmente a cuore, e che ci informano sul suo modo di lavorare. Si può notare che il clima non compare nella formulazione iniziale e che la conclusione, così significativa nella seconda formula "La religione è oggi onnipotente nel Mezzogiorno d'Europa" non è stata inserita ne Lo Spirito delle Leggi, soppressa certamente per prudenza. Possiamo aggiungere che questa enumerazione dei fattori che costituiscono lo spirito generale di una nazione presta il fianco alla critica: "Nessuna gerarchia prestabilita tra cose eterogenee" osserva giustamente Léon Brunschvicg (Le progrès de la conscience dans la philosophie occidentale, Parigi, 1927, t. II, p.496). Questa enumerazione in effetti implica delle cause fisiche e delle cause morali, ma non è questa la cosa più importante. Ci si può chiedere, ed è quello che fa Brèthe de la Gressave nel suo commento (t. III, p. 328), se la priorità spetti alla forma del governo o allo spirito generale di una nazione. Montesquieu, nel capitolo seguente, dice: "Spetta al legislatore di seguire lo spirito della nazione quando è contrario ai princìpi del governo" il che equivale ad assegnare la priorità alla forma del governo: la cosa non è sorprendente, perché Montesquieu ha iniziato la sua opera con la teoria dei governi. Hegel e i sociologi moderni pensano invece che la priorità spetti allo spirito generale di una nazione o di un popolo, del quale la forma del governo dev'essere una emanazione. Su questo punto il pensiero di Montesquieu, se non contraddittorio, è manifestamente incerto, e le penetranti intuizioni del sociologo non si accordano con le teorie certamente troppo sistematizzate del politico.
7. La Francia. Cfr. libro IX, cap. VII.
8. Rousseau dirà: "Tutto quello che facilita lo scambio tra le diverse nazioni porta alle une, non le virtù, ma i crimini delle altre, e in tutte altera i costumi propri del loro clima e della costituzione del loro governo" (Prefazione del Narciso, O.C. de J.J. Rousseau, Hachette, Parigi, 1907, t. V, p. 103, nota 1).
9. Grosley osservò, a proposito di questo passaggio: "L'orgoglio è per un governo un movente pericoloso: la pigrizia, la povertà, il disinteresse per tutto ne sono le conseguenze e gli effetti. Ma l'orgoglio non era il movente principale del governo romano? Non sono l'orgoglio, l'alterigia, la fierezza, che hanno sottomesso l'universo ai romani? Sembra che l'orgoglio porti sa grandi cose e la vanità si concentri nelle piccole". Montesquieu ha preso l'ultima frase del capitolo, aggiunta, nel 1757, dalla sua risposta a Grosley dell'8 aprile 1750. O.C. Nagel, t. III, p. 1295.
10. Montesquieu, nel cap. X, sottolineerà la pigrizia degli Spagnoli. Vedere inoltre, su Spagna e Portogallo, nelle "Lettere persiane" la lettera LXXVIII "La gravità è il carattere saliente dei due popoli".
11. Montesquieu annota questo fatto in molte delle Pensées. La più significativa e la più vicina al passo in questione, dice Nagel (n. 323, Pléiade n. 1995: "Bisogna che la Spagna soccomba, perché è formata da persone troppo oneste. La probità degli Spagnoli ha trasferito il commercio agli stranieri, che non vi avrebbero partecipato se non avessero trovato delle persone nelle quali poter riporre una illimitata fiducia. Se da una parte la virtù li manda in rovina, l'onore che li porta a vergognarsi del commercio e dell'industria, li manda anch'esso in rovina".
12. Questa distinzione, palesemente ispiratagli da Mandeville, può essere accostata a quanto dice sulla virtù politica.
13. La formulazione non è chiara. Le leggi sono fissate dal legislatore. Ci si può chiedere da chi sono ispirati i costumi: Montesquieu vuol dire certamente che non sono prescritti e che divengono naturali grazie alla forza dell'abitudine.
14. Si veda, in qualsiasi edizione del nostro libro, cap. XII, capoverso 2.
15. Anche queste notizie sono tratte da Jean Perry, Etat présent de la Grande Russie, pp. 187-191. Montesquieu attinge le sue informazioni sulla Russia da questo scrittore, come prima di lui avevano fatto Fontenelle e Voltaire (cfr. Muriel Dodds, Les récits de voyages... pp. 110-113). Informazioni nettamente insufficienti anche per l'epoca, perché, secondo Albert Lortholary (Le mirage russe en France au XVIII siècle. Parigi, 1951, p. 289, nota 30 del cap. III della prima parte), esisteva all'epoca un gran numero di relazioni sulla Russia: "Tra il 1700 e il 1748 vengono pubblicate, oltre alle opere di Perry, quelle di Korb, di Le Bruyn, di Nestesuranoi (Jean Rousset), di La Mottraye, di Mauvillon, degli inglesiConsett, Mottley, Banks, per non citare che le più importanti". Ciò che è sfuggito a Montesquieu è la forza del sentimento religioso. Lortholary scrive (p. 37): "Non può ignorare che la resistenza dei moscoviti a rinunziare alla barba derivava da uno scrupolo religioso. Ha letto Perry, e Perry lo segnala. Di questo scrupolo fa un oggetto di scherno". Cfr. libro XI, cap. 2. "Certo popolo ha preso per molto tempo la libertà per l'uso di portare una lunga barba barba". Nel XVIII secolo Pietro il Grande e le sue riforme furono un soggetto di attualità e di polemiche. Rousseau stimò utile alludervi nel Contrat social (libro II, cap. VIII) attirandosi per questo le critiche di Voltaire (Dictionnaire philosophique, voci: Pietro il Grande, J.J. Rousseau e Idées republicaines).
16. Come sottolineato da Albert Lortholary (p. 38) Montesquieu fornisce in questo passo una spiegazione nuova e originale del successo delle riforme di Pietro il Grande : cancellarono quattro secoli di barbarie tartara e restituirono al popolo russo "il suo vero viso, quello di un popolo europeo". Per Montesquieu, infatti, la Russia fa parte dell'Europa. Cfr. Pensées (Nagel n. 318, Pléiade n. 1780): "Le cose in Europa sono tali che gli Stati dipendono tutti gli uni dagli altri. La Francia ha bisogno dell'opulenza della Polonia e della Moscovia, come la Guienna ha bisogno della Bretagna, la e la Bretagna dell'Angiò".
17. Questa celebre massima, collocata incidentalmente in questo capitolo, avrebbe potuto servire da epigrafe al libro XIV. Non è sfuggita alla vigilanza dei censori, ed è stata censurata dalla Sorbona assieme ad altri due passi (Prima proposizione). Nelle sue Réponses aux censures de la Sorbonne (O.C. Nagel, t. III, p. 650) Montesquieu si limita a ricordare che "nel capitolo dal quale è estratta la proposizione, non si tratta in alcun modo della religione".
18. Cfr. Pensées (Nagel n. 815, Pléiade n. 1950: "La Legge non è un puro atto di potere. ogni legge inutile è una legge tirannica; come quella che obbligava i Moscoviti a farsi tagliare la barba. Le cose che per natura sono irrilevanti, non sono di competenza della legge". Si può osservare che l'autore ha utilizzato parte del testo di questo pensiero nel terzo capoverso del cap. XIV.
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Commentario di Robert Derathé: I. II. III.
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